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GOOD DAMN AMERICA!…e Falluja non deve morire

Diceva Che Guevara il 2 luglio 1961:
«Non importa come si chiami il signore che ogni quattro anni il popolo statunitense pensa di eleggere per dirigere i suoi destini, perchè in realtà tale elezione è viziata alla base; il popolo statunitense ha solo la facoltà di eleggere il suo carceriere per quattro anni e a volte gli concedono la grazia di rieleggerlo».
Oggi le cose stanno messe molto peggio che nel 1961, allora la lotta di liberazione avanzava dappertutto. Da Reagan in poi è invece la controrivoluzione che avanza, che martella, che spacca, e il cui grido di battaglia e’ “Good bless America!”. Oggi i plebei americani, visto che gli schiavi non votano, non scelgono solo il loro carceriere, ma pure il nostro, il tiranno dalle cui decisioni dipendono le sorti del mondo.
Italo Calvino da parte sua affermava che in guerra un popolo mostra il suo spirito, svela la sua reale coscienza. Il popolo americano ha mostrato qual’è la propria. Nessun pentimento, nessun rimorso: avanti con la guerra di civilta’! Spezzare la schiena a tutti coloro che non si lasciano americanizzare! Sterminare ovunque si annidi ogni focolaio di rivolta! Non è infatti pro o contro la “guerra mondiale preventiva” che gli americani si sono divisi: se avessero votato il macellaio del Vietnam piuttosto che il Boia di Bagdad nulla sarebbe cambiato per i popoli ribelli. Kerry non meno di Bush era deciso a perseguire il grande disegno imperiale del “nuovo secolo americano”.Rendendo omaggio al nuovo Cesare Kerry ha affermato•
“L’America ha bisogno di unità. Spero che il presidente Bush difenderà questi valori negli anni a venire. So che questo è un momento difficile, ma ora più che mai, con i nostri soldati in pericolo, dobbiamo stare uniti e vincere la guerra in Iraq e quella al terrorismo”.

I clintoniani nostrani sono serviti. Loro che hanno ordinato i bombardamenti di Belgrado ma esecrano quelli di Bagdad; quelli che quando erano al governo hanno per primi parodiato l’America: introdotto il culto del Dio mercato, svenduto a privatizzato le proprieta’ pubbliche, introdotto col Pacchetto Treu flessibilità e mobilità selvagge, leso la Costituzione e la democrazia in nome della governabilità e del presidenzialismo.

Su che cosa dunque si sono divisi plebei americani? Questo è davvero decisivo comprendere. Bocciando il liberale Kerry essi hanno colpito a morte il liberalismo politicamente corretto, il laicismo modernista, il relativismo valoriale, il nichilismo progressita. Tra i due condottieri imperialisti hanno preferito la versione texana di Pietro l’Eremita, un fondamentalista che si sente il nuovo Messia e attribuisce all’America una missione redentrice di carattere escatologico e religioso. Un fanatico che punta alla tempia del mondo la sua pistola e intima: “O con Dio o contro di me!”. Ha vinto insomma il partito della reazione militarista e oscurantista su tutta la linea; il cui motto e’: Dio, Patria, Famiglia! il Dio ebraico-calvinista della vendetta, la Patria della paura, la Famiglia delle tenebre.

Non è ad Occidente che occorre guardare per avere speranza, ma ad Est. Il Boia non si è smentito. Nel suo discorsetto di ringraziamenti per la vittoria ha affermato perentoriamente: “Se siamo uniti non ci saranno limiti alle possibilita’ dell’America”. Immaginiamo cosa questo significhi per questo Dottor Stranamore. Significa spezzare la schiena ad un popolo che invece di accogliere gli aggressori gli sta infliggendo dolorose lezioni, punirlo per aver rifiutato di farsi “democratizzare”. La vittoria interna infatti non gli basta, ha bisogno, per saziare la sete di sangue della plebaglia, di un agnello sacrificale, di un successo guerresco di alto valore simbolico. Ha bisogno di spazzare via Falluja, l’eroica, dove arde la fiamma delle Resistenza, emblema dell’imperitura battaglia di Davide contro Golia. L’Impero ha bisogno della sua Masada.

Per il Boia Falluja e’ solo una spina nel fianco, per noi e’ il sassolino che può inceppare l’intero ingranaggio della guerra imperialista. Come abbiamo provato un senso smisurato di schifo davanti alla commedia elettorale, sentiamo un’ammirazione altrettanto profonda per i partigiani che stanno aspettando sotto le bombe incessanti, tra immani stenti e sofferenze. Che si facciano avanti le truppe neonaziste dell’Impero saranno affrontate come Stalingrado, strada per strada, uno per uno. Avendo rifiutato di chinare la testa, avendo rifiutato l’amnistia che li avrebbe resi schiavi, hanno deciso di combattere fino all’ultima pallottola. Falluja è un monito, Falluja è il simbolo vivo della rivolta, Falluja è la speranza. Lo è anzitutto per coloro che nel mondo sono scesi in piazza contro la guerra, chiedendo la pace. Chiunque accetti di assistere inerme alla mattanza, chiunque non porti in piazza il suo cuore, chiunque lasci Fallluja morire, non si illuda poi di potersi mettere in pace la coscienza, poiche’ l’avra’ persa per sempre. Se ci siete battete un colpo! L’ora della vendetta imperiale si approssima. Vogliono spegnere la fiaccola di Falluja, accendiamone migliaia in tutta l’Italia, a testimonianza di una solidarieta’ non solo politica, ma morale e spirituale.

Ma oltre al cuore occorre portare in piazza la testa, e la memoria. La vittoria di Bush accentua e radicalizza lo scontro in atto, ci dice che tra l’Impero americano e le Resistenza non c’e’ un luogo mediano, una zona franca. E’ ora di capire che il fondamentalismo americano (armato fino ai denti di ogni tipo di arma di distruzione di massa, tra cui i suoi valori religiosi reazionari e sciovinisti) non si batte col “pensiero debole”, opponendogli un liberalismo politicamente corretto, l’etica imbelle della tolleranza. Le elezioni americane, segnate dal consenso a Bush, il piu’ alto nella storia degli USA, ci dicono che un ciclo storico si chiude e uno nuovo, certo drammatico, si apre. La lotta non e’ più tra l’americanismo cattivo e quello buono, poiche’ il secondo ha divorato il primo. La lotta, a scala mondiale, e’ realmente di civilta’, tra imperialismo e liberazione, tra americanismo e antiamericanismo. Dove questo non è solo una mera negazione, ma una affermazione dei valori universali e indistruttubili, frutto di millenni di civilizzazione che Bush tenta vanamente di sradicare: i valori della eguaglianza, della liberta’ e della fratellanza, del diritto d’ogni popolo a ribellarsi alla tirannia. Siamo tutti chiamati in causa, siamo tutti coinvolti.

Notiziario del Campo antimperialista
Fonte:http://www.antiimperialista.org
4.11.04

Pubblicato da Davide