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GLI ISPANOAMERICANI E LA GUERRA

di ROBERTO LOVATO

Jessica Sanchez costituisce una pressante minaccia per le forze militari statunitensi. Per un Pentagono che risente della stagnazione dell’arruolamento e un’amministrazione decisa a dichiarare una “guerra globale al terrorismo,” il fatto che questa cittadina messicana piccoletta e con regolare permesso ed altri come lei decidano o meno di entrare nell’esercito ha delle implicazioni geopolitiche enormi.
Il Pentagono sta spendendo centinaia di milioni di dollari per scoprire tutte le informazioni possibili sulla Sanchez ed altri giovani ispanoamericani: cosa indossano, dove vanno, in che gruppi si riuniscono, cosa leggono, cosa guardano alla TV, le loro classifiche, i loro sogni. I membri delle numerose e ben finanziate unità di reclutamento dell’esercito utilizzano delle sofisticate mappe create da sistemi di informazione geografica, fuoristrada truccati per il reclutamento e altre risorse per occupare posizioni strategiche nelle menti, nei diari e fra i quartieri dei giovani ispanoamericani come la Sanchez.

I reclutatori stanno ideando metodi nuovi e spesso inaspettati per penetrare nella vita quotidiana dei latini. “Sono andata ad una festa di compleanno da Chuck E. Cheese’s,” racconta la Sanchez, una mamma single di 25 anni di San Marcos, in California, appena fuori da San Diego. “Stavamo guardando uno spettacolo di marionette quando improvvisamente si sente di sottofondo una canzone militare. Mi sembrava strano, ma ho continuato a guardare. Dopo pochi minuti tutti noi stavamo guardando su uno schermo delle immagini di soldati che davano cibo e rifornimenti ai bambini in Iraq. I miei amici ed io abbiamo pensato che fosse davvero assurdo e siamo usciti.”

La brutta notizia per i pianificatori del Pentagono non è solo la reazione negativa della Sanchez allo spettacolo di marionette, o piuttosto la sua eventuale decisione di non entrare nell’esercito. È invece che lei ed altri ispanoamericani che rifiutano la proposta dell’esercito stiano girando ed organizzando un movimento locale contro il reclutamento nella loro comunità.

Dall’angolo più a nord dello Stato di Washington alle spiagge più a sud della Florida, dei veterani ispanoamericani antiarroulamento ed attivisti più giovani si stanno confrontando contro migliaia di reclutatori militari in una battaglia che stabilirà se i giovani ispanoamericani continueranno a ripetere “Yo soy el Army” ed altri slogan della sezione PR del Pentagono o se invece adotteranno lo slogan “Yo estoy en contra del Army” usato dalla Sanchez. Il movimento contro il reclutamento gestito da molti ispanoamericani a Chicago, El Paso, Tucson ed altre città, sobborghi e comunità rurali, è ampiamente controllato dal movimento contro la guerra perlopiù bianco, nonostante abbia il potenziale per cambiare il corso della guerra in Iraq e delle guerre future degli Stati Uniti.

“Gli ispanoamericani sono molto importanti per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti,” ha detto Larry Korb, ex Assistant Secretary of Defense for Manpower, Reserve Affairs, Installations and Logistics (vicesegretario alla difesa per il personale, le truppe di riserva, le installazioni e la logistica) nel Dipartimento della Difesa dell’amministrazione Reagan, dove ha amministrato circa il 70 percento delle voci più consistenti nel budget federale. “Una riduzione nel numero degli arruolamenti ispanoamericani renderebbe le cose molto difficili per le forze armate, perché sono il gruppo (di minoranza) con la crescita più veloce del paese ed hanno una fama molto considerevole nel servizio militare. Se fossi Donald Rumsfeld, sarei molto preoccupato della possibilità che il numero degli ispanoamericani possa diminuire. Dovrei pensare a come farcela con un numero inferiore di truppe o con ulteriori abbassamenti dei criteri attitudinali, di età, di educazione o altri fattori.”

La centralità degli ispanoamericani per l’azienda militare si può vedere nelle affermazioni dei funzionari del Pentagono come John McLaurin, sostituto vicesegretario per le risorse umane dell’esercito, che ha detto che per raggiungere gli obiettivi di reclutamento, gli arruolamenti ispanoamericani devono raggiungere il 22% entro il 2025, quando un americano su quattro sarà ispanoamericano. Due fattori contribuiscono all’urgenza. Uno è che mentre gli ispanoamericani costituiscono solo il 13 percento delle forze a tempo pieno, costituiscono anche un 16 percento in rapida crescita della popolazione tra i 17 e i 21 anni. Agli occhi dei pianificatori del Pentagono questa popolazione che cresce velocemente ed è relativamente povera è materia prima di reclutamento. Gli ispanoamericani che sono già nell’esercito sono concentrati nei ranghi più bassi dei Marine e dell’esercito, e prestano il loro servizio in posizioni ad alto rischio e con un alto numero di vittime nelle truppe in prima linea in Iraq. Il secondo fattore che ha portato a questa latinizzazione della strategia di reclutamento del Pentagono è la diminuzione degli arruolamenti degli afroamericani e delle donne. Dal 2000 la percentuale di arruolamenti afroamericani è scesa dal 23.5 percento a meno del 14 percento, grazie all’ostilità diffusa, e ben organizzata, alla guerra in Iraq, fra i parenti e gli studenti della comunità nera.

E alcuni indicatori preliminari dimostrano che gli sforzi del Pentagono stanno dando i loro frutti, infatti l’arruolamento dei latinoamericani è aumentato dal 10,4 percento delle nuove nuove reclute nel 2000 al 13 percento nel 2004. Secondo David Segal, sociologo militare della University of Maryland, comunque, bisogna ancora vedere se la campagna per reclutamento latinoamericano risolverà il problema dell’arruolamento del Dipartimento della Difesa anche a medio e lungo termine. Una brusca diminuzione del numero dei latinoamericani potrebbe, continua Segal, “far piombare l’esercito in una crisi anche peggiore. Dovranno imparare a reclutare meglio i bianchi.” E aggiunge che “quando l’impegno contro la guerra si concentra sul reclutamento, si nega ai reclutatori quell’accesso di cui hanno disperatamente bisogno.”

L’avventura di Bush in Iraq ha contribuito molto a nutrire un sentimento contro il reclutamento e a creare quell’“unità latinoamericana” che gli attivisti hanno sognato per anni. Oltre al rifiuto anonimo ed individuale della guerra, emerso dagli ultimi sondaggi degli ispanoamericani, sta prendendo piede un rifiuto più schietto ed attivo della guerra e del reclutamento, che attinge a diverse correnti della tradizione politica ispanoamericana. Tra questi il professor Jorge Mariscal, veterano del Vietnam e professore dell’Università di San Diego che sta lavorando febbrilmente per tagliare quei lacci che secondo loro stanno spingendo i giovani ispanoamericani sempre più nella trappola dell’impero. “Stiamo cercando di dimostrare la continuità storica della protesta ispanoamericana contro lo sfruttamento di altri ispanici nelle guerre di aggressione degli Stati Uniti,” ha detto Mariscal, considerato da molti come il padre dell’impegno latinoamericano contro il reclutamento.

Lo scorso 29 agosto, l’organizzazione di Mariscal, il Project on Youth and Non-Military Opportunities (YANO, progetto per la gioventù e le opportunità non militari), e decine di altri gruppi ispanoamericani hanno lanciato una campagna per educare i genitori latinoamericani e gli studenti sul reclutamento militare nelle scuole. Uno degli obiettivi principali era semplicemente quello di informare le persone che il No Child Left Behind Act (nessun ragazzo resti indietro), che permette ai reclutatori l’accesso alle informazioni per contattare gli studenti, contiene anche l’opzione dell’obiezione di coscienza. Gli organizzatori hanno scelto di lanciare la campagna il 29 agosto, perché era l’anniversario del Chicano Moratorium del 1970, la più grande e la più radicale mobilitazione ispanoamericana contro la guerra e contro il reclutamento nella storia degli USA. La campagna attinge la sua forza dalla tradizione antimilitaristica degli ispanoamericani nati negli Stati Uniti (soprattutto messicano americani e portoricani) così come dalla tradizione anti-militarismo dei più recenti immigrati latinoamericani da paesi come El Salvador e la Repubblica Dominicana.

Mentre per i cuori dei giovani latinoamericani la guerra imperversa in ogni angolo del paese, per i loro corpi il teatro di battaglia strategico rimane il Sudovest, soprattutto la California Meridionale. Uno studio del 2001 condotto dall’US Army Recruiting Command (USAREC, Unità Militare degli USA per il Reclutamento), per esempio, ha definito Los Angeles, il resto della California Meridionale, Phoenix e Sacramento come la sua piazza migliore per il reclutamento di ispanici. Ma la California è diventata anche de facto il cuore del movimento nascente tra gli ispanoamericani degli Stati Uniti. Ad animarlo è Fernando Suarez del Solar, un ex studente attivista in Messico che ora vive ad Escondido, in California. Del Solar fa risalire la sua lotta contro l’esercito al momento in cui assistette ad una scena nella quale militari messicani “ficcavano le loro baionette dentro uomini – e donne” durante una protesta del 1972 nella piazza centrale di Città del Messico, Localo. “Questo è stato il mio primo incontro con il militarismo.”

Trent’anni dopo Del Solar ha dato un’altra svolta più brusca contro il militarismo dopo che suo figlio, Jesus, un marine, è morto in Iraq nel 2003. Da allora è stata incessante la sua denuncia delle “bugie e mezze verità” utilizzate dai reclutatori con bambini come Jesus. Siccome ha sempre davanti a se l’immagine di come suo figlio tredicenne all’inizio sia stato “sedotto” dai gadget, dai poster e dalle idee che gli avevano dato dei reclutatori in un centro commerciale a National City, Del Solar lavora per formare altri genitori e studenti sul reclutamento e sulla guerra.

Lamentando la “mancanza di leadership a livello nazionale tra gli ispanoamericani,” Del Solar e altri membri del movimento ispanoamericano antireclutamento protestano perché le associazioni di sostegno nazionali come la League of United Latin American Citizens (LULAC) e il National Council of La Raza (NCLR) non solo restano in silenzio, ma sono anche complici nel trovare corpi freschi latinoamericani per nutrire la macchina da guerra. La LULAC e il NCLR accettano sponsorizzazioni dal Pentagono e gli forniscono tribune per la promozione ad alcune delle loro conferenze nazionali ed eventi locali. Nella loro determinazione per incontrare quelli che le guide dei reclutatori chiamano “influenzatori” si può vedere personale della marina, dell’esercito e di altri dipartimenti della difesa ad eventi della LULAC e del NCLR che saluta la gente calorosamente o truppe con i fuoristrada del reclutamento, e che organizzano sfide di flessioni, percorsi ad ostacoli gonfiabili ed altre messinscene di fronte ai loro banchi informativi zeppi di gadget. Per controbilanciare l’effetto, l’organizzazione di Del Solar, Guerrero Azteca e il gruppo di Mariscal, YANO, hanno unito le loro forze programmando un incontro nazionale delle organizzazioni e dei leader dell’antireclutamento per unire le numerose iniziative che stanno spuntando in tutto il paese.

Ma le forze antiarruolamento si trovano di fronte un’armada di organizzazioni di reclutamento militare che hanno alle spalle le migliori cooperazioni civili, aziendali e collettive che le nostre tasse possono comprare. Continuando nell’obiettivo di reclutamento degli ispanoamericani, iniziato ai tempi dell’amministrazione Clinton con l’Hispanic Access Iniziative (iniziativa per l’accesso ispanico), il Pentagono ha investito centinaia di milioni di dollari per trasformare i quartieri poveri latini e le scuole decrepite e piene di ispanici in fabbriche di soldati. L’anno scorso solo l’USAREC è riuscito a schierare cinque brigate, quarantun battaglioni, 5.648 stazioni di arruolamento. Le forze militari non vogliono rivelare quale quota delle risorse per il reclutamento sia stata investita negli ispanoamericani, ma è certamente una quota notevole. Per l’anniversario della liberazione, l’Hispanic Heritage month, l’esercito sta mettendo in risalto i militari ispanici in una massiccia campagna pubblicitaria e in un tour Medaglia d’Onore del Congresso per le scuole secondarie di tutto il paese.

A Porto Rico il movimento contro l’arruolamento si è sparpagliato in tutte le 200 scuole secondarie dell’isola per portare il messaggio antimilitarista e l’obiezione di coscienza a migliaia di studenti. “Stiamo facendo dei picchetti di fronte agli uffici di arruolamento e chiedendo al Ministero dell’Istruzione di Porto Rico di darci ‘lo stesso tempo’ o ‘lo stesso accesso’ per poter andare nelle scuole e parlare contro il reclutamento militare agli studenti,” ha detto Colon, portavoce della Coalición Ciudadana en Contra del Militarismo (Coalizione Cittadina Contro il Militarismo), una rete con una larga base di lavoratori, genitori, insegnanti, studenti ed altri gruppi. Come Mariscal, anche Colon e altri portoricani mettono in relazione l’impegno antiarruolamento con le tradizioni antimilitariste; gran parte dell’energia e dello slancio del movimento di successo per liberare l’isola di Vieques dai bombardamenti e da altre esercitazioni militari è confluita nell’impegno antireclutamento.

Nell’angolo più settentrionale dello Stato di Washington, anche Rosalinda Guillen sta attingendo alla tradizione per combattere quello che lei vede come inganno nelle campagne delle contee di Skagit e di Whatcom, dove i reclutatori stanno cercando di mietere nuove reclute tra gli immigranti indiani dell’Oaxaca e del Chiapas, i messicani, i salvadoregni e nicaraguesi che lavorano nei campi. La Guillen, ex leader della United Farm Workers, è tornata nella sua città natale per combattere per i diritti degli ispanoamericani, compreso il diritto dei giovani di rifiutare il servizio militare. “I reclutatori stanno entrando nelle scuole secondarie cercando di prendersi i nostri giovani e nuovi immigrati,” dice la Guillen, la cui organizzazione traduce materiale sull’obiezione, si occupa di formazione e organizza una strategia più vasta per combattere l’arruolamento latino.

Come molti degli ispanoamericani con cui ho parlato, la Guillen ha un messaggio per tutta la comunità progressista, soprattutto per quelli che lottano contro la guerra e l’arruolamento: “I programmi e le organizzazioni per la giustizia sociale gestiti dai bianchi devono fare qualcosa. Devono allargare il campo d’azione per essere sicuri di includere anche gli ispanoamericani, e per ora non lo stanno facendo. Tutto quello che devono fare è aiutarci portando le risorse, e noi ci mettiamo il lavoro, come abbiamo sempre fatto.”

Fonte: http://www.thenation.com/
Link: http://www.thenation.com/doc/20051003/lovato
15.09.05

Tradotto per www.comedonchisciotte.org da Olimpia Bertoldini

Pubblicato da Davide