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GIOCHI DI GUERRA BATTERIOLOGICA…

DI SABINA MORANDI

Percorrete viale Trastevere fino a Piazzale della Radio. Poi svoltate a destra e giocate a rimpiattino con la ferrovia fino a via Portuense dove è situato uno dei complessi ospedalieri più grandi d’Europa. Sarà qui, fra le palazzine liberty affacciate sui viali alberati dell’ospedale Lazzaro Spallanzani, vicino all’asilo per i bambini dei dipendenti, che sorgerà il polo bio-terrorismo dell’Europa del sud. Un cambio di destinazione d’uso effettuato in corsa, da centro per la Sars a bunker per le armi batteriologiche. «Sarà un ospedale molto restrittivo» dice il geometra con malcelato orgoglio. «Dovremmo finire entro marzo» aggiunge un altro, indicando con la mano gli operai che pranzano sulle impalcature. Dal marzo del 2005, quindi, un popoloso quartiere della capitale potrebbe ospitare ceppi di vari virus letali, dalla peste a Ebola, dal vaiolo all’antrace. Come è stato possibile? Nel 2002 il governo Berlusconi stringe un accordo con la Nato e con l’Oms per organizzare la rete europea di difesa contro il bioterrorismo. Sono i mesi dell’antrace, ma ancora non si è scoperto che i mittenti delle lettere vanno cercati nei laboratori militari. Per l’Italia viene costituita una task force alla quale partecipano, oltre alle organizzazioni citate, delegati dell’Istituto superiore di sanità (Iss), dell’IRCCS L. Spallanzani e, ovviamente, dei ministeri interessati: Salute, Difesa e Interni. In quest’ambito viene affidato allo Spallanzani il compito di dedicarsi alla diagnostica clinica nel campo delle malattie virali. L’Iss si occuperà delle malattie di origine batterica mentre l’Istituto veterinario di Foggia di analisi ambientale. Subito dopo vengono emanati i provvedimenti legislativi attuativi. Il primo atto ufficiale è il Piano di difesa del settore sanitario trasmesso dal ministero della Salute ai presidenti delle Regioni, nel luglio 2002. Il Piano chiede alle singole Regioni di individuare un centro di riferimento in grado di gestire l’eventuale attacco bioterroristico e, nel febbraio 2003, il ministero della Salute invita gli assessori alla Sanità a pianificare gli interventi.

Si sollecita una risposta coordinata, richiamando l’attenzione sul corretto funzionamento di una rete di comunicazione rapida per la gestione della crisi. Nel frattempo il ministero acquista cinque milioni di dosi di vaccino contro il vaiolo.

Con il Dlgs.2873 si comincia a parlare di sostanza, ovvero dei fondi necessari per allestire, come da articolo 1, «il Centro nazionale per la prevenzione e il controllo delle malattie con analisi e gestione dei rischi, previamente quelli legati alle malattie infettive e diffusive e al bioterrorismo». Per l’attività e il funzionamento del Centro «è autorizzata una spesa di 32.650.000 euro per l’anno 2004, 25.450.000 euro per l’anno 2005 e 31.900.000 euro per l’anno 2006». Rispondendo all’interrogazione parlamentare dell’On. Russo Spena, il ministro spiega che l’ospedale Spallanzani avrà un ruolo centrale in quanto «dotato dell’unico laboratorio virologico, con livello di contenimento di massima sicurezza (Bs14) in grado di eseguire, se necessario, indagini virologiche per la conferma della diagnosi di vaiolo o di altre patologie virali ad alta infettività». Viene anche ribadito che tale struttura «ha superato il processo di valutazione effettuato anche da esperti comunitari ed americani».

Gli americani non si sono limitati a esprimere valutazioni. Nell’aprile del 2003 viene stipulato un memorandum d’intesa tra il ministero della Salute e il Dipartimento statunitense della Sanità nel quale si esplicita «l’obiettivo di favorire l’ulteriore sviluppo delle già consistenti relazioni bilaterali dell’Italia con gli Stati Uniti nel campo della sanità e delle scienze mediche, in particolare per quanto riguarda settori di primaria importanza come quelli del bioterrorismo, delle malattie rare e dell’oncologia». Ancora una volta viene menzionato lo Spallanzani insieme all’Iss, al Sacco di Milano, l’Istituto Mendel e “l’Alleanza contro il cancro”. Con l’ordinanza del 19 dicembre 2003, emanata dal Presidente del Consiglio (la n. 3331), viene specificato l’ammontare dei finanziamenti che andranno all’ospedale di Roma: «All’Istituto nazionale per le malattie infettive Lazzaro Spallanzani [andrà] la somma complessiva di euro 2.943.804,31 per completamento padiglione Baglivi, ristrutturazione RSA Aids, consolidamento Uffici di direzione».

Fabbricanti di armi?

Gli agenti biologici sono suddivisi in quattro gruppi, a seconda del rischio di infezione. Del primo e del secondo gruppo fanno parte agenti che presentano poche probabilità di causare malattie in soggetti umani e che, comunque, sono trattabili e scarsamente trasmissibili: per maneggiarli basta indossare camici, guanti e occhiali a tenuta. Un agente biologico del gruppo 3, invece, può causare malattie gravi e si propaga facilmente, oltre a costituire un serio rischio per i lavoratori. Fanno parte di questo gruppo tubercolosi, febbre tifoide, peste, febbre Q, tifo petecchiale e, fra i virus, febbre gialla, dengue, epatite e HIV. A questo livello è necessario disporre di apparecchi protettivi per la respirazione, porte doppie a chiusura automatica e un sistema di gestione dell’aria che garantisca la tenuta stagna.

Al quarto gruppo di patogeni corrisponde il massimo livello di sicurezza, o il Bs14. Qui vengono trattati agenti biologici altamente infettivi e per i quali non esistono terapie: sono i virus delle febbri emorragiche, il più famoso dei quali – Ebola – è protagonista di svariati film. Per maneggiare virus così letali vengono costruiti edifici appositi (aria totalmente pressurizzata, filtrata e decontaminata) all’interno dei quali i ricercatori debbono indossare indumenti con autorespiratore che proteggono completamente la figura umana: le suit-lab, come vengono chiamate, identiche alle tute degli astronauti. In genere si tratta di veri e propri bunker collocati in zone isolate, completamente autonomi sia dal punto di vista energetico che per quanto riguarda i sistemi di decontaminazione e di eliminazione degli scarti. Malgrado le precauzioni, però, l’elenco degli incidenti è già molto ricco: a Sverdlovsk, in Russia, una fuoriuscita d’antrace causò centinaia di vittime mentre negli States, secondo quanto documentato dal Council for Responsible Genetics, dal dicembre 2002 al giugno 2003 si sono verificati ben otto incidenti.

Nei laboratori dello Spallanzani vengono trattati quasi esclusivamente agenti biologici del terzo tipo (HIV, tubercolosi, malaria, etc) ma ci sono alcuni ambienti a livello di biocontenimento 4 – dei “cabinet lab” – utilizzati per escludere il sospetto di febbre emorragica virale, come è stato detto alla Senatrice De Zulueta, che ha visitato l’istituto nel giugno scorso. Non è invece ancora chiaro se la nuova struttura in avanzata fase di realizzazione sia destinata a contenere solamente l’Accettazione per altro isolamento, come compare nel prospetto dei lavori, o si prevede anche la costruzione di un grande laboratorio Bs14. Nel qual caso, a cosa servirebbe, visto che i “cabinet lab” sono già sufficienti per la diagnostica?

Di fatto nei Bs14 si fa ricerca su agenti considerati potenziali armi biologiche. In teoria dovrebbe servire per studiare mezzi più rapidi per identificare dei patogeni che, magari, sono stati geneticamente modificati per renderli più letali, ma in ogni caso sintetizzare eventuali rimedi farmacologici richiede tempi ben più lunghi di quelli che si vedono nei film. Il problema di questo tipo di ricerca è che non è possibile separare nettamente fra fase difensiva e offensiva, e quindi allestire un laboratorio di questo genere potrebbe plausibilmente rientrare nel progetto di realizzare armi a forte potere deterrente, di tipo NBC (nuclear, biological, chemical). L’Italia potrebbe aver deciso, all’insaputa dei suoi cittadini e in barba alla Costituzione, di dotarsi di un mezzo strategico potente ed economico (rispetto, ad esempio, alle testate nucleari). Un altro enigma riguarda gli stanziamenti: il prezzo di un edificio a livello di biocontenimento 4 si aggira sui 200 milioni di dollari – quasi l’intero deficit della Regione Lazio in campo sanitario – mentre i soldi stanziati sono molti di meno. Significa che si sta lavorando al risparmio – cosa inconcepibile – o che si vogliono nascondere altre fonti di finanziamento?

Il grande bluff

Grandi soldi, grandi paure ma poca sostanza. Il bioterrorismo è una minaccia davvero remota e, fino a oggi, non si è mai verificato un attacco di questo genere. Secondo il Prof. Roberto Esposito, direttore della Clinica di Malattie Infettive dell’Università di Modena, in realtà «Non è per nulla semplice utilizzare, trasportare e diffondere il virus del vaiolo. I ceppi virali sono in possesso solo di pochissimi, la procedura per moltiplicare il virus è di una difficoltà estrema». In La Difesa civile in Italia, libro scritto da Francesco Santoianni ed edito da Noccioli nel 2003, si può leggere: “un isolato attentato bioterroristico avrebbe scarsissime possibilità di scatenare una devastante epidemia. E questo perché, a differenza di un attacco biologico condotto da un esercito (che, dapprima con bombardamenti convenzionali, distrugge strutture di comando, sistemi sanitari, edifici, provoca l’ammassamento di colonne di profughi… e poi sferra l’attacco con germi patogeni o tossine) il bioterrorismo sferra l’attacco, verosimilmente puntiforme, contro un territorio integro, capace di reagire”.

Ma, ammesso che sia possibile, è davvero necessario costruire un superlaboratorio? In realtà come spiega con chiarezza il Prof. A. Cassone nel Bollettino dell’ISS 2002; 15: (6): “contrariamente a quanto si possa pensare, le maggiori difficoltà e gli specifici scogli da superare non sono costituiti dalla necessità di eseguire una rapida diagnosi di un agente potenzialmente nuovo e sconosciuto (…) La vera difficoltà, specialmente per il nostro Paese, è nella preparazione di un’efficiente e flessibile rete infrastrutturale” necessaria a individuare rapidamente l’evento imprevisto e ad agire di conseguenza. Non si tratta quindi di concentrare le risorse economiche in pochi centri eletti ma di organizzare l’intervento, stabilendo esigenze e priorità, sempre che il vero obiettivo sia difendersi dal bioterrorismo e non, come si sospetta, fabbricare armi letali.

Trasparenza questa sconosciuta

Molte domande e poche risposte anche perché l’intero processo di riconversione dello Spallanzani a “scudo biologico” non brilla per la trasparenza. Il 5 maggio scorso, durante il dibattito parlamentare svoltosi al senato riguardo al Dlgs. 2873, il senatore Malabarba di Rifondazione comunista dichiarava: «Quello che sta succedendo allo Spallanzani di Roma sembra confermare le nostre perplessità (…) Sembrerebbe che tale struttura sia stata individuata a seguito di un accordo tra il Governo italiano e la Nato, per trasformarla in presidio militare, il tutto senza informare il Parlamento. (…) Ancora nulla sappiamo sul tipo di ricerche e sperimentazioni che vengono effettuate nel padiglione adibito a centro per la lotta al bioterrorismo e soprattutto non sappiamo se sono state previste misure di sicurezza, protezione e isolamento, considerato il fatto che il padiglione in questione si trova all’interno di uno dei complessi ospedalieri più grandi d’Italia e in una zona ad altissima densità di popolazione».

Al momento ci sono soltanto una serie di informative, notizie e ambigue risposte alle numerose interrogazioni che si sono succedute negli ultimi due anni (L. De Petris, A. Battaglia, O. D’Antona, P. Cento, T. de Zulueta, G. Russo Spena, S. Pisa, G. Rodano, S. Bonadonna e altri). Eppure il nostro paese sarebbe firmatario del Biological & Toxical Weapons Convention, il trattato sulle armi tossiche e biologiche ratificato da 144 Stati e in vigore dal 1972, che proibisce esplicitamente la produzione, lo stoccaggio, lo sviluppo e l’uso di armi biologiche.
L’articolo 1 della Convenzione consente la ricerca su agenti biologici pericolosi purché sia “pacifica, preventiva o protettiva”, ma le distinzioni tra ricerca offensiva e difensiva sono vaghe e i tentativi di chiarirle sono stati vanificati dall’abbandono delle trattative da parte degli Stati Uniti, nel novembre 2001. Non è quindi così remota la possibilità che si stia creando un centro per la produzione e l’immagazzinamento di organismi ad alto potere deterrente, piuttosto che limitarne la funzione alla fase difensiva.

Non tranquillizza poi il fatto che tutto il percorso finanziario e amministrativo si sia svolto nella totale mancanza di trasparenza, lasciando fuori le parti interessate, dai sindacati del personale medico alla cittadinanza, dai partiti dell’opposizione alle associazioni. Nel corso degli ultimi due anni, oltre alle interrogazioni dei parlamentari nazionali e regionali, i municipi locali e i comitati di quartiere hanno deliberato contro la riconversione, e sono state raccolte 5000 firme di cittadini contrari alla chiusura del reparto pediatrico. Le risposte da parte delle istituzioni, quando ci sono state, sono state vaghe o arroganti. E i lavori continuano…

Sabina Morandi 
Fonte:www.liberazione.it
4.01.05    

Pubblicato da Davide