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GOLD(MANIAC)SACHS

DI GIANFRANCO LA GRASSA
Ripensare Marx

Lascio perdere il penoso discorso in Parlamento di un Premier che mi sembra ben cotto. Comunque, come mi aspettavo, non ha affatto smentito in modo convinto di sapere quello che solo un infatuato di lui può credere non sapesse; in realtà, si è messo a parlare della Telecom e del suo futuro (in mano agli Dei, per il momento), mentre avrebbe dovuto rispondere su ben altre questioni. Tutti i leader del centrosinistra – addirittura comico e laido nel contempo, Fassino – parlano come fossero i dirigenti dell’azienda telefonica; si sono già scordati che è stato Prodi ad iniziare la privatizzazione della stessa (1997) ed un loro sodale, e oggi loro ministro, D’Alema, ad aver innescato il disastro attuale nel 1999, affidandola a capitalisti senza soldi, che si sono indebitati trovando poi modo di sbolognarla, in condizioni finanziarie comatose, all’attuale gruppo privato di controllo. Questi politici sinistri invece, dopo aver contribuito a scompaginare quell’azienda, parlano adesso come se ne fossero i nuovi – e vergini – proprietari che la debbono salvare. E’ qualcosa di irritante e di intollerabile. Solo l’ignavia degli italiani in genere, e la degenerazione morale e intellettuale di certa gente che vota a sinistra, consente ancora ad uno sconcio simile di durare.Questi sinistri, sui quali mi astengo da commenti perché non ci sono insulti bastevoli, continuano a credere che il “Santo” è innocente. Il quale Santo si dimostra invece un gran bugiardo come quando raccontava di aver avuto l’indicazione del nascondiglio di Moro dallo spirito di La Pira; quand’era Presidente dell’IRI, sono in molti a ritenere (e ad aver scritto) che aveva svenduto la Cirio, l’Alfa Romeo, tentato di svendere la SME a De Benedetti, ecc. Solo Panerai su “Milano Finanza” dice che bisogna credergli – quando afferma che non sapeva nulla del piano Rovati (preparato da chi vedremo più sotto) sulla Telecom – per rispetto alle Istituzioni che rappresenta e all’uomo. Io non credo minimamente all’uomo, delle Istituzioni non ho alcun senso di rispetto (soprattutto se così mal rappresentate), quindi mi permetto di non credere ad una sola parola di questo individuo infido, di intelligenza “a bassa intensità”, rancoroso e vendicativo.

Quando penso agli operai e contadini che votavano PCI negli anni ’50 e ’60, irrisi dai buoni borghesi perché avevano, si e no, la licenza elementare; e poi li confronto a questi borghesucci “progressisti”, con titolo di scuola superiore o laurea, dediti a tutti i lavori più improduttivi della “informazione”, del “multiculturalismo”, del turismo e spettacolo, insomma una massa di parassiti e nullaproducenti a carico di chi sgobba e produce; allora non posso non capire perché Prodi e altri meschini intriganti dello stesso schieramento vengano “santificati” da elettori così ottusi e inutili. Da questo si misura anche la differenza tra l’Italia di allora, in pieno boom, e questo paese che, se raggiunge (nella fantasia degli statistici) forse l’1,7-1,8% di sviluppo, si inebria e vede tutto rosa. Prodi o Berlusconi sono gli uomini adatti ad un paese del genere, quelli che un simile popolo si merita.

Passando ad altro, inviterei a comprare alcuni settimanali che hanno una serie di articoli interessanti sulla Telecom, il Governo, ecc. sostenendo tesi che, in parte, mi danno ragione (e i giornalisti hanno più informazioni del sottoscritto). Ad es. su “Panorama” vi sono alcuni articoli di una certa chiarezza; ne segnalo in particolare uno che si chiede se siamo governati da chi avrebbe ufficialmente tale compito oppure dalla Goldman Sachs, americana, la più potente e ricca merchant bank del mondo. Riassumiamo. Ha piazzato uno dei suoi vicepresidenti (oggi ex, ci mancherebbe altro!) al vertice della Banca d’Italia; e costui era direttore generale del Tesoro all’epoca della prima scalata “disastrosa” alla Telecom, quella favorita appunto dal Governo D’Alema nel 1999, e compiuta dalla Bell (con sede nel paradiso fiscale del Lussemburgo), che aveva fra i suoi elementi di punta Gnutti e Colaninno. Sono pure uomini della Goldman, o almeno hanno lavorato fino a pochi mesi fa per questa società, quei Tononi e Costamagna, molto probabilmente all’origine del progetto Rovati (cioè, per me, Prodi-Rovati). Il primo è piazzato al Governo quale viceministro dell’Economia; il secondo stava per essere nominato direttore generale del Tesoro al posto di Grilli (sempre per il famoso Spoil System), ma è stato “congelato” per un tempo non definito.

Anche Prodi fu consulente della Goldman fra il 1990 e il 1993 (ne riparleremo alla fine). Quando il “Romano” fu nominato Presidente della Commissione europea, il “Daily Telegraph” e l’“Economist” gli chiesero conto dei legami con la Goldman; e anche con l’“Unilever”, di cui pure egli fu consulente. L’articolo, sempre riferendosi alle domande che i due giornali inglesi rivolsero a Prodi a quell’epoca, riporta alcune altre notiziole scandalistiche, e scandalose, su cui non mi interessa soffermarmi. Piuttosto suggerisco di leggersi anche, su “Milano Finanza”, il già citato scritto di Panerai e quello di Di Biase (pag.11), dai quali si evince che la faccenda Telecom è un ginepraio pressoché inestricabile e non riassumibile in breve spazio. Non posso esimermi però dal manifestare l’impressione che certi articoli siano, almeno in parte, scritti per far capire poco al lettore. Comunque, almeno una generale sensazione di nausea e giramento di testa la procurano. E, visto che ciò riguarda chi ci governa, si tratta pur sempre di espletamento di una funzione utile.

Prima di procedere, è divertente un breve intermezzo per chiarire la catena di controllo della Telecom, fino a pochi giorni fa presieduta da Tronchetti. Quest’ultimo è proprietario della GPI (Gruppo Partecipazioni Industriali) con il 61% delle azioni; ma poi il 3,5% è di Bruno Tronchetti Provera, il 5% di una società (in accomandita per azioni) di Alberto Pirelli, il 30,5% della F.lli Puri Fini; insomma tutti personaggi che ritroviamo nelle più alte cariche della Pirelli & C. Spa. La GPI possiede il 52% della Camfin, che ha il 25% di Pirelli & C., che possiede l’80% di Olimpia (l’altro socio importante di quest’ultima, con circa il 10% delle azioni, è Benetton), che – alla buonora – è proprietaria, e controllante, della Telecom con il 18% del capitale azionario. Facciamo un po’ di calcoli. Olimpia ha il 18% di Telecom; allora la Pirelli & C. (80% di Olimpia) ha il 14,4% di Telecom. Ma la Camfin ha il 25% della Pirelli, dunque il 3,6% di Telecom. Ma la GPI ha il 52% della Camfin, dunque l’1,87% della Telecom. Infine Tronchetti ha il 61% della GPI, dunque l’1,14% della Telecom. Bello, no, controllare la Telecom con così poco capitale azionario (e 41 miliardi di debiti)!

Tenete presente che Tronchetti era fino all’altro giorno Presidente della Telecom; ma è ancor oggi Presidente di tutte le altre società citate qui sopra. E’ inoltre vicepresidente della Confindustria, membro del Cda della Bocconi. Ed è poi membro del gruppo Bilderberg*(vedi nota). Che cos’è questo gruppo? Fondato nel 1952, prende però questo nome dopo una riunione decisiva tenuta nel 1954 all’Hotel Bilderberg in Olanda. Tra i promotori: sua Maestà il Principe Bernardo de Lippe di Olanda (ex ufficiale delle SS), rimasto suo presidente fino al 1976 quando si dovette dimettere per lo scandalo “Lockheed”; e un certo Retinger, faccendiere polacco che aveva innumerevoli importanti relazioni con politici e militari d’alto livello in tutto il mondo. Tra i suoi membri odierni due nomi ben noti dello staff (passato) di Bush: Rumsfeld e Wolfowitz (attualmente al FMI) e altri come i Primi Ministri (attuali) di Svezia e Canada. Lo scopo centrale del gruppo fu inizialmente la costruzione di una “unità europea” contro i pericoli di espansione sovietica; insomma, si trattava (e si tratta) di uno dei tentacoli del “mondo libero” in Europa, controllato da capitale e politica americani, con funzioni simili a quelle che ha oggi, ad altro titolo e con modalità diverse, la Goldman. Se ne volete sapere di più del gruppo Bilderberg, andate in Google, cliccate su “Bilderberg”, ma anche su “signori del mondo”, leggendo il lungo articolo di certo Bongiovanni.

Riprendendo il filo del discorso “telecomiano”, ricordiamo che il progetto Rovati (Prodi-Rovati) – con dietro ad esso, assai probabilmente, la Goldman, la SanIntesa e le fondazioni bancarie – puntava allo scorporo della Telecom in Rete (fissa) e mobile (Tim), con acquisizione del controllo della prima, decisamente più importante, da parte della “pubblica” Cassa Depositi e Prestiti”, ciò che avrebbe costituito il primo passo verso l’entrata di nuovi soci, gli importanti gruppi finanziari di cui Prodi è il rappresentante (l’“attore”). Con una decina circa di miliardi di euro (un terzo della pesante finanziaria che si approssima), veniva acquisito circa il 30% del capitale azionario della Rete (ultimo miglio di cavo, banda larga, IPTV, ecc.); entrava però poco liquido a fronte dei 41 miliardi di debito. Il diverso piano di Tronchetti – che ha mandato su tutte le furie Prodi (forse perché già avvertiva i turgidi rimproveri dei suoi mandanti) – era di scorporare, si, la società telefonica, vendendo però la Tim per 30 o anche più miliardi, in modo da coprire gran parte dei debiti; e tenendosi invece la parte dell’azienda con maggiori prospettive di sviluppo e redditività futura.

Data la pesante situazione finanziaria (buona parte dei debiti sono in mano al solito gruppo di banche che sono tutte rappresentate da vari settori politici del centrosinistra), con l’aggiunta (ad hoc) delle vicende giudiziarie legate alle intercettazioni illegittime, Tronchetti ha dovuto, almeno per il momento, ritirarsi di fronte a Prodi (e SanIntesa, ecc.) e si è dimesso. Tuttavia, dato anche l’evidente brancaleonismo di questo Governo, in preda a spasmi e contorsioni, sia i vertici confindustriali che il nuovo Presidente di Telecom (Rossi) manifestano contrarietà e resistenza all’intervento dello Stato (nella figura della Cassa Depositi e Prestiti). I cretini della sinistra radicale, questi piciisti statalisti e lassalliani di cui ho già parlato in altra sede, vorrebbero invece l’intervento “pubblico”, senza capire (o sono invece dei corrotti e venduti?) che questa sarebbe solo la copertura dell’intervento di dati gruppi finanziari – SanIntesa dietro Prodi, Unicredit-Montepaschi forse nuovamente dietro D’Alema, Capitalia…chissà?) – con poi, dietro a tutti….la “famosa Goldman Sachs” (e cioè la finanza-politica statunitense).

Adesso, per il momento, tutto è in alto mare, cioè in fase di stallo; occorre che le varie posizioni si assestino, che i vari contendenti (e pretendenti) si studino e guardino in cagnesco, per poi scegliere la soluzione “migliore” (per quelli che risulteranno vincenti). Di voci ce ne sono moltissime, alcune ventilano addirittura l’intervento di Mediaset, magari assieme alla Carlyle, uno dei colossi del private equity con sede a Washington e la cui sezione italiana è diretta da Marco De Benedetti (figlio di Carlo, altro “bel” personaggio della finanza italiana degli ultimi decenni). Altre voci indicano il possibile intervento di cinque grandi finanziarie – Intesa, Capitalia, Unicredit, Mediobanca, Generali – che dovrebbero però superare i vari contrasti di questi ultimi tempi: Capitalia si è opposta ad Intesa per non essere fagocitata in una CapIntesa (alla fine si sta facendo invece la SanIntesa), Unicredit e altri hanno visto battuto il loro candidato alla presidenza dell’ABI (la “confbancaria”) da quello di Intesa e S. Paolo. Evidentemente, gli affari sono affari, i debiti della Telecom (che in buona parte sono crediti di queste banche) preoccupano, l’intervento tramite Prodi-Rovati (la “pubblica” Cassa Depositi e Prestiti) – che avrebbe favorito solo alcune delle predette banche, in particolare la SanIntesa degli “amici” di Prodi – sembra un po’ “finito a schifìo”; e allora esse si presenterebbero insieme in prima persona, senza la finzione (e copertura) delle “statalizzazioni”.

Le cinque finanziarie indicate dovrebbero dare un paio di miliardi di prestito – solo una boccata d’ossigeno – e alla fine, tramite operazioni complesse, ma soprattutto con la trasformazione dei crediti in azioni, diverrebbero forti azioniste della controllante di Telecom (la già nota Olimpia) con un 40%; Tronchetti scenderebbe da 80 a 50, Benetton resterebbe con il 10%. Poi resterebbe da decidere se fare o meno a fette questa benedetta società, se vendere o meno la Tim, e magari, chissà, forse, qualcuno penserà pure al famoso “piano industriale” della cui mancanza si lamentano tutti (in particolare i sindacati che non danno una mano, ma soltanto “piangono” per i lavoratori, di cui ai capi sindacali non interessa un bel nulla). Comunque, lo ripeto, è inutile seguire adesso gli arzigogoli e i vari progetti, che per il momento sembrano semplici esercizi giornalistici (o magari “palloncini sonda” di qualcuno verso qualcun altro).

Quello che resta è il debito Telecom, che tutti si affrettano a definire non preoccupante come si pretende che sia. La redditività dell’azienda è alta, si continua a ripetere. Non sono un esperto di economia aziendale, e non ho sottomano i reali bilanci della società. Quindi, si tratta di fidarsi o meno di personaggi che ovviamente non possono dire che tutto va male, che il disastro è vicino. Però, per carità, può essere che certe affermazioni, soprattutto sulla redditività dell’azienda, siano realistiche. Tuttavia, notiamo alcune cosette. Olimpia (18% in Telecom) ha in carico le azioni della società controllata nel suo “stato patrimoniale” a 4 euro l’una (perché per tanto le acquistò a suo tempo dai precedenti ben noti proprietari, i dalemiani “capitani coraggiosi”), mentre valgono circa 2,2 sul mercato. Di conseguenza, il patrimonio di Olimpia dovrebbe essere abbondantemente svalutato per corrispondere al reale; ed essa stessa ha una certa cifretta di debiti in carico (non come la Telecom, mi sembra solo tre miliardi, ma potrei sbagliare). La svalutazione del patrimonio Olimpia (che comunque di fatto c’è) si rifletterebbe sulla società centrale della holding, la Pirelli & C. Spa, che ha l’80% di Olimpia. E anche la Pirelli ha i suoi debiti. Ho da più parti letto che, in definitiva, se tutto venisse valutato secondo i termini reali, il patrimonio della Pirelli sarebbe praticamente pari ai suoi debiti (ivi compresi quelli della Telecom che, gira e rigira, potrebbero arrivargli sul groppone tramite le pratiche di consolidamento, se i sedicenti organi di “controllo dei mercati” si “svegliassero”; la Consob, ad es., è spesso in semiletargo, sulle Authority penso sia meglio soprassedere).

Quello che comunque manca effettivamente è il fantomatico “piano industriale”; che poi dovrebbe essere redatto tenendo conto della possibilità di investimenti (e sapendo dove prendere i soldi per effettuarli) in tecnologie veramente di punta e in operazioni di apertura a più vasti mercati (anche con le adeguate alleanze); non per soltanto sanare temporaneamente la situazione debitoria ma darsi invece delle prospettive di lungo periodo. La stessa Fiat, che pure si dice abbia turato le falle più gravi, la vedremo alla prova nei prossimi dieci anni; allora si saprà meglio se sarà stata lungimirante strategicamente, o avrà solo tamponato la situazione per consentire ai suoi proprietari di non uscirne con le ossa rotte da un punto di vista prevalentemente finanziario. Alla Telecom, sembra invece che, al momento, tutto sia nebbia e “zona grigia”. L’unica cosa certa è che si trova nella bufera per una serie di lotte e contrasti legati al conflitto tra i potenti gruppi di subdominanti italiani, facenti parte di quel complesso finanziario-politico – tutto interno, mi dispiace dirlo, ai vari settori del centrosinistra: SanIntesa con i prodiani e certi ambienti ulivisti; Unicredit-Montepaschi con i diesse, e anche conflittuali fra loro come lo sono D’Alema, Fassino, ecc.; Capitalia forse con Rutelli-Veltroni (anche loro due galli in un pollaio), ecc. – che sta mettendo a soqquadro l’Italia, agendo in stretta dipendenza rispetto ai predominanti statunitensi, anch’essi divisi in vari gruppi in conflitto, dei quali quello che al momento trova la maggiore udienza in Italia è appunto la Goldman Sachs (che certo non agirà da sola, ma come punta di un iceberg assai più vasto e profondo, e quindi in gran parte celato alla nostra vista).

E concludiamo allora tornando, per alcune precisazioni, a questa attualmente così importante società finanziaria. Essa è una delle due maggiori merchant bank (investment bank) del mondo, l’altra essendo la Morgan Stanley. Imponenti le cifre delle attività di questi due giganti finanziari e delle attività di altri che essi gestiscono; sono numeri da paragonarsi a quelli dei Pil dei paesi industrializzati. Si tratta comunque di società americane; alla faccia di quei mentecatti che parlano di transnazionalizzazione delle grandi imprese, del fatto che esse non si richiamerebbero più ad alcun Stato nazionale, essendo tutti questi Stati ormai superati e messi in un canto. Per fortuna, tesi simili, come molte altre formulate da (non) pensatori “radicals” (anche dell’ultrasinistra) nei decenni passati, hanno fatto la fine che meritavano, pur se questi individui non si rassegnano e inventano sempre nuove mode, da veri “salottieri” dediti al bricolage pseudointellettuale.

La Goldman, oltre ad aver piazzato molti suoi ex (ma sempre ad essa legati, possiamo darlo per scontato) in posti decisivi in Italia, ne ha fatto arrivare un buon numero in posizioni elevate negli USA. Facciamo solo qualche esempio: Robert Rubin, suo co-presidente, diventato segretario del Tesoro di Bill Clinton; Hank Paulson, fino all’anno scorso presidente della banca, attuale segretario del Tesoro (come vedete, la Goldman è bipartisan); Joshua Bolten, già direttore esecutivo della banca per l’Europa, attuale responsabile dello staff della casa Bianca. Prodi, come abbiamo sopra scritto, fu consulente della finanziaria americana nel periodo di intervallo tra le sue due presidenze dell’IRI (1982-89 e dopo il 1993). Per una delle prime privatizzazioni di enti pubblici, quella del Credito Italiano, Prodi nel ’93 nominò advisor proprio la Goldman. Ci fu un’interrogazione parlamentare per quello che ancora non era diventato di moda denominare “confitto di interessi”.

La risposta di ambienti IRI per scagionare Prodi è un monumento all’ipocrisia democristiana e italiana in genere. Si fece presente che nella seduta del Cda dell’IRI, in cui fu scelta la Goldman, Prodi si era astenuto (ormai sappiamo, da tanti film, che i mandanti dei killer non si sporcano le mani; anzi, più precisi di Prodi, vanno anche “fuori città”, creandosi l’alibi; i più seri non vogliono nemmeno essere “telefonati”, preferiscono leggere la notizia sui giornali). E inoltre, quella decisione era stata poi approvata dal Comitato per le privatizzazioni presieduto – udite, udite!! – dal direttore generale del Tesoro Draghi (che qualche anno dopo divenne vicepresidente della Goldman per poi passare, dopo gli squassi bancari e la stagione “antifazista”, a Governatore della Banca d’Italia, nel mentre un altro “illustre” italiano, Mario Monti, è diventato da pochi mesi consulente della solita Goldman). Che bella combriccola di goldmaniani (o manianigold) abbiamo ai nostri vertici politico-finanziari!

E’ un autentico marasma (abbastanza melmoso), che rischia di affondare il paese. Quest’uomo, il bolognese, è veramente di intelligenza ben bassa, peggio di quanto ci si potesse aspettare. Si sarebbe dovuto tener più conto di tutte le gaffes fatte in Europa, di tutte le ironie e prese in giro di cui era oggetto. Bisognava però leggere la stampa straniera; quella “libera” italiana irrideva soltanto Berlusconi, e qualcuno ha quindi pensato che il suo avversario fosse un genio. Adesso, rimediare non sarà facile, anche se gli scontenti e i preoccupati cominciano ad essere moltissimi. Certo, il dramma è che non ci sono belle alternative; né all’interno del centrosinistra né “altrove”. Comunque, se non vogliamo affondare, bisogna che questo “picciol uomo”, con questo Governo di pasticcioni, se ne vada presto. Per il momento non ci resta che assistere a queste convulsioni di un quadro politico privo della benché minima idea, attaccato ai propri infinitesimali interessi in combutta con gli “amicucci della Parrocchietta”; amicucci, fra i quali spiccano la SanIntesa in Italia e la Goldman negli USA, sempre più pericolosi e avidi.

Gianfranco La Grassa
Fonte: http://ripensaremarx.splinder.com/
Link: http://ripensaremarx.splinder.com/post/9397544
29.09.06

* [Ndr]Il Gruppo Bilderberg nasce nel 1952, ma prende questo nome solo nel 1954, quando il 29 maggio si riuniscono a Oosterbeek, in Olanda, all’Hotel Bilderberg, politici, finanzieri, industriali ecc. ecc. Da qui il nome di questa organizzazione, della quale è segreto l’elenco dei membri. Da allora le riunioni sono state ripetute 1 o 2 volte all’anno. I partecipanti alle riunioni Bilderberg sono presidenti, ministri dell’economia (anche Romano Prodi ha partecipato a qualche incontro), ma soprattutto membri dell’alta finanza Americana ed Europea. La prima riunione risale al 29 maggio 1954, presenti un centinaio banchieri, politici, industriali (tra questi pare ci fosse pure A. De Gasperi). Un altro membro influente dell’organizzazione (nello “steering committee” con David Rockefeller) è stato Giovanni Agnelli. Tra i personaggi presenti alla riunione del 1999 venivano citati dal Corriere: Mario Monti, Uberto Agnelli e E. Kissinger

L’ultimo incontro è di giugno 2006 a Kanata in Ontario (nei pressi di Ottawa) al Brookstreet Hotel, come sempre totalmente riservato agli “aficionados”. Ammessi pochi giornalisti compiacenti. Il comunicato stampa ufficiale (l’unico emesso) ha elencato i temi discussi: “le relazioni euro-americane, l’energia, la Russia, l’Iran, il Medio Oriente, l’Asia, il terrorismo e l’immigrazione”. I nomi dei partecipanti: David Rockefeller, Henry Kissinger, la regina Beatrice d’Olanda, Richard Perle, i dirigenti della Federal Reserve Bank, di Credit Suisse e della Rothschild Europe (il vicepresidente Franco Bernabè), delle compagnie petrolifere Shell, BP e Eni (Paolo Scaroni), della Coca Cola, della Philips, della Unilever, di Time Warner, di AoL, della Tyssen-Krupp, di Fiat (il vicepresidente John Elkann) i direttori e corrispondenti del Times di Londra, del Wall Street Journal, del Financial Times, dell’International Herald Tribune, di Le Figarò, del Globe and Mail, del Die Zeit, rappresentanti della Nato, dell’Onu, della Banca Mondiale e della Ue, economisti e ministri dei governi occidentale.

Alcuni degli italiani del giro sono:

1. Franco Bernabè, Vice presidente Rothschild Europe
2. John Elkann, Vice presidente Fiat S.p.A.
3. Mario Monti, Presidente Università Commerciale Luigi Bocconi
4. T. Padoa-Schioppa, Ministro delle Finanze
5. Paolo Scaroni, CEO, Eni S.p.A.
6. Giulio Tremonti, Vice presidente della Camera dei Deputati
7. (Pare)Emma Bonino, la quale si dice debba ringraziare il Bilderberg per l’affermazione dei radicali nelle europee del 1999 (9% inatteso).
8. Altri, invitati solo una volta (vedi Veltroni quando era direttore dell’Unità)

Per quel che riguarda la “ragione sociale” del Bilderberg vale quanto detto da G. La Grassa

Pubblicato da Davide

  • Tao

    Come la vicenda Telecom ha rimescolato le posizioni di politici e imprenditori.

    Del progetto si era parlato riservatamente fra Palazzo Chigi e il ministero dell’Economia: la nomina alla direzione generale del Tesoro di Claudio Costamagna, amico stretto di Romano Prodi, finanziere internazionale che tra gli ultimi incarichi vanta la consulenza a Rupert Murdoch nella trattativa con Marco Tronchetti Provera.
    La burrasca che si è abbattuta sulla Telecom e su Prodi ha vanificato il lavoro di Costamagna e fa slittare a tempo indefinito il trasferimento sulla poltrona di Vittorio Grilli, un commis d’état rispettato sia da Giulio Tremonti sia nel centrosinistra.

    Quello di Costa magna non sarebbe però un normale episodio di spoils system: il 50 enne manager ha lavorato fino a pochi mesi fa nella sede londinese della Goldman Sachs, con l’incarico di presidente dell’investment banking per l’Europa.
    A Londra aveva agito in tandem con un altro amico di Prodi: Massimo Tononi, che della Goldman era direttore per le fusioni e acquisizioni. Oggi Tononi è sottosegretario all’Economia.

    Inutile dire come con Costamagna al Tesoro, Tononi all’Economia e lo stesso Prodi, che della Goldman Sachs è stato consulente tra il 1990 e il ’93, sul vertice del governo si sarebbe proiettata l’ombra della più ricca e potente merchant bank del mondo, che nel 2005 ha realizzato utili per 5,6 miliardi di dollari e nei primi tre mesi 2006 addirittura per 2,4 miliardi: il 44 per cento del capitale. Anche perché alla Banca d’Italia c’è un altro ex, Mario Draghi, seppure non in stretto feeling con Prodi. E nel boa! rd dei c onsulenti è entrato Mario Monti.

    Certo, non è provato che il piano di Angelo Rovati per la Telecom fosse farina della Goldman. Anche se la banca sta curando per l’Enel la fusione tra Terna (rete elettrica) e Snam (rete gas dell’Eni); un’operazione che, nei disegni prodiani, doveva completarsi con la rete Telecom per riportare le infrastrutture strategiche sotto lo Stato. E, se tutte le palle fossero andate in buca, sotto il controllo dei suoi uomini più fidati, tutti targati Goldman Sachs. Che per il premier è un tormentone.
    Quando divenne presidente della Commissione europea, due giornali londinesi, il Daily Telegraph e l’Economist, gli chiesero conto dei legami con la Goldman (e la Unilever, di cui era stato egualmente consulente) e dei generosi compensi che il Professore fatturava all’Ase, una società in comproprietà con la moglie Flavia: 3,1 miliardi di lire di allora.

    Gli inglesi puntarono l’indice sulla privatizzazione della Bertolli, ceduta dall’Iri di Prodi al consorzio Fisvi e poi, con una clausola speciale, rivenduta all’Unilever con la Goldman come advisor. Così come la banca era stata advisor della privatizzazione del Credito italiano. Prodi dovette pubblicare sul sito internet della Commissione le sentenze che lo scagionavano.
    Ma non allentò il legame con la Goldman Sachs, anzi: scelse come capo di gabinetto l’irlandese David O’Sullivan, raccomandato dal presidente della Goldman Europe, Peter Sutherland. E si è calorosamente rallegrato per la nomina a segretario al Tesoro americano di Henry Paulson, numero uno della Goldman e suo grande amico.
    L’affaire Telecom rende un po’ ingombrante la griffe Goldman Sachs. Di certo Guido Rossi dovrà aggiornare la battuta riservata a Massimo D’Alema ai tempi della scalata di Roberto Colaninno: «Palazzo Chigi è l’unica merchant bank dove non si parla inglese».
    Oggi l’inglese si parla, e fluente.

    Renzo Rosati
    Fonte: http://www.panorama.it/home/index.html
    Link: http://www.panorama.it/italia/capire_politica/articolo/ix1-A020001038109
    26.09.06