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GUIDA AL MEMORANDUM HADLEY


Per capire il memo

DI LAURA ROZEN
American Prospect

Una guida alla lettura delle riflessioni di Stephen Hadley sull’Iraq.

Lo scorso mercoledì, proprio quando il Presidente Bush stava per incontrare il primo ministro iracheno Nour Al Maliki in Giordania, il New York Times ha pubblicato un documento riservato elaborato dal consigliere per la Sicurezza Nazionale Stephen Hadley e dal suo staff dopo il recente viaggio di Hadley in Iraq. Il documento espone seri dubbi sulla capacità e volontà di Maliki di contrastare la crescente violenza in Iraq. Rivela inoltre un’amministrazione che sta cercando disperatamente di escogitare il modo per sostenere Maliki come capo di un ricostituito governo di unità nazionale, ma fa intendere anche un altro aspetto cruciale delle recenti discussioni interne alla Casa Bianca su come procedere in Iraq: e cioè che la raccomandazione Hadley non è l’unica opzione considerata attivamente dall’amministrazione. Anzi, se diventerà improponibile sostenere un governo di unità nazionale – cosa che gli autori del documento credono possa accadere – ci sono elementi dell’amministrazione favorevoli ad abbandonare completamente l’unità a favore degli sciiti iracheni.Durante il fine settimana del Veterans’ Day, la squadra della sicurezza nazionale al completo si è riunita, per volontà della Casa Bianca, per discutere a riguardo della strategia in Iraq, come è stato riferito da Robin Wright del Washington Post. Secondo le mie fonti il documento, datato 8 novembre (due giorni prima del Veterans’ Day), era considerato un punto di partenza per quelle discussioni. Anche se non riflette tutte le posizioni all’interno dell’amministrazione sulla gestione della guerra in Iraq, il documento Hadley offre indicazioni sul merito della discussione. Ecco dunque una guida ai piani che stanno emergendo come dominanti:

Opzione 1: Status quo con aggiunta. Questa opzione, così come viene delineata dal documento Hadley, sarebbe l’estremo tentativo di puntellare un ricostituito governo iracheno di unità nazionale con altri 20.000 soldati a presidiare Baghdad. “L’ovvio obiettivo nell’immediato è mettere al sicuro Baghdad,” dice l’analista militare Tom Donnelly del Centro Studi Strategici e Internazionali. “Per ottenere ciò sarebbe preferibile aumentare gli uomini, ma se costretti li si potrebbe spostare dalla provincia di Anbar [Iraq occidentale]… Penso che se non otteniamo risultati positivi a Baghdad in sei mesi la guerra è finita.”

Il piano consisterebbe nel tentare di formare una coalizione di governo più efficace che comprendesse i sunniti, i curdi e gli sciiti, cercando al contempo di allontanare da Sadr la coalizione sciita di Maliki e di avvicinarla al capo sciita Ayatollah Abdul Aziz Hakim, che presiede il Consiglio Supremo per la Rivoluzione Islamica in Iraq (SCIRI) e la milizia della Brigata Badr. (Una visita ufficiale di Hakim a Washington è attesa per la prossima settimana). La milizia del Mahdi leale al giovane leader radicale sciita Moqtada al Sadr continuerebbe a rappresentare il nemico. Washington dovrebbe anche chiedere all’Arabia Saudita e ai paesi vicini di incoraggiare l’appoggio a Maliki, e far pressioni su Siria e Iran perché limitino il sostegno ai combattenti.
“C’è qualcuno che a questo stadio pensi che siamo capaci di costruire una base politica tra i moderati?” chiede l’analista militare Andrew Bacevich, docente dell’Università di Boston, riflettendo sul documento. “Abbiamo tentato di farlo negli ultimi tre anni. Sembra dunque che la strategia consista in un ‘su, cercate di fare di più. D’accordo, non ha funzionato negli ultimi tre anni, ma riprovateci con maggiore impegno.’

Opzione 2: schierarsi con gli sciiti. Tra le idee avanzate durante la discussione svoltasi durante il finesettimana del Veterans’ Day ce n’era una apparentemente in contrasto con lo spirito del documento Hadley: secondo questa opzione, che mi è stata descritta come una posizione di ripiego caldeggiata dall’ufficio di Cheney e da alcuni elementi del Consiglio della Sicurezza Nazionale, gli Stati Uniti dovrebbero abbandonare l’obiettivo immediato della riconciliazione nazionale e scegliere di schierarsi con gli sciiti. In base all’opzione “via libera agli sciiti” gli Stati Uniti sosterrebbero una coalizione sciita che includesse il capo del SCIRI e le sue Brigate Badr come nucleo di un esercito iracheno sotto il controllo diretto del primo ministro Maliki. Anche se gli Stati Uniti si schierassero con gli sciiti, il documento Hadley specifica che gli USA dovrebbero comunque premere su Maliki perché prendesse le distanze da Sadr e dalla milizia del Mahdi. Notate in particolare il linguaggio del documento Hadley quando si tratta dell’importanza di aumentare le dimensioni dell’esercito iracheno e il controllo di Maliki su di esso: “Cercare modi per rendere subito Maliki più forte dandogli ulteriore controllo sulle forze irachene, anche se dobbiamo riconoscere che al momento dovremmo essere in grado di dargli più autorità riguardo le forze esistenti, piuttosto che più forze .” In seguito Hadley aggiunge, “Chiedere a Casey di sviluppare un piano per aumentare il potere di Maliki, comprese… più forze sotto il controllo e il comando di Maliki.” Fonti militari dicono che la chiave di questo controllo è costituita dalle Brigate Badr.

Sentiamo sempre più spesso elementi del Pentagono e della comunità dell’intelligence usare espressioni come “scegliere il vincitore” e “sostenere gli sciiti o presidiare una guerra civile”. “La situazione richiede che l’amministrazione abbandoni il suo vecchio obiettivo della riconciliazione nazionale e ‘scelga un vincitore’ in Iraq”, ha detto lunedì un ufficiale dell’intelligence citato da Thomas Ricks e Robin Wright del Post. “Ha detto di capire che ciò significa che i sunniti probabilmente abbandoneranno il già fragile governo. ‘È il prezzo da pagare’, ha detto.”

Opzione 3: Ridurre le truppe americane, correre ai ripari, gestire la guerra civile con obiettivi e aspettative ampiamente ridotti. Questa è l’opzione che più si avvicina alla strategia di “Reimpiego e Contenimento” che verrebbe esaminata dal Gruppo di Studio sull’Iraq, e secondo la quale le truppe statunitensi dovrebbero spostarsi in basi fortificate all’interno o al di fuori dell’Iraq, uscendone periodicamente per lanciare attacchi contro al-Qaeda nella provincia occidentale irachena di Anbar, e fornire addestramento intensivo e supporto logistico alle forze irachene, diminuendo i soldati in Iraq a 60-70.000 per l’anno venturo. Il documento Hadley, che propone di impiegare altri 20.000 soldati in Iraq nelle prossime settimane, suggerirebbe che la Casa Bianca non è disposta ad accettare questa opzione senza un altro sforzo per aumentare le truppe che presidiano Baghdad.

In questo momento non è chiaro chi abbia fatto filtrare il documento Hadley e perché. Ma una possibilità è che rientri in una battaglia tra opposte fazioni per far sì che si parlì dell’inconsistenza dell’Opzione 1, cioè la riconciliazione nazionale, con l’intento di accelerare le Opzioni 2 o 3. Anche se non fosse così, il risultato è questo: poche ore dopo la pubblicazione del documento, l’incontro di Bush con Maliki – programmato da tempo – è stato rinviato. Alla domanda se il ritardo fosse dovuto al fatto che il memo aveva rivelato la scarsa fiducia della Casa Bianca nei confronti di Maliki, secondo il Washington Post il consigliere della Casa Bianca Dan Bartlett ha dichiatato “Assolutamente no.” Una rara esibizione pubblica di certezza in un panorama sempre più confuso.

Versione originale:

Laura Rozen
Fonte: http://www.prospect.org
Link: http://www.prospect.org/web/page.ww?section=root&name=ViewWeb&articleId=12270
30.11.2006

Versione italiana:

Fonte: http://mirumir.altervista.org/
Link: http://mirumir.altervista.org/2006/12/guida-al-memorandum-hadley-di-laura.html
05.12.2006

Traduzione dall’inglese a cura di Andrej Andreevič

Pubblicato da Davide

  • Tao

    Quello che segue è il testo di un memorandum datato 8 novembre e preparato da Stephen J. Hadley, consigliere per la Sicurezza Nazionale, e i suoi assisntenti. Il documento di cinque pagine, ufficialmente secretato, è stato letto e trascritto dal New York Times.

    19/11/06 New York Times – Siamo tornati dall’Iraq convinti che avremmo avuto bisogno di determinare se il primo ministro Maliki fosse capace e disposto a superare [traduco così to rise above, va bene?] i progetti settari promossi da altri. Noi e il primo ministro Maliki abbiamo la stessa idea per l’Iraq? Se è così, sarà in grado di dominare coloro che mirano all’egemonia sciita o alla riconferma del potere sunnita? Le risposte a queste domande sono la chiave per determinare se la nostra strategia in Iraq sia quella giusta.

    Maliki ha ripetuto la sua idea di una collaborazione tra sciiti, sunniti e kurdi, e nel mio incontro a quattr’occhi con lui mi ha dato l’impressione di un leader che vuole essere forte ma ha delle difficoltà nel capire come fare. Maliki ha indicato alcuni episodi, come l’uso delle forze irachene nella città sciita di Kerbala, per dimostrare la sua mano ferma. Forse perché frustrato a causa delle sue limitate capacità di comandare le forze irachene contro terroristi e insorti, Maliki ha tentato di dar prova della propria forza reagendo alla coalizione. Da qui le divergenze pubbliche con noi riguardo le nostre azioni e i blocchi stradali di Sadr City.

    Nonostante le parole rassicuranti di Maliki, numerosi rapporti dei nostri comandanti sul campo hanno contribuito alle nostre preoccupazioni riguardo il governo Maliki. Rapporti che parlavano della mancata consegna dei servizi nelle aree sunnite, interventi dell’ufficio del primo ministro per fermare le azioni militari contro gli obiettivi sciiti e incoraggiarli contro quelle sunnite, la rimozione per motivi settari dei comandanti migliori e gli sforzi per assicurare maggioranze sciite in tutti i ministeri – insieme all’escalation delle uccisioni del Jaish al-Mahdi [nome arabo dell’esercito del Mahdi] – tutto questo suggerisce una campagna per consolidare il potere sciita a Baghdad.

    Mentre sembra esserci una spinta aggressiva a consolidare il potere e l’influenza sciita, è meno chiaro se Maliki vi partecipi consapevolmente. Le informazioni che riceve sono indubitabilmente distorte [skewed] dalla sua piccola cerchia di consiglieri del Dawa, influenzando le sue azioni e la sua interpretazione della realtà. Le sue intenzioni sembrano buone quando parla con gli americani, e rapporti interni sembrano suggerire che stia provando a sovrastare la gerarchia sciita e imporre cambiamenti positivi. Ma la realtà sulle strade di Baghdad suggerisce che Maliki o non sappia quello che sta succedendo, rappresentando male le proprie intenzioni, o che non sia ancora capace di trasformare le buone intenzioni in azioni.

    Mosse che Maliki potrebbe fare

    C’è una serie di azioni che Maliki può intraprendere per trarre profitto dalle informazioni che riceve, dimostrare la propria intenzione di costruire un Iraq per gli iracheni e aumentare le proprie potenzialità. Le azioni elencate qui sotto sono in ordine crescente di difficoltà e, a un certo punto, possono richiedere ulteriori risorse politiche e di sicurezza per essere eseguite, come descritto a pagina 3 di questo memo. Maliki dovrebbe:

    Spingere i suoi ministri a fare piccoli passi – come fornire servizi sanitari e aprire filiali bancarie nelle periferie sunnite – per dimostrare che il suo governo serve tutte le comunità etniche;

    Cessare la sua strategia politica con Moqtada al-Sadr e portare davanti alla giustizia ogni membro del JAM che non si astenga dalla violenza;

    Rivoluzionare il suo gabinetto, nominando tecnocrati capaci in ministeri chiave per la sicurezza;

    Annunciare una riorganizzazione del suo staff personale in maniera che "rifletta il volto dell’Iraq";

    ¶ Chiedere che tutti nel governo (nei ministeri, nel consiglio dei rappresentanti e nel suo stesso staff), rinuncino pubblicamente ad ogni genere di violenza per il perseguimento di obiettivi politici come condizione per mantenere le loro posizioni;

    ¶ Dichiarare che l’Iraq supporterà il rinnovo del mandato delle Nazioni Unite per le forze multinazionali e cercherà, come appropriato, di affrontare le questioni bilaterali con gli Stati Uniti attraverso il SOFA (Status of Forces Agreement) da negoziare l’anno prossimo;

    ¶ Fare uno o più passi immediati per dare nuovo impeto al processo di riconciliazione, come una sospensione delle misure di de-baathificazione e la sottomissione al Parlamento, o "concilio dei rappresentanti", di un bozza di legislazione per un approccio più equo;

    Annunciare piani per espandere l’Esercito Iracheno nei prossimi nove mesi; e

    Dichiarare l’immediata sospensione delle unità sospette della polizia irachena e un valido programma per incorporare le forze della coalizione nelle unità del Ministero dell’Interno mentre questo sarà rinforzato e riaddestrato.

    Cosa possiamo fare per aiutare Maliki

    Se Maliki intende muoversi con decisione a favore le azioni sopra elencate, possiamo aiutarlo in vari modi. Dovremmo essere disposti a:

    Continuare a puntare al-Qaeda e le roccaforti degli insorti a Baghdad e dimostrare che gli sciiti non hanno bisogno del JAM per proteggere le proprie famiglie – e che noi siamo un partner di cui fidarsi;

    ¶ Incoraggiare Zal [Zalman Khalilzad, l’ambasciatore americano] a muoversi sullo sfondo e lasciare che Maliki si prenda il merito per gli sviluppi positivi (vogliamo che Maliki eserciti la propria autorità – e dimostri agli iracheni che è un leader forte – agendo contro gli estremisti, non respingendo gli Stati Uniti e la coalizione);

    ¶ Continuare i nostri sforzi diplomatici per mantenere i sunniti all’interno del processo politico, premendo per la negoziazione di un accordo nazionale e promuovendo le elezioni per il concilio provinciale nella prossima primavera/estate, come meccanismo per rafforzare il potere sunnita;

    ¶ Supportare il suo annuncio di espandere l’esercito iracheno e riformare il Ministero dell’Interno in maniera più aggressiva;

    ¶ Cercare modi per rendere subito Maliki più forte, dandogli ulteriore controllo sulle forze irachene, anche se dobbiamo riconoscere che al momento dovremmo essere in grado di dargli più autorità riguardo le forze esistenti, piuttosto che più forze;

    ¶ Continuare a premere su Iran e Siria perché cessino di interferire in Iraq, in parte colpendo coloro che agiscono per conto dell’Iran in Iraq, e facendo sì che il segretario Rice tenga un incontro all’inizio di dicembre con l’Iraq più i paesi confinanti;

    ¶ Aumentare gli sforzi per spingere l’Arabia Saudita ad assumere un ruolo di comando in supporto all’Iraq, a usare la sua influenza per allontanare le popolazioni sunnite irachene dalla violenza e avvicinarle alla politica, tagliare ogni finanziamento pubblico o privato fornito agli insorti e agli squadroni della morte nella regione e appoggiarsi alla Siria perché smetta di fornire appoggio ai baathisti e ai leader degli insorti.

    Aumentare le capacità politiche e di sicurezza di Maliki

    Questo approccio potrebbe rivelarsi di difficile esecuzione anche se Maliki avesse le giuste intenzioni. Maliki potrebbe semplicemente non avere le capacità politiche o di sicurezza per fare simili passi, che rischiano di alienare la sua esigua base politica Sadrista e richiedere u
    n maggiore numero di forze più affidabili. Spingere Maliki a fare queste mosse senza aumentare le sue capacità potrebbe portarlo al fallimento – se il parlamento gli togliesse l’incarico con un voto di maggioranza o un’azione contro la milizia del mahdi (JAM) spingesse elementi delle Forze di Sicurezza irachene alla frattura e conducesse a gravi tumulti sciiti nell’Iraq del sud. Dobbiamo anche ricordarci della sua storia personale come figura del partito Dawa – movimento clandestino cospirativo – durante il dominio di Saddam. Maliki e quelli che lo circondano sono naturalmente inclini a non fidarsi dei nuovi personaggi, potrebbero volerci rassicurazioni molto forti da parte degli Stati Uniti per convincerli a espandere la propria cerchia di consiglieri o ad agire contro gli interessi della loro coalizione sciita e per il beneficio dell’Iraq.
    Se fosse Maliki ad ammettere di non avere le capacità – politiche o militari – per attuare i punti elencati sopra, avremo bisogno di lavorare con lui per aumentare le sue capacità. Potremmo farlo in due modi. Primo, potremmo aiutarlo a formare una nuova base politica tra i politici moderati sunniti, sciiti, kurdi e di altre comunità. Idealmente, questa base costituirebbe un nuovo blocco parlamentare che liberebbe Maliki dal suo attuale esiguo appoggio da parte degli attori sciiti. (Il blocco non richiederebbe una nuova elezione, ma piuttosto implicherebbe un riallineamento degli attori politici all’interno del parlamento). Nella creazione di questo blocco Maliki rischierebbe di alienarsi parte della sua base politica sciita e potrebbe aver bisogno di ottenere l’approvazione dell’Ayatollah Sistani per azioni che potrebbero dividere politicamente gli sciiti. Secondo, potremmo aver bisogno di fornire a Maliki ulteriori forze di qualche tipo.
    Questo approccio potrebbe richiedere che si facciano altre mosse in aggiunta a quelle indicate sopra, incluse:

    ¶ Supportare attivamente Maliki, aiutandolo a sviluppare una base politica alternativa. Dovremmo probabilmente usare il nostro capitale politico per spingere i moderati ad allinearsi col nuovo blocco politico di Maliki;

    ¶ Considerare l’opzione dell’appoggio monetario ai gruppi moderati che hanno cercato di rompere con i partiti più grandi e maggiormente settari, cosi come supportare Maliki stesso, dal momento che si dichiara capo di questo blocco e rischia la sua posizione all’interno di Dawa e dei sadristi; e

    ¶ Fornire a Maliki più risorse per aiutarlo a costrure un movimento nazionale non settario.
    – Se ci aspettiamo che adotti un piano di sicurezza non settario, dobbiamo assicurarci che abbia ragionevoli istituzioni di sicurezza non settarie che lo eseguano – ad esempio attraverso un più efficace piano di incorporazione.
    – Potremmo anche aver bisogno di compensare la mancanza di quattro brigate a Baghdad con forze della coalizione, se non dovessero essere trovate forze irachene affidabili.

    Andare avanti

    Non dovremmo perdere tempo nel tentativo di definire le intenzioni di Maliki e, se necessario, aumentare le sue capacità. Dobbiamo seguire i seguenti passi immediatamente:

    ¶ Convincere Maliki a esprimersi su azioni chiave che possano rassicurare i sunniti (aprire banche e garantire l’elettricità in aree sunnite, depoliticizzare gli ospedali);

    ¶ Dire a Maliki che capiamo che sta elaborando una strategia di dialogo coi sadristi e che:
    – Abbiamo chiesto al Generale Casey di supportare Maliki in questo sforzo
    – È importante vedere presto dei risultati tangibili di questa strategia

    ¶ Mandare il nostro rappresentante a Baghdad per discutere questa strategia con Maliki e spingere altri leader a lavorare con lui, specialmente se questi stabilisse di costruire una base politica alternativa;

    ¶ Chiedere a Casey di sviluppare un piano per aumentare il potere di Maliki, inclusi:
    – Formazione di National Strike Forces
    – Forte aumento dell’incorporazione della Polizia Nazionale
    – Più forze sotto il comando e il controllo di Maliki

    ¶ Chiedere al Segretario della Difesa e al generale Casey di fare una segnalazione se ci fosse bisogno di più forze a Baghdad.

    ¶ Chiedere al Segretario della Difesa e al generale Casey di fornire un piano di incorporazione più efficace e un piano per finanziarlo;

    ¶ Avviare un’intensa pressione sull’Arabia Saudita perché giochi un ruolo di comando sull’Iraq, collegando questo ruolo con altre aree nelle quali l’Arabia Saudita vuole vedere l’azione statunitense;

    ¶ Se Maliki cerca di costruire una base politica alternativa:
    – Spingere i sunniti e altri leader iracheni (specialmente Hakim) [Abdul Aziz al-Hakim, capo del Concilio Supremo per la Rivoluzione Islamica in Iraq, un rivale di Maliki] a supportare Maliki
    – Convocare Sistani per riassicurarlo e cercare il suo supporto per un nuovo movimento politico non settario.

    Versione originale:

    Fonte: http://www.nytimes.com
    Link: http://www.nytimes.com/2006/11/29/world/middleeast/29mtext.html?_r=4&oref=slogin&pagewanted=print&oref=slogin
    29.11.06

    Versione italiana:

    Fonte: http://mirumir.altervista.org
    Link: http://mirumir.altervista.org/2006/12/il-testo-del-memorandum-hadley.html
    Traduzione dall’inglese di Andrej Andreeevič

  • LonanHista

    Quando si accenna a documenti riservati e classificati si immagina che dentro vi siano scritte cose impensabili ai più,cose grosse. Invece o questo non è un documento "riservato" oppure dentro a questi documenti vi sono scritte le peggio stronzate,e che quindi essendo tali è meglio tenerle classificate. Del resto data la situazione iraqena gli americani in questi anni ne hanno scritte e fatte di stronzate. Comunque da una lettura sommaria se ne evince che gli americani non sanno più che fare,non hanno una minima idea di come uscire da questo casino. Lo dimostra il fatto che questo maliki viene considerato non del tutto affidabile,un altro cavallo sbagliato come lo fu chalabi. Gli americani hanno l’esigenza di dare il potere a gente di loro fiducia,gente che possono tenere sotto controllo,come gli esponenti del’iraq congress. Ma questa gente gioca un ruolo ambiguo,sia perché non possono prescindere dalla loro appartenenza settaria,e sia soprattutto perché non hanno un effettivo controllo non solo del territorio,ma debbono subire le frizioni interne alla confessione di appartenenza. Ed aspirare a controllare il territorio fortificando bagdad e facendo qualche concessione ai vari gruppi di influenza non risolve la situazione. Insomma concedere più potere ad un personaggio che non è in grado di controllare e neppure di mediare dentro la sua fazione,significa perseverare nell’errore commesso fin dal primo momento:quello di affidarsi a chalabi e causare una lotta intestina fra le varie fazioni. E qui bisognerebbe leggere i veri documenti classificati,sul ruolo vero che svolge al sistani sulle intenzioni reali del pentagono ovvero se uscire a testa bassa dall’iraq oppure rimanere osservando il riassetto degli equilibri fra le varie fazioni(insomma guerra civile e divisione dell’iraq. ) Uscire a testa bassa dall’iraq,significherebbe l’esclusione dal potere dei vari esponenti dell’iraq congress e un riassetto della componente scita,ovvero che i vari sadr hakim e le forze politiche scite trovino un accordo atto innanzitutto a ristabilire l’ordine nelle varie zone d’influenza e fare concessioni alla componente sunnita più moderata la quale si vedrà costretta ad isolare le sue frange radicali per poter partecipare al processo di stabilità. Poi va sottolineato il ruolo dei paesi confinanti dell’iraq,l’iran in primo luogo,che dal caos iraqeno finora ha avuto da guadagnarci,facendosi paladino delle aspirazioni non solo scite ma anche sunnite contro l’egemonia e l’influenza americana nella regione. E un ritiro a testa bassa degli americani sarebbe trasformata in vittoria cruciale da parte degli sciti iraniani e delle loro mire di ideologia panislamica. E questo sarebbe un grosso problema per le petromonarchie e le dittature sunnite della regione. E per non considerare israele che sarebbe definitivamente circondato da entità ostili. Ovvio che non è accessibile a tutti la possibilità di leggere le stronzate riservate,pardon i documenti classificati.Però è certo che gli americani siano essi repubblicani o democratici qualche altra opzione ce l’hanno nel cassetto. Resta il fatto che rimanere è un disastro.Ma andarsene sarebbe la catastrofe immane.Ovvero perdere definitivamente il controllo e l’influenza in tutto il medio oriente. Il medio oriente e l’iraq in particolare lo si può paragonare ad un grande assame di api,dove tutti,chi più chi meno,si sono nutriti del suo miele. Gli stati uniti hanno preteso di impossessarsi una volta per tutte di questo assame,andando a stuzzicarlo in maniera non idonea ed assolutamente irresponsabile,nonostante gli avvertimenti. Stuzzicandolo,hanno fatto sì che questo assame si sgretolasse e le api si sono disperse in varie colonie,diventando aggressive e pericolose per chiunque le avvicini, e soprattutto alcune di queste colonie sono andate a rinforzare altri assami che aspiravano a crescere(iran hezbollah siria). Ora non si può pretendere di riunire le api disperse(l’iraq)in un solo assame come era prima,perché le api hanno già formato altre colonie. Hanno ricreato assami più piccoli e sono diventate più guardinghe verso ogni ingerenza esterna,affidandosi,coalizzandosi con altri assami più piccoli.(che neanche maliki riesce a controllare).