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GLI USA NON SONO LA GRECIA

DI MARSHALL AUERBACK
counterpunch.org

Le nazioni dell’Eurospazzatura vanno verso il default

Se impariamo la lezione sbagliata dalla Grecia, la nostra rete di sicurezza sociale può finire a brandelli.

Molti analisti del mercato, commentatori ed economisti sostengono che si fa fatica a trovare un parametro nel quale gli Usa siano in forma finanziaria migliore della Grecia. Ken Rogoff, per esempio, recentemente ha segnalato che il default greco inaugurerebbe una serie di default sovrani e ha recentemente suggerito dalla NPR (radio pubblica statunitense) che la crisi ha anche conseguenze per gli Usa. Lo storico Niall Ferguson ha dato un avvertimento simile pochi mesi fa sul Financial Times. Il volume dei clamori dei falchi del deficit cresce: “Spendaccioni delle finanze pentitevi, prima che arrivi il giorno della resa dei conti”.


Lasciamo un po’ da parte l’isteria biblica mentre c’è ancora tempo per un dibattito razionale. La recente risposta del mercato alle pressioni che si intensificano nell’eurozona suggeriscono che gli investitori cominciano a differenziare tra Paesi che sono emettitori sovrani di valuta, come gli Usa o il Giappone, e emettitori non sovrani, come la Grecia o ogni altra nazione dell’Eurozona. Il dollaro Usa sta aumentando di valore, indipendentemente dal deficit federale, mentre le difficoltà del debito dei cosiddetti “PIIGS” (Grecia, Portogallo, Spagna e Irlanda, soprattutto la Grecia) si stanno intensificando, portando in tal modo l’euro ai continui ribassi contro il dollaro degli ultimi 12 mesi.

A questo proposito, la performance relativa di diverse valute nei confronti del dollaro Usa è molto istruttiva. Negli ultimi 3 mesi, il dollaro australiano, quello neozelandese e quello canadese hanno tutti registrato guadagni di circa il 4 per cento nei confronti del biglietto verde. Il peggior andamento? Senza sorpresa, quello dell’euro, calato del 6,3 per cento nello stesso periodo. Coscientemente o no, i mercati stanno dimostrando di distinguere tra Paesi che usano una valuta (e che subiscono un vincolo finanziario esterno) e quelle nazioni che non hanno vincoli nelle capacità di spesa poiché sono creatori di valuta.

In questo contesto, che gli Usa abbiano la riserva valutaria è una considerazione irrilevante. Il criterio per distinguere resta utilizzatori contro creatori. Gli Stati dell’eurozona fanno parte del primo gruppo; Canada, Australia, Regno Unito, Giappone e Usa fanno parte del secondo.

Considerare Grecia, Portogallo, Spagna e Irlanda alla stessa stregua degli Stati Uniti o del Regno Unito, come fanno Rogoff, Ferguson e altri commentatori minori, è sbagliato. La loro analisi erronea deriva dall’incapacità dei critici del debito pubblico di distinguere tra assetti monetari di nazioni sovrane e non. Ogni governo sovrano (nessuno all’interno dell’Unione Economica e Monetaria ha più tale status) può fronteggiare un collasso finanziario ed un aumento delle spese da una prospettiva finanziaria senza invocare quella sorta di punti morti che stanno ora devastando i paesi dell’Unione Economica e Monetaria (UEM). Quello è il motivo per cui, ad esempio, lo yen giapponese non è in caduta libera nei confronti del dollaro, nonostante abbia un debito pubblico del 200 per certo in rapporto al Pil, quasi due volte e mezzo quello degli Usa. Infatti, negli ultimi giorni in realtà lo yen si è apprezzato nei confronti del dollaro. Perché ciò accade, se la lezione che si suppone dobbiamo imparare è il male che deriva da politiche di governo della spesa “insostenibili”?

La sostenibilità fiscale non è rilevante in un sistema dove non ci sono restrizioni operative nella possibilità di un governo di spendere. Gli assegni della Social Security Usa saranno pagati. Altrettanto dicasi per gli equivalenti canadesi o giapponesi. In maniera simile, i loro bonds saranno sempre in grado di pagare interessi. Notare che ciò non significa che non ci siano reali restrizioni di risorse nelle possibilità di spesa di un governo. Siamo chiari: chi promuovi l’uso della politica fiscale come strumento efficace di contro-stabilizzazione è sempre attento a puntualizzare che tali interventi possono avere un costo. Tale costo potrebbe essere l’inflazione se, come risultato dell’espansione fiscale, si raggiungesse il pieno impiego e le risorse cominciassero ad apparire limitate, ma ciò nonostante il governo continuasse a spendere. Salvo che l’economia riprendesse a crescere, le entrate fiscali aumentino e la spesa per la rete di sicurezza cada. Negli Usa, ciò probabilmente significherebbe essere tornati alla “normalità”, con deficit che si aggirano intorno al 2-4 per cento secondo lo stato dell’economia, che è dove siamo stati negli ultimi 30 anni, eccetto il periodo 1998-2001.

Perché questi deficit non saranno inflazionistici? Come ha notato il prof. Scott Fullwiler in una e-mail recentemente inviatami, una volta che la ripresa è in corso e l’economia raggiunge una capacità di utilizzo significativamente più alta nella quale la pressione dei prezzi possa emergere, il deficit declinerà sostanzialmente. Inoltre ci sarà un bilanciamento almeno parziale dovuto a una riduzione della spesa per il welfare non strettamente necessaria. È indiscutibile che più veloce cresce l’economia, più si riduce il deficit, a meno che il governo continui a spendere in maniera sconsiderata – la qual cosa certamente non desideriamo.

E nello stesso tempo in cui arriviamo ad un punto nel quale potremmo avere inflazione, il deficit è tornato al 2-3 per cento, che di nuovo è la situazione nella quale siamo stati negli ultimi 30 anni, mentre l’inflazione media è stata del 2 per cento circa. Notare: inflazione non vuol dire default. Voi ed io potremmo tranquillamente acquistare CDS (Credit Default Swap) (1) in ogni Paese del mondo, ma non ci riusciremmo se di tali Paesi nessuno registrasse un tasso di inflazione positivo – anche a due cifre – perché inflazione non vuol dire default. Né le agenzie di rating riconoscono il default in tale maniera. Il default è definito come l’incapacità di eseguire un’operazione o adempiere ad un obbligo, soprattutto un obbligo finanziario. L’inflazione non è compresa nella definizione quando ha a che fare con l’insolvenza di una nazione.

Al contrario, nei mercati si parla molto di default della Grecia e ciò rappresenta una preoccupazione ragionevole nel contesto dell’eurozona. L’eventualità del default è considerata una conclusione inevitabile anche tenendo conto del massiccio aiuto di 110 miliardi di euro, che è stato progettato per “colpire e terrorizzare” (2) gli investitori, ma ha semplicemente generato uno shock. Se il salvataggio della Grecia costa 110 miliardi di euro, quanto costerà salvare la Spagna, l’Italia o anche la Francia la prossima volta?

Se i mercati sono preoccupati della solvibilità delle nazioni, non amplieranno il credito. E quello è il problema che stanno fronteggiando tutti i Paesi dell’eurozona. Grecia, Portogallo, Italia, Francia e Germania sono tutti utilizzatori dell’euro – non emettitori. Rispetto a ciò, sono più simili a un qualunque stato o municipalità degli Usa, i quali sono tutti utilizzatori del dollaro del governo federale.

E i deficit da soli non creeranno le condizioni per il default negli Usa. Se gli Usa continuano ad avere un deficit netto dell’export (probabilmente a maggior ragione per la caduta del valore dell’euro che sta avvenendo), e il settore privato interno risparmia più di quanto spende, è necessario che il governo Usa spenda più di quanto incassi (3) – cioè deve andare in deficit. C’è una basilare identità di contabilizzazione, né più né meno. Se il governo Usa tentasse in queste circostanze di avere un surplus, forzerebbe prima di tutto il settore privato interno ad avere un deficit (e debito crescente) e infine fallirebbe perché quest’ultimo cercherebbe di incrementare la sua capacità di risparmio.

E la stessa logica si applica alla Grecia. L’appello per il gruppo dei Paesi UEM/UE è di ridurre il proprio deficit ad una percentuale del PIL dall’attuale 13.6 per cento all’8,1 per cento nel 2011. Come riusciranno a farlo? Provare ad architettare una riduzione del deficit attraverso programmi di austerity (o rigore o qualunque altro nome si voglia dare) in un momento nel quale la capacità di spesa è ancora insufficiente per mantenere una crescita veramente adeguata del PIL è una ricetta per il disastro. Porterebbe ad un aumento del debito.

A questo riguardo consideriamo l’Irlanda come Esempio A. L’Irlanda ha iniziato a tagliare il proprio deficit di spesa nel 2008, quando la crisi bancaria ha cominciato a diffondersi e il deficit del suo bilancio era del 7,3 per cento del PIL. L’economia si è subito contratta del 10 per cento e, sorpresa, sorpresa, il deficit è esploso al 14,3 per cento del PIL. Scommetterei una grossa somma che un simile destino è pronto per la Grecia, data l’incapacità dell’UE di capire o riconoscere le basi dei bilanci finanziari e le interrelazioni tra i vari settori dell’economia. Né un governo, né il FMI possono predire con certezza quale sarà il risultato – essenzialmente i desideri dei risparmiatori privati determineranno i risultati, come Bill Mitchell ha notato più volte.

Perché abbiamo grossi deficit un po’ in tutto il mondo? In gran parte a causa del rallentamento dell’economia globale che ha portato a una riduzione dei redditi (minori entrate = minor gettito fiscale, poiché la maggior parte delle entrate fiscali sono basate sugli imponibili e sugli scaglioni di tassazione più bassi) e un aumento della spesa per la sicurezza sociale. Distruggere questa rete di sicurezza sociale perché si ricava una lezione sbagliata dalla particolare (e autoimposta) situazione dell’eurozona costituirebbe il colmo dell’ignoranza economica. Rifletterebbe anche una agenda politica trasparente, che gli Usa sarebbero mal consigliati qualora decidessero di intraprenderla. Il pacchetto di salvataggio, l’intervento del FMI e tutte le chiacchiere sul default controllato non possono superare il difetto che sta alla base del disegno dell’UEM. Lasciamo il neoliberismo morire con l’euro.

Marshall Auerback (analista dei mercati e commentatore. È un esperto che opera presso il Franklin and Eleanor Roosevelt Intitute. Può essere raggiunto scrivendo a [email protected])
Fonte:
Link: http://www.counterpunch.org/auerback05072010.html
7/9.05.2010

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di GIUSEPPE FOLLINO

Note a cura del traduttore

(1) È il derivato creditizio più usato, spesso utilizzato con la funzione di polizza contro il rischio d’insolvenza
(2) Originariamente una dottrina militare basata sull’uso di una potenza travolgente, la terminologia è usata dall’autore in senso più ampio
(3) Nell’originale americano è presente un gioco di parole non esprimibile in italiano che controbilancia il risparmio (net save) del settore privato interno con la spesa (net spend) del governo Usa

Pubblicato da Davide

  • Andy86

    è sicuramente vero che gli usa non sono la grecia: spese militari a parte i nostri cugini ellenici non hanno tutti gli interessi (e i poteri) finanziari che possono supportare l’america

    se non altro è piacevole sentire un americano parlare male del (neo?)liberismo che loro stessi hanno creato, potrebbero almeno darci il buon esempio, i deficit non dipendono solo dalle entrate ma anche dalle uscite (interessi sul debito, dice qualcosa?), dal tasso di crescita dell’economia e quello di inflazione

    sappiamo come finirà, ci sarà inflazione, ci diranno che sarà per saldare il debito (matematicamente è vero che consente di farlo, essendo il debito un valore nominale), ma dietro vi sarà solo un altra manovra speculativa

  • Ricky

    Sono gli stessi concetti che ha esposto in modo molto piú comprensibile P.Barnard in un suo articolo pubblicato la settimana scorsa e che ha provocato un putiferio di oltre 150 commenti.
    Ora, se lo dice un anglosassone, cambia qualcosa?
    L’euro deve morire perché é costruito su basi inesistenti, ma soprattutto perché non esiste nessuna volontá di costruire queste basi, da parte di Germania Inghilterra e Francia

  • Johnny_Cloaca

    Ma guarda un pò! La pianificazione non ha funzionato…

  • Nemesi

    La psicologia e l’economia non sono una scienza esatta, ma solo un insieme di ipotesi e costatazioni, ma spesso gli economisti e i psicologi ci vorrebbero far credere che parlano di cose “esatte”, anzi spesso gli economisti si richiamano alla psicologia per spiegare certi fenomeni.
    E’ come se uno stregone per convincerci della bontà della sua magia, portasse la certificazione di uno sciamano!!!

    Quanto sento parlare di differenza e vantaggio degli stati con sistema monetario sovrano e stati senza sovranità sulla moneta, mi viene un sorriso amaro.
    Tutti guardano il Giappone con un debito del 200% del PIL e dicono che anche gli USA possono fare lo stesso!!! (pazzi illusi)
    Se negli USA non scoppia una crescita sostenuta è molto probabile che gli Stati Uniti facciano una fine anche peggiore della stessa Argentina, se la crisi di fiducia dovesse investire i Bond americani nessuno è in grado di intervenire.
    Neanche la Fed può applicare una politica monetarie espansiva tale da salvare l’economia Americana.
    L’America deve solo sperare nella ripresa altrimenti farà la fine dei suoi colleghi dell’america latina!
    Caro signor Marshall Auerback, lei fa parte dell’insieme delle persone che credevano che la terra fosse piatta, che per guarire i malati bisognava salassarli, che la terra fosse al centro dell’universo e che i sole girasse intorno ad essa in quanto ciò era un’evidenza inconfutabile.

  • amensa

    In questo articolo si mettono insieme una sequenza di falsità per dimostrare un fenomeno reale, dando così l’impressione che , essendo il risultato vero e constatabile, sia vero anche tutto quanto precede.
    Elenco solo alcune delle cose di cui non si tiene conto:
    il dollaro è moneta di scambio internazionale e quindi di riserva.
    Le agenzie di rating sono due USA e una U.K.
    Il debito giapponese è finanziato essenzialmente dall’interno, per metà dalla IMPS giapponese che è un ente statale, e per una alta percentuale da società e privati giapponesi, i quali, tra l’altro, essendo forti risparmiatori, finanziano anche il debito USA.
    L’inflazione ( intesa nel significato più comune della parola, ovvero come svalutazione della moneta stessa) NON dipende solo da quanto denaro viene generato, ma soprattutto da CHI lo detiene.
    La possibilità di indebitamento di uno stato, dipende soprattutto da chi detiene i titoli in scadenza e chi è disposto a rifinanziarli.
    Ecc….
    Se vi sembra che questi argomenti, manco sfiorati nell’articolo, siano solo marginali o ininfluenti, significa, scusate il termine, che non avete capito una mazza.
    Vedrò di scrivere un testo più consono a capire se e quando eventualmente, avverrà il default USA.

  • amensa

    posto come commento questo mio scritto, benchè pensi che meriterebbe diesser postato in home.

    Parto dalla prima considerazione importante, ovvero che la distribuzione della ricchezza e quindi del carico fiscale, nella maggior parte degli stati moderni, è semplicemente oscena e socialmente criminale.
    È deleterio , dal punto di vista della convivenza civile, che vengano permesse delle forbici tra la disponibilità di risorse (reddito + capitale) tra i più ricchi e i più poveri di milioni di volte.
    È banale osservare che se la forbice della tassazione va da un minimo del 10% ad un massimo del 50%, i poveri diventeranno sempre più poveri e i ricchi sempre più ricchi.
    Togliere il 10% a chi ha un reddito di 1.000€/mese significa , ridurlo alla fame, pertanto togliergli ogni possibilità di risparmio e quindi di accumulo di ricchezza.
    Mentre togliere il 50% a chi “guadagna” 100.000€/mese significa chela sua capacità di risparmio è almeno del 50% del restante.
    Se poi il primo, proprio per la sua estrazione povera, deve anche pagarsi un affitto, mentre il secondo, dopo pochi anni di risparmi può diventare proprietario dell’abitazione in cui abita, questa forbice è destinata ad allargarsi ulteriormente.
    Ed ho ipotizzato SOLO una forbice di 100 a 1.
    Notare inoltre che i servizi che lo stato fornisce, dalla sicurezza, alla giustizia ai trasporti, a quanto associato ai trasporti “di lusso” come aeroporti, porti e ancoraggi per barche da diporto, ecc… che sono normalmente in deficit, e quindi pesano sulla fiscalità generale, siano però utilizzati solo da persone relativamente benestanti.
    Sono quindi ovvie due considerazioni in merito.
    La prima è che la fiscalità dovrebbe avere aliquote molto più alte per i redditi più alti, e non solo, ma dovrebbe anche interessare non solo i redditi, ma anche i capitali posseduti, con lo stesso criterio di forte progressività.
    La seconda che il controllo della massa monetaria, e quindi della relativa inflazione, andrebbe fatta anche sulla base di CHI si appropria di eventuali risorse immesse dallo stato.

    E qui mi avvalgo di una considerazione addirittura banale.
    Denaro che affluisca in chi ha redditi bassi, e quindi sta già facendo sacrifici per la sopravvivenza, aumenterà immediatamente i livelli di spesa e consumo.
    Denaro che affluisca in chi già abbia elevate possibilità NON aumenterà in alcun modo i consumi, ma tutt’al più i risparmi di tali persone.

    Ora è necessaria un’altra considerazione/osservazione.
    Ovvero a cosa è dovuta la inflazione/svalutazione della moneta.
    Se consideriamo un sistema in equilibrio economico, ovvero un sistema in cui chi produce beni e servizi ottiene anche risorse tali che gli permette di acquistare tali beni e servizi, ovvero un sistema in cui il denaro destinato all’acquisto dei beni e servizi , considerato nella sua velocità di circolazione, è pari al valore di tali beni e servizi prodotti e consumati nell’unità di tempo, ebbene , tale sistema si manterrà indefinitivamente, non generando alcuno squilibrio. Tanto si crea, come valore, tanto si consuma, e questo include pure risparmio e nuovi investimenti, e quindi nuove e aggiornate produzioni.
    In tale sistema ideale, la percezione che ha ogni persona del valore del denaro, è legata alla quantità e qualità dei beni che può di volta in volta acquistare.
    Supponendo che in tale sistema alcune persone acquisiscano maggiori possibilità di spesa, e quindi si procurino una quantità maggiore di beni. Se la produzione resta costante si avrà immediatamente un aumento dei loro prezzi, dovuta alla sopravvenuta scarsità di tali beni.
    Stessa identica cosa accade se, per cause esterne a tale sistema, i costi e quindi i prezzi di tali beni e servizi, aumentano.
    Quindi è abbastanza intuibile che, se un aumento di prezzo avviene su beni di comune e diffuso consumo, la percezione del loro aumento sarà proporzionalmente diffusa, mentre se avviene solo su prodotti “di nicchia”, tale percezione sarà limitata ai pochi consumatori.
    Visto poi, che nel rapporto dialettico tra disponibilità economica degli acquirenti, e prezzi dei beni e servizi, un aumento dei prezzi spingerà a richiedere e ottenere maggiori disponibilità economiche, ecco che si innescherà quella che è definita come spirale inflazionistica, ovvero una serie di fenomeni che si causano a catena in modo circolare.
    Fenomeno diametralmente opposto accade se diminuiscono le possibilità di spesa degli acquirenti, creando un “ invenduto” che porterà a sconti o diminuzione di prezzi, ma anche di produzioni, con espulsione di forza lavoro che è l’unica componente che può causare un immediato risparmio nella formazione dei prezzi, ma che a sua volta riduce ulteriormente le disponibilità globali per l’acquisto dei beni, in una spirale, questa volta, deflazionistica.
    Stesso fenomeno si verifica se gli acquirenti vengono indotti ad un maggiore risparmio, quindi ad una riduzione della parte di reddito destinato ai consumi, cosa che accade normalmente quando venga percepita una “crisi” economica.
    La cosa importante, in queste fasi di “squilibrio” è osservare quali categorie di beni e servizi, e quali categorie di persone, sono interessati a tali variazioni.
    Rispetto ad un computo della inflazione fatto su un campione generale dei beni, considerando il prodotto del prezzo unitario per i quantitativi commercializzati, così che un prodotto di basso prezzo ma elevatissimo consumo, può, nel computo ponderato contare molto più di un prodotto molto costoso ma commercializzato solo su pochi esemplari, quella che è definita l’inflazione percepita, è quella relativa ai beni di più largo e comune consumo, proprio perché essendo percepita dalla stragrande maggioranza delle persone, assume un carattere preponderante rispetto a quella di prodotti più “di nicchia”.
    Tutto ciò per dire un’altra banalità.
    La “percezione” sui prezzi, e quindi l’innesco di spirali, è predominante quella sui prodotti di largo e comune consumo, e, quindi proprio perché “largo” interessa essenzialmente le classi più povere, che sono la stragrande maggioranza.
    E quindi se eventuali variazioni di disponibilità interesseranno le classi più povere, oppure se variazioni dei prezzi interesseranno i beni di largo e comune consumo, si innescheranno immediatamente le spirali conseguenti, mentre se le variazioni interesseranno beni “di nicchia” oppure la classi più ricche, che ne sono i naturali consumatori, difficilmente si innescheranno tali spirali.
    Di qui la conclusione che, se un governo vuole aumentare l’inflazione, ad esempio per combattere un movimento deflattivo, non sarà sufficiente che generi liquidità, se questa viene intercettata dalle classi abbienti o peggio ancora non esce nemmeno dalle banche, ma sarà necessario che faccia giungere tale liquidità alle classi più povere.
    Così come un diffuso pessimismo , che induca al risparmio a scapito della spesa, avrà ripercussioni deflazionistiche, tanto quanto un aumento della disoccupazione che riduce proprio i consumi legati addirittura alla sopravvivenza come il cibo.
    Per verificare quanto sopra, non occorrono ne formule matematiche ne conoscenze approfondite della materia, ma basta un minimo di spirito di osservazione e di buon senso.

    Ed ora passiamo al discorso del debito.
    Uno stato, come ogni entità economica, ha delle entrate e delle uscite (spese).
    Per gestire questo enorme flusso di denaro si compila un bilancio, in mododa avere sotto controllola situazione economica complessiva.
    Vi sono due bilanci: uno di competenza e uno di cassa.
    Questo perché ben difficilmente come si decide una spesa o si stabilisce il diritto ad una entrata, questi si saldano immediatamente.
    Pagamenti a 30, 60 giorni, o rateizzazioni delle tasse, portano ad avere il movimento di denaro in tempi diversi da quando scaturisce il diritto a tale movimento.
    Per cui il bilancio di competenza elenca entrate e uscite nel momento che si genera tale diritto, il bilancio di cassa invece riporta i movimenti quando essi fisicamente avvengono.
    Il bilancio si chiama così perché deve far equivalere (bilanciare) entrate e uscite.
    Se le entrate, come molte volte avviene nei bilanci statali, sono inferiori alle uscite, significa che ad un certo punto le risorse dello stato finiranno prima di aver assolto tutti i suoi compiti.
    Quanto avviene è quindi che lo stato ha bisogno di ulteriori risorse, ma sulla base delle leggi e della sua capacità di riscuotere quanto gli è dovuto, non è in grado di riscuoterne altre.
    Allora chiede dei prestiti. In cambio di tali prestiti, emette dei certificati che indicano sia la durata del prestito, che l’interesse o premio, che verrà corrisposto per tale prestito.
    Quanto accade normalmente è che allo scadere dei prestiti, lo stato non solo ha accumulato risorse per pagare il capitale, ma nemmeno l’interesse, e sovente, ha un ulteriore deficit da finanziare.
    Quindi chiede prestiti per ottemperare a tutte queste necessità, che ovviamente sarà maggiore di quello scaduto.
    L’accumulo di tali debiti è il debito pubblico.
    Se è comprensibile che in una “democrazia” i governanti che vengono eletti dal popolo siano incentivati a spendere molto e chiedere poco, è abbastanza naturale. Ogni cittadino vorrà avere il massimo dei servizi ma pagare il minimo di tasse.
    Il problema è che se il popolo non fa caso ai bilanci che generano tali governanti, rischia di avere, a fronte di qualche beneficio oggi, un grosso debito da pagare domani.
    Un popolo intelligente farebbe molta attenzione a tutto ciò, bocciando inesorabilmente quei politici che, pur concedendo qualcosa, caricano il popolo presente e futuro di debiti.
    Ma c’è molto di più e molto di peggio.
    Come ho cercato di descrivere all’inizio, il popolo non è una massa uniforme e compatta.
    Fanno parte del popolo sia i poveri che i ricchi.
    L’inganno maggiore avviene quando, a fronte di piccoli vantaggi per i poveri, si danno grossi vantaggi ai ricchi indebitando lo stato.
    Subito sembra di essere arrivati nell’eden, di aver trovato la cornucopia del benessere, per poi accorgersi, quando i debiti salgano oltre un certo limite che non era tutt’oro quel che luccicava.
    E quando il debito pubblico raggiunge livelli difficili da rifinanziare (ovvero trovare più prestiti di quelli che scadono), ecco che la si mette sul tragico ed iniziano gli appelli retorici a favore del salvataggio della patria.
    E si chiedono sacrifici A TUTTI, ben sapendo che i vantaggi grossi sono stati storicamente goduti da pochi.

    Questo fatto genera la richiesta, stupida quanto inconcludente, di far emettere denaro allo stato.
    Ora, dato che nessuno darebbe il proprio libretto degli assegni in mano a qualcuno che si è coperto e continua a coprirsi di debiti, vi sono alcune ottime ragioni affinché ciò non avvenga.
    Quando lo stato è un forte debitore, il suo massimo interesse è che si entri in clima di inflazione.
    Io ottengo oggi del denaro che ha un certo valore e lo rendo un domani quando lo stesso denaro varrà di meno. In termini di valore ci guadagno la differenza.
    L’interesse del creditore è esattamente l’opposto.
    Quindi in termini di controllo dell’inflazione, di conservazione del potere d’acquisto, cosa estremamente conveniente per coloro che hanno redditi fissi e comunque difficoltà ad adattare il reddito all’inflazione, conviene che a controllare la massa monetaria sia il creditore ovvero il massimo creditore che è il sistema bancario e non lo stato che, essendo un grosso debitore, avrebbe invece tutto l’interesse a generare inflazione.
    Inoltre, se fosse lo stato a emettere denaro, si risolverebbe il tutto in una semplice partita di giro, ovvero da una parte spenderebbe denaro “creato”, ma dall’altra aumenterebbe il debito pubblico.
    Cosa ben diversa se il bilancio dello stato fosse in ATTIVO e non avesse debito pubblico. In tale condizione, il surplus potrebbe esser monetizzato, emettendo denaro rappresentante tale attivo. Ecco allora che sarebbe denaro emesso dallo stato, e non più dato a prestito, in quanto chi lo otterrebbe lo avrebbe già in pagamento di un bene o un servizio, e quindi sarebbe già posseduto all’origine.

    E per capire ciò occorre capire la distinzione tra denaro con valore intrinseco posseduto e denaro “fiat” ovvero creato dal nulla e imprestato.
    Il denaro con valore intrinseco, è sempre e solo posseduto.
    Chi lo detiene ne è sempre il proprietario, a meno che lui, proprietario, decida di concederlo in prestito.
    Uno scambio, bene contro denaro, è in effetti un baratto, in quanto anche il denaro è un bene, non solo per cosa rappresenta ma per quanto gli viene riconosciuto.
    Dopo che lo scambio è avvenuto il bene è andato ad uno e il denaro all’altro, nulla è in sospeso. Il tutto si conclude li.
    Il denaro”fiat” invece innanzitutto è generato a debito, e poi il suo valore è dato unicamente dal fatto che potrà esser scambiato ( e quindi accettato in pagamento da qualcun altro) nuovamente contro un bene di tale valore.
    Dire che è generato a debito, non significa che è un debito.
    Se voglio costruirmi una casa, e non ho il denaro necessario, chiedo un prestito alla banca.
    Nel momento in cui la banca crea tale denaro e me lo dà, io ho il denaro e un debito, la banca un credito.
    Io pago il muratore, l’elettricista, l’idraulico , ecc… che mi fanno la casa.
    A quel punto io ho la casa, non ho più il denaro, ma ho un debito. Il muratore, l’elettricista , l’idraulico, invece avranno del denaro. Di loro proprietà perché avuto in cambio di una prestazione.
    Quindi ora cosa deve accadere ?
    Deve accadere che io crei della ricchezza, dei beni, dei servizi, li venda a chi ha denaro, e raccolga il denaro per rimborsare il debito.
    Darò tale denaro alla banca, cancellerò così il mio debito, la banca distruggerà quel denaro.
    Innanzitutto dovrebbe risultare chiaro, in questo movimento, che il valore intrinseco del denaro non ha alcuna importanza. Che fossero pezzi di cara colorati, conchiglie, pezzi di legno, visto che comunque devono tornare a chi li ha emessi, non cambia assolutamente nulla. La loro funzione è stata quella di rappresentare un certo valore, con tale valore sono uscite,hanno circolato e permesso degli scambi, sono stati raccolti e quindi resi, sempre rappresentando lo stesso valore. Una volta resi ritornano gli insignificanti pezzi di carta, conchiglie o pezzi di legno in quanto ormai privati del loro valore rappresentato.
    Capire tutto ciò eviterebbe di dover tornare ogni momento a contestare le solite bufale su signoraggio e affini.

    Ed ora parliamo di quali sono i parametri da analizzare per capire le probabilità di default sovrani.
    Innanzitutto i debiti degli stati sono come tutti i debiti, ovvero maggiore è la sicurezza cheil creditore rimborsi alla scadenza il debito, minore è l’interesse richiesto.
    A tale proposito occorre subito ricordare chi è ch stabilisce l’affidabilità del creditore.
    A livello internazionale sono le società di rating, come ho scritto all’inizio due USA e una inglese.
    Tali valutazioni dalla tripla A alla tripla B includono molti livelli di affidabilità.
    L’unico grosso problema essendo Londra un po’ la filiale finanziaria degli USA in europa, è che praticamente tutte e tre tali società facciano parte dello stesso “blocco” pertanto ci sia da aspettarsi pochissima affidabilità proprio sui rating relativi a entità appartenenti a tale blocco.
    Se il debito sovrano della Gran Bretagna ha la tripla A e quello Greco la tripla B, non è tanto per i parametri oggettivi dei debiti, disavanzi, condizioni , ecc… ovvero dei parametri economici relativi alle due nazioni, quanto al fatto che la Grecia appartenga all’Europa , anzi , all’area dell’Euro mentre la gran Bretagna al blocco anglosassone cui appartengono le società di rating.
    Al proposito, ricordo le famose “salsicce avvelenate”, quei derivati con sottostanti mutui subprime, con etichetta tripla A, per il solo fatto che erano generate negli USA, e vorrei anche ricordare lo sconquasso finanziario che ciò ha causato all’intero mondo finanziario.
    Dato che a tutt’oggi nessuno ha pagato per tali errori di valutazione, nessuna regola è cambiata, l’unica deduzione logica è che i debiti del mondo anglosassone vengano valutati con occhio e metro diverso dagli altri, e la cosa non abbia ancora trovato una correzione.

    Stabilito quindi che i debiti non sono già di per se trattati allo stesso modo, vediamo quali sono gli altri parametri.

    Chi detiene i certificati del debito.
    Faccio una metafora familiare.
    Mettiamo per ipotesi che un capofamiglia sia uno spendaccione, ma a finanziarlo siano i suoi stessi familiari, la ricattabilità di quella famiglia, da parte di entità esterne sarà nulla, in quanto nessuno, all’esterno della famiglia , potrà mai chieder nulla a nessuno dei suoi membri. Il problema è quindi circoscritto all’area familiare.
    Fuor di metafora è il caso Giapponese.
    Debito pubblico del 200% del pil, ma titoli in mano ai giapponesi stessi, che essendo grandi risparmiatori e lavoratori, non solo finanziano il debito del loro stato, ma anche quello dei loro principali partner commerciali.
    Essi producono, vendono negli USA i quali pagano con titoli del debito pubblico, che i giapponesi acquistano con i loro risparmi.
    Producono quindi molto, spendono pochissimo e con i loro risparmi finanziano gli acquirenti dei loro prodotti.
    Questa è una situazione deflattiva, come ho illustrato sopra, pertanto pur avendo debito pubblico elevato non sono ricat6tabili dall’estero.

    La crisi Greca, è da vedere come una crisi generata nel mondo anglosassone, ma sfruttata dalla Germania per consolidare il suo ruolo in Europa, visto che stava perdendo pure lei la caratteristica di “brava” rispetto ai paramenti di Maastricht. Infatti ha sforato pure lei il 3% di deficit e il 60% di debito.
    Che occorresse una forte svolta nel compilare i bilanci delle nazioni aderenti all’Euro,stava diventando una necessità, anche se nessun governante voleva affrontare il tema del risanamento dopo le spese folli fatte per salvare un sistema finanziario agli sgoccioli.
    Pertanto, dato che i certificati del debito Greco sono in larga parte detenuti da banche tedesche , olandesi, francesi, quindi tutte interne all’area Euro, ci si trovava nelle stesse condizioni del Giappone, per cosa riguarda il finanziamento del debito, ma non nelle stesse per cosa riguarda le abitudini dei popoli.
    Se il popolo Giapponese è tendenzialmente un gran risparmiatore, e la difficoltà sta nel fargli spendere un po’ delle risorse guadagnate, per il popolo greco e molti dei PIIGS, il discorso è esattamente l’opposto.
    Ecco allora che, proprio per non mettere l’Euro in condizioni di ricattabilità da parte del mondo esterno,era necessario uno shock tale da costringere tutti ad una inversione di tendenza.
    Ed è quanto è stato ottenuto.
    Se non in questa chiave di lettura, il comportamento della Merkel non avrebbe alcun significato nell’esacerbare prima i pericoli di default sovrano, quando una simile situazione avrebbe coinvolto per prime proprio le banche tedesche, e poi spostare i l pericolo sul default dell’intero Euro, per costringere i paesi partecipanti a forti e antisociali manovre correttive.
    Ora ovviamente sta ai singoli stati, alle singole fiscalità intervenire in modo opportuno, sotto la minaccia di agitazioni sociali veramente pesanti.
    Ricordiamoci che il “popolo” non è un insieme uniforme, ma vi sono molti molto ricchi e tantissimi poveri.
    Sarà compito delle forze sociali, portare il carico del risanamento invece che sui soliti noti, su coloro che possono e dovrebbero finalmente contribuire secondo le loro possibilità.

    Parlare di sovranità monetaria in questo frangente è decisamente come soffiare sul fuoco della rivolta sociale verso il falso obiettivo.
    L’utilità di tale “sovranità” , con una moneta nazionale, consiste in un unico vantaggio:
    poter fare del “quantitative easing”. (alleggerimento quantitativo).
    In cosa consista è già stato spiegato più volte, ma una volta di più non guasta.
    Per far ciò occorre premettere il meccanismo di assegnazione dei titoli del debito pubblico.
    Essa avviene normalmente col metodo dell’asta al ribasso. Non mi dilungo sui particolari, ma di esso è importante una cosa: più è alta la richiesta di tali titoli, più si riduce l’interesse che lo stato pagherà su tale prestito.
    Quindi il “quantitative easing”non è altro che una procedura per cui la banca centrale crea denaro per acquistare tali titoli. Dato che ai fini della stabilità monetaria, essa non può creare per comperare (almeno in modo definitivo) , in tali occasioni lo fa “provvisoriamente” partecipando alle aste in cui per varie ragioni (ampiezza dell’offerta, saturazione del mercato, dubbi sull’affidabilità del debitore, ecc….) si abbia il dubbio che la richiesta sia scarsa rispetto all’offerta. Se alla banca centrale verranno assegnati dei titoli, col meccanismo indicato, essa li acquisterà con l’impegno di rimetterli sul mercato il più presto possibile, compatibilmente con la possibilità del mercato di assorbirli senza farne collassare il valore.
    È chiaramente una misura che dovrebbe essere limitata e occasionale, perché aumenta sproporzionatamente la massa monetaria.

    Finanza anglosassone.
    Il primo punto riguarda il dollaro.
    Se esso non rappresentasse la moneta di scambio internazionale per eccellenza, gli USA sarebbero già andati in default da un pezzo.
    Il fatto che gli scambi internazionali avvengano ancora oggi a più del 60% in dollari, comporta che ogni nazione che voglia comprare qualcosa sul mercato internazionale ha bisogno di dollari.
    Ed i dollari gli USA non li regalano, non li imprestano, ma li danno in cambio di beni e servizi.
    Importano beni ed esportano pezzi di carta.
    E con lo sviluppo dei paesi più poveri, con l’aumento dei loro commerci, essi hanno bisogno di maggiori quantità di dollari di riserva.
    Basti pensare due particolari:
    il petrolio si paga in dollari.
    L’Irak che minacciò di vendere il suo petrolio in Euro (ed è la seconda riserva mondiale di petrolio) è stato invaso, il regime abbattuto, e il suo petrolio è ora sotto il controllo degli USA, tutto con le false motivazioni delle armi di distruzione di massa, mai esistite, e l’appartenenza a regimi collaterali ad Al Qaeda, quando invece per ragioni sia politiche che religiose ne erano agli antipodi.
    Quindi lo sviluppo di economie emergenti rappresentano per gli USA, una occasione estremamente favorevole di distribuire al mondo ancora un po’ di dollari.
    L’altra considerazione, valida sia per il dollaro che per la sterlina, oltre al fatto già menzionato di avere nei loro “domini” le società di rating, è di avere un modo un po’ particolare di compilare i loro bilanci.
    Ovvero non tenendo conto di quanto andrebbe conteggiato in un bilancio “consolidato” ovvero contenendo anche i rapporti di quelle entità di cui direttamente o anche parzialmente sono responsabili.
    Se la California, che da sola rappresenta una entità economica paragonabile all’Italia, è praticamente alla bancarotta, e paga i propri dipendenti residui, dopo averne licenziati buona parte, con delle cambiali ( gli I owe you), ed i titoli del suo debito sono in mani straniere che si rifiutano di rifinanziarla, tale debito dovrebbe rientrare nel debito complessivo.
    Se tale operazione si facesse, il debito globale supererebbe di gran lunga il 200% e se si sommasse anche i debiti privati si arriverebbe alla cifra astronomica del 370%.
    A differenza dell’Italia, il cui debito pubblico è in mano per il 47% a italiani, che possiedono anche un altro 30% di debito di paesi stranieri( che globalmente compensano quello nazionale, lascando un circa 20% di tale debito in mani straniere), il risparmio USA rappresenta appena un 8% del pil, che significa che tutto il resto è in mani straniere.
    Per la sterlina, oltre al gran debito, al deficit colossale, bisogna tener presente che è supportato da una moneta che rappresenta una economia inferiore alla sola Germania, con una provabilissima elevata instabilità politica data dall’innaturale alleanza di governo, e quindi da una elevatissima probabilità di diventare l’obiettivo prossimo venturo della speculazione.

    Con ciò termino, per ora , l’esposizione di tutte le ragioni per cui ritengo l’articolo di Marshall Auerback almeno incompleto, se non addirittura fuorviante.

    Mensa Andrea.
    Libero pensatore ed analista.

  • Ricky

    Complimenti Sig. Mensa per l’articolo.
    Io, peró, sono del parere che si dovrebbe tornare alle monete nazionali e lasciare da parte l’euro, almeno finché l’europa non diventi una unitá politica di fatto.

  • amensa

    purtroppo, come singola nazione con sua moneta credo che resterà solo la svizzera, per lasua fama consolidata di banca mondiale.
    le aggregazioni sono una necessità per avere , col peso economico, anche peso politico.
    in mezzo a giganti come USA, Cina, India, Russia, Giappone (e suoi sassociatii nell’area), Brasile/Argentina, ecc …chepeso potrebbe avere anche una germania?
    ripeto, non posso valutare e non voglio valyutare un qualcosa che vedo inevitabile.
    trovo piuttosto utile disquisire sugli ostacolied al limite proiettarlo come avvenuto.