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GUERRA E PACE: LA QUESTIONE MEDIORIENTALE TRA ASTREA E I TITANI

DI EDUARDO ZARELLI
Arianna Editrice

Gli avvenimenti drammatici che insanguinano il Medio Oriente hanno una tale incidenza sugli equilibri internazionali da imporsi anche su quelli interni al nostro Paese; non solo perché il governo italiano è direttamente coinvolto nella “gestione” diplomatica post-bellica della crisi libanese, ma perché quanto sta accadendo rafforza il senso critico sulla deriva espansionistica del modello occidentale, cui non sembra sottrarsi l’attuale maggioranza. Il silenzio assordante del “movimento” pacifista e, più in generale, di una sinistra impegnata nei compromessi opportunistici ha in men che non si dica disilluso chiunque si aspettasse una reale discontinuità con l’atlantismo belluino della destra e, più in generale, con l’atavico e trasversale servilismo della classe politica italiana.Il nostro Paese sembra condannato ad una fatalistica minorità politica maturata storicamente nella sovranità limitata del dopoguerra e perpetuata dopo il 1989 da una subalternità opportunistica agli Stati Uniti nell’alleanza atlantica. La Grecia dimostrò nel 1999, sottraendosi all’intervento Nato in Serbia, una dignitosa libertà di giudizio che allora, come adesso, pare mancare al Ministro D’Alema. Un altro paese europeo come la Svezia, da sempre coerentemente neutrale, lo scorso maggio decise di ritirarsi da un’esercitazione militare interforze in Sardegna, data la partecipazione dell’aviazione israeliana, cioè di uno Stato «che non prende parte ad operazioni di peacekeeping» (1). Una scelta di indipendenza, all’insegna dell’autorevolezza e rispettabilità internazionale.

La diplomazia internazionale, destreggiandosi tra pusillanimità e ipocrisie nell’attuazione della ennesima risoluzione, la 1701, approvata dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, sta tentando di consolidare una fragile tregua sul confine israelo-libanese, peraltro già violata dalle forze armate israeliane. Questa risoluzione – arrivata con un ritardo colpevole e connivente, data la faziosità interessata della diplomazia statunitense – in realtà ricalca nei suoi obiettivi gli intenti di uno dei contendenti, lo Stato d’Israele, che, con un uso terroristico e criminale della forza militare, ha aggredito un altro Stato sovrano, distruggendolo economicamente e perpetuando stragi inconsulte tra i suoi abitanti, e, nonostante questo, non esprime la benché minima condanna di tale comportamento. La diplomazia internazionale si è nuovamente piegata alla pregiudiziale impunità del “diritto alla sicurezza” dello Stato d’Israele, propagandisticamente supportato dall’Occidente come diritto alla sua stessa “esistenza”, che nega ogni possibile controparte, degradandola a “nemica dell’umanità”. Forse è per questo che la violazione dei seguenti articoli sulla tutela dei diritti personali e collettivi della Convenzione di Ginevra – con buona pace del prof. Sabino Cassese, luminare in materia di tribunali “umanitari” – non troveranno imputati, perché commessi da chi si può permettere di perpetrarle:

– articolo 6a sui “crimini contro la pace”: «… aver pianificato, preparato iniziato o dichiarato una guerra di aggressione, o una guerra in violazione dei trattati internazionali»;

– articolo 6b sui “crimini di guerra”: «… saccheggio di proprietà pubbliche o private, la distruzione immotivata di città, cittadine o villaggi, la devastazione non giustificata da necessità militare»;

– articolo 6c sui “crimini contro l’umanità”: «… omicide,…e altre azioni inumane commesse contro qualsiasi popolazione civile, prima o durante la guerra…».

Per dirla con Danilo Zolo, dietro la pretesa di oggettività del formalismo giuridico si annida un ostinato pregiudizio politico; c’è una “giustizia su misura” per le grandi potenze occidentali, che godono di un’assoluta impunità per le guerre di aggressione di questi anni, giustificate come guerre umanitarie o come guerre preventive contro il terrorismo, e c’è una “giustizia dei vincitori”, che si applica agli sconfitti e ai popoli oppressi, con la connivenza delle istituzioni internazionali, l’omertà di larga parte dei giuristi accademici e la complicità dei mass media. In realtà, solo la guerra persa è considerata un crimine internazionale. (2)

Analogamente, la deriva totalitaria – cioè di riduzione a un unico pensiero tollerato – del liberalismo si pone, con toni analoghi, nella formazione dell’opinione pubblica occidentale. Il relativo dibattito politico, sui media o più in generale nella cultura, declina sic et simpliciter come “antisemita” chiunque si ponga in termini critici nei confronti della politica dello Stato d’Israele. Il concerto dei mezzi d’informazione raggiunto durante questo conflitto è semplicemente inquietante. Volendo riassumere la raffinatezza, lo spirito critico e di indipendenza degli opinionisti nostrani, uniti alla loro puerile coscienza, a fronte di mille e più civili uccisi dai bombardamenti, il lettore è costretto mentalmente a discutere solo di quanti libanesi devono essere “puniti”: tutti, diranno quelli di destra; solo quelli di Hezbollah, diranno quelli di sinistra.

Con tale premessa, non vogliamo sottrarci alle implicazioni del presunto casus belli della sesta guerra sferrata da Israele contro il Libano: la cattura di due soldati, operata da guerriglieri Hezbollah in quel territorio conteso e ancora non definito confinariamente sulla scia di inapplicate precedenti risoluzioni dell’ONU. Il clangore bellico ha coperto il fatto – acclarato dagli osservatori UNIFIL – che la cattura dei due soldati israeliani era, senza ombra di dubbio, avvenuta all’interno del territorio libanese, nella zona di frontiera di Alta Al-Chaab. Le informazioni indicavano inoltre che lo scontro aveva avuto inizio quando le truppe israeliane erano entrate nel Libano, il 12 luglio, ed erano poi cadute in un’imboscata degli Hezbollah. La scelta del governo Olmert è stata quella di una guerra per interposta persona alla Siria e all’Iran, fin o al limite di un loro coinvolgimento fattivo, a sentire le dichiarazioni di quei primi giorni di conflitto, invece di un uso della forza atto ad una trattativa, subito richiesta da Hezbollah, per uno scambio di prigionieri.

A tale proposito, sia la Palestina che il Libano convivono con l’immenso dramma del carcere. Dal 1967 a oggi, è stato calcolato che 650mila nativi palestinesi siano passati per le carceri israeliane: questo su una popolazione attuale, nei territori occupati, di circa 3,5 milioni di persone (3). Facendo le dovute proporzioni, è come se 11 milioni di Italiani fossero stati, in qualche momento della loro vita, in prigione; ciò significa che non vi è una sola famiglia palestinese che non abbia conosciuto il carcere. Di fronte a tale situazione, non ha senso porsi il dilemma umanitario se la vita nei campi di detenzione nel deserto del Negev sia migliore di quella – poniamo – in un carcere iraniano: è un atteggiamento, questo, che invece di affrontare le cause del male, divaga filantropicamente sui sintomi.

Gli elementi sulla palese inattendibilità delle istituzioni giuridiche internazionali, che piegano il diritto – cui si rifanno formalmente – alle semplici, nude ed essenziali ragioni del più forte, sono evidenti. Se questo viene colto dall’onestà intellettuale del lettore, non risulterà improprio procedere con un testacoda storico di circa sessant’anni, che però offre il vantaggio di farci entrare nel cuore del problema mediorientale. Ciò è di grande rilevanza, poiché il montante risentimento del mondo arabo – e non solo – sulla parzialità occidentale nel disegnare il mondo a propria immagine e somiglianza, è una delle cause principali della radicalizzazione fondamentalista e delle sue violente conseguenze. Un conflitto asimmetrico generalizzato: conflitto che, sulla scia della espansione planetaria del mercato liberista e della sua filosofia utilitaristica, nonostante i suoi aspetti locali, non conosce limiti di sovranità etica o politica (4). È la guerra “infinita”, senza confini, definita da Carl Schmitt “illimitata”. Illimitata contro un nemico assoluto – il terrorismo internazionale e i cosiddetti Paesi del “male” – moralmente inqualificabile, quindi alla mercé del “bene” e della “guerra giusta”, che scardina le garanzie assicurate dal diritto interstatale (riconoscimento reciproco di sovranità formalmente paritarie, divieto di ingerenza negli affari interni) e il rispetto dei diritti individuali. Questo avviene attraverso l’utilizzazione strumentale del diritto di ingerenza umanitaria e lo sfruttamento ideologico e incoerente dei diritti umani, all’insegna di una presunta auctoritas morale e soprattutto della propria forza militare (5).

Il 29 novembre 1947 l’Assemblea generale delle Nazioni Unite, con la risoluzione 181 sulla Palestina, approvò un piano, che prevedeva «la creazione degli Stati arabo ed ebraico non oltre il 1° ottobre 1948». Alla proclamazione dello Stato di Israele, il 14 maggio 1948, esplosero però le ostilità tra Palestinesi e Israeliani; il 29 maggio 1948, con la risoluzione 50, il Consiglio di sicurezza chiese «la cessazione delle ostilità senza pregiudizio per i diritti, le rivendicazioni e la posizione sia degli Arabi sia degli Ebrei» e costituì l’UNTSO, dislocandola nella regione in giugno. L’UNTSO –formata da oltre 250 osservatori militari e civili di 23 Paesi, tra cui l’Italia, con quartier generale a Gerusalemme – è ancora lì per la «supervisione della tregua», attività per la quale l’ONU spende 30 milioni di dollari l’anno, e, mentre Israele da allora si è esteso e consolidato come un moderno Stato occidentale, fino a diventare una potenza nucleare sorretta dagli Stati Uniti, i Palestinesi sono ancora in attesa di veder riconosciuti il loro Stato e i loro diritti: conculcati a cannonate in un residuo 9% del territorio avito, in uno stillicidio quotidiano di abusi e umiliazioni con un inverecondo lascito di vittime, con alcuni milioni di profughi inibiti al ritorno nella propria madrepatria; privati dell’esercizio elementare della sovranità interna, data la carcerazione ideologica dei parlamentari e dei ministri democraticamente eletti, ma invisi alle autorità israeliane; in condizioni economiche e sociali di indigenza, privati di ogni diritto, della dignità umana e della cittadinanza politica. Da tale disperazione e abbrutimento non possono che generarsi odio e violenza. Terroristica o di “resistenza”?

Non è un quesito banalmente lessicale, bensì, in sostanza il modo in cui si guardano gli accadimenti in corso dall’Afghanisthan all’Iraq, che oggi ritornano alla Palestina e al Libano. In effetti, la stessa ONU si è rifiutata di giudicare Hezbollah un’organizzazione terroristica, definendolo un movimento locale di resistenza nazionale. Coloro che considerano il gruppo un’organizzazione terroristica citano come prova le azioni di ritorsione, ma dimenticano di parlare del contesto delle storiche e molteplici aggressioni israeliane. Anche dopo il suo parziale ritiro dal Libano nel 2000, Israele, secondo fonti ufficiali dell’ONU, ne ha violato quotidianamente i confini, senza considerare le eliminazioni mirate e la feroce guerra sotterranea svolta dai servizi segreti e dai corpi speciali. La concatenazione degli avvenimenti, visti a ritroso, getta infatti nuovi sospetti sullo stesso assassinio del premier libanese Hariri. Un atto terroristico destabilizzante, che ha sicuramente agevolato chi auspica l’annientamento politico del Paese dei cedri.

In Libano, dopo la penultima invasione israeliana nel 1982, i soldati si ritirarono nei confini preesistenti nel maggio del 2000, mantenendo però unilateralmente la zona collinare delle fattorie di Sheba’a e non rilasciando i combattenti catturati durante quel cruento conflitto con i resistenti nel sud del Paese occupato. È stanco esercizio della memoria ricordare l’analogo comportamento dopo i conflitti del 1967 e del 1973, con le alture del Golan e soprattutto il territorio della Cisgiordania, su cui si è sviluppata quella colonizzazione progressiva, che ha ridotto i Palestinesi all’attuale condizione di vera e propria “cattività” etnica.

Non è questa la sede per valutare se e come la recente aggressione Israeliana al Libano, eufemisticamente definita “sproporzionata”, fosse premeditata, se cioè siamo di fronte a un’ennesima “guerra preventiva” o, più semplicemente, “premeditata” prima della cattura dei due soldati israeliani. Di questo parere è il premio Pulitzer Seymour Hersh, autore di storici scoop – dal massacro di My Lai in Vietnam al nucleare israeliano, dai bombardamenti americani in Cambogia alle torture nel carcere iracheno di Abu Ghraib – in cui illustra, con dovizia logica e fonti documentate, quali siano «gli interessi di Washington nella guerra di Israele» in Libano e come risulti perciò che, realizzato un progetto militare per il Libano, Tel Aviv «ne aveva messo a parte funzionari dell’amministrazione Bush», nel convergente interesse di testare attacchi analoghi a Siria e Iran in continuità con la strategia dell’esportazione “democratica” già avviata, e incancrenita, in Iraq (6). Quello che invece va qui ricordato è che lo scorso 26 luglio, pochi giorni dopo che Israele aveva di nuovo attaccato e invaso il Libano, la sua aviazione ha distrutto un edificio dell’UNIFIL, uccidendo quattro osservatori disarmati, nonostante che il comandante della forza ONU fosse rimasto «in continuo contatto con gli ufficiali israeliani, sollecitandoli a proteggere dal fuoco questa postazione». Altre postazioni UNIFIL sono state colpite dalle forze israeliane nei giorni seguenti, tanto da provocare il ritiro degli osservatori e, di conseguenza, l’eliminazione di qualsiasi testimonianza in merito alla terra bruciata dei villaggi sciiti, rasi al suolo, in tutta la fascia confinaria e all’interno per una profondità di almeno venti chilometri. La strage di Qana ha un tragico e “imbarazzante” precedente quando, nel 1996, le tavolette goniometriche dell’artiglieria israeliana segnarono la distruzione della sede UNIFIL, al cui interno si trovavano decine di sfollati lì “protetti”.

La rudimentale, ancorché ostinata reazione missilistica degli Hezbollah ha coinvolto colpevolmente la popolazione civile israeliana della Galilea, ma con effetti non comparabili e, soprattutto, non certo per dichiarata ritorsione, così come avvenuto per le centinaia di vittime sepolte sotto palazzi letteralmente disintegrati dalla potenza di fuoco dell’aviazione e dalla marina israeliane. Tutto ciò è ancora più grave, se pensiamo alle difficoltà incontrate sul campo di battaglia da un esercito, che a forza di sparare su donne, bambini e ragazzi armati di pietre ha perso il senso della misura. La presunzione di invincibilità militare ha reso inaccettabili le perdite subite sul terreno e i tempi di una guerra “week-end”, orchestrata con Washington, si sono allungati come mai in alcun precedente conflitto sostenuto da Israele, riversando, con cieca frustrazione, una valanga di fuoco sull’intero Libano. È quanto ha denunciato esplicitamente Amnesty International nel suo ultimo rapporto sul conflitto titolato (non senza ambiguità) “Deliberata distruzione o danni collaterali?”.

Il Paese, però, invece di smembrarsi, come auspicato dagli apprendisti stregoni del “nuovo ordine democratico” in Medio Oriente, si è stretto intorno ai guerriglieri, tanto che, per eterogenesi dei fini, il vincitore politico interno è risultato Hezbollah. Il “partito di Dio” non è stato liquidato in pochi giorni, come prevedevano gli strateghi militari israeliani e statunitensi: alcune migliaia di combattenti, sorretti dalla popolazione, ben addestrati, ma con un armamento leggero e in completa soggezione della potenza aerea avversaria, hanno resistito, affermandosi come forza “patriottica” libanese e consolidando il loro prestigio in tutto il frustrato mondo arabo.

Su questo sfondo si colloca la Risoluzione 1701 dell’11 agosto 2006, con la quale il Consiglio di Sicurezza autorizza l’aumento dell’UNIFIL fino a un massimo di 15mila uomini. La nuova forza UNIFIL deve portare a termine due mandati: il primo fa riferimento alla Risoluzione 425 (1978), la quale chiede che «Israele cessi immediatamente la sua azione militare contro l’integrità territoriale libanese e ritiri immediatamente le sue forze da tutto il territorio libanese»; il secondo – assistere il governo libanese per realizzare «il disarmo di tutti i gruppi armati in Libano» – dipende dalla realizzazione del primo. Non si può pensare di disarmare la milizia hezbollah, principale forza della resistenza all’aggressione israeliana, se Israele continua a minacciare il Libano. Se Israele si fosse attenuto alla risoluzione 425 del 1978, con tutta probabilità non si sarebbe neppure formato l’Hezbollah, movimento nato non a caso dopo l’invasione israeliana del Libano nel 1982. In realtà, la storia stessa dello Stato ebraico è fondata sulla diffidenza verso gli altri e sulla propria forza militare. Le parole del padre della Patria Ben-Gurion sono a tutt’oggi le linee di condotta di qualsiasi governo di Tel Aviv: «Il nostro futuro non dipende da cosa dicono i Gentili, ma da quello che fanno gli Ebrei».

Il balletto di imbarazzanti dinieghi e di eleganti disimpegni, svoltosi intorno alla nuova missione UNIFIL, avrebbe dovuto sconsigliarne la partecipazione. Comunque sarà un contingente contraddittorio e volutamente debole. Il disarmo delle milizie Hezbollah e il presidio dei confini, compreso quello con la Siria affinché le milizie stesse non possano “importare” armi, sono due punti che, se da un lato garantiscono il favore d’Israele, dall’altro privano il contingente ONU di tutti i presupposti necessari per intraprendere una missione pacifica. Le lusinghe nei confronti dello Stato italiano di assumerne la direzione operativa, in mancanza di un credibile coinvolgimento europeo è stata la riprova della malafede imperante nel palazzo di vetro e della forza di persuasione operata dalle indicazioni della diplomazia statunitense. La debolezza politica dell’operazione, infatti, ne garantirà facilmente il fallimento, giustificando così una sostituzione in corsa con la NATO, già sperimentata in Afghanistan, per trasformare l’interposizione in un coinvolgimento unilaterale. Le autorità israeliane non hanno ancora ritirato i loro soldati dal suolo libanese e già annunciano l’imminenza di un proseguimento della guerra.

È quindi tempo di abbandonare il protagonismo interventista nostrano dei governi di destra e di sinistra e di rimettere in discussione l’umanitarismo giuridico, dietro cui si nasconde la politica di potenza occidentale. Istituzioni e comportamenti universalistici sono la maschera dell’unilateralismo, che alimenta la violenza e non risponde a principi condivisibili dall’intera comunità internazionale. Tra essi, il principale è l’autodeterminazione dei Popoli, pietra angolare della civiltà etica nei rapporti di forza: se si vuole essere garanti di una soluzione politica, la pace va associata alla giustizia, assicurando terzietà con una forza di interposizione schierata a cavallo tra i territori libanese e israeliano; nessuno può pensare di risolvere il conflitto, rimuovendo il fatto che questo viene intenzionalmente sviluppato sia in Libano che in Palestina. Si intervenga quindi con urgenza primaria in Gaza e, più in generale, sul confine della Cisgiordania, in riferimento alla Risoluzione 242 del 22 novembre 1967. L’Italia vuole assumere un ruolo preminente in una politica multilaterale e mediterranea? Abbandoni la collaborazione militare con Israele – stretta inopinatamente dal precedente governo – che ne invalida l’imparzialità nel contesto e coinvolga pariteticamente i partner europei dislocando le forze di interposizione tra Palestina e Israele, impegnandosi a fare osservare tutte le risoluzioni ONU in merito, finora ignorate.

Franco Cardini ha ben colto, quando tre anni fa le armate anglo-americane invasero l’Iraq, i termini della questione internazionale. Con un elegante richiamo storico, che gli è proprio, ha evocato il mito di Astrea e i titani (7). È la morte di Astrea – la dea della Giustizia – sopraffatta dal titanismo dei poteri forti internazionali, la ragione dell’avvento del caos, della sparizione della possibilità di controllo dell’esercizio del potere e della partecipazione comunitaria alle decisioni di governo. Egli auspicava «una resurrezione forte dell’ONU o la creazione di nuovi strumenti e di nuovi organismi, magari ancor oggi inimmaginabili, a garanzia comunque dei diritti dei popoli e delle nazioni, contro il “tradimento dei politici” che hanno accettato di divenire “comitato di affari” delle multinazionali».
Ieri come oggi, Astrea è oltre l’Occidente.

Eduardo Zarelli
Fonte: http://www.ariannaeditrice.it
Link: http://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=4969
25.08.06

Note:

1) Leni Bjorklund, ministro della Difesa Svedese alla Associated Press, 26 aprile 2006

2) Danilo Zolo, La giustizia dei vincitori Da Norimberga a Baghdad, Laterza, Bari, 2006

3) http://www.france-palestine.org/article2697.html

4) secondo il testo ormai classico dei colonnelli cinesi Qiao Liang e Wang Xiang-sui, Guerra senza limiti, Libreria Editrice Goriziana, Gorizia, 2005

5) Carl Schmitt, Nomos della terra, Adelphi, Milano, 1991

6) The New Yorker (15/8/2006)

7) Franco Cardini, Astrea e i Titani. Le lobbies americane alla conquista del mondo, Laterza, Bari, 2003

VEDI ANCHE: LA LOGICA DELL’ANNIENTAMENTO CHE NON C’E’

Pubblicato da Davide