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GRIDA SUL TIBET SUSSURRI SUI SALARI

DI GIANNI VATTIMO
La Stampa

Piccoli pensieri per mitigare il senso di colpa che avvertiamo per non sentirci affatto coinvolti dalla campagna elettorale. Le cause sono note: esito quasi scontato della battaglia; somiglianza preoccupante tra i programmi; indignazione per essere costretti votare a scatola, cioè lista, chiusa. A tutto ciò va aggiunto, in questi ultimi giorni, quella specie di colpo di grazia che si può chiamare il trionfo dell’inessenziale, o anche, nei termini di Ernesto Rossi, la riabilitazione (propagandistica) dell’aria fritta.

Non sappiamo come chiamare se non così la «drammatica» lettera con cui Veltroni chiede a Berlusconi un esplicito impegno a rispettare l’Italia, la sua unità, la sua Costituzione, la sua bandiera, contro le innocue sparate (e solo di parole) della Lega di Bossi; e, dall’altro lato, la ripresa berlusconiana della proposta di obbligare i pubblici accusatori a un periodico controllo della loro sanità mentale. Con varie aggiunte che scandalizzano persino i massimi editorialisti moderati, come il proposito di Dell’Utri di riformare i libri di testo in modo da limitare il peso che avrebbe ancora in essi il «mito» della Resistenza. Ciò che possiamo aspettarci è probabilmente: meno partigiani e più Tibet. Anche sul Tibet è difficile non vedere che, come nel caso dell’unità nazionale, della stessa necessità di una storiografia più obiettiva, di una magistratura indipendente e affidabile (magari anche nei tempi di stesura delle sentenze!) non ci sono avversari riconoscibili, al massimo si distinguono i sostenitori di un semplice boicottaggio «politico» della Cina (i capi di Stato non vadano all’inaugurazione delle Olimpiadi a Pechino) da quelli che vorrebbero un democratico bombardamento per difendere la teocrazia del Dalai Lama. Insomma, un insieme di facili indignazioni che tentano invano di movimentare l’asfittica scena della campagna elettorale, contribuendo a far dimenticare problemi più vicini e urgenti: salari e pensioni insufficienti, costo crescente dei generi alimentari non solo in Italia ma in tutto il mondo, dall’Egitto ad Haiti, che ormai danno luogo a sanguinosi moti di piazza. Sono forse temi che Pannella e i suoi amici in sciopero della fame per ottenere dalla Rai una rubrica fissa sui diritti umani metterebbero all’ordine del giorno? Abbiamo la fondata impressione che anche questa ultima trovata di Pannella non abbia affatto lo scopo di mettere l’accento sui mali prodotti dal liberismo mondiale, ma solo di offrire ulteriori distrazioni dalle questioni più urgenti che ci toccano, non solo noi italiani, più da vicino.

Un ennesimo corteo per la libertà della Birmania, o peggio «contro la fame nel mondo», non disturba nessuno, se si rinuncia a vedere il nesso di tante violazioni dei diritti umani con il Wto e il Fondo monetario internazionale. Vero che l’idea radicale può dar l’impressione di colmare il vuoto di riferimenti alla politica internazionale (altri temi «eticamente sensibili» e perciò tabù?) di cui soffre il dibattito elettorale. Ma, anche su questo terreno, l’indignazione per i diritti dei più remoti popoli oppressi non rischierà di (o non sarà usata per) farci dimenticare, per esempio, l’imminenza delle più ingenti spese militari che i Paesi europei dovranno mettere in conto per partecipare al nuovo sistema di «difesa» (contro chi?) inventato da Bush e approvato dai Paesi Nato nei giorni scorsi? Anche su questo, autorevolissimi commentatori di sicura fede atlantica hanno richiamato la nostra attenzione nei giorni scorsi, senza suscitare alcuna reazione nei leader degli schieramenti in lotta, occupati a promettere assicurazioni gratuite alle casalinghe e fantastiche riduzioni d’imposte: promesse bellissime ma obiettivamente irrealizzabili. Perciò, avanti con le indignazioni «olimpiche», sperando che gli atleti tedofori ci trasmettano almeno quel tanto di forza da farci arrivare alla nostra cabina elettorale.

Gianni Vattimo
Fonte: www.lastampa.it/
Link: http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=4384&ID_sezione=&sezione=
11.04.08

Pubblicato da Davide

Un commento

  1. Un antico detto cinese afferma che quando il dito indica la luna l’imbecille guarda il dito.

    Oggi viene più usato il metodo contrario, espresso dalla seguente storiella.

    Sherlock Holmes e il dottor Watson si trovano in un campeggio per una vacanza. Dopo una ricca cena e un’ottima bottiglia di vino, si ritirano in tenda e si addormentano profondamente. A un certo punto della notte Holmes si sveglia e scuote l’amico.
    «Watson, Watson, guardate in alto nel cielo e ditemi cosa vedete!».
    «Vedo milioni e milioni di stelle, Holmes».
    «E cosa ne deducete?» chiede Holmes.
    Watson riflette a lungo e poi replica: «Beh, da un punto di vista astronomico, questo mi fa pensare che ci sono nel cielo milioni di galassie e quindi, potenzialmente, miliardi di pianeti. Da un punto di vista astrologico, mi fa osservare che Saturno è in Leone. Da un punto di vista orario, guardando la Luna, ne deduco che sono circa le 3:15. Da un punto di vista meteorologico, mi aspetto che domani avremo una bellissima giornata. Da un punto di vista teologico, mi fa capire che Dio è Potenza Infinita e che noi siamo solo una piccolissima e insignificante parte dell’Universo. Ma perchè me lo chiedete? Cosa suggerisce a voi tutto questo?»
    Holmes rimane un attimo in silenzio e poi esclama: «Watson, siete un idiota! Qualcuno ci ha rubato la tenda!
    ———————-

    Qui ci parlano tanto delle stelle, di Dio, dell’universo (o del Tibet e del Dalai Lama) e la gente guarda lontano, non rendendosi conto che nel frattempo qualcuno ha rubato tutto sotto i loro occhi.