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GRECIA, IL FALLIMENTO DEL RIGORE SENZA CERVELLO

DI MAURO BOTTARELLI
rischiocalcolato.it

La Grecia è fallita, era ora. Non mi interessa cosa dicono i giornali, né mi impressionano i politici festanti per la nuova iniezione di austerity che ucciderà del tutto Atene in nome del rigore senza cervello. I numeri parlano chiaro, le parole si prestano invece a mille interpretazioni. Mentre i mercati festeggiavano l’accordo tra governo, partiti politici e troika, infatti, venivano diffusi i seguenti dati. A fronte del +8,9 per cento annualizzato di entrate fiscali che il piano di Fmi, Bce e Ue prevedeva per il mese di gennaio, il dato reale greco è stato del -7 per cento!

A dare la misura del disastro, ci sono le entrate relative all’Iva ellenica, la quale nonostante l’aumento delle aliquote ha portato nelle casse dello Stato 1,85 miliardi di euro contro i 2,29 miliardi dell’anno prima. Per forza, se riduci uno alla fame, come pensi che te le paghi le tasse!? O evade o non le paga, altrimenti mangia in sassi per strada! Ma si sa, la troika non ha grossa elesticità mentale né capacità di adattamento alle situazioni: ha una ricetta sola, la famosa “one size fits all” di anglosassone memoria. Ma c’è di più. Il ministero delle Finanze, sempre ieri, ha comunicato il fallimento di 110mila aziende nel 2011, a fronte di soli 75mila nuovi business.I quali, però, non sono reali aziende ma semplicemente riaperture in scala molto minore di aziende già esistenti e andate a zampe all’aria. E ancora, la Grecia vanta la maglia nera su tre classifiche europee: quella del tasso di nuovi brevetti approvati, quella per il più alto costo per dar vita a un’impresa e quella per il più basso tasso di nascita nel settore corporate.

Per finire, Atene è al secondo posto del Corruption Perception Index dopo la Bulgaria, all’88mo dell’Index of Economic Freedom e al 90mo del Global Competitiveness Index. Ora capite, cari lettori, il perché nonostante proclami di accordi e nuovi aiuti, il cds greco a 5 anni ieri ha toccato nuovi record? Cifre, cifre e ancora cifre. Il tasso di natalità della Grecia è di 1,3 figli a persona, quasi un neonato sotto il cosiddetto “tasso di rimpiazzamento”, ovvero il numero dei bambini necessari per mantenere l’attuale popolazione. Al contempo, la popolazione greca sopra il 65 anni è cresciuta dall’11 per cento del 1970 al 24 per cento del 2010 e toccherà il 33 per cento nel 2050, mentre la popolazione lavorativa attiva decrescerà nello stesso periodo fino al 20 per cento. Alla luce di questo, la Grecia spende il 12 per cento del Pil in pensioni.

Se questo non bastasse, il tasso di disoccupazione tra i giovani greci di età compresa tra i 15 e i 24 anni è attualmente del 40 per cento. Non stupisce, alla luce di tutto questo, che sette giovani greci su dieci vogliano andare a lavorare all’estero: il 42 per cento delle tasse proveniente dal loro lavoro – ammesso che lo trovino – andrebbe infatti a coprire i costi esorbitanti del welfare ellenico. Ma anche chi lavora non è felicissimo di pagare tanto, visto che il 95 per cento dei circa 7 milioni di greci lavorativamente attivi dichiara un reddito annuale di meno di 30mila euro. Insomma, un inferno sociale alle soglie del default: come può un Paese con questi numeri restare nel’Ue senza essere condannato a vita al ruolo della vittima sacrificale? Un qualcosa di davvero drammatico cui l’Ue, per stessa ammissione dei suoi leader, non è pronta. L’Ue no, la Germania sì.

Già, negli ultimi sei mesi Berlino ha infatti deciso quanto segue: una legislazione che permette di lasciare l’euro senza lasciare l’Ue, una legislazione che permette di nazionalizzare le banche tedesche durante periodi di crisi e un aumento di capitale per i suoi istituti finanziari. Ecco spiegato perché la Germania, a differenza della Francia, negli ultimi giorni era pronta al default greco, permettendosi un atteggiamento oramai senza più un minimo di mediazione o diplomazia: se Atene vuole i fondi per il secondo salvataggio (il quale, detto tra noi, nell’immediato serve affinché Atene onori la scadenza obbligazionaria del prossimo 20 marzo, non certo per l’economia ellenica), deve cedere la propria sovranità fiscale. Altro che boutade prima del vertice della scorsa settimana, Berlino ha un piano chiaro e questo contempla anche il no agli eurobonds e alla monetizzazione del debito da parte della Bce.

Insomma, se la Grecia fosse una compagnia aerea potremmo tranquillamente dire che sta subendo un’opa ostile. I “barbari ai cancelli” ellenici non sono banche private ma banche centrali, il cui unico interesse è proteggere l’euro e i loro interessi nazionali. Il fatto è che la Grecia, se fosse una linea aerea, potrebbe far richiesta per il Chapter 11 e mandare a quel paese i propri creditori. I quali, in effetti, si siedono attorno a tavoli cui spesso la Grecia stessa non è nemmeno invitata: d’altronde non hanno bisogno di quella presenza, sono loro a dettare le regole. Vuoi i soldi (per pagare i coupon alle nostre banche)? A noi il controllo fiscale del paese. Tanto più che, ripeto fino alla nausea, i soldi che i creditori greci metteranno, finiranno in un calderone dal quale usciranno per tornare a casa sotto altra forma.

L’ultima opzione cui stanno studiando è quella di allegare warrants legati al Pil greco ai nuovi bonds ristrutturati dopo la swap, in modo che se per caso l’economia ellenica dovesse riprendersi, i detentori di quelle obbligazioni avranno un payout molto più grande attraverso titoli strategici dell’indice di Atene. Insomma, siamo di fronte al primo bond sovrano convertibile della storia! Capirete da soli, che l’intera situazione è assurda. Quando la Grecia è entrata nell’euro una dozzina di anni fa, Atene ha spalancato le sue porte agli investitori, i quali hanno fatto a cazzotti per poter comprare bond ellenici al tasso del libor più pochi punti base e questo perché la Grecia è sovrana e non soggetta all’approvvigionamento della BIS. Siccome questi investimenti sono andati male, le banche non hanno accettato le perdite per una scommessa sbagliata ma sono andate a piangere dai rispettivi governi, insistendo per un salvataggio. E i governi, per proteggere i loro interessi, hanno emesso fattura ai cittadini greci e a tutti quelli dei Piigs, mandando gli spread alle stelle a partire dallo scorso luglio. Inoltre, una nazione in una situazione simile ha tre strumenti a sua disposizione: stimolo fiscale, svalutazione della moneta e allentamento monetario.

I tassi, però, sono già di fatto a zero e non possono essere tagliati oltre, mentre le altre due leve sono impraticabili fino a quando Atene sarà nell’eurozona. Ma proprio come una linea aerea, la Grecia ha un’opzione: fare default sui suoi bonds e attivare le procedure di bancarotta, il chapter 11 statunitense. A quel punto, potrà tornare alla dracma e con una valuta meno forte potrà migliorare l’export, far crescere l’economia e allentare la pressione insopportabile dell’austerity sulla popolazione ellenica. Già, perché che ci crediate o meno – e io ammetto di averci messo un po’ prima di farmene una ragione – i soldi del primo salvataggio greco non solo servono per due terzi per ripagare le scadenze obbligazionarie ma anche per tamponare gli effetti collaterali delle politiche di austerity imposte da chi quei fondi li ha stanziati! La Grecia, infatti, sta per stanziare 800mila euro per dare un tetto e un pasto alla sempre maggiore pletora di senzatetto che vivono nelle strade di Atene e Tessalonica.

Il ministro della Sanità, Andreas Loverdos, ieri ha annunciato che 400mila euro di soldi pubblici saranno destinata alla municipalità della capitale e altri 100mila a quella dell’altra città ellenica, mentre 300mila saranno trasferiti nella casse della Chiesa greca per mantenere operative le mense: ogni giorno, sono 250mila i greci che usufruiscono di questo servizio su un totale di 11 milioni di abitanti! E la Chiesa ellenica rende noto, sottovoce, che questa stima va presa per difetto, visto che esiste ancora un “residuo di dignità” che tiene lontano dalle mense una fetta ampia di ex ceto medio che si vergogna ma quando la crisi peggiorerà, come si attendono, si potrà viaggiare a quota 350-400mila al giorno. Le due municipalità in questione useranno quei fondi per affittare alberghi in cui far dormire i senzatetto, dopo aver stretto una convenzione che permetterà di ottenere un posto letto per 3 euro a notte. Questa è la Grecia oggi, questo è il frutto di politici incapaci e corrotti e della testardaggine colpevole dell’intransigenza tedesca. E che nessun artificio potrà evitare il default ma solo spostarlo in avanti di qualche altra settimana, lo testimonia un articolo del China Financial News, tradotto e ripubblicato dall’agenzia Reuters.

Ecco il contenuto principale:

Le banche cinesi e le aziende della città portuale di Tianjin hanno tagliato la loro esposizione all’Europa per timori di un precipitare della crisi del debito. In un recente sondaggio su 53 banche e 15 aziende, 11 istituti di credito hanno dichiarato di aver tagliato o estinto del tutto il loro trade finanziario con nazioni europee con alto debito, sospeso tutti i business sui derivati con le banche europee, tagliato i prestiti agli istituti dell’eurozona.

Un dato che preoccupa, tanto più che per il porto di Tianjin, l’Europa rappresenta la seconda destinazione dell’export dopo gli Stati Uniti ma

gli esportatori locali stanno provando a vendere più a livello interno o ad avventurarsi sui mercati emergenti, pur di tagliare la loro dipendenza dal mercato dell’eurozona.

E’ la stessa Cina che pochi mesi fa, per la quinta volta in un anno, si diceva pronta ad aiutare l’Europa, da subito e con 20 miliardi di dollari. Non ce ne siamo accorti. In compenso, ci siamo accorti dello shopping mirato, un cherry picking in grande stile sul mercato equity e utilities, da parte del Dragone in Grecia e Portogallo: porti, aeroporti, aziende di gestione di gas, acqua ed elettricità, shopping strategico a prezzi di saldo per le SOES cinesi e i fondi sovrani stracarichi di cash di Stato. Se questo è l’aiuto della Cina, meglio farne a meno: altrimenti ci ritroveremo tra l’incudine tedesca (che chiede dismissioni in nome del regole e dell’equilibrio fiscale ed evitare i default) e il martello di Pechino (che non disdegna di colonizzare il suo primo mercato per export). Un capolavoro, non c’è che dire.

P.S. Da più parti sento pareri e analisi ottimistiche rispetto al rally borsistico innescatosi a dicembre, a dispetto dell’aggravarsi della crisi greca. Bene, quel rally è proprio figlio di questo peggioramento e, come tale, è destinato a finire presto e male. Questo rally è stato nulla più che una delle più grandi corse alla copertura di short della storia. Ne parleremo domani.

Mauro Bottarelli
Fonte: www.rischiocalcolato.it
Link: http://www.rischiocalcolato.it/2012/02/greciail-fallimento-del-rigore-senza-cervello.html
9.02.2012

Pubblicato da Davide

  • ProphetOne

    E’ chiaro che la grecia è destinata a fallire, così come tutti i paesi in zona euro con un’economia caratterizzata da una forte spesa pubblica e scarse esportazioni. Anche l’Italia ha queste caratteristiche e infatti anche noi falliremo.
    Il meccanismo, per chi ancora non lo ha capito, è dovuto al fatto che gli stati a moneta sovrana se ne possono infischiare del debito perché inventano la moneta dal nulla, mentre con l’euro la moneta viene solo “prestata” dalla bce (ho semplificato molto, ma il principio è quello).
    La soluzione di uscita dall’euro prospettata da Bottarelli per la grecia vale anche per noi. Il problema è che il nostro governo golpista sta lì proprio per impedirci di farlo.

  • irtimood

    Sulla questione del fallimento in molti sostengono che porterebbe solo buone cose citando il caso argentina. Anch’io sono tra questi ma qui sembrano smentirmi: http://www.forexinfo.it/Grecia-e-Argentina-il-default

  • supervice

    La Grecia come l’Argentina: il default sovrano è una buona soluzione?

    http://www.forexinfo.it

    L’indice dei prezzi al consumo potrebbe portare a conclusioni poco chiare sulla crescita del PIL. Alla luce degli ultimi avvenimenti in Grecia e la possibilità di un default sovrano, è bene guardare ai default verificatisi in precedenza: l’Argentina. Vediamo come la svalutazione monetaria e il default sovrano in Argentina hanno dato una visone distorta sull’economia del paese.

    Molti indicano l’Argentina come esempio positivo di default sovrano; la tabella mostra come la crescita del PIL è al 110% dopo la crisi terminata alla fine del 2001. La nostra Macro Strategist Mads Koefoed ritiene di fondamentale importanza il fatto che dopo la svalutazione monetaria argentina, l’indice dei prezzi al consumo fosse probabilmente alterato per essere stato in grado di rilevare che i beni importati non facessero parte di un normale paniere economico a causa di una impennata dei prezzi sui beni importati come automobili, computers, etc…Trasformando il paniere dell’indice dei prezzi al consumo dopo un default sovrano, il PIL reale di una nazione ha più possibilità di essere enfatizzato.

    I profitti del settore privato sono meno soggetti alle alterazioni dell’indice dei prezzi al consumo. Il settore privato dell’Argentina non si è ancora del tutto ripreso dopo la crisi del 2001 in termini di profitti reali, infatti i profitti aggregati si trovano ancora al di sotto del 50%.

    I dati economici ufficiali mostrano come l’Argentina sia uscita dalla crisi raggiungendo una piena crescita economica. Tuttavia, queste conclusioni potrebbero basarsi sui dati distorti dell’indice dei prezzi al consumo in quanto le realtà economiche di compagnie private mostrano le difficoltà in cui ancora si trova il settore privato.

    Complessivamente, facendo riferimento ai dati economici dell’Argentina, ci si chiede in che misura questo miglioramento sia dovuto a prezzi più alti dei beni piuttosto che ai cambiamenti apportati alla politica interna.

    Perchè un default sovrano non può rappresentare una soluzione a lungo termine per l’economia?

    Facciamo un passo indietro andando ad analizzare i lati positivi di un default sovrano.

    Per quanto riguarda l’Argentina, essa non ha ancora accesso ai mercati di credito stranieri, l’inflazione è aumentata in maniera smisurata e molti economisti sono convinti che i dati attuali sull’inflazione non riflettano i dati reali. Il tasso di disoccupazione è ancora elevato e il settore privato, come già accennato, non si è del tutto ripreso.

    Concludendo, il default sovrano non “obbliga” una nazione a cambiare la propria struttura economica; più che altro rappresenta un ostacolo per i creditori. Il vero problema risiede nel fatto che i creditori non possono assumere il controllo sovrano come normalmente accadrebbe in un ambiente privato, e di conseguenza non è possibile avviare cambi strutturali a cui la popolazione normalmente si opporebbe, come del resto sta accadendo in Grecia.

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    Fonte: La Grecia come l’Argentina: il default sovrano è una buona soluzione? [www.forexinfo.it]

    10.02.2012

  • Iacopo67

    Sale la rabbia dei Greci.
    Il principale sindacato delle forze di polizia sembra schierato dalla parte della popolazione, che addirittura vorrebbe un mandato d’arresto contro Barroso (Commissione europea), Lagarde (FMI), Thomsen (FMI).
    Anche altre forze civili sarebbero dalla parte del popolo.

    http://www.wallstreetitalia.com/article/1320944/crisi-debito/grecia-polizia-manette-per-emissari-fmi-e-ue-governo-perde-pezzi.aspx

  • Tao

    Grecia, Accanimento Terapeutico (Inutile per i cittadini, Utili per i Parassiti…meditate gente)

    Produzione manifatturiera greca a dicembre rispetto l’anno precedente: -15,5 per cento. Produzione industriale -11,3 per cento, contro il -7,8 di novembre. Disoccupazione al 20,9 per ceto, contro il 18,2 per cento di novembre. Tasso di disoccupazione tra i giovani sotto i 24 anni al 48 per cento, con quasi un giovane in età da lavoro su due a casa. Disoccupazione femminile 24,5 per cento. E’ fallitaaaaaaaaaa! Ve lo volete metterete in testa, altro che annunciare l’accordo raggiunto sulle nuove misure di austerity, casualmente a tre ore dall’Europgruppo convocato mercoledì in fretta e furia da Juncker. E’ andata, basta, state soltanto prolungando l’agonia, distruggendo anche le basi minimi sulle quali una Grecia con dracma svalutata poteva ripartire solo per tutelare i vostri interessi.

    Vostri, più che altro delle vostre banche. Già, perché la questione greca non riguarda solo un popolo o un gruppo di banchieri e assicuratori decisi a non perdere i propri soldi: no, la corsa al deleveraging per evitare insolvenze legate proprio al default greco e al domino che potrebbe innescare (leggi Portogallo e Spagna), potrebbe essere stata infatti la chiave del rally borsistico partito a fine dicembre, un corso rialzista anomalo e non destinato a durare, stante anche i volumi bassissimi registrati a fronte di picchi come quello raggiunto dal Nasdaq.

    Insomma, c’è il forte rischio che quella in atto fino a pochi giorni fa sia stata una bolla rialzista determinata unicamente dalle operazioni di vendita assets per racimolare denaro per pagare i debiti in scadenza o rientrare sui margini: una colossale ricopertura, come avanza nella sua interessante analisi M3 Financial Sense. Prendiamo le opzioni, ad esempio. Queste sono strumenti finanziari che garantiscono il diritto di comprare un determinato numero di azioni di una compagnia a un determinato prezzo, il cosiddetto strike price e ogni opzione controlla 100 azioni. Un’opzione può poi essere put, quando si scommette sul calo del prezzo in futuro o call, quando si scommette sul rialzo. Un’opzione si definisce “in the money” quando il prezzo del titolo è superiore allo strike price della call o inferiore allo strike price della put: se avete una call option del titolo X a uno strike price di 100 dollari e quel titolo oggi vale 129 dollari, la vostra opzione vale 2.900 dollari o 29 dollari per azione.

    Quindi, in base a questo meccanismo se compriamo 10mila opzioni dell’azienda X, obblighiamo chi ce le vende a recapitarci 1 milione di azioni X (allo strike price dell’opzione) entro la scadenza dell’opzione. Se la nostra opzione è “in the money”, poi, chi ci ha venduto le opzioni farà hedge sulla sua posizione in modo da onorare l’obbligo. Ma se nel caso di uno status “in the money” limitato, al nostro venditore basterà comprare 250mila azioni X per coprire il suo obbligo futuro, in caso di aumento del valore della nostra obbligazione, dovrà aumentare il suo hedge fino alla cifra piena di 1 milioni di titoli che è obbligato a darci alla scadenza. Questa operazione porta con sé, però, un effetto collaterale: quell’acquisto di 750mila azioni della X farà salire il prezzo del titolo X, non per motivi strutturali – X annuncia una fusione, un’acquisizione, una trimestrale da record, un nuovo prodotto da lanciare sul mercato – ma solo perché gli operatori sono obbligati a farlo per scommesse contratte in precedenza.

    Moltiplicate questo schema per qualche miliardo di operazioni e avrete la soluzione al mistero di un mercato dai volumi bassissimi ma in rally da oltre un mese e mezzo. Teoricamente, poi, il numero di opzioni dovrebbe essere pari a quello dei titoli sul mercato: per 1 milioni di azioni X, ci potranno essere solo 10mila contratti di opzione venduti. In questo caso di parla di opzioni, sia put che call, “covered”, ovvero con titoli a sufficienza per coprire le opzioni. In teoria, però, perché ovviamente il gioco è quello di vendere più opzioni rispetto alle azioni corripondenti, fenomeno che ciclicamente da vita ai cosiddetti “short-covering rallies”, ovvero acquisti selvaggi e ad ogni prezzo di titoli X per coprire le posizioni. Nel nostro caso, potrebbe trattarsi di un rally di copertura più lungo, vista la propensione al deleveraging di pochi, grandi soggetti.

    Ma se le opzioni e i futures sono trattati al mark-to-market alla chiusura di ogni giorno di contrattazione, i derivati no. Di derivati se ne possono vendere quanti si vuole, anche a soggetti che non detengono l’obbligazione o il titolo del soggetto da cui vogliamo assicurarci, ad esempio, in questi giorni, sul rischio di default attraverso un cds. Torniamo alla Grecia. Nelle mani dei creditori privati che stanno trattando ad Atene ci sono, formalmente, 206 miliardi di debito greco (oramai, però, banche e assicurazione riunite nell’IIF ne controllano meno del 40 per cento, grazie alle vendite a hedge funds e pubblico retail pur di scaricare i bilanci), a fronte di 5,3 miliardi di cds sul debito ellenico a 5 anni.

    Sembrerebbe una proporzione più che accettabile, peccato che non solo i cds greci siano stati venduti allegramente anche a chi non deteneva obbligazioni o titoli greci ma, soprattutto, che quei cds sono strutturati contro vari swaps o indici azionari, il che comporta che l’asset che deve essere consegnato prima all’atto del default è nulla più che una scomessa contro un indice, una valuta o altro. Questo comporta che chi detiene le obbligazini del cds deve acquisire quegli assets in modo da poter pagare i suoi obblighi quando la Grecia andrà in default. Siccome, però, molti investitori hanno emesso più cds di quanti ne abbiano venduti come assicurazione, vanno incontro al rischio di non poter far fronte ai loro obblighi. Ognuno dipende da una serie di controparti a cui dover garantire qualcosa e il timore generato dall’acuirsi della crisi greca è che alcune di quelle controparti non saranno in grado di onorare i propri obblighi. Già, perchè l’idea generale è che essendo il default una possibilità molto improbabile, si può vendere protezione contro questa ipotesi a un basso premio, coprendo questa scommessa comprando la tua stessa protezione da un altro soggetto finanziario. Se quest’ultimo, però, non può pagare quanto dovuto, il soggetto primo non può onorare gli obblighi sul cds che ha originato e venduto. Insomma, il rischio di controparte è sovrano e può scatenare un effetto domino.

    Nel caso delle Grecia, chi dovrà scontare perdite in caso di default (e stiamo parlando solo di chi detiene realmente debito e cds a sua copertura, non speculatori puri che hanno messo i cds che detengono a leva 1:30 rispetto all’attuale valore del bond), vorrà incassare il premio della sua assicurazione, ovvero del cds. Se però il default sarà tale nei fatti ma non per le autorità, i detentori di cds incasseranno le perdite sia sui bond che sull’assicurazione, senza poter farne ricadere parte a cascata sulla controparte da cui hanno acquistato. Il rischio enorme, allo stato attuale, è che la maggioranza dei soggetti interessati dai cds greci abbia obblighi eccedenti al cash-on-hand, ovvero si ritroveranno alla fine del processo con introiti per 3 e obblighi per 5: visto che, a cascata, nessuno riceverà i 5 che la sua controparte diretta dovrebbe dargli, il domino sarà pressoché totale. Ecco quindi che le istituzioni finanziarie più prudenti non aspettano la caduta del domino, ovvero il default greco ma acquistano in anticipo gli assets sottostanti al fine di onorare gli obblighi dei loro cds: è l’unico modo per evitare l’insolvenza nel momento in cui la bancarotta attiva le clausole e il cds diventa pagabile.

    Ecco spiegato il rally delle Borse! Ed ecco spiegato perché non si vuole accettare l’ipotesi del default greco, arrivando ad accettare un haircut del 70 per cento pur di poterlo chiamare “swap volontario” e non far scattare le clausole dei cds. I quali,in realtà, sono molto più dei 5,3 miliardi di cui parla l’ISDA e sono composti come subprime, ovvero con scommesse su titoli, indici e valute: un domino spaventoso che i banchieri, centrali e non, non possono accettare che vada in mille pezzi. Se infatti la Grecia decidesse di fare default e non pagare nulla ai detentori, l’intero castello di derivati e il sottostante shadow-banking system, il sistema bancario fantasma di cui vi ho parlato nel recente passato, andrebbe a gambe all’aria. A quel punto, non ci sarebbe bisogno di comprare gli assets sottostanti i contratti, opzioni o derivati e il rally borsistico terminerebbe, molto probabilmente con un’inversione dei corsi da paura (leggi -4/5 per cento). Ecco perché non si vuole il default greco, per mantenere in piedi l’enorme schema Ponzi globale ancora per un po’, tanto per spremere il limone fino in fondo. Poi, si vedrà. Loro, comunque vada, cadranno in piedi.
    Forse.

    Mauro Bottarelli
    Fonte: http://www.rischiocalcolato.it/
    Link: http://www.rischiocalcolato.it/2012/02/grecia-accanimento-terapeutico-inutile-per-i-cittadini-utili-per-i-parassiti-meditate-gente.html#ixzz1lz9IsUK5
    10.02.2012