Home / ComeDonChisciotte / GLI IRREFRENABILI ANNI ‘30

GLI IRREFRENABILI ANNI ‘30

DI ROBERT SKIDELSKY
crisis–economica.blogspot

Il vertice del G-20, che si è appena concluso a Seul, è terminato senza alcun accordo né sulle valute né sul commercio. Cina e Stati Uniti si sono mutualmente accusati di manipolare deliberatamente le proprie monete per ottenere un vantaggio commerciale. Gli obiettivi fissati dal vertice di Doha sul commercio globale sono in stallo e, nonostante tutte le dichiarazioni sui rischi di nuove guerre commerciali o tra monete, in realtà queste guerre sono già cominciate.

Anche se i vari leader mondiali promettono che non succederà, l’impressione è che l’atroce precedente protezionista degli anni 30′ stia ritornando. La guerra commerciale di quegli anni iniziò con la tariffa doganale Smoot-Hawley decisa dagli Stati Uniti nel 1930. Per rappresaglia, nel 1932 i britannici approvarono la Legge sul Diritto d’Importazione, seguita da quella sulla Preferenza Imperiale e, in poco tempo, l’economia mondiale divenne un intreccio di barriere commerciali. La Gran Bretagna fece il primo passo nella guerra delle valute degli anni 30′ abbandonando la parità aurea nel settembre del 1931 e gli Stati Uniti, per vendicarsi, fecero la stessa cosa nell’aprile del 1933. La sterlina si svalutò nei confronti del dollaro e in seguito il dollaro nei confronti della sterlina.

Mentre le due principali monete del periodo cercavano di risolvere la crisi a colpi di mano, la Francia capeggiava un “blocco dell’oro” formato da paesi europei le cui monete erano sempre più sopravalutate nei confronti del dollaro e della sterlina, e questo fino a quando il blocco collassò nel 1936. Una conferenza economica mondiale, convocata a Londra nel 1933 per mettere fine alla guerra delle valute, venne sospesa senza che si riuscisse a prendere alcuna decisione.

Se oggi sostituiamo la Cina alla Gran Bretagna e la zona euro al “blocco dell’oro”, la tendenza di ciò che accade ha lo stesso aspetto minaccioso.

La Riserva Federale statunitense propone oggi di stimolare l’economia americana stampando più denaro (un secondo flusso di “sollievo quantitativo” –QE2 nella sigla inglese- di 600.000 milioni di dollari). Quasi nessuno ricorda che il presidente Franklin Roosevelt tentò la stessa cosa nel 1933. George F. Warren, professore di gestione agricola all’Università Cornell, disse a Roosevelt che il modo per aumentare i prezzi era quello di ridurre il corrispettivo aureo del dollaro.

Col sistema della parità aurea, il dollaro era convertibile in oro a un prezzo fisso di 20,67 dollari l’oncia. Per stabilizzare il livello dei prezzi, l’economista Irving Fischer aveva stabilito un piano per un “dollaro compensato” che avrebbe modificato il corrispettivo aureo del dollaro per compensare un aumento o una diminuzione dei prezzi, permettendo che la Fed emettesse più o meno dollari secondo le esigenze delle condizioni commerciali.

In risposta alla pressione deflazionista, il piano di Fischer avrebbe permesso alle banche di diminuire le proprie riserve e quindi aumentare i prestiti o creare depositi. Il costo aggiuntivo avrebbe fatto aumentare i prezzi, stimolando così l’attività commerciale. Fischer offriva un nuovo strumento alla pratica antica di svalutare la monetazione chiamata signoraggio.

La variante proposta da Warren, adottata da Roosevelt nel 1933, consisteva nell’aumento del prezzo con cui il governo comprava oro. Dato che un prezzo più alto implicava che un dollaro costava meno rispetto all’oro, il risultato era identico al piano Fischer. I prezzi domestici sarebbero aumentati, aiutando gli agricoltori, e il valore estero del dollaro sarebbe diminuito, favorendo l’esportazione. A partire dal 25 ottobre del 1933, Roosevelt, Henry Morgenthau, segretario del Tesoro, e Jesse Jones, direttore dell’Organismo per la Ricostruzione della Finanza, si riunirono tutte le mattine nella camera di Roosevelt per fissare il prezzo dell’oro. Un giorno lo fissarono a 0,21 centesimo di dollaro, e questo perché 21 sembrava un numero fortunato.

All’inizio compravano oro solo dalla zecca degli Stati Uniti, in seguito anche dalle casse dei paesi esteri.

La politica d’acquisto dell’oro fece salire il prezzo ufficiale da 20,67 dollari l’oncia dell’ottobre 1933 a 35 dollari l’oncia nel gennaio del 1934, quando l’esperimento fu abbandonato. Nel frattempo, diverse centinaia di milioni di dollari erano state iniettate nel sistema bancario.

I risultati furono comunque deludenti. Comprare oro dall’estero ottenne effettivamente una svalutazione del dollaro, ma i prezzi domestici continuarono a diminuire per tre mesi a causa dello stimolo all’acquisto dell’oro e anche gli sforzi della Fed per iniettare più denaro produssero effetti assai limitati. Secondo la sintesi di John Kenneth Galbraith: “Sia per mancanza di mutuatari, sia per una scarsa volontà di prestare denaro o per il desiderio fondamentale di mostrare liquidità – intervennero sicuramente i tre fattori – le banche accumularono riserve molto superiori al necessario. Le riserve delle banche, membri della Fed, erano di 256 milioni di dollari superiori al dovuto nel 1932, di 528 nel 1933, di 1600 nel 1934 e di 2600 nel 1936”.

Ciò che fallì nella politica della Fed fu la teoria sulla quantità di denaro su cui era basata. La teoria sosteneva che i prezzi dipendono dall’offerta di denaro rispetto alla quantità di beni o servizi che si vendono. La quantità di denaro include però i depositi bancari, i quali dipendono dalla fiducia commerciale. Come dice il proverbio: “Non si può spingere su una corda”.

Keynes scrisse in quel momento: “Alcuni sembrano credere (…) che si possano far crescere la produzione e le entrate aumentando la quantità di denaro. Ma è come se si tentasse di ingrassare comprando una cintura più grande. Oggi negli Stati Uniti la cintura è sufficientemente grande per la pancia… Non è la quantità di denaro, ma è il volume dei consumi ad essere il fattore operativo”.

Gli Stati Uniti, basandosi su una teoria sbagliata, stanno oggi facendo la stessa cosa e non sorprende che la Cina li accusi di voler deliberatamente deprezzare il dollaro. L’incremento delle esportazioni statunitensi a discapito dei produttori cinesi, giapponesi ed europei è esattamente l’obiettivo.

L’euro aumenterà di valore, esattamente come il “blocco dell’oro” degli anni 30′, e poiché la zona euro è in un momento di austerità, l’unico rimedio è il protezionismo.

Il fallimento del vertice del G-20 di Seul nel tentativo di trovare un accordo sui cambi e sulle riserve apre la porta alla ripetizione degli anni 30′. E’ solo possibile sperare che prevalga il buon senso prima che sorga un nuovo Hitler.

Robert Skidelsky
Fonte: www.socialismo-o-barbarie.org
Link: http://www.socialismo-o-barbarie.org/economia/101213_crisiseuroamitaddecamino.htm
11.12.2010

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di MARIO SEI

Pubblicato da Davide

  • stefanodandrea

    Non riesco a capire. La sinistra, almeno quella socialista, è contraria al libero scambio mondiale. Io sono socialista e quindi sono contrario al libero scambio mondiale; e, logicamente, sono a favore di economie protette – “microeconomie” , che, a mio avviso, non implicano per necessità Hitler e guerre militari (ma soltanto, eventualmente, “guerre commerciali”).
    D’altra parte, se uno crede che l’alternativa al libero scambismo sono Hitler e le guerre commerciali come fa a non essere favorevole al libero scambio mondiale delle merci, dei capitali e del lavoro?
    E se le cose stessero in senso opposto? Se la guerra fosse il carattere del mercato globale e la pace presupponesse le economie protette?
    Dalla guerra del mercato globale alla pace delle economie protette http://www.appelloalpopolo.it/?p=2125