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La Redazione

 

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''GLI AMERICANI VERO NEMICO DI NOI REPORTER''

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A cura di Davide
Il 13 Febbraio 2005
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MARINA FORTI (IL MANIFESTO) INTERVISTA DAHR JAMAIL

Dahr Jamail è un giornalista indipendente, tiene un web-log e continua a lavorare in Iraq. «Falluja è la Dresda dei nostri giorni», ci dice. «Ma i militari americani non vogliono testimoni»

L’ultimo «dispaccio» sul suo weblog è titolato «Vita sotto le bombe a Baghdad» ed è del 3 febbraio. Tra i titoli precedenti: «Elezioni ingannevoli in un giorno insanguinato», «Alcuni vedono speranza, altri guerra civile», e avanti così: articoli pubblicati da agenzie e giornali in tutto il mondo, o annotazioni quasi quotidiane di un giornalista in Iraq. L’autore è Dahr Jamail, giornalista indipendente di Anchorage, Alaska (Usa). Jamail è uno giovane, in Iraq è andato per la prima volta nel novembre del 2003: «Dopo un mese ho cominciato il blog, all’inizio erano solo e-mail per gli amici. Poi ho cominciato a fare corrispondenze, radio, articoli», mi spiega. Ormai il suo web-log (www.dahrjamailiraq.com) è una delle migliori fonti d’informazione sull’Iraq. Dahr Jamail era a Roma ieri, al Tribunale mondiale sull’Iraq che sta analizzando la politica dell’informazione – o disinformazione – nella guerra irachena (ne riferiamo in questa pagina). Durante la sua testimonianza ha mostrato immagini impressionanti girate a Falluja dal medico Hamudi Jasim e dalla documentarista Rana Mustafa: immagini di battaglia, i soldati americani che esultano con un wow quando fanno centro e poi le persone centrate, una donna che esce di casa urlando e chiede aiuto per il figlio colpito. Immagini di sfollati – come quelli con cui era andata a parlare Giuliana Sgrena – che hanno perso tutto e parlano di familiari uccisi, due bambine sui 6 anni che raccontano l’irruzione dei soldati nella loro casa… Gli autori del video non sono riusciti a venire a Roma. Jamail sì. Ne approfittiamo per parlare di come si lavora in un posto dove, lui sostiene, «i militari americani non ci lasciano lavorare. Non vogliono che raccontiamo cosa succede».Come riesce a lavorare in Iraq?

Il mio lavoro è il contrario di quello che fanno i corporate journalists, i giornalisti dei grandi media. Io lavoro da solo, vado in giro solo con il mio interprete e la sua auto. Vesto come gli iracheni, mi sono tagliato i capelli corti come loro, non parlo inglese in pubblico. Sto molto attento a ridurre al minimo il tempo in cui sto in strada. Un anno fa era più facile, non c’erano rapimenti e la violenza era minore. Potevi andare per la strada e parlare più facilmente con le persone. Ora è più pericoloso, ci sono i rapimenti, e senti che la rabbia degli iracheni è diretta contro tutti gli occidentali… Anche così però, se vai là e vuoi fare davvero un lavoro da giornalista devi parlare con le persone. E quindi devi correre il rischio. Io riesco ancora a lavorare. Ho un ottimo interprete, lavoriamo insieme da un anno e lui è capace di convincere le persone a parlarmi, che scriverò davvero quello che mi dicono. Ma le cose peggiorano in fretta. Prendere foto, ad esempio: attiri subito l’attenzione, sospetti, diventa pericoloso. Ogni volta che torno in Iraq trovo un altro paese.

Perché nel giro di un anno le cose sono peggiorate in modo così drastico?

Sono successe due cose. Gli iracheni erano molto aperti nel parlare con i giornalisti: poi hanno visto che quelli riportavano solo la versione militare della storia – là seguono i media occidentali. Così hanno cominciato a sentirsi traditi. E poi la violenza quotidiana contro le persone comuni è aumentata: gente uccisa in auto perché si è avvicinata troppo a una pattuglia, episodi così. Ogni giorno. Senza parlare di Falluja, una violenza schiacciante. Gli iracheni distinguevano tra il governo e i cittadini americani: ma ora, dopo tanta violenza, gli è sempre più difficile fare la distinzione. Troppo forte è il risentimento. E i media occidentali parlano così poco delle vittime civili.

Poi c’è Falluja.

Falluja è la Dresda dei nostri giorni. Non esagero. Hai visto le immagini…

Durante il primo assedio, nell’aprile del 2004, sei andato a Falluja con un’ambulanza. Quando è che diventato troppo pericoloso?

Ci sono andato l’ultima volta in maggio 2004. Non ci sono tornato durante l’assedio (novembre 2004, ndr) perché i bombardamenti aerei erano massicci. Ora potrei andarci, ho abbastanza contatti. Ora il pericolo non viene dalla resistenza irachena ma da parte dei militari americani che controllano la città. Ne hanno fatto un campo di concentramento. Per andarci bisogna passare un chek point obbligato, controllato dai soldati americani: e non lasciano passare giornalisti. Per passare devi fingerti un operatore umanitario. Non vogliono giornalisti. E il motivo sta nelle immagini che ho mostrato, ciò che hanno fatto là.

Durante ogni guerra i militari hanno cercato di controllare l’informazione.

Certo. Ma hanno imparato la lezione del Vietnam: allora a far cambiare opinione agli americani sono state le foto, i video, gli articoli: i giornalisti giravano e tutti hanno saputo cosa succedeva laggiù. Non vogliono che questo si ripeta. Non vogliono mostrare neppure le bare, i feriti. Non portano più i giornalisti in elicottero, come in Vietnam, a vedere cosa fanno. Per questo non sono mai andato embedded: se ci vai puoi solo scrivere storie di soldati eroici e coraggiosi. Il governo iracheno è solo un fantoccio, si attiene alle istruzioni degli americani. All’inizio di dicembre, quando è stato chiaro che nell’assedio di Falluja erano state uccise almeno 2.000 persone, Allawi è uscito a dire che nessuno di loro era un civile: e questo è ciò che gli americani vogliono che si scriva. Hanno bandito Al Jazeera perché raccontava i fatti. Bombardano, uccidono giornalisti, li minacciano, li chiamano «terroristi» se non mostrano solo la versione militare dei fatti. Guarda: l’Iraq oggi è il posto più pericoloso per un giornalista, c’è il rischio di rapimento, come è successo alla vostra compagna. Personalmente però mi sento più minacciato dal governo e dai militari americani. I rapimenti sono un messaggio. Non mi stupirebbe scoprire che la Cia sta dietro certi sequestri, sono molto bravi a far sembrare una cosa per l’altra – o a far sembrare che i morti civili sono vittima di criminali: ho certe testimonianze. Teorie di complotto? Da quello che ho visto in Iraq, le «teorie di complotto» di solito si rivelano realtà. Non vogliono testimoni.

Data: 12 febbraio 2005

Fonte: Il Manifesto

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