GRATTA E VINCI

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FONTE: BAMBOCCIONI ALLA RISCOSSA

Lavorare non paga. Gli stipendi degli italiani sono fermi inchiodati dal 2001. E tra i più bassi d’Europa. Per investire in Borsa, poi, non ci sono i chiari di luna giusti: le azioni continuano a scendere come le cascate del Niagara; oggi, in media, valgono la metà di un anno fa. E soprattutto. Adesso come adesso, anche diventare imprenditori di sè stessi – come suggeriva anni addietro, con un pizzico di paternalismo, il nostro premier – sta diventando un’impresa sempre più complicata. Visto che nel 2008 i fallimenti sono raddoppiati. E che le banche – complice l’arcinota crisi dei mutui subprime – hanno per giunta chiuso i rubinetti del credito. Risultato: in questi tempi difficili, agli italiani che vogliono davvero guadagnare qualche soldo, non restano grandi chance. Salvo buttarsi sul “Gratta e Vinci”.

Domanda: nel senso delle cartelle che si vendono in tabaccheria, stile “Miliardario”, “Battibanco” e “Prenditutto”? Beh, anche. Ma c’è di meglio. Perchè nel nostro ex Belpaese esiste per davvero un business, per dirla all’americana, in cui chi “gratta”, vince sempre. E non è quello del gioco (più o meno) d’azzardo. Ma quello delle mafie s.p.a. Mafie che l’anno scorso, in barba alle turbolenze finanziarie, hanno continuato a “ciucciare” all’economia sana cifre da capogiro (per un fatturato da 130 miliardi di euro all’anno; qualcosa come il 6% circa dell’intero Pil italiano). Mafie che quest’anno – proprio grazie alla crisi – dovrebbero fare ancora meglio.
I lettori del “Corriere della Sera” che lunedì scorso hanno avuto la pazienza di arrivare fino ai meandri dell’inserto economia, infatti, hanno scoperto (a pagina 11) l’acqua calda. Le banche ultimamente faticano a concedere prestiti. E così sempre più aziende, soprattutto quelle medie e piccole, si rivolgono agli usurai. Che poi, spesso e volentieri, altro non sono che i soliti bravi picciotti di Camorra, N’drangheta & co.

Un settore, quello dello strozzinaggio, di cui si parla pochissimo. Ma che vale tantissimo (all’incirca 30 miliardi di euro all’anno, secondo le stime di Confesercenti; poco meno delle 3 Finanziarie messe in cantiere dal ministro Tremonti di qui al 2010). E soprattutto: il cosiddetto rischio d’impresa, in questo ramo dell’economia nostrana, è prossimo allo zero. Come ha spiegato al Corriere il numero due di Confindustria Sicilia, Antonello Montante: “Il fenomeno cresce sempre di più”. E tanto per dare qualche numero e fare qualche esempio: rimanendo al Sud, solo in Calabria, sono diecimila le imprese vittime dell’usura (di stampo mafioso e non). Ma nel 2007 – questi sono gli ultimi dati disponibili – le denunce di commercianti e imprenditori calabresi contro gli usurai sono state ben, si fa per dire, 37. Di più. In tutto l’ex Belpaese le vittime degli strozzini dovrebbero essere addirittura 600mila. Come a dire 3 città grandi come Brescia. Ma le persone, che nel 2008, si sono rivolte allo Stato per avere accesso al Fondo di solidarietà istituito presso il ministero dell’Interno sono state solo 313. Totale-totale: lo 0,5%. Non proprio una folla.

Merito, o meglio demerito, della legge antiusura. Che secondo Teresa Principato, sostituto procuratore all’Antimafia nazionale, “sarebbe da modificare” perchè provoca “intoppi” e “tempi lunghi”. “Se le vittime dell’usura che hanno affidato la loro denuncia allo Stato – ha osservato la pm in un’intervista al solito Corriere – non hanno una risposta ragionevolmente rapida, possono subire conseguenze gravissime”. E infatti gli “usurati” la loro denuncia, a quanto pare, non la fanno proprio. Ergo: per Teresa Principato, non c’è dubbio che tenga. Bisognerebbe modificare la legge e trovare una “via ragionevole” per risolvere il problema. Una preoccupazione – nonostante i numeri del fenomeno e i timori di un suo aggravarsi – che però non sembra sfiorare affatto il ministro della Giustizia del Berlusconi IV, Angiolino Alfano. Che per ora pare in ben altre faccende affaccendato. Come l’indispensabile modifica della legge sulle intercettazioni. O l’urgentissima separazione delle carriere (tra pm e giudici). Provedimenti chiave per il “capobottega”. Forse un po’ meno per i suoi amministrati.

Amministrati che comunque e a loro volta sembrano in ben altre faccende affacendati. Stretti tra l’eterno carovita e la crisi, gli italiani ultimamente non affollano certo le piazze per far uscire la Giustizia con la “G” maiuscola dallo stato comatoso in cui versa ormai da anni (il 95% dei reati, per la cronaca, è sistematicamente prescritto). Ma in compenso affollano per davvero le tabaccherie. Per fare che? Ma per tentare la fortuna. Comprando appunto tessere di “Battibanco”, “Milionario” e “Prenditutto” a go-go. Solo nel 2008 sono stati venduti “Gratta e Vinci” per 47 miliardi e 506 milioni di euro. Come a dire: una spesa di circa 800 euro a testa. Non resta che sperare che i più – viste le leggi e i tribunali colabrodo – non decidano di convertirsi. E passare direttamente a ben più lucrosi “Gratta e Vinci”. Finiremmo per diventare una bizzarra Repubblica dei fichi d’India. Sempre che non lo siamo già.

Fonte: http://bamboccioni-alla-riscossa.org
LinK: http://bamboccioni-alla-riscossa.org/?p=1158#more-1158
27.02.2009

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