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GRECIA – IL LETTO DI PROCUSTE


C’è un’alternativa alla cura da cavallo: la nazionalizzazione del default

DI MORENO PASQUINELLI
sollevazione.blogspot.com

Diceva Noam Chomsky che ove un albero cadesse nella foresta ma non venisse ripreso dalle TV, è come se non fosse caduto. Ha dell’incredibile l’eccesso di zelo delle televisioni italiane (quelle che davvero plasmano il senso comune) verso Berlusconi e la sua direttiva dell’ottimismo coatto. Esse stanno operando una vera e propria censura sugli sviluppi della situazione in Grecia. Questo paese è sull’orlo di un collasso che rischia di scatenare un effetto domino su tutta Eurolandia e di trascinare nel vortice l’Italia anzitutto. Per di più la Grecia è attraversata dal più potente movimento di scioperi degli ultimi decenni. Meglio non parlarne affatto, non solo per non spaventare chi c’ha i quattrini e rischia di perdere tutto, ma per evitare che quelli che già ora non hanno più quasi niente si mettano in testa la strana idea di seguire l’esempio dei loro omologhi greci. Vedremo se questa congiura del silenzio reggerà alla prova del fuoco di domani, 24 febbraio, quando il paese sarà completamente paralizzato da quello che sarà senz’altro il più potente sciopero generale dalla caduta dei Colonnelli.

A seguito: “Il rischio del dominio della Grecia all’Italia” (Paolo Manasse, lavoce.info/); “Grecia: crisi del debito o crisi dell’euro ?” (Nicolas Benies, gauche-unitaire.fr);

Un complotto ai danni della Grecia?

Che negli ultimi anni la grande speculazione finanziaria abbia messo sotto attacco la Grecia e speculato vendendo e ricomprando i suoi titoli di stato, non pare ci sia alcun dubbio. Per smascherare “il complotto” ne stanno addirittura occupando i servizi segreti greci, spagnoli e anche francesi.

Scopriranno l’acqua calda, quello che anche un broker-mezza-tacca sa bene. Sul banco degli imputati anzitutto quattro fondi d’investimento: tre americani e un inglese (Moore Capital, Fidelity International, Paulson & Co e Brevan Howard (il maggior gestore di hedge funds d’Europa). Un primo report degli 007 greci afferma: «I quattro fondi hanno assunto posizioni corte sul debito greco vendendo massicciamente e quotidianamente i nostri bond a dicembre per poi ricomprarli una volta scese le quotazioni. Approfittando del clima sfavorevole all’economia del nostro paese e di rapporti che mettevano in dubbio la capacità di Atene di far fronte ai suoi debiti, questi fondi hanno incassato elevati utili.» (Dal quotidiano greco To Vima del 19 febbraio).
Anche il ministro dell’economia francese, Christine Lagarde conferma: “Ci sono difficoltà nella zona euro perché la Grecia è sott’attacco” (Le Monde del 20 febbraio).
Anche barbe finte spagnole, il CNI (che avrebbe addirittura costituito un dipartimento ad hoc), sta indagando sulla “cospiracion”. Si cerca di capire chi si sia arricchito quando le voci della insolvenza spagnola hanno fatto schizzare i prezzi dei Cds dagli 83 dollari del primo dicembre ai 166 dollari attuali. (El Pais del 20 febbraio). Non è escluso che a speculare sul rischio di default della Spagna essi peschino, non solo i soliti vampiri anglosassoni, ma pure qualche porcellino iberico. Gli affari, si sa, sono affari.
La Bibbia del capitalismo transnazionale, il Wall Street Journal ha risposto per le rime a queste notizie di indagine: “Parlare di una cospirazione… spaventa gli investitori più di qualsiasi editoriale critico”.
Da parte nostra non possiamo che aggiungere una banalità: che il capitalismo si fonda sulla caccia al massimo profitto, e che per ottenere il massimo bottino non si fa scrupoli di sorta. Si può ben affondare un paese se questo fa fare quattrini, tanti, maledetti e subito. La deregulation dei mercati finanziari (globalizzazione) avviata con gli anni ‘80-’90, ha trasformato la vecchia caccia al massimo profitto in un vero e proprio aggiotaggio, in un risico criminale legalizzato, ove ai grandi possessori di denaro è stato consentito di agire come una vera e propria delinquenza organizzata.

Chi possiede il debito pubblico greco ?

Avevamo già segnalato, ma vale la pena tornarci su, che sono due gli indici che la grande finanza considera come primi comandamenti per giudicare lo stato di salute delle casse e delle sorti di un paese: lo Spread e i Cds. Il differenziale (Spread) tra i titoli di Stato greci e quelli tedeschi (Bund) è diventato enorme. É passato dal 5% di fine novembre al 6,5% di questi giorni. Mentre i Credit default swap quinquennali, (le assicurazioni sui titoli di stato che coprono il rischio di insolvenza), sono praticamente raddoppiati in tutti i paesi. I Cds sul rischio di default della Grecia sono praticamente i più alti dell’Occidente (3,7% sull’ammontare del debito detenuto dall’investitore contro, ad esempio, lo 0,5% della Germania).

Questi due indici sono in verità alias o “indici ombra”, agganciati, almeno in teoria, ai loro fondamentali: il rapporto deficit-Pil (la differenza calcolata nell’arco di un anno d’esercizio tra i costi della amministrazione statale e le entrate derivanti dalle imposte dirette e indirette versate da imprese e singoli cittadini), e l’ammontare del debito pubblico —ancora una volta rispetto al Pil— che si dimostra così il bronzeo paradigma del turbo-capitalismo. Diciamo in teoria poiché l’alta finanza c’ha figli e figliastri e non considera tutti allo stesso modo. Il Regno Unito (che ha un rapporto deficit-Pil pari quasi a quello greco) e il Giappone (che ha il debito pubblico di gran lunga più alto del mondo) non sono messi sul banco degli accusati e non sono fatto oggetto di attacchi speculativi devastanti. Sospettiamo che la vera ragione non attenga solo ai “fondamentali” della macchina produttiva (che il Regno Unito infatti non possiede), quanto piuttosto al fatto che questi due paesi sono veri-stati-nazione, forti di una loro sovranità politica e monetaria e dunque in grado di proteggere le loro economie.

Tornando alla Grecia. Com’è noto, questo paese ha il debito più alto d’Europa (124,9% sul Pil) nonché il rapporto deficit -Pil più alto (12,7%). Di qui l’allarme sul rischio di default della Grecia.
Preoccupati sono anzitutto i creditori della Grecia, ovvero coloro che possiedono i suoi titoli di Stato. Se infatti questo paese dichiarasse l’insolvenza o annullasse il debito, non sarebbero i cittadini greci a lasciarci le penne, ma i creditori stranieri. Un dato è eclatante: il debito pubblico greco è per il 73% in mano a creditori stranieri.
E vediamoli dunque chi sono questi creditori. Anzitutto francesi e tedeschi, soprattutto fondi pensione. Ecco spiegato l’arcano per cui Parigi e Berlino sono in prima fila nel fare pressioni sulla Bce e su Papandreu. «Nello scenario peggiore possono scegliere se far cadere la Grecia (e quindi condannare a pagare il debito i loro concittadini nati subito dopo la seconda guerra, oppure salvarla, trasferendo i costi del salvataggio sulle loro generazioni future.» (La Stampa del 21 febbraio).

E’ evidente che Francia e Germania vogliono evitare come la peste sia la prima che la seconda strada. Preferiscono la terza: che i greci si tirino fuori dagli impicci da soli, che il governo applichi la cura da cavallo e reprima con fermezza la eventuale rivolta popolare. Ma c’è un rischio nel caso il governo Papandreu cada e le masse popolari abbiano la meglio: l’effetto domino, non solo sugli altri PIGS, ma sulle grandi banche e fondi d’investimento francesi e tedeschi e a catena su tutta Eurolandia. Così in questi giorni, si fa un gran parlare di un piano da 25 miliardi di Euro per soccorrere la Grecia. E’ un fatto che un piano simile violerebbe i trattati europei e richiede che la Bce chiuda, non un occhio soltanto, ma entrambi. Staremo a vedere. Va da sé che l’eventuale piano da 25 miliardi sarebbe condizionato, appunto, all’inasprimento delle misure draconiane già adottate da Atene, ovvero a sacrifici inauditi per il popolo greco

Un’altra via d’uscita: la nazionalizzazione del default

Se un’azienda debitrice fallisce ci rimette quella creditrice che ha prestato denaro, fatta salva la facoltà di quest’ultima di fare rivalsa pignorando i suoi beni. Ma come fare rivalsa contro uno stato nazionale sovrano?
Fare rivalsa sulla Grecia, ormai espropriata in larga parte della sua sovranità nazionale, politica e monetaria, sarebbe in effetti un gioco da ragazzi.
Ma che accadrebbe se la Grecia decidesse d’un botto d’uscire dall’Euro e dall’Unione? Se decidesse unilateralmente di nazionalizzare e pilotare il default, ripristinando la sua moneta e svalutandola decisamente? O addirittura annullando il debito? Accadrebbe che i creditori sarebbero gabbati, che l’economia greca, pur restando nel quadro del capitalismo, riprenderebbe a camminare e ad esportare, attirerebbe non solo una gran massa di turisti, probabilmente anche di investimenti stranieri a causa del vantaggio rappresentato dal differenziale di cambio e dai bassi costi di produzione. Accadrebbe, questo è quel che più conta per milioni di greci, che eviterebbero la cura da cavallo.

Alternativa che non sta né in cielo né in terra? Via d’uscita giacobina? Sentiamo cosa dice Francesco Giavazzi sul Corriere della Sera del 18 febbraio:
«Se l’economia non riprende, per stabilizzare il debito serve una correzione dei conti pubblici enorme: circa 14 punti di Pil, al di là di ciò che qualunque governo possa fare. Se invece la Grecia crescesse al 3% l’aggiustamento necessario sarebbe severo, ma non impossibile: circa 6 punti. Ma come fa la Grecia a ricominciare a crescere? Un modo c’è: uscire dall’Euro, svalutare del 50% e diventare il luogo più a buon mercato in cui andare in vacanza nel mediterraneo. Certo, la svalutazione raddoppierebbe il debito, che è tutto in Euro, ma sarebbe giocoforza non ripagarlo. E’ ciò che ha fatto l’Argentina, con risultati non disprezzabili».

Moreno Pasquinelli
Fonte: http://sollevazione.blogspot.com
Link: http://sollevazione.blogspot.com/2010/02/una-proposta-provocatoria.html#more
23.02.2010

Pubblicato da Davide

  • Tao

    IL RISCHIO DEL DOMINIO DELLA GRECIA ALL’ITALIA

    DI PAOLO MANASSE
    lavoce.info/

    E’ fondato il timore che il caso Grecia contagi anche gli altri paesi europei ad alto debito e bassa competitività? Oggi i mercati attribuiscono ai Gipsi diversi valori e diversi profili temporali di rischio d’insolvenza. In Grecia e Portogallo i rischi appaiono concentrati nel breve termine, in Italia e Spagna nel medio periodo. Forse perché considerano questi ultimi due paesi nella “seconda linea” d’attacco. E allora, nell’interesse nazionale, il nostro governo dovrebbe muoversi immediatamente in Europa per scongiurare un esito catastrofico della crisi greca.

     

    Se il “caso Grecia” contagiasse gli altri paesi europei ad alto debito (pubblico ed estero) e bassa competitività, i Gipsi (oltre alla Grecia, Irlanda, Portogallo, Spagna, Italia), verrebbe messa in discussione la stabilità dell’euro e la coesione dell’Eurozona. È fondato questo timore? Ci sarà un effetto domino, come nella crisi europea del 1992, ma questa volta con una fuga dal debito, anziché dalle monete, dei paesi “deboli”? Oppure, in mancanza di dolorose riforme, i Gipsi andranno incontro a una lenta agonia di cambio fisso e manovre restrittive? Quale sarà, dopo la Grecia, il prossimo bersaglio? (1)

    LO SCENARIO CATASTROFICO

    Una crisi di roll-over, e cioè il rifiuto dei sottoscrittori di rinnovare il debito che viene a scadere, precipiterebbe la Grecia nell’insolvenza, rendendo necessaria la ristrutturazione del suo debito, e trasmetterebbe il segnale che i paesi dell’euro possono fallire. Nel peggiore degli scenari, la fuga dal debito si propagherebbe a tutti i Gipsi, e non sarebbero allora rose e fiori. Il solo il debito estero a breve termine dei cinque paesi rappresenta il 23 per cento del Pil dei sedici paesi dell’area euro. Un’operazione coordinata di salvataggio (bail out) da parte dell’Europa sarebbe molto difficile: non esiste un governo “federale” che possa tassare Francia e Germania per finanziare Grecia e Spagna. Si potrebbe ricorrere a una massiccia monetizzazione (acquisto) dei debiti da parte della Banca centrale europea, ma ciò costituirebbe un’aperta violazione dei suoi obblighi statutari: Germania e Francia vorrebbero continuare a far parte di un club siffatto? In questo scenario fallirebbero non solo gli Stati, ma anche le banche che possiedono quote rilevanti del loro debito, poi toccherebbe alle banche che hanno titoli o azioni di queste ultime, e quindi alle imprese che hanno linee di credito con le prime e le seconde, e così via, fino ai depositi delle famiglie. La crisi di debito porterebbe a una crisi bancaria e corporate su scala europea. Il tutto in una situazione dove l’economia del vecchio continente, che è fortissimamente integrata, si trova oggi prostrata e con le finanze pubbliche in dissesto. Euro, au revoir.

    PROBABILITÀ D’INSOLVENZA

    Quanto è verosimile questo scenario catastrofico? La figura 1 mostra l’andamento recente delle probabilità cumulate di default che si ricavano dai premi pagati per assicurarsi, da uno a cinque anni, contro il rischio d’insolvenza degli Stati sovrani, gli spread dei credit default swaps, Cds. (2)
    Dal grafico si vede che (a) queste probabilità appaiono molto correlate tra i diversi paesi: il nervosismo contagia un po’ tutti, soprattutto nei periodi di elevata tensione, ad esempio, nel febbraio 2009. (b) A partire da novembre, i mercati hanno cominciato a discriminare: l’Irlanda è in fase di recupero di credibilità (per il piano di aggiustamento fiscale: probabilità cumulata di default p=12,5 per cento al 18 febbraio), la Grecia in forte calo (per i dati di bilancio fasulli, p=24,7 per cento), il Portogallo in via di peggioramento, da gennaio 2010 (per la fragilità politica del governo, p=12,8 per cento), l’Italia se la cava un po’ meglio (p=10,1 per cento) e segue da vicino la Spagna (p=10,5 per cento).

    IL “TIMING” DELLE CRISI

    Pochi osservatori hanno invece notato che i mercati attribuiscono ai Gipsi non solo diversi valori di rischio d’insolvenza, ma anche diversi profili temporali dei rischi. In Grecia e Portogallo, i rischi appaiono oggi concentrati nel breve termine (un anno). (3) In Italia e Spagna nel medio periodo. Le figure 2 e 3 mostrano, infatti, che nei primi due paesi sono molto cresciute le probabilità che una crisi si realizzi entro l’anno (oggi al 7,8 e al 3,5 per cento rispettivamente). Quando però guardiamo a periodi più lontani (corrispondenti a maturità di due o più anni), i rischi calano rapidamente. Come dire: ha da passà ‘a nottata. Il profilo temporale del rischio di Spagna e Italia è molto diverso (vedi figure 4 e 5): per questi paesi esso è relativamente basso entro l’anno (circa il 2 per cento), ma viene percepito in leggero aumento (per maggiori dettagli sull’evoluzione nel tempo di queste probabilità si veda qui (http://www.lavoce.info/articoli/LINK%20http://paolomanasse.blogspot.com/).
    Come si spiegano queste differenze? In fondo, le prospettive economiche dei Gipsi nel breve periodo sono abbastanza simili, così come, ad esempio, è simile il peso del debito estero a breve termine sul debito totale estero. (4) Avanzo due ipotesi, che non si escludono mutualmente: 1) i mercati considerano Spagna e Italia nella “seconda linea” d’attacco: se cadono Grecia e Portogallo potrebbe poi toccare a loro. 2) A differenza di Grecia e Portogallo, Spagna e Italia sono percepite come “too big too fail”: questo riduce la domanda di assicurazione, i premi e le probabilità d’insolvenza che essi incorporano.

    Conclusione: il governo, nell’interesse nazionale, si attivi immediatamente in Europa per scongiurare un esito catastrofico della crisi greca.

    Paolo Manasse
    Fonte: http://www.lavoce.info
    Link: http://www.lavoce.info/articoli/pagina1001571.html
    23.02.2010

    (1) I dati qui presentati sono stati elaborati da Giulio Trigilia, studente del dottorato in economia del Collegio Carlo Alberto di Torino.
    (2) La metodologia usata è descritta in U. Cherubini, “Prodotti strutturati  e rischio di credito”, università di Bologna, mimeo, (2006).
    (3) Più precisamente gli hazard rates, e cioè la probabilità che l’insolvenza si verifichi per esempio al secondo anno posto che non sia verificata prima.
    (4) Che è compreso tra il 30-35 per cento per tutti i Gipsi con l’eccezione dell’Irlanda, al 47 per cento.

    GRAFICI ARTICOLO [www.lavoce.info]

  • backtime

    Non credo che sia tanto la Grecia ad andare male, ma semplicemente l’impostazione dell’Europa che non va.

    Quest’Europa nasce dalla cospirazione dei suoi politici passati e presenti, che nulla hanno a che fare col futuro. Prendiamo ad l’esempio Italiano di Ciampi e Prodi, politici di un passato che non ha piedi nel presente, hanno legiferato senza essere in alcun modo responsabili di eventuali squilibri che si sono oggi presentati, quando invece appare ovvio, che per gestire un presente, questi avrebbero a loro volta esserci nel presente, visto che sono loro ad averlo voluto questo presente. Se vogliamo conoscere a fondo cosa è fondamentalmente l’Unione Europea così per come è stata concepita, la prima cosa che si riscontra fin da subito, non è certo l’aggromerarsi dei popoli, ma vedere come questi siano spolpati da un manipolo di soggetti che nulla hanno a che fare con l’Europa, tantomeno con le Nazioni che la compongono, come soggetti esterni non hanno nazionalità, la banca è la loro casa, il cavò la loro nazione e la truffa la loro morale.

    Cosa centri tutto questo con l’europa delle genti, i politici hanno l’obbligo come rappresentanti di dovercelo esprimere, me ne fotto di un D’Amato e di chiunque altro politico, che ha agito alle mie spalle anziché ai miei piedi come è giusto che sia, come cittadino, voglio sapere come è possibile trovarci con altre nazioni, con le quali nulla abbiamo condiviso se non l’immigrazione di tanti lavoratori che hanno poi fatto la fortuna di quei paesi. Devono innanzi tutto spiegarmi questa cazzo di mondializzazione, dove tutti vanno a fabbricare in Cina causa prezzi bassi dei salari, quando l’Italia da tempo immemore e tuttoggi ha ancora salari risibili, perché non sono mai venuti da noi a mettere le fabbriche? non venitemi a rispondere che la colpa è della mafia, perché 30 anni fa la mafia non aveva come ha oggi esponenti alla camera e senato, infatti ha da poco cambiato la conformazione, mentre prima il boss si muoveva senza concretezza e dove la giacca serviva a nascondere la fondina, ora si serve di procurata intelligenza, il boss non si rivolge più all’avvocato è lui stesso avvocato ed usa la legge con disinvoltura, non è più lo sfregiato a incorrere timore, ma manda le facce d’angelo con la laurea a gettarti nella melma, melma dalla quale loro sono emersi usando la ragione che ha soppiantato la forza.

    Dal trattato di Maastricht al trattato di Libona, nulla si è visto come cambiamento se non l’abbassarsi delle frontiere, come se la gente che compone l’Europa usasse quotidianamente questa risorsa, quando sappiamo bene, che questa risorsa serve solo alle multinazionali che quotidianamente fanno affari e si sono viste abbattere così i costi doganali, il che significa per loro maggore entroito annuale, quando invece giornali e telegiornali ce lo hanno fatto passare come una conquista di civiltà per i cittadini in vacanza, che non avrebbero più dovuto arrabbattarsi col cambio una volta cambiato paese, in pratica ci hanno così doganati come se il turismo fosse merce.

    Pomposi palazzi costruiti in quel di Bruxelles, occupati da Europarlamentari hanno deciso sulla costituzione o meglio della conformazione delle angurie, di quanto cacao debba esserci nel cioccolato, di come e con cosa cuocere il pane e la pizza e li abbiamo pagati per ragionare di stronzate anche meglio da fare non ne avevano non essendo previsto, in compenso non hanno voce alcuna sulle cose serie, visto che quando si parla di denari sono usciti i Re di Denari che però non rappresentano le nazioni, ma se stessi.

    Vorrei per altro far notare, che decenni serviti a coalizzare le nazioni europee, sono serviti poi a far entrare Nazioni come Romania o Bulgaria che per geografia nulla hanno a che vedere con l’Europa, negando la stessa cosa alla Russia che per natura geografica ne è il proseguio. Si chiede di entrare alla Turchia ma si è indecisi sul fatto che non rispetti i diritti umani, in compenso si accetta Israele che in quanto a riconoscimento dei diritti umani… Dio ce ne scampi! visti i scempi in Gaza, Libano e Siria datati decenni. Per altro sia la Turchia che Israele fanno parte dell’Oriente che si affaccia al Mediterraneo, che cazzo centrano con l’Europa?

    La politica per quel che mi riguarda signori, ha da essere fatta da gente con le palle e schiena diritta, ma fintanto che la deleghiamo ad affaristi e qualunquisti, per noi non ne verrà mai niente di buono ed il frutto sarà solo che uno squinternato futuro, dove nessuno avrà un posto, figurarsi parola.

    Quindi, rispolverando una famosa e sempre valente frase “troppo facile fare i froci col culo degli altri” se permettete le pedine di questo gioco al massacro che è l’odierna Europa, voglio deciderle per votazione personale, non certo delegarle a chi mi vuole mettere a 90° ed il giogo sulle spalle.

  • osva

    @ backtime

    Bello, bellissimo. Condivido. Mentre leggevo mi venivano i brividi, mi si accapponava la pelle e l’incazzatura aumentava! Naturalmente nei TG in prima serata nessuno parlerà di questo. Bisognerà informare gli italiani sugli sviluppi del grande fratello, non c’è tempo per le stupidate!! E poi ci sono le elezioni. Peccato che nessuno spiegherà agli italiani che la costituzione non c’è più, sbriciolata da Trattato di Lisbona. A che ci serviranno i sindaci e i presidenti di province e regioni?

  • kenzo60

    Molto interessante…

    Vorrei ricordare inoltre che circa il 75% del debito greco è in mani straniere, mentre è l’inverso per l’italia…

  • Tao

    GRECIA: CRISI DEL DEBITO O CRISI DELL’EURO ?

    DI NICOLAS BENIES
    gauche-unitaire.fr

    La crisi finanziaria ritorna con maggiore forza e si tradurrà in una crisi economica più profonda di quella del 2009. Si combina con una crisi profonda della costruzione europea che ha dimostrato….la sua inesistenza. La Tribune di venerdì 12 febbraio riassume bene la situazione: “Europa vacilla”. L’appoggio alla Grecia, prima vittima dei mercati finanziari, è stato soltanto- hanno senso dell’humor- “politico”. Totalmente insufficiente per dare un segnale positivo della fine della speculazione.

    La calma è durata poco.

    Attualmente si concentra sui titoli emessi dagli Stati, titoli di prestito, per finanziare il suo deficit e le misure di sostegno (1). Al momento sono i PIIGS- Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia e Spagna- quelli che vengono esaminati dai mercati finanziari. Bisogna dire che la maggior parte di questi paesi- cominciando dalla Grecia, sono ancora in piena recessione.  Questo paese è anche “punito” per aver “barato” con le sue statistiche nascondendo l’ammontare reale- termine totalmente inadeguato, dato che le contabilità nazionali non possono essere altro che un risultato approssimativo per mancanza di conoscenza dei libri contabili- del suo deficit. Il nuovo governo di centro sinistra di Papandreou ha deciso, allo stesso modo degli altri paesi dell’UE e specialmente quelli della zona euro, una politica di austerità rinforzata per affrontare la spesa pubblica. Dato che non è possibile aumentare le entrate, l’unica soluzione che resta- nonostante la crisi economica e sociale- è di diminuire le spese. La politica fiscale non cambia. Continua favorevole alle imprese ed ai più ricchi. Non si apre nessun dibattito democratico su questa politica…. 

    Ma finora il paese più in pericolo, Grecia, non ha una situazione economica molto sfasata rispetto agli altri paesi della zona euro. I suoi deficit pubblici si stimano in un 12,7% rispetto al PIL- intorno all’ 8% in Francia- ed il suo debito raggiunge il 113% dello stesso PIL. Non raggiunge i record del Giappone che si aggira intorno al 200% del debito pubblico rispetto al PIL.
    L’obiettivo dei mercati non è solo la Grecia ma l’insieme della costruzione europea e specialmente della moneta unica. La discesa dell’euro è l’indicatore della perdita della fiducia nei mercati. Questo potrebbe essere una “buona notizia” per le aziende europee. La discesa dell’euro potrebbe permettere alla Germania – il paese dominante della zona- di avere un vantaggio competitivo nei mercati esteri di fronte al dollaro e alla merce americana. Nella situazione attuale questa discesa (caduta NDT) deve considerarsi come la prima crisi dell’euro.

    Due assenze

    La prima è la non-risposta alla crisi finanziaria. I governi non hanno voluto tornare a regolamentare i mercati finanziari per evitare queste “repliche” del terremoto dell’ agosto del 2007. Sono proliferate le dichiarazioni sulla necessità di “moralizzare” i mercati finanziari- dixit recente ancora di Nicolas Sarkozy a Davos – senza prendere nessuna decisione politica. Obama parla di separare le banche commerciali dalle banche d’investimento- il ritorno all’ordine prima della deregolamentazione degli anni ’80- senza disporre dei mezzi politici per adottare queste decisioni. Di conseguenza, i mercati funzionano come prima della crisi!

    La seconda concerne la stessa costruzione europea. Mettere in moto una moneta unica senza aver costruito un governo, senza aver definito le strutture per portare avanti politiche economiche comuni e discusse in comune, è una follia. La BCE, responsabile della politica monetaria, non può garantire la legittimità politica di questa moneta. Nella crisi sistemica attuale, la crisi dell’euro non poteva non manifestarsi (Vedere “Piccolo manuale della crisi finanziaria e delle altre” Syllepse). E’ una crisi della costruzione europea intorno alla libertà dei mercati. Il Trattato di Lisbona è scaduto prima di essere applicato. Il governo tedesco chiede, ovviamente, una discussione sui trattati. Questi impediscono agli altri paesi della zona di aiutare un paese prigioniero della speculazione. Una stupidità che mostra l’assurdità di questa costruzione e del Trattato di Maastricht così come del patto di stabilità. Sappiamo che la BCE è un’istituzione che non è nè democratica nè legittima. Le dichiarazioni di Jean Claude Trichet sono tutte fatte in base allo stesso modello, far diminuire i deficit per diminuire il peso del debito portando avanti politiche drastiche di rigore. 

    Tutti i paesi dell’UE sono oggetto di diatribe di questo tipo, segnate dal marchio del più puro liberismo. Precisamente quando questa ideologia sta soffrendo, sotto il colpo di questa crisi sistemica, una crisi di legittimità fondamentale.(2) I governi fanno finta di nulla. Ma si alzano sempre più voci- anche le Monde Economie del 9 febbraio, sotto il suo evocante titolo “Bisogna salvare il soldato greco?”- per sottolineare il controsenso di una politica di diminuzione delle spese degli Stati nel contesto di una crisi economica e sociale. Voler diminuire la spesa dello Stato, smantellando la protezione sociale (3) è una follia economica. Il risultato è noto. Sarà una caduta più importante del mercato finale- specialmente dei consumatori, che avevano dato un impulso alla crescita negli ultimi anni- ed una depressione. Questa è pianificata. Allo stesso tempo, le destrutturazioni  dei contrattii collettivi si tradurranno in conflitti sociali, una diminuzione delle relazioni di forza per i lavoratori e per l’insieme del progresso sociale. Apprendisti stregoni che non vedono il problema a medio termine di una politica che unicamente risponde ad imperativi di breve termine.

    La speculazione sugli Stati

    I mercati finanziari scommettono sul rialzo dei tassi d’interesse dei prestiti greci e, molto presto, degli altri paesi della zona euro. E vincono. Chi specula? Le banche, fortificate dalla liquidità acquistata a basso costo attraverso i bassi tassi d’ interesse delle banche centrali e degli altri prestiti dei governi. Cosa fare con questa liquidità? Prestare alle famiglie e aziende? Assolutamente no. Le prime sono ultra indebitate, le seconde potrebbero avere delle perdite, come indicano i risultati delle aziende automobilistiche e le difficoltà delle PMI e delle aziende molto piccole. Logicamente poi, i debiti creditizi sono diminuiti nel 2009. Nella buona logica finanziaria, le banche- come gli altri attori del mercato finanziario, a partire da hedge funds (4), che desiderano recuperare dopo lo tsunami finanziario si trovano in mezzo alla speculazione aumentando i loro benefici. Speculare con il “rischio sovrano”, il cui obiettivo sono i paesi, è un buon affare.

    Come speculare? Facendo salire il prezzo dei prodotti delle assicurazioni, in questo caso i CDS, “Credit Default Swaps”. L’innalzamento di questi prodotti finanziari che si pensa dovrebbero coprire i rischi di pagamento degli Stati, provocano un calo di fiducia degli operatori. Lo scenario è semplice. Se i CDS salgono, il rischio di default è considerato più importante, automaticamente salgono i tassi d’interesse dei nuovi prestiti presi dallo Stato greco- al momento- provocando un aumento del suo deficit, che si traduce in un aumento del suo debito….la spirale discendente si mette in moto. I mercati finanziari esigono una politica di austerità ancora più drastica. Le agenzie di rating- che tutti i governi hanno messo in dubbio- continuano il loro lavoro degradando la notazione della Grecia, così come degli altri paesi del Sud Europa. Quando toccherà alla Francia? 

    Crisi dell’euro

    La zona euro è completamente disintegrata. I tassi d’interesse in crescita in una parte della zona euro minacciano tutta la zona. La BCE dovrebbe rispondere logicamente a questa crisi aumentando i suoi tassi d’interesse- tasso base o tasso di sconto? Se lo facesse potrebbe avere un effetto negativo sulla crescita della Germania……che non lo accetterebbe.  Come neanche vuole pagare per i paesi più poveri. Potrebbe uscire dalla zona euro per proteggersi.  O proporre- come ha fatto Angela Merkel nel summit europeo di giovedì 11 febbraio- “strumenti di pressione contro i paesi lassisti”, cioè rafforzare il suo dominio politico.

    La crisi dell’euro mostra tutta la logica distruttiva della costruzione europea. Volere a tutti i costi costruire il mercato unico- Atto unico del 1986- dopo, senza valutazioni, passare alla moneta unica in base a criteri finanziari del 1993, dimostra la sua impossibilità. Le uniche politiche portate avanti si iscrivono anche in questo quadro teorico il cui fallimento è visibile. L’ideologia liberale in crisi provoca una crisi di legittimità globale delle politiche imposte. Le inchieste lo indicano, la maggior parte dei francesi contestano la politica di Sarkozy. Sarebbe ora di costruire un programma di sinistra che includesse la lotta contro la crisi sistemica facendo proposte per l’uscita logica della valorizzazione del capitale per la difesa e ampliamento di tutti i diritti
    collettivi.

    NOTE

    1)- Bisogna parlare, in particolare, di appoggio ai banchieri e non di “rilancio”. Le misure prese dagli Stati hanno permesso di limitare la recessione, in nessun caso “rilanciare” l’ economia. La debole crescita attuale lo dimostra, sia in Francia come in Germania o negli USA.
    2)- E’ rimasto da manifesto, anche nel forum a Davos, che riunisce i potenti del mondo capitalista sviluppato. Hanno proposto di regolare le banche a livello internazionale senza dire come
    3)- Il dibattito sulle pensioni forma parte di queste politiche d’altre epoche, del passato. Bisogna insistere, queste politiche sono vecchie. Come ha mostrato un artista cinese, bisogna lavorare di meno per guadagnare di più  
    4)- Società unicamente finanziarie il cui capitale è costruito da titoli o partecipazioni in altri fondi- di pensione o investimento- Si parla anche di “fondi dei fondi”…. 

    Versione originale:

    Nicolas Benies (www.gauche-unitaire.fr)
    Fonte: http://www.rebelion.org/
    Link: http://www.rebelion.org/noticia.php?id=100965
    22.02.2010

    Versione italiana:

    Fonte: http://www.vocidallastrada.com
    Link: http://www.vocidallastrada.com/2010/02/grecia-crisi-del-debito-o-crisi.html

    23.02.2010

    Traduzione a cura di VANESA

  • amensa

    “E’ ciò che ha fatto l’Argentina, con risultati non disprezzabili».” forse sei male informato, ma la “presidenta” non se la stamica vedendo troppo bene !
    tanto ch epensa di nazionalizzarre parte dei fondi pensione e altre amenità simili.
    un default è pensabile solo a condizione di diventare autarchici per almeno 5 anni… diversamente qualsiasi merce che uscisse dalla grecia potrebbe essere requsita.
    anche la grecia mi risulta dipendere dal petrolio, e, anche se fermasse tutte le auto, avrebbe problemi a produrre corrente elettrica.
    no, secondo me la soluzione non è il default, ma ad esempio l’introduzione di una tassa sui capitali.
    liquidi o immobiliari (che sono più facili da accertare) fortemente progressiva, lasciando una piccola fascia esente.
    certo ch enessuno si osa a proporre una cosa simile perchè potrebbe contagiare, e risvegliare in molti altri dei pigs la voglia di far pagare finalmete a coloro che hanno approfittato per tanti anni di una finanza allegra fondata sui debiti.
    provate a chiedervi perchè nessuno la propone !

  • amensa

    comunque tutta questa agitazione , soprattutto da parte delle autorità europee, è fuori luogo (e tempo).
    la dimensione della grecia nell’ambito europeo vale 2,5% pertanto, come goldman sacs è riuscita a nascondere parte dei debiti, figuriamoci se una banca europea non riuscirebbe a far passare sotto banco un finanziamento alla grecia! ridicolo.
    domandiamoci invece delperchè tutto questo fumo proprio quando G.B. e USA cominciano ad avere seri problemi nel piazzare I LORO titoli del loro DEBITO.

  • astabada

    Che la Grecia dipenda totalmente dalle importazioni per il petrolio e’ un fatto risaputo [petrolio.blogosfere.it], ma bisogna anche considerare altri beni, in primis quelli alimentari (tra i quali va annoverato – ebbene si – il gas, provate a immaginare perche’).

    Il governo greco non e’ in una posizione tale da prendere alcun provvedimento inviso ai propri governanti, semmai sono i governati che la prenderanno in quel posto.

    Se applicassero tasse sui patrimoni, cio’ allontanerebbe i capitali dal paese: niente capitali, niente cassa; niente cassa, niente ciccia (proprio perche’ viene importata). Gli unici paesi che si possono permettere di prendere decisioni sono quelli che hanno abbastanza risorse da poter diventare autosufficienti (Russia), risorse cosi’ preziose che il mercato globale non possa fare a meno di acquistarle (Venezuela, Iran) oppure paesi con abbastanza potere da fare la voce grossa (USA e Cina)

    Qualunque cosa i Greci facciano finira’ in lacrime e sangue, non e’ un esito difficile da prevedere…

    Cheers,
    astabada

  • airperri

    Risposta perfetta.
    Non una parola fuoriposto e piu’ del necessario.
    Che darei per mandare affanculo questa europa fatta di banchieri, massoni e speculatori.
    Anni fa chiedevo ai miei amici ‘Ma a fine giornata a me che ne viene della moneta unica e delle frontiere aperte, visto che all’estero ci vado una volta l’anno e pure fuori dall’europa, e di cambiare i soldi non ne faccio un dramma?’
    Domande da contadino probabilmente, ma all’atto pratico, a me burino medioevale, a fine giornata, quanno me siedo pe magna’, che ce faccio con l’Europa Unita e l’euro??

  • Truman

    La proposta di Pasquinelli mi lascia qualche dubbio. Egli dice
    “Ma che accadrebbe se la Grecia decidesse d’un botto d’uscire dall’Euro e dall’Unione? Se decidesse unilateralmente di nazionalizzare e pilotare il default, ripristinando la sua moneta e svalutandola decisamente?
    […]
    Un modo c’è: uscire dall’Euro, svalutare del 50% e diventare il luogo più a buon mercato in cui andare in vacanza nel mediterraneo. Certo, la svalutazione raddoppierebbe il debito, che è tutto in Euro, ma sarebbe giocoforza non ripagarlo.

    Mi resta il dubbio che non sia necessario uscire del tutto dall’euro. La Grecia potrebbe introdurre un sistema a doppia valuta: l’euro per il debito pubblico ed i pagamenti internazionali, una nuova dracma, con cambio fluttuante rispetto all’euro, per uso interno. Non mi sembra che in questo modo raddoppierebbe il debito pubblico, mentre la svalutazione di fatto rimetterebbe in moto l’economia greca.
    Chiaramente una mossa analoga vale per l’Italia nel caso la crisi (o meglio, la manovra speculativa) si estendesse all’Italia. Sarebbe comunque la morte dell’euro per come è concepito oggi.