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GIAPPONE VS CINA: UN CONFLITTO REALE ?

DI CONN HALLINAN
counterpunch.org

Giappone e Cina – rispettivamente la seconda e la terza economia del mondo – farebbero davvero a pugni per cinque minuscole isole che coprono meno di quattro miglia quadrate? Secondo l’International Crisis Group (1), è probabile: “Tutte le tendenze vanno nella direzione sbagliata, e le prospettive di risoluzione stanno diminuendo.”

Che le due superpotenze asiatiche possano affettivamente scontrarsi sembra impensabile, ma una mistura infernale di sospetto, rabbia, diplomazia maldestra, e la crescente presenza militare americana, sta facendo sì che una disputa secondaria diventi una problematica ben più grave se qualcuno fa un passo falso.

E finora, la coreografia nella regione è passata da goffa a provocatoria.Alcuni esempi:
Nei giorni dell’anniversario del brutale attacco giapponese nei confronti della Cina nel 1931, Tokyo ha acquistato una manciata di isole nel Mar Cinese Orientale – conosciute come le Senkaku in Giappone e le Diaoyu in Cina – la cui proprietà è in discussione. In risposta, la Cina ha accusato il Giappone di avergli “rubato” (2) le isole, e dimostrazioni e rivolte anti-giapponesi sono ormai scoppiate in ottanta città cinesi. Diverse compagnie giapponesi, incluse Toyota, Honda e Panasonic sono state costrette a chiudere per qualche giorno.

In questo momento di tensione, Washington ha annunciato che dispiegherà il secondo sistema antimissili balistici (ABM) (3) in Giappone, presumibilmente in funzione anti-Korea del Nord, ma i Cinesi li accusano di voler neutralizzare il loro modesto apparato nucleare.
“Il sistema missilistico di difesa chiaramente incoraggia il Giappone ad attuare una politica aggressiva riguardo alla questione delle isole Diaoyu”, accusa Shi Yinhong (4), professore di studi internazionali presso l’Università Renmin di Pechino. Tao Wenzhao, vice direttore degli studi sugli Stati Uniti presso l’Accademia Cinese delle Scienze Sociali, aggiunge, “è altamente inappropriato e controproducente per gli Stati Uniti fare una mossa del genere, in un momento così delicato.”

Saggio tempismo, l’acquisto dell’isola e l’annuncio dell’ABM sembrano quasi consapevolmente provocatori, ma Tokyo e Washington non sono certo gli unici nel Pacifico colpevoli di un’inetta diplomazia.

Due anni fa la Cina dichiarava il Mar Cinese del Sud “zona di interesse centrale”, ciò vuol dire che Pechino sostanzialmente rivendicava la sua sovranità su più dell’80% di una delle più altamente trafficate acque del mondo. La Cina inoltre insisteva nel considerare diversi arcipelaghi – Spratleys, Parcels e Macclesfield Bank – territorio cinese, e sostenne questa affermazione con navi e persino con una piccola guarnigione.
Alcuni in Cina sono andati oltre, rivendicando la sovranità sulla catene Ryukyu, che comprende Okinawa, un’isola che ospita diverse importanti basi americane, con una popolazione di circa 1,4 milioni di cittadini giapponesi. Il Giappone prese il controllo di quell’arcipelago nel 1879, ma diverse centinaia di anni prima il Regno indipendente di Ryukyu pagava i tributi alla Cina.

L’amministrazione Obama, inoltre, lo scorso anno ha annunciato un “pivot” asiatico e ha rinforzato l’impronta militare nella regione, compreso il piano che prevede l’invio di 2500 marines in Australia – la prima volta che le truppe americane sono state dispiegate sul sub-continente dalla fine della II guerra mondiale.

Non per essere da meno, la Cina ha lanciato la sua prima portaerei, e apparentemente sta aggiornando (5) il suo missile balistico intercontinentale (ICBM), il Dongfeng-41. Secondo il Pentagono, la Cina potrebbe avere dai 55 ai 65 ICBM e 240 testate nucleari. Volendo fare un paragone, gli USA hanno più di 1000 ICBM, 1373 testate nucleari e più di 5000 armi nucleari.

Vi sentite un po’ nervosi? Dovreste esserlo. Le tensioni sono reali anche se è difficile immaginare che i paesi dell’area si facciano sfuggire di mano la situazione. Ma quando si combinano retorica surriscaldata e confronti di dotazioni di armi, una mossa goffa, un atto mal interpretato, o semplice stupidità, potrebbe innescare qualcosa difficile da contenere.

Allora, di chi è la colpa di questo sturm und drang?

Dipende dalla prospettiva che si adopera, le crisi sono messe in atto sia dagli Stati Uniti e il Giappone che cercano di soffocare un crescente rivale come la Cina, sia dall’aggressività di Pechino, che sta creando pericolose tensioni nella regione. In effetti, la situazione è molto più complessa di come appare. Innanzitutto, Cina, Giappone e Stati Uniti non sono gli unici attori. Taiwan, Filippine, Vietnam, Malaysia, Brunei, Russia e Corea del Sud hanno predisposto le pedine sulla scacchiera.
La Corea del Sud, ad esempio, è bloccata in una lotta con il Giappone riguardo alle Isole Dokdo (chiamate Takeshima dai giapponesi). Taiwan e Cina sono in disputa con le Filippine per il Seaborough Shoal, e Vietnam, Malaysia e Brunei si contendono una serie di isole, fondali, scogliere e piccoli atolli corallini. Il Giappone e la Russia sono ai ferri corti per la catena delle isole Kuril che Mosca occupò nel 1945.
Le questioni nel Mar Cinese Meridionale non sono le stesse di quelle nel Mar Cinese Orientale. A Sud le dispute sono principalmente economiche: diritti di pesca, e riserve energetiche. Ad Est, la storia imperiale e l’eco della II guerra mondiale giocano un ruolo importantissimo. Ad esempio le isole Senkaku/Diaoyu e le Dokdo/Takeshima vennero sequestrate dal Giappone durante i primi tempi dell’impero, né la Cina né la Corea hanno dimenticato o perdonato il Giappone per l’occupazione dei loro territori.

Paesi come le Filippine, Vietnam, Malaysia e Brunei vedono i cinesi come bulli che vogliono farla da padroni, arrestando i loro cittadini per pesca in acque contese. Vorrebbero che Pechino negoziasse la questione delle frontiere con loro in quanto gruppo dell’ASEAN (Associazione delle Nazioni dell’Asia del Sud), mentre la Cina insiste ad approcciarsi a loro individualmente. Questa situazione di stallo ha permesso agli Stati Uniti di riaffermarsi nella regione presentandosi come un “giusto mediatore” (facendo così infuriare la Cina).

La Cina, d’altra parte, vede gli USA circondarla di potenziali alleati, spostando nella regione un numero ancora maggiore di portaerei, e creando un piano di spesa di 352 miliardi di dollari per modernizzare (6) il suo arsenale nucleare. Quello che la Cina non vuole è una gara per gli armamenti con gli Stati Uniti, che già spendono di più dei cinesi per la difesa, secondo una proporzione di 5 a 1. Ma il nuovo sistema ABM statunitense in Giappone costringerà la Cina a rispondere.

Mentre l’economia cinese è in una forma migliore rispetto quella americana, il suo tasso di crescita è precipitato più in basso di quanto Pechino si aspettava, e l’aumento della spesa militare andrà a discapito della stimolazione economica, dell’efficienza energetica e il miglioramento delle infrastrutture. I cinesi sentono l’odore della guerra fredda, quando gli americani hanno reso zoppa l’economia sovietica, costringendola a deviare molte delle sue risorse verso la difesa, al fine di tenere il passo con gli USA.

Quindi, se i cinesi si sentono leggermente paranoici in questo periodo, nessuno può certo biasimarli.

Ci sono numerosi modi per disinnescare l’atmosfera di tensione nel Pacifico.

Innanzitutto, la Cina dovrebbe far un passo indietro rispetto alla sua posizione e negoziare la questione delle frontiere e dell’accesso alle acque non più paese per paese. è perfettamente comprensibile per paesi piccoli riunire strategie di negoziato, e l’ASEAN sarebbe un ottimo veicolo per rendere questa prospettiva funzionante. Ciò avrebbe il vantaggio di rafforzare un’organizzazione regionale, che può quindi essere utilizzata per trattare altre questioni, dal commercio al terrorismo.

In secondo luogo, mentre gli Stati Uniti sono una potenza nel Pacifico, non lo sono nel Pacifico Occidentale. Posizionare navi da guerra nelle acque territoriali di Pechino vuol dire essere in cerca di guai, e alimentare una forte corrente nazionalista in Cina. Ci dovrebbe essere una graduale smilitarizzazione della regione, e una riduzione del numero di basi americane. Gli Stati Uniti devono riconoscere che gli ABM creano problemi. Hanno inasprito l’atmosfera in Europa per le riduzioni militari, e alimenteranno un’intensificazione militare in Asia. Il trattato ABM ha prodotto una politica sensibile fino a quando l’amministrazione Bush si è ritirata unilateralmente da esso. Deve essere ripreso e rispettato.

In terzo luogo, le provocazioni come quella cinese su Okinawa, quella giapponese sulle isole Senkaku/Diaoyu, la spedizione di 2500 marines in Australia e il generale battersi il petto attraverso armamenti nucleari deve arrestarsi.

Da una parte, è impossibile che Cina e Giappone arriveranno allo scontro, un conflitto che potrebbe coinvolgere gli Stati Uniti nonostante il trattato di mutuo sostegno con Tokyo. La Cina è il più importante partner commerciale del Giappone, e il Giappone il secondo per la Cina (gli USA sono il primo di Pechino). I sondaggi indicano che il cinese medio e l’americano medio hanno opinione favorevoli l’uno dell’altro. Uno studio della Commissione 100 (7), un gruppo sino-americano, ha scoperto che il 55% degli americani e il 59% dei cinesi hanno buona considerazione l’uno dell’altro.

È una questione diversa tra Giappone e Cina, che rende la tensione tra i due paesi maggiormente pericolosa. Il 70% dei giapponese ha una visione “non favorevole” di Pechino, e questa prospettiva corrisponde a quella cinese. La crisi delle isole ha portato alla luce una corrente molto potente di nazionalismo in entrambi i paesi. È stato il sindaco di destra di Tokyo, Shintaro Ishimara, a dare il via alla crisi tendando di comprare le isole. I politici di destra del Partito Liberale Democratico (LDP) hanno colto al volo la protesta per randellare l’attuale governo, ed è probabile l’LDP vinca le prossime elezioni.

Le passioni sono forti, distorte da amari ricordi del passato, e alimentate dalla paura e dall’opportunismo politico. “C’è una reale possibilità che la diplomazia fallisca, ci sarà una guerra,” dice Kazuhiko Toyo (8), un ex diplomatico giapponese.

Si spera che sia fumo, non fuoco.

Conn Hallinan
Fonte: www.counterpunch.org
Link: http://www.counterpunch.org/2012/09/26/japan-v-china-a-real-conflict/
26.09.2012

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di MARIA MERCONE

1 – www.nytimes.com/2012/07/25/world/asia

2 – http://www.nytimes.com/2012/09/12/world/asia/china-accuses-japan-of-stealing-disputed-islands.html
3 – www.mysinchew.com

4 – http://www.nytimes.com/2012/09/18/world/asia/u-s-and-japan-agree-on-missile-defense-system.html?pagewanted=all
5 – http://www.nytimes.com/2012/08/25/world/asia/chinas-missile-advances-aimed-at-thwarting-us-defenses-analysts-say.html
6 – http://www.rawstory.com/rs/2012/09/16/u-s-military-to-modernize-nuclear-arsenal-report/
7 – www.google.com/hostednews

8 – www.nytimes.com/2012/08/22/world

Pubblicato da Davide

  • Aironeblu

    Questo genere di tensioni per la rivendicazione di “cinque minuscole isole” fa parte dell’arsenale delle armi Armi di distrazione di massa, con cui i due paesi, e in particolare la Cina, deviano l’attenzione dell’opinione pubblica a questioni più sentimaentalment coinvolgenti, ma ben meno “esplosive” del conflitto sociale che si sta accompagnando alla crisi economica.

  • Aironeblu

    Simpatiche invece le 3 soluzioni suggerite da Hallinan per scongiurare l’imminente pericolo: che tutte le 3 potenze coinvolte, Cina, USA, Giappone, diventino buone, si pentano e facciano un passo indietro… ^^

  • rebel69

    Ma non gliele ha suggerite le ha imposte,e se non obbediscono,a letto senza cena!

  • Cataldo

    La Cina non ha alcuna paura di una corsa agli armamenti, la tecnocrazia deve ampliare il suo mercato interno ad ogni costo, l’epoca delle grandi infrastrutture è nella parte in discesa della parabola: ora è il turno degli investimenti militari.

    La strategia di lungo periodo della Cina, impostata dal grande Den Xiao Ping, uno statista tra i più grandi dello scorso secolo, prevedeva di non mettere mano all’apparato militare prima di sviluppare una massa critica industriale-universitaria, l’apertura all’occidente ed ai capitali delle multinazionali era indispensabile per raggiungere questo risultato (non importa se il gatto sia bianco o nero, basta che prenda il topo).

    Da qualche anno assistiamo all’evoluzione della strategia verso la costruzione di un apparato militare adeguato al ruolo della Cina, malgrado vi siano ancora carenze tecnologiche di base, i tempi sono maturi.

  • Tashtego

    Dunque, si potrebbe anche supporre che questi due stati economicamente fortissimi siano difficili da infiltrare per chi ha certe “linee di sangue” in quanto questi signori hanno pelle gialla ed occhi a mandorla. Difficile posizionare un Rumsfield, una Albrigth etc, difficile creare delle lobby interne per influenzarne/indirizzarne le politiche. Dal momento che non sono infiltrabili dall’interno meglio farli scontrare e scannare in modo che si indeboliscano a vicenda… plausibile?