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HA SENSO BATTERSI PER EVITARE L'APOCALISSE INDUSTRIALE?

DI PAUL KINGSNORTH E GEORGE MONBIOT
The Guardian

Il collasso della civilizzazione ci porterà a un mondo più sano, afferma Paul Kingsnorth. No, ribatte George Monbiot – non possiamo far morire miliardi di persone.

Caro George,

sulla scrivania di fronte a me c’è una serie di grafici. L’asse orizzontale di ognuno di essi rappresenta gli anni dal 1750 al 2000. I grafici mostrano, in vari modi, i livelli di popolazione, la concentrazione di CO2 nell’atmosfera, lo sfruttamento delle risorse ittiche, il disboscamento delle foreste tropicali, il consumo di carta, il numero di autoveicoli, l’utilizzo delle risorse idriche, il tasso di estinzione delle specie e la somma combinata del prodotto interno lordo dell’intera economia umana.

Quello che di questi grafici mi affascina (e Le confesso che di solito i grafici non mi attraggono affatto) è che sebbene tutti illustrino fattori tra loro molto vari, hanno tuttavia una forma pressoché identica. Una linea inizia sulla sinistra della pagina, salendo man mano che si sposta verso destra. Poi, negli ultimi due o tre centimetri (intorno al 1950), vira bruscamente verso l’alto, come un pilota che sia costretto a una cabrata vedendo improvvisamente stagliarglisi incontro un monte all’uscita da un banco di nuvole.La causa principale dell’impressionante similarità tra questi trend è la stessa per tutti: una rapace economia umana che sta rapidamente portando il mondo sull’orlo del caos. Ne siamo consapevoli, e alcuni di noi tentano perfino di impedire che accada. Eppure tutte queste tendenze continuano rapidamente a peggiorare, senza che alcunché segnali un prossimo cambiamento. Ciò che questi grafici rendono evidente più di qualsiasi altra cosa è la cruda realtà: un gravissimo crollo si sta appressando.

Tuttavia pochi di noi sono disposti a considerare davvero il messaggio che questa realtà ci sta con forza trasmettendo: la civiltà della quale siamo parte sta correndo a piena velocità verso la sua fine, ed è troppo tardi per fermarla. La maggior parte di noi, invece (e includo in questa generalizzazione gran parte del movimento ambientalista tradizionale), è ancora legata a una visione del futuro come versione aggiornata del presente. Crediamo ancora nel “progresso”, come venne indolentemente definito dal liberalismo occidentale. Crediamo ancora che potremo continuare a condurre più o meno la nostra solita comoda vita (anche se con più parchi eolici e lampadine a basso consumo) se solo riusciremo a sposare abbastanza rapidamente uno “sviluppo sostenibile”, e che potremo poi estenderlo agli altri 3 miliardi di esseri umani che tra non molto si uniranno a noi su questo pianeta già boccheggiante.

Penso che questo equivalga a una pura negazione. Il destino della società industriale è segnato, e nessun acquisto etico o protesta determinata potranno mutarlo. Prendiamo una civiltà fondata sul mito dell’eccezionalità umana e su un atteggiamento culturale profondamente radicato verso la “natura”, aggiungiamo una cieca fede nel progresso tecnologico e materiale; quindi alimentiamo il tutto con una fonte energetica che si rivela disastrosamente distruttiva solo dopo che l’abbiamo usata per gonfiare le nostre statistiche e soddisfare i nostri appetiti oltre il punto di non ritorno. Che cosa ottenete? Stiamo per scoprirlo.

Dobbiamo essere realistici. Il mutamento climatico sta vacillando sul baratro del non ritorno, mentre i nostri leader battono sulla grancassa di una maggiore crescita. Il sistema economico sul quale ci basiamo non può essere domato senza che crolli, perché si affida proprio a tale crescita per funzionare. E in ogni caso, chi vuole domarlo? La maggior parte delle persone nel mondo ricco non rinuncerà alle automobili o alle proprie vacanze senza protestare.

Alcuni (forse Lei) ritengono che questi aspetti non debbano essere resi palesi, quantunque veri, perché il fatto stesso di dirli ad alta voce priverebbe le persone della “speranza”, e senza speranza non vi sarebbe alcuna possibilità di “salvare il pianeta”. Ma una falsa speranza è peggio dell’assenza della speranza. E su salvare il pianeta… ciò che stiamo in verità cercando di salvare, mentre ci sforziamo di installare nuove turbine eoliche su varie alture e inveiamo contro i ministri, non è il pianeta, ma piuttosto il nostro attaccamento alla cultura occidentale materialistica, senza la quale non riusciamo neppure a immaginare di poter vivere.

La sfida non è come riuscire a puntellare un impero in rovina con macchine per le onde e summit mondiali, ma come iniziare a pensare al modo in cui sopravviveremo alla sua caduta, e che cosa possiamo imparare dal suo collasso.

I miei migliori saluti, Paul

Caro Paul

Come Lei, anch’io sono diventato sempre più pessimista sulle nostre possibilità di evitare il crollo che Lei prevede. Negli ultimi anni sono stato ottimista quasi per professione, esortando la gente a continuare a lottare, sapendo che dire che non c’è speranza alcuna equivale a far sì che sia proprio così. Ho ancora fiducia nella nostra capacità di prendere decisioni razionali basate su prove. Ma la mia fiducia sta svanendo.

Se i governi hanno impiegato così tanto solo per iniziare a discutere la riforma della politica comune della pesca… se rifiutano anche solo di predisporre piani di emergenza per il picco del petrolio… che speranza abbiamo di lavorare verso un’economia di stato stazionario, per non parlare della recessione economica volontaria in ultima analisi necessaria per evitare il crash del clima o l’esaurimento delle risorse di base?

La domanda interessante, e quella che probabilmente ci divide, è: in quale misura dovremmo accogliere favorevolmente il probabile crollo della civiltà industriale? Meglio ancora, fino a che punto siamo convinti che possa derivarne qualcosa di buono?

Dalle sue lettere, e dalle conversazioni che abbiamo avuto, percepisco la sua attrazione (quasi un anelito) verso quest’apocalisse, quasi la considerasse come il fuoco purificatore che spazzerà via dal mondo la nostra società malata. Se è questa la sua opinione, io non posso condividerla. Sono certo che converremo sul fatto che le conseguenze immediate del crollo sarebbero devastanti: la caduta dei sistemi che mantengono in vita la maggior parte di noi, la carestia di massa, la guerra. Basterebbero queste a fornirci una ragione sufficiente per lottare, per quanto esigue ci appaiano le nostre possibilità. Ma anche se fossimo in grado di ignorarlo, ritengo che quello che rischia di derivarne sarà peggiore della nostra situazione attuale.

Voglio esporLe tre considerazioni: primo, la nostra specie (diversamente dalla maggior parte dei suoi membri) è tenace e adattabile; secondo, quando le civiltà collassano, sono gli psicopatici ad andare al comando; terzo, di rado impariamo dagli errori degli altri.

Dalla prima considerazione evinciamo che anche se è cinico sul destino degli esseri umani, di certo capirà che la nostra specie non si estinguerà senza causare l’estinzione di quasi tutte le altre. Per quanto male possiamo cadere, ci riprenderemo a sufficienza da infliggere un altro duro colpo sulla biosfera. Continueremo fino a quando rimarrà così poco che nemmeno l’Homo sapiens riuscirà più a sopravvivere. Questo è il destino ecologico di una specie dotata di un’eccezionale intelligenza, di pollice opponibile e della capacità di interpretare e sfruttare quasi tutte le risorse possibili (in assenza di un freno politico).

Dalla seconda e dalla terza considerazione ne consegue che invece di riunirsi come libere collettività di famiglie felici, chi sopravviverà al collasso sarà soggetto al volere di quelli che cercheranno di monopolizzare le risorse rimaste. Molto probabilmente, questo processo verrà imposto con la violenza. La responsabilità politica sarà solo un lontano ricordo. In queste circostanze, la possibilità di conservare una qualche risorsa si approssima allo zero. Le conseguenze del primo collasso globale sull’uomo e sull’ambiente potrebbero perdurare per molte generazioni, forse per tutto il tempo che alla nostra specie rimarrà da vivere sulla terra. Anche il vagheggiare che qualcosa di buono possa derivare dall’involontario fallimento della civiltà industriale significa soccombere alla negazione. La risposta alla sua domanda (cosa impareremo da questo collasso?) è: niente.

Ecco perché nonostante tutto continuo a lottare. Non lotto per sostenere la crescita economica. Lotto per evitare sia il collasso iniziale, sia la ripetuta catastrofe che ne conseguirà. Per quanto debole possa essere la speranza di progettare un atterraggio morbido (un ridimensionamento ordinato e strutturato dell’economia globale), dobbiamo mantenere viva questa possibilità. Forse entrambi siamo in negazione: io, perché penso che valga ancora la pena sostenere la lotta, Lei, perché pensa di no.

Con i miei migliori auguri, George.

Caro George,

Lei afferma di percepire nel mio scritto un anelito all’apocalisse. Io percepisco nel suo una paura paralizzante.

Si è convinto che per l’umanità vi sono solo due futuri possibili. Uno che potremmo definire democrazia liberal-capitalista versione 2.0. Opzione da Lei chiaramente preferita, è molto simile al mondo in cui viviamo oggi, solamente con i combustibili fossili sostituiti dai pannelli solari, governi e corporazioni tenuti a rispondere davanti ai cittadini attivi, e una crescita in qualche modo abbandonata in favore di “un’economia di stato stazionario”.

L’altra, che potremmo chiamare mondo alla McCarthy, dal romanzo di Cormac McCarthy, The Road, ambientato in un mondo post-apocalittico incredibilmente raccapricciante dove tutto è morto tranne gli esseri umani, costretti a mangiarsi i bambini. Non molto tempo fa, in un suo articolo Lei suggeriva che questo è il futuro che potremmo attenderci se non continuassimo “la lotta”.

Nel prosieguo della sua lettera, Lei continua ad attingere a questa vena hobbesiana. Dobbiamo “continuare a lottare”, perché senza la moderna civiltà industriale sono gli psicopatici ad andare al comando, e non ci saranno “carestia di massa e guerra”. A parte il fatto che, mi pare, gli psicopatici stanno già conducendo lo spettacolo mentre milioni di persone patiscono oggi e fame e guerra, credo che questa sia una scelta fallace. Proveniamo entrambi da una cultura occidentale cristiana con una profonda tradizione apocalittica. Lei sembra avere difficoltà a vedere oltre questo. Ma io non sto “anelando” a un’archetipa Fine dei Giorni, perché non è questo ciò che abbiamo di fronte.

Ci troviamo invece di fronte a quello che John Michael Greer chiama “la lunga discesa”, nel suo libro dallo stesso titolo: una continua serie di crisi indotte dai fattori di cui ho parlato nella mia prima lettera, la quale serie porrà fine alla divorante cultura che abbiamo imposto alla Terra. Sono certo che ne verrà “qualcosa di buono”, perché questa cultura è un’arma di distruzione di massa globale.

La nostra futura civiltà non assomiglierà per nulla a quella attuale, ma possiamo almeno puntare a un buen retiro in un mondo più sano. L’alternativa che propone (avere ancora paura di un futuro peggiore) è in ogni caso in ritardo di un secolo. Quando gli imperi cominciano a cadere, si creano il loro slancio. Ma ciò che seguirà non necessariamente sarà un mondo alla McCarthy. La paura è un punto di riferimento inadeguato per il nostro futuro.

I migliori auguri, Paul

Caro Paul,

Se ho bene inteso, Lei propone di non fare nulla per evitare il probabile collasso della civiltà industriale. Lei ritiene che invece di provare a sostituire i combustibili fossili con altre fonti di energia, dovremmo lasciare che il sistema frani. E ripete che non dobbiamo temere questo esito.

A suo parere, quante persone potrà sostenere il mondo senza combustibili fossili o un equivalente investimento nelle energie alternative? Quanti potrebbero sopravvivere senza la moderna civiltà industriale? Due miliardi? Un miliardo? Secondo il suo scenario, moriranno miliardi di persone. E Lei mi dice che non abbiamo nulla da temere.

Duro fatica a capire come Lei possa essere indifferente a tale prospettiva. Prima mi ha accusato di negazione. Ebbene, il suo sembra più un disconoscimento. Nei suoi scritti odo un’eco perversa delle filosofie che più La offendono: la sua affermazione machista che non abbiamo nulla da temere dal collasso rispecchia l’affermazione machista che non abbiamo nulla da temere da una crescita senza fine. Entrambe le posizioni tradiscono un rifiuto ad entrare a contatto con la realtà fisica.

Il suo disconoscimento è fondato su un malinteso. Lei sostiene che la moderna civiltà industriale “è un’arma di distruzione di massa globale”. Chiunque sia al corrente della distruzione paleolitica della megafauna africana ed eurasiatica, o dello sterminio dei grandi mammiferi americani, o della massiccia immissione in atmosfera di anidride carbonica prodotta dalla deforestazione del Neolitico deve essere in grado di capire che l’arma di distruzione di massa globale non è la cultura attuale, bensì l’umanità stessa.

Lei epurerebbe il pianeta dalla civiltà industriale, al costo di miliardi di vite, solo per scoprire che non ha invocato “un mondo più sano”, bensì un’altra fase di distruzione.

Per quanto strano sembri, una versione di stato stazionario e innocua della situazione presente potrebbe offrire la migliore prospettiva di cui l’umanità abbia mai goduto per evitare il collasso. Per la prima volta nella nostra storia conosciamo bene la portata e le cause della nostra crisi ecologica, sappiamo cosa dovremmo fare per evitarla, e possediamo a livello mondiale i mezzi (se solo vi fosse in tal senso una volontà politica) per evitarla. Rispetto alla sua alternativa (sedersi e guardare morire miliardi di persone), la democrazia liberale versione 2.0 mi pare un’opzione piuttosto buona.

I migliori auguri, George

Caro George,

Machista, io? Ha usato il termine “lotta” a una frequenza degna di Dick Cheney. La mia mancanza di spirito combattivo mi vede ora accusato di complicità in sterminio di massa. È la sua accusa a sembrarmi piuttosto machista.

Forse il nocciolo del nostro disaccordo si può trovare in una singola frase della sua ultima lettera: “Lei propone di non fare nulla per evitare il probabile collasso della civiltà industriale”. Questo m’invita a una domanda: cosa pensa che potrei fare? Cosa pensa di poter fare, Lei?

Ha suggerito a più riprese che la morte orrenda di miliardi di persone sia la sola alternativa ad uno status quo riorganizzato. Anche se accettassi quest’ipotesi tendenziosa, che sembra fatta apposta per farmi apparire come uno spietato fascista, questo non ci porterebbe a nulla, perché la riorganizzazione dello status quo è pura fantasia, e persino Lei è arrivato vicino ad ammetterlo. Piuttosto che rispondere “non facendo nulla”, suggerirei di farci un’idea sulla causa principale di questa crisi: non gli esseri umani, ma le culture in cui operano.

Le civiltà vivono e muoiono seguendo i propri miti della fondazione. I nostri miti ci dicono che l’umanità è separata da quella cosa chiamata “natura”, che è una “risorsa” a nostro uso e consumo. Ci dicono che non vi sono limiti alle capacità umane, e che la tecnologia, la scienza e la nostra ineffabile saggezza possono risolvere ogni cosa. Soprattutto, ci dicono che abbiamo il controllo. Il suo approccio è incentrato proprio su questa mania di controllo. Se solo potessimo persuadere i politici ad attuare le operazioni A, B e C con sufficiente prontezza, saremo salvi. Ma ciò che il mutamento climatico ci mostra è che il controllo non ce l’abbiamo, né sulla biosfera né sulla macchina che la sta distruggendo. L’accettazione di questo fatto è la nostra sfida più grande.

Credo che il nostro compito sia quello di negoziare nel miglior modo possibile la discesa che verrà, creando al contempo nuovi miti che ricollochino l’umanità al posto che le spetta. A tal fine, mi pregio di essere il cofondatore di una nuova iniziativa, il Dark Mountain Project. Magari non salverà il mondo, ma potrebbe aiutarci a pensare a come vivere in un secolo difficile. La invito ad unirsi a noi.

Distinti saluti, Paul

Caro Paul,

Le parole che uso saranno anche spietate, ma le sue suonano stranamente neutre. Prendo atto del fatto che non ha risposto alla mia domanda su quante persone il mondo potrebbe sostentare senza le moderne forme di energia e i sistemi che essi alimentano. Forse 2 miliardi nella migliore delle ipotesi. Lei descrive questo massacro di massa come “una lunga discesa” o una ritirata “verso un mondo più sano”. Ha mai valutato un incarico presso l’ufficio stampa del Ministero della Difesa?

Vorrei portare alla sua attenzione la trascurabile questione di qualche miliardo di morti, non per farLa sembrare un fascista spietato, ma perché è una realtà che Lei rifiuta di vedere. Non la vede perché questo significherebbe accettare la necessità di agire. Ma naturalmente Lei non farà nulla. Lei propone di contrarre i muscoli, chiamare subito tutto il sangue a raccolta [1] e…, ehm…, “farci un’idea sulla causa principale di questa crisi”. Bene: tutti potremmo farcene un’idea. Ma senza l’azione (conspevole, mirata e immediata) la crisi si verificherà. Convengo con Lei che le probabilità di riuscita sono ridotte. Ma saranno nulle se ci arrendiamo ancor prima di iniziare. Lei dileggia questo impulso come “mania di controllo”. Per me è un tentativo di sopravvivenza.

Che cosa potrebbe fare Lei? Conosce già la risposta, come la conosco io. Unirsi, protestare, proporre, creare. Sarà pure disordinato, interminabile e dalla riuscita incerta. Forse si ritiene superiore a questa futilità, ma è tutto ciò che abbiamo e tutto ciò che abbiamo mai avuto. E a volte funziona.

Il risultato curioso di questa discussione è che mentre all’inizio ero io quello ottimista e Lei quello pessimista, i nostri ruoli si sono invertiti. Lei sembra credere che, sebbene sia impossibile domare l’economia globale, è in realtà possibile cambiare i nostri miti fondatori, alcuni dei quali precedono la civiltà industriale di varie migliaia di anni. Crede anche che da un collasso che priverà dei suoi mezzi di sopravvivenza la maggior parte della popolazione possa derivare qualcosa di buono. Questo mi sembra più del semplice ottimismo: una millenaria fantasia, forse, di Redenzione dopo la Caduta. Forse è la tela ideale per la mia apocalittica visione.

I migliori auguri, George

guardian.co.uk © Guardian News and Media Limited 2009

[1] Enrico V, W. Shakespeare.

Titolo originale: “Is there any point in fighting to stave off industrial apocalypse?”

Fonte: http://www.guardian.co.uk
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17.08.2009

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di SHEILA B.

Pubblicato da Das schloss

  • Tonguessy

    E’ un Deja Vu. Questo dialogo l’ho sperimentato io stesso nei giorni scorsi con un mio caro amico (sono stato suo testimone alle nozze). Dopo 3 email ci siamo poco rispettosamente mandati affanculo.
    Il dialogo sembra quello tra Zerzan e Rifkin, dove il primo dice che ormai abbiamo oltrepassato ogni ragionevole soglia ed il punto di non ritorno ormai non sappiamo neanche più dove l’abbiamo lasciato, mentre il secondo propone l’economia all’idrogeno: tutto purchè l’Homo Oeconomicus continui a prosperare.
    Beh, se vogliamo trovare la terza via c’è: è scritta in Collasso di Jared Diamond oppure I Nuovi Limiti dello Sviluppo (Meadows e soci) dove una simulazione (World3) mostra chiaramente dove l’umanità sta andando.
    Questo non sembra scalfire minimamente i Rifkiniani, che persistono nella visione delle Vie en Rose, con la pletora di miti occidentali a sostenere la bontà delle nostre scelte e la perfettibilità delle medesime per il Bene Comune (ehm…).

    “I figli ripetono i crimini dei loro padri proprio perché si
    credono moralmente superiori a loro”.
    René Girard

  • AlbaKan

    HA SENSO BATTERSI PER EVITARE L’APOCALISSE INDUSTRIALE?

    Direi che non ha senso, perchè è inevitabile, che senso ha rimandare? Bisognerebbe cercare alternative, per essere “pronti” quando arriverà il momento.

  • sentinella

    penso che ognuno è giusto che faccia quello che si sente; chi ci crede si batta e chi non ci crede cerchi altre strade. Non è in ogni caso a portata delle attuali generazioni un cambiamento tale per cui si possa invertire la rotta. Non credo che tutto possa avvenire in poche decine di anni: sarà una lenta discesa inarrestabile dove a tratti sprofonderemo improvvisamente e a tratti troveremo appigli per risalire di un poco illudendoci di potercela fare. Non è questione di essere catastrofisti ma solo realisti e un poco appassonati di fantascienza che è un buon esercizio per fare ipotesi futuriste. Siamo tutti convinti che una civiltà basata sullo SFRUTTAMENTO DELLE RISORSE FINO ALL’ESAURIMENTO DELLE STESSE non possa avere un gran futuro a meno che di spedire qualche miliardo di persone con una flotta di astronavi su altri pianeti abitabili e che possano ospitare la vita umana. Non è una cosa ancora a portata di mano.
    Visto che dobbiamo restare sulla Terra dobbiamo sottostare alle regole matematiche della realtà che dice che PER RICOSTRUIRE UN NUOVO EQUILIBRIO BISOGNA PASSARE PER IL CAOS. E’ come per il gioco dell’oca ci sono delle caselle che non si possono saltare: lo farai per un giro o per due ma prima o poi ci devi passare.
    E allora a cosa servono queste sterili discussioni??? A friggere l’aria!!!!
    Che ognuno segua i comportamenti che crede giusto seguire (se comprare prodotti eco-compatibili, installare panelli solari sul tetto, andare a lavorare in bicicletta può alleviare il senso di colpa e farci sentire meglio facciamolo ma non credo che cambierà molto il corso delle cose).
    Cercare d pensare con la propria testa può aiutare: parlando a livello di massa di milioni di essere umani come può questa società tollerare una deindustrializzazione veloce dove milioni di persone rimangono senza posto di lavoro e quindi senza altre risorse per sopravvivere??? Non abbiamo alternativa che continuare sulla strada che stiamo percorrendo IN CUI IL PIL DEVE CRESCERE E LE FABBRICHE DEVONO SEMPRE PRODURRE DI PIU’ PER FAR GIRARE L’ECONOMIA CHE FA CAMPARE MILIARDI DI PERSONE PIU’ O MENO BENE.
    Anche se sappiamo che il petrolio prima o poi finirà, che le emissioni industriali peggioreranno il clima con conseguenze che non possiamo controllare e che altri miliardi di persone si aggiungono giorno dopo giorno anno dopo anno inesorabilemente ad ingrossare quell’esercito di cavallette devastatrici che è diventato il genere umano eccetera eccetera eccetera eccetera

  • Affus

    L’articolista pecca di mancanza di fiducia nella scienza che è pure provvidenza. Cosa ne sa degli infiniti sviluppi della scienza ? Oppure lui odia la scienza e vuole fare l’ambientalista da strapazzo ?
    Se molti la penseranno come lui, bene venga un armaghedon generale e ce li tolga dai piedi sti pessimisti crimilali ed egoisti . Quanti quintali di grano produceva un ettaro di terra ai tempi dell’impero romano ? E quanti ne produceva ai tempi di mussolini sebbene eravamo pochi, pero c’èra sempre la piaga dell’emigrazione ?
    Ma il vero prblema non è nenche piu tanto la scienza , quanto un la nascita di un ordine etico che governi le nazioni che con l ‘aumentare della popolazione , non potremo piu evitare di vivere .

  • nuunciaafamo

    lascerei per un attimo la materia del contendere – pesante peraltro – , per porre l’accento sul tono, sui termini e sul fair-play del confronto.

    Due soggetti che esprimono concetti simili con teste differenti – rammentate il vecchio adagio: “inglesi e americani due popoli divisi dalla stessa lingua” – che si confrontano invitandosi l’un l’altro ad unire vicendevolmente gli sforzi !!

    Riuscite ad immaginare un tratto simile nelle contese nazionali, o se non nelle contese, nei molto meno impegnati scambi di opinioni e punti di vista anche all’interno di questo blog ?

  • nuunciaafamo

    ….boh…. che la scienza sia pure provvidenza, suona molto discutibile. La radice della parola “provvidenza” è provvista-provvedere; due parole profondamente impregnate di significato etico.

    Dove stà l’etica della scienza dei nostri giorni ? Non riesco a rintracciarla.

    Anche perchè, ammesso di riuscire a trovarla, l’etica, che potrebbe dire di fronte agli scenari che la scienza va disegnando?

    L’etica, di fronte alla scienza, diventa pat-etica, perché come fa a impedire alla scienza che oggi – quasi – tutto può, di non fare ciò che può? Nella storia non si è mai visto che un’impotenza sia in grado di fermare una potenza. E l’etica, nell’età della scienza, celebra tutta la sua impotenza.

    E questo per due ragioni:
    La prima è che finora abbiamo elaborato delle etiche in grado di regolare esclusivamente i rapporti tra gli uomini.

    Queste etiche, religiose o laiche che fossero, controllavano solo le intenzioni degli uomini, non gli effetti delle loro azioni, perché i limiti tecnologici delle scienze a disposizione non lasciavano intravedere effetti catastrofici.

    Fu all’inizio del secolo appena trascorso che l’incremento dell’apparato tecnico-scientifico pose il problema se non fosse più utile calibrare l’etica sugli effetti delle azioni piuttosto che sulle intenzioni di chi le andava compiendo. Se era più utile, ad esempio, conoscere le “intenzioni” di chi aveva escogitato la bomba atomica, o gli “effetti” della bomba atomica per stabilire l’eticità di un’impresa.

    Nacque l’etica della responsabilità che affiancò l’etica dell’intenzione.

    Fu Weber a formularla, che però la limitò al controllo degli effetti “quando questi sono prevedibili”.

    Sennonché è proprio della scienza produrre effetti “imprevedibili”.

    E allora anche l’etica della responsabilità è costretta a gettare la spugna. Oggi siamo senza un’etica che sia efficace per controllare lo sviluppo della scienza che, come è noto, non tende ad altro scopo che non sia il proprio potenziamento. La scienza, infatti, non ha fini da realizzare, ma solo risultati su cui procedere, risultati che non nascono da scopi che ci si è prefissi, ma che scaturiscono dalle risultanze delle sue procedure. E chi può fermare in un laboratorio l’utilizzo d’un risultato che è lì a portata di mano e che non si sa esattamente a che cosa serva, ma si sa che un giorno servirà? L’unico limite della tecno-scienza sono i finanziamenti. Ma chi non prodiga denaro in campi così promettenti come le telecomunicazioni o la farmacologia o, meglio ancora, la genetica, che lascia intravedere scenari capaci di sconvolgere la medicina, di selezionare un’umanità artificiale senza gli inconvenienti di quella naturale, di poter stabilire i limiti dell’esistenza di ciascuno di noi, con tutte le conseguenze in termini di assicurazioni, previsioni, computi e calcoli? Chi può davvero frenare o porre impedimenti a simili scenari, rinunciando, nel caos del mondo, a una programmazione certa in termini di vita, di cura, di sicurezza e garanzia in ordine a ciò su cui val la pena d’investire o non investire, calcolare pianificare, utilizzando al meglio le risorse e lasciando cadere e deperire tutto ciò che è improduttivo? Non sto dipingendo scenari catastrofici. Questo sentimento è già nell’animo di tutti noi. Perché capita a tutti di sentire, a esempio, che quando due treni si scontrano o cade un aereo si va alla ricerca dell’”errore umano”. Giusto ?? Ma che significa questo se non che la nostra mentalità ha già interiorizzato che, rispetto ai dispositivi tecnici, è l’uomo con tutti i suoi limiti a generare l’errore? E ancora, se è vero che con i dispositivi atomici oggi a disposizione dei nostri governi si può distruggere la terra 10mila volte, che significa potenziare la ricerca sul nucleare? Significa che la scienza procede entrando nell’assurdo. Che a promuoverla non sono scopi “umani”, ma quell’unico scopo senza finalità che è il suo autopotenziamento. A questo siamo giunti. L’uomo, i suoi bisogni, i suoi desideri, le sue aspirazioni, la sua felicità non sono più gli scopi di quel gran darsi da fare che è l’affaccendarsi del pensiero umano. Il pensiero umano s’è innamorato di se stesso, anzi di un frammento di se stesso che è il “pensiero come calcolo”. E l’idea di poter calcolare tutto, vita e morte, salute e malattia, potenza e dominio, vulnerabilità e invulnerabilità, persino la morte giocata sulla vertigine della sopravvivenza prolungata è un puro piacere di potere, perché abbiamo perso il gusto della vita con la sua precarietà, e ci siamo innamorati delle possibilità del pensiero che, nella sua euforica vertigine, non teme d’utilizzare anche l’uomo come materia prima per compiacersi della sua potenza. E noi tutti subiamo quello che il pensiero, ridotto a calcolo, può fare di noi. Naturalmente se il calcolo produce profitto. Perché si può anche calcolare come dar da mangiare a tutti gli uomini del pianeta, ma se la cosa non è economicamente vantaggiosa, il calcolo è a risultato improduttivo e tutto finisce lì. Gli antichi greci dicevano: “Chi non conosce il suo limite tema il destino”. Qualcosa di simile compare nel primo libro della tradizione biblica, la “Genesi”, dove il Signore Iddio mette in guardia dall’aver troppa confidenza con l’albero della conoscenza.

  • ranxerox

    So riconoscere piante e funghi commestibili? Sono in grado di accendere un fuoco a mani nude? Ho abbastanza anticorpi da poter bere senza danni ciò che resterà dell’acqua? Mmh… mi sa tanto che non sopravviverò. Meglio darsi da fare

  • mazzi

    Qui si parra’ della sua nobilitate – intendendo l’umanita’. Io comunque metterei l’etica da parte, piu’ per pieta’ che per altro, piu’ per salvaguardare un minimo di pudore.
    Parlerei invece di adattabilita’ della specie alla sopravvivenza. Le specie malriuscite vengono eliminate tout court, non perche’ non sono degne ma parche’ sono unfit.

  • Gariznator

    Si documenti su quanto produceva un ettaro di terra coltivato alla maniera dei celti (durante il periodo romano), le anticipo che la produttività di un campo celto è stata eguagliata solo nel 1970 grazie all’uso dei fertilizzanti chimici. La scienza non ha tutte le risposte, anzi la scienza solleva questioni. E fin’ora le nostre risposte sono sempre state errate…
    saluti

  • vic

    I media cadono facilmente nella trappola dello status quo come norma.

    Come se la storia della terra e dello stesso universo non fosse stata una serie di catastrofi immani. La catastrofe e’ la norma ricorrente: la norma di Gaia. Ben dice il commentatore precedente che la chiave della sopravvivenza e’ l’adattabilta’.

    Come specie abbiamo gia’ corso il rischio di scomparire. Verso la fine del pleistocene, ci dicono gli studiosi che eravamo suppergiu’ 10mila individui su tutta la terra! Alcuni son convinti che fossero addirittura meno, qualche migliaio. Un niente, un pugno di mosche.

    Ignudi e spelacchiati come siamo, poco veloci nella corsa, tremanti al freddo, fragilissimi alla nascita, ce l’abbiam fatta ad attraversare l’ultima era glaciale, proprio grazie alla nostra adattabilita’ come specie. Forse l’intelligenza ci ha aiutato un pochino. Forse anche la fortuna, diciamolo. Non avere attorno tutti quei dinosauri ci e’ stato di sollievo.

    Non e’ detto pero’ che l’intelligenza alla lunga sia un atout, ne’ per noi, ne’ per la terra. In ambienti estremi, sopravvivono forme di vita abbastanza elementari. In quei casi la semplicita’ diventa fit e la complessita’ unfit. Per farcene un’idea osserviamo tutto l’andaranban che gli astronauti devono tirarsi dietro per sopravvivere nello spazio qualche giorno. E taccio del super-iper-andaraban come supporto da terra!

    Se succede una catastrofe planetaria, chi della specie homo sapiens se la cavera’? Probabilmente le popolazioni che noi chiamiamo primitive, nelle quali il singolo individuo conosce le regole basilari della sopravvivenza senza bisogno di un meccanismo globale (peraltro fragilissimo) che lo sostenga.

    O forse nessuno di noi ce la fara’ e la terra del dopo catastrofe sara’ a felice disposizione di batteri, alghe, muschi e licheni a dimostrare che l’intelligenza alla lunga e’ davvero un grave handicap.

    Detto fra noi, in qualche caso anche alla corta lo e’, basta guardarsi in giro.

    Gaiamente e cordialmente

  • marcello1950

    Sicuramente ha senso battersi, ma la scelta di Obama di far continuare il dominio delle finanziarie e cioè della necessità del profitto positivo per permettere al sistema di esistere (l’inversione è attuabile solo con la nazionalizzazione) non va nella direzione di riscrivere l’economia nel senso della sostenibilità, primo passo per un sistema produttivo basato sulla sostenibilità indipendentemente che cresca o si riduca.
    Nè la titubanza ad imporre alla Cina la fine del WTO, e il rallentamento della crescita al 2, 3% annuo.
    Se l’America avesse posto il problema in questi termini cominciando a convicere la Cina che la Globalizzazione era finita e che anche la pacchia era finita, e che la Cina doveva permettere all’occidente ed al mondo intero di ritararsi in termini di sostenibilità, produttiva, energetica, economica, monetaria, ecc ecc. ed imporre al mondo la necessità di ristrutturarsi in termini di sostenibilità anche demografica, allora il sistema si potrebbe ristrutturare altrimenti si andra incontro all’Apocalisse.

  • Tonguessy

    Fit, unfit e fittest to survive. Sono tutti termini relativi. Nell’attuale situazione il fittest to survive è il modello berlusca. E’ lui che ha il maggiore accesso alle risorse disponibili (le escort fanno parte delle risorse, giusto per capire in che contesto evolutivo siamo…).
    L’umanità ci ha messo perecchie migliaia di anni per arrivare a questa meravigliosa concezione del fit, unfit e fittest. Altre culture che usavano altri parametri sono scomparse o stanno per fare quella fine. Questo è il modello dominante.
    Certamente se dovesse cambiare il contesto cambierebbero anche valori e significati di fit, unfit e fittest. Ma cambierà il contesto? Alcuni anni or sono (circa 15) ho frequentato un seminario tenuto da una pseudosciamana che diceva con una certa sicumera che le acque si stavano decisamente alzando ed era ora di spostarsi in montagna e che il sistema era ormai prossimo al collasso ed era saggio comprare un terreno (per diventare autosufficienti) e armi e munizioni per difendere le nostre proprietà. Inutile ricordare cosa è successo in questi ultimi 15 anni: fit, unfit e fittest hanno lo stesso esatto significato di 15 anni fa.

  • nuunciaafamo

    Mi aiuti con qualche dritta sul dove cercare queste informazioni che sono sicuramente un argomento di grande interesse per me.
    Mi sfugge però il legame di quanto lei scrive in rapporto al post.