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GEORGE SHULTZ, IL PADRINO DI BUSH E SCHWARZENEGER

Un mago dietro le quinte: dall’abolizione di Bretton Woods alla privatizzazione delle pensioni, dalla scuola post-industriale del MIT alla Scuola di Chicago con il suo “esperimento cileno”.

Nella campagna contro la privatizzazione delle pensioni negli Stati Uniti, nel febbraio 2005 l’organizzazione di LaRouche ha prodotto una nuova documentazione di cui riportiamo l’articolo introduttivo, scritto da Jeffrey Steinberg, Richard Freeman, e Harley Schlanger, con alcune modifiche e aggiunte. La pagina che segue è tratta dall’opuscolo.

George Shultz, il padrino politico del presidente George Bush e del governatore della California Arnold Schwarzenegger, ha tutte le carte in regola per essere riconosciuto come la versione moderna di Hjalmar Schacht, il gran decisore dell’economia nel regime nazista.
George Shultz è anche convinto che uscirebbe indenne a dei nuovi processi di Norimberga, così come allora ne uscì indenne Schacht. Sebbene gli episodi più efferati del nazismo fossero essenzialmente la conseguenza della politica di austerità feroce che Schacht decise in qualità di ministro dell’economia e di governatore della banca centrale del regime nazista, egli in quei processi fu assolto: si sa, i banchieri non si sporcano le mani.A proposito dei regimi degli anni Venti e Trenta, la realtà che più si stenta a riconoscere è che prima di Mussolini e di Hitler vennero i banchieri “liberal”, che in una situazione di involuzione economica riuscirono ad ottenere che le banche in pratica fallite fossero salvate ad ogni costo. I crimini peggiori degli squadristi e dei guardiani dei campi di concentramento vennero più tardi, come logica conseguenza. Questi ultimi erano solo gli addetti all’esecuzione di un’economia dettata, da cima a fondo, da istituzioni come la Banca per i Regolamenti Internazionali e da personaggi i più emblematici dei quali furono Hjalmar Schacht, in Germania, e Volpi di Misurata in Italia. Il governatore della Banca d’Inghilterra Montagu Norman, il capo della Federal Reserve Benjamin Strong, e i banchieri di Wall Street Averell Harriman e Prescott Bush Senior, insieme ai direttori della J.P. Morgan erano i banchieri centrali e privati che fornirono i capitali e l’influenza politica necessaria per imporre le dittature in Europa.
Shultz oggi è la personalità che propone politiche di austerità analoghe a quelle di allora, sotto circostanze di crollo finanziario globale che sono però più gravi di quelle di allora, determinate dall’abbandono del sistema delle parità monetarie di Bretton Woods, che avvenne nel 1971 soprattutto per iniziativa dello stesso George Shultz.
Come i suoi degni predecessori Schacht e Volpi, Shultz ha selezionato i demagoghi populisti che occorrono per rifilare ricette simili a quelle di allora ad una popolazione che tende ad essere sempre più disperata e irrazionale. E’ risaputo che dietro le quinte fu proprio George Shultz a dare l’ok alla candidatura presidenziale di Bush e a selezionare sia il comitato dei consiglieri elettorali prima, che molti esponenti dell’amministrazione dopo: i fedeli come Dick Cheney, Donald Rumsfeld, Condoleezza Rice, Paul Wolfowitz, Elliott Abrams ed altri. Shultz, meglio di altri, si rende ben conto che Bush è una figura transitoria, la cui presidenza fu “costruita” sui fatti dell’11 settembre 2001.
Per il futuro Shultz sta allenando Arnold Schwarzenegger. Bush ormai ha il fiato corto, s’impappina e perde il contegno persino di fronte al pubblico rigorosamente selezionato di soli fondamentalisti e repubblicani doc che gli viene messo di fronte per applaudirlo quando dice che occorre privatizzare le pensioni. Schwarzenegger invece si trova sempre a suo agio con qualsiasi porcheria gli dicano di promuovere. Le prove generali vengono condotte in California, dove la squadra economica di “Arnie” è personalmente diretta da Shultz, che si è così posizionato per replicare quello che fece Shacht, che prontamente s’installò al ministero dell’economia non appena Hitler si impadronì del potere.


Nella foto George Shultz in compagnia di Schwarzenegger e Milton Friedman (il guru dei “Chicago Boys” gestiti da Shultz) in occasione dell’incontro del Consiglio dei consulenti economici del governatore della California presieduti da Shultz.

Odiano Franklin D. RooseveltQuelli della cordata di Shultz, come i burattinai di allora, odiano tutto ciò che fu realizzato dal presidente Roosevelt per effettuare un’inversione di rotta politica epocale, salvando così il mondo dal nazismo, riconducendo gli Stati Uniti ai suoi originali principi costituzionali e dando vita ad una ripresa economica straordinaria.
Negli USA Roosevelt lanciò una serie di grandi progetti finanziati direttamente con il credito statale, mirando a restituire ad una popolazione rovinata e demoralizzata delle attività effettivamente produttive. I suoi progetti più famosi sono la Tennessee Valley Authority (TVA), l’elettrificazione delle campagne, e la costruzione, dal nulla, di un’industria aeronautica, di un’industria petrolchimica e di altri settori industriali. Roosevelt istituì inoltre la Social Security, il programma previdenziale che merita di essere riconosciuto come l’espressione più genuina del mandato costituzionale di provvedere al bene comune di tutti gli americani delle generazioni presenti e future. Gli anziani, i malati e gli orfani ottennero per la prima volta la sicurezza di una vita dignitosa e per settant’anni la Social Security ha protetto gli americani dal rischio dell’indigenza.
Sul piano internazionale, oltre al ruolo decisivo che svolse nella sconfitta il nazismo, al presidente Roosevelt si deve l’istituzione del sistema di Bretton Woods, ovvero la creazione di un sistema finanziario internazionale stabile senza il quale la ricostruzione e la ripresa del dopoguerra non sarebbero state possibili. Alla conferenza di Bretton Woods, nell’estate del 1944, Roosevelt convinse i 44 governi alleati a istituire un sistema finanziario a tassi di cambio fissi e vincolati al valore monetizzato dell’oro. Fu disposta la graduale cancellazione del debito contratto nell’epoca della depressione e della seconda guerra mondiale, evitando in tal modo una riedizione della Conferenza di Versailles in cui, alla fine della prima guerra mondiale, era stato istituito un sistema inflessibile di estorsioni per il ripagamento del debito, un meccanismo che fu all’origine della catastrofe economica che portò all’instaurazione delle dittature degli anni Venti e Trenta.
Stando a quanto riferisce nelle sue memorie il figlio Elliott, per gli anni del dopoguerra il presidente Roosevelt si riprometteva di estirpare ogni forma di colonialismo e imperialismo. Purtroppo la morte lo colse prima che potesse dedicarsi a questa impresa. Winston Churchill poté tirare un gran respiro di sollievo quando alla Casa Bianca entrò Harry Truman, un “little man” che non era all’altezza del compito e che si circondò subito di quelli che Roosevelt aveva bollato come “i Tories americani” (in pratica agenti britannici), fautori di una politica imperiale e liberista.


Shultz e Schacht

Non erano trascorsi molti anni dalla morte di Franklin D. Roosevelt quando George Shultz apparve sulla scena politica ripromettendosi di demolire tutto quanto era stato da lui creato.
In un certo senso Shultz era “nato per quello scopo”. Suo padre, Birl Earl Shultz, fu un esponente del mondo finanziario anglo-americano, di quelli che operano per lo più nella penombra, ricoprendo per anni l’incarico di direttore del personale dell’American International Corporation (AIC). Con il quartier generale al numero 120 di Broadway, l’AIC apparteneva allo zoccolo duro di Wall Street e curava gli investimenti delle grandi case finanziarie, attiva in particolare nelle operazioni meno trasparenti nell’Unione Sovietica, nel periodo successivo alla Rivoluzione Bolscevica. Successivamente Shultz padre istituì il New York Stock Exchange Institute per l’addestramento dei futuri brokers.
Dopo aver studiato a Princeton, dove nel 1942 presentò una tesi sulla TVA di Roosevelt, (ovviamente criticandola, ma con cautela, visto che Roosevelt era ancora alla Casa Bianca), George Shultz entrò nei Marines e dopo tre anni di servizio continuò a studiare economia al Massachusetts Institute of Technology (MIT). Secondo varie fonti, al MIT Shultz si legò molto allo psicologo di origine tedesca Kurt Lewin che morì qualche anno dopo, nel 1947. Insieme ai noti professori del MIT John von Neumann e Robert Wiener, Lewin fu uno dei fondatori del “Gruppo della cibernetica”, cioè i pionieri dell'”era dell’informazione” o della società post-industriale. Esperto di ingegneria sociale, Lewin sviluppò delle tecniche per modificare il comportamento di piccoli gruppi alle quali si fece molto ricorso poi negli anni Cinquanta, in particolare nelle grandi imprese, in quelli che furono in pratica i preliminari per la svolta verso la deindustrializzazione e verso un’impostazione ragionieristica piuttosto che produttiva della gestione aziendale, e persino verso l’ambientalismo radicale.
Ottenuta la laurea in economia, con una specializzazione sui rapporti tra lavoratori e impresa secondo il pensiero di Lewin, Shultz restò per qualche tempo al MIT. Si trasferì a Washington con l’insediamento dell’amministrazione Eisenhower nella quale ottenne un posto nel Consiglio dei Consulenti Economici, alle dipendenze di Arthur Burns, il quale contava tra i suoi protetti anche Milton Friedman. Nel 1957 Shultz tornerà a collaborare con Friedman alla facoltà di Economia dell’Università di Chicago nella quale nel 1962 ottenne la carica di rettore della Chicago Graduate School of Business. La Scuola di Chicago diventò la roccaforte della Mont Pelerin Society e il principale strumento dell’oligarchia finanziaria per diffondere le forme più radicali di monetarismo e liberismo, e per combattere l’idea della centralità del governo.
Sotto Shultz, l’Università di Chicago diventò un condominio dei neo-liberals della Mont Pelerin e i seguaci di Leo Strauss che promuovevano ideologie espressamente naziste, quelle prodotte da Martin Heidegger e Carl Schmitt. Nei successivi incarichi ricoperti nelle amministrazioni di Nixon e Reagan, e poi con l’influsso esercitato nella creazione dell’amministrazione Bush junior, Shultz è stato il perfetto mediatore tra “sinistra” e “destra”, e cioè tra i neo-liberals di stampo schachtiano e gli imperialisti neo-conservatori.
Richard Nixon chiamò Shultz a ricoprire l’incarico di segretario del Lavoro dopo la vittoria nelle presidenziali del novembre 1968. Come capo della Scuola di Chicago però l’influenza da lui esercitata sulla nuova amministrazione andò ben oltre quella del ministero affidatogli. In combutta con altri due personaggi dell’amministrazione Nixon, Paul Volcker e Henry A. Kissinger, Shultz dette il colpo di grazia al sistema di Bretton Woods.

La crisi del dollaroGli attentati alla stabilità del sistema monetario nato a Bretton Woods cominciarono almeno da quando gli inglesi riaprirono il mercato dell’oro di Londra, nel 1954, con una serie di transazioni speculative volte a minare la parità del dollaro. Diversamente dalle leggende metropolitane secondo cui il sistema di Bretton Woods sarebbe stato architettato dall’inglese John Maynard Keynes, la realtà è che il governo inglese votò contro la ratifica degli accordi di Bretton Woods concepiti da Franklin D. Roosevelt, nell’apposita conferenza che si tenne nel 1945 a Savannah. Quello inglese fu l’unico voto contrario!
Il 29 novembre 1967 gli inglesi decisero di svalutare la sterlina del 14%, mettendo in moto una crisi monetaria generale, e costringendo il governo statunitense a spendere il 20% delle sue riserve auree per proteggere il prezzo dell’oro a 35 dollari l’oncia dalle speculazioni ordite da Londra. Il 16 marzo 1968 i capi delle banche centrali delle sette principali nazioni industriali raggiunsero uno sporco compromesso. Concordarono di stabilire un sistema a doppio sportello del prezzo dell’oro, mantenendo la parità ufficiale a 35 dollari, ma consentendo agli speculatori la libera compravendita dell’oro al prezzo più impensato che andava bene “al mercato”. Ciò condusse inevitabilmente alla crisi del dollaro, cosa che tornò utile a Shultz e compagnia che si erano posizionati per aggredire il sistema di Bretton Woods e smantellarlo.
La tornata speculativa diretta da Londra andava ad amplificare la crisi del dollaro che maturava dalla svolta avvenuta nella seconda metà degli anni Sessanta, sotto Johnson, con l’avvento della cosiddetta “Great Society”. Quest’ultima fu la nuova impostazione che privilegiò i consumi a scapito della formazione effettiva di capitale tecnologico, secondo gli scenari che furono propagandati a partire dal 1963 dalla “Triple Revolution” di Robert M. Hutchin’s e il “Rapaport Report” dell’Istituto Tavistock di Londra.
Quando Nixon entrò alla Casa Bianca aggravò questa tendenza con la politica economica “deflativa” suggeritagli da Milton Friedman, tanto che nell’estate del 1969 la crescita economica che si protraeva ancora dall’era rooseveltiana finì per bloccarsi. Nel 1970 alla Federal Reserve subentrò il padrino di Shultz, Arthur Burns, che mantenne invariata la politica monetaria. Leonard Silk ha scritto al proposito sul New York Times: “L’economia stava scivolando in una recessione senza alcun accenno alla riduzione dell’inflazione. I tassi d’interesse raggiunsero livelli mai visti in cent’anni, con effetti devastanti per l’edilizia. Il bilancio federale cominciò a scivolare nel deficit aggravando le pressioni sui mercati monetari. La borsa entrò nel declino peggiore mai verificatosi dai tempi dalla Grande Depressione”.
Nel maggio 1970 si verificò il fallimento della Penn Central Railroad che mise seriamente in crisi il mercato del credito a breve. Burns decise un’inversione di rotta, aprendo i rubinetti del denaro, ovviamente senza risolvere il problema ma aggravandolo. Su questo confluirono altri fattori. Per la prima volta dal 1960, la bilancia commerciale (beni e servizi) nel 1970 cominciò a segnare cifre in rosso. Cosa ben più grave, lo stesso stava accadendo alla bilancia dei conti correnti (allora bilancia dei pagamenti), che fu dissanguata da tre fattori: le imprese USA che acquistavano imprese in Europa e in America Latina, le spese militari all’estero (soprattutto il Vietnam) e i prestiti delle banche USA all’estero. Questo determinò una situazione che minava seriamente il dollaro, stimolando di conseguenza una corsa a cambiare i dollari in oro, un fattore su cui gli speculatori gettarono le loro mani sapienti.
Prescindendo però dai dettagli, resta un fatto da notare: se gli Stati Uniti si fossero dedicati principalmente allo sviluppo dell’Africa, dell’America Latina e di altre regioni del mondo, la sua formazione di capitale e il suo surplus sarebbero stati tali da renderli immuni da qualsiasi sporco trucco.

La condanna per Bretton Woods

Nel corso dei primi mesi dell’amministrazione Nixon, il presidente sottoscrisse una direttiva, National Security Study Memorandum 7 (NSSM-7), che affidava al sottosegretario del Tesoro per gli affari monetari internazionali Paul Volcker la direzione di una task force che valutasse le nuove opzioni di politica monetaria internazionale. La task force doveva presentare il suo rapporto ad Henry Kissinger, allora Consigliere per la Sicurezza Nazionale. Nel maggio 1971 la squadra di Volcker preparò uno studio che proponeva, tra l’altro, “la sospensione della convertibilità dell’oro”, in pratica l’abolizione di Bretton Woods.
Nel frattempo George Shultz era passato dal ministero del Lavoro a capo dell’Ufficio gestione e bilancio della Casa Bianca (OMB), che fu appositamente creato in quella circostanza. Secondo John Connally, che di lì a poco sarebbe stato sostituito da Shultz nell’incarico di Segretario al Tesoro, a decidere di porre fine al sistema di Bretton Woods fu George Shultz, in occasione di un loro incontro. Insieme a Shultz c’erano anche Kissinger e Volcker, ma sarebbe stato Shultz a parlare nell’incontro, in pratica ordinando a Connally di decidere la fine della parità fissa tra dollaro e oro. Qualche giorno prima di quel fatidico 15 agosto 1971, quando lo sganciamento del dollaro dall’oro fu annunciato ufficialmente da Nixon, l’ambasciatore inglese si era presentato al Dipartimento del Tesoro chiedendo la conversione in oro di titoli pari a 3 miliardi di dollari. La richiesta ovviamente non poteva essere soddisfatta, ma la minaccia era chiara, occorreva “decidere subito”.
Il 13-14 dicembre 1971, Richard Nixon incontrò Georges Pompidou alle Azzorre. Il presidente francese cercò di persuadere quello americano a salvare il sistema dei cambi fissi di Bretton Woods, ma Nixon, sotto l’influsso di Shultz, respinse la proposta. Nel giugno 1972 Shultz sostituì Connally al vertice del Tesoro per dedicarsi, negli anni successivi, ad affossare qualsiasi tentativo di ricostituire un sistema a parità fisse. Bretton Woods fu definitivamente sotterrato al vertice di Rambouillet del 1975 in cui Shultz fu presente nella delegazione dell’amministrazione Ford. Nel suo libro “Economic Policy Beyond the Headlines” Shultz esclama trionfante “i mercati piuttosto che i governi erano esplicitamente al potere”.
A quell’epoca Shultz aveva già lasciato gli incarichi politici per diventare amministratore delegato della Bechtel Corporation, una delle maggiori imprese mondiali di costruzioni. Nel libro «Confessioni di un sicario dell’economia», John Perkins menziona Shultz come il capo di una rete internazionale di monopoli collegati al FMI impegnata al saccheggio ed alla rovina delle nazioni del Terzo Mondo con l’imposizione di debiti impagabili.
L’abolizione del sistema di Bretton Woods rientra in una più ampia svolta orchestrata da Shultz, Kissinger e gli inglesi verso una politica economica schachtiana. Nel 1974 Kissinger promulgò una nuova dottrina di sicurezza nazionale USA, codificata nel National Security Study Memorandum 200 (NSSM-200), con la quale si reclamava espressamente la sovranità extraterritoriale degli Stati Uniti sulle materie prime ritenute di importanza strategica in gran parte del settore in via di sviluppo, in nome di una responsabilità americana nella difesa del “mondo libero” dalla minaccia sovietica. Il documento di Kissinger definiva lo sviluppo economico nel Terzo Mondo una minaccia alla sicurezza nazionale USA e stabiliva degli obiettivi di radicale riduzione demografica per diversi paesi del terzo mondo: India, Turchia, Brasile, Indonesia, Nigeria, Egitto, e alcuni stati ricchi di petrolio nel Golfo Persico. Con questa dichiarazione di guerra malthusiana contro le razze di pelle scura, Kissinger e il suo compare Shultz della “Chicago School” si schierarono con lord Bertrand Russell che in un famoso libro del 1951, “L’impatto della scienza sulla società”, aveva invitato gli scienziati a sviluppare i mezzi per provocare una grande peste ogni generazione, facendo così in modo che la crescita demografica non sfuggisse al controllo.

Il modello Pinochet Sotto Pinochet fu affossato il movimento sindacale, i tagli salariali raggiunsero persino il 70%, e per la fine degli anni Settanta il Cile era in bancarotta. Per far fronte alla crisi, il ministro del Lavoro di Pinochet, José Piñera, mise a punto il piano per la “privatizzazione” del sistema pensionistico statale. Con la privatizzazione, i contributi previdenziali furono dirottati sui conti privati gestiti dalle banche e dalle finanziarie che si appropriavano di commesse astronomiche e lasciavano i lavoratori senza un minimo di pensione decente. Il Parlamento cileno oggi sta facendo i salti mortali per “riformare” di nuovo il sistema pensionistico rovinato da quel saccheggio.
In sintesi: per il sistema pensionistico privato oggi la metà della forza lavoro in Cile nemmeno esiste, perché in un’economia allo sbando troppa gente è costretta al lavoro nero, precario, stagionale, alla disoccupazione, e quindi non è in grado di versare il minimo dei contributi. Dell’altra metà, solo 1,2 milioni, e cioè solo il 20% del totale, riesce ad ottenere una pensione di poco superiore al minimo garantito dallo stato, che equivale a 110 dollari mensili. Per lo stato cileno la spesa pensionistica diventa un peso sempre maggiore. Le assicurazioni previdenziali private intascano commesse tra il 25 ed il 33 per cento dei contributi. Il loro tasso di profitto annuo tra il 1997 e il 2004 è stato calcolato al 50% con punte massime del 210%!
Nel 1981 queste assicurazioni, note con la sigla AFP, erano 18. Oggi ne restano solo sei, cinque delle quali sono straniere. Dal 1982 al 2004 i conti privati aperti presso le AFP hanno dato un profitto annuo del 5,1% soltanto. Per due lavoratori della stessa categoria retributiva e con lo stesso numero di anni di servizio che vanno oggi in pensione, l’uno passato al sistema privato e l’altro rimasto nel sistema pubblico cileno, il primo ottiene una pensione che è inferiore alla metà di quella del secondo!
George Shultz invece vede il “modello cileno” in maniera molto diversa. Intervistato alla PBS-TV il 2 ottobre 2000 Schultz disse del Cile: “Le forze armate presero il potere e non c’è dubbio che commisero delle atrocità in quella situazione, ciò nonostante presero la situazione sotto controllo … In Cile c’erano quelli che furono chiamati ‘Chicago boys’ perché avevano studiato economia all’Università di Chicago … Fu così che in Cile si affermò un tipo d’economia come quella della Chicago School. Funzionò”.
Shultz si era tanto innamorato del “modello Pinochet” della privatizzazione previdenziale che all’inizio del 1981 si recò a Santiago, in veste di rappresentante della squadra di transizione della presidenza di Ronald Reagan. Incontrò José Piñera, allora ministro delle Miniere, chiedendogli di redigere un promemoria sul presunto trionfo della riforma previdenziale cilena. Secondo Paul O’Neil, ex Segretario al Tesoro di George W. Bush, George Shultz propone la privatizzazione della Social Security sin dal lontano 1973. Nel 1978 riuscì a piazzare la sua idea ad un giovane texano candidatosi al Congresso. Era la sua prima campagna elettorale e George W. Bush si sbracciò a proporre la privatizzazione delle pensioni agitando lo spauracchio di un presunto fallimento del sistema previdenziale entro il 1988. Ricevette una solenne sconfitta elettorale.

Guerra preventiva

In veste di Segretario di Stato di Ronald Reagan, George Shultz fu il primo alto funzionario americano a proporre la dottrina imperiale della guerra preventiva. Nel 1984, in un discorso ad una associazione ebraica di New York, Shultz affermò che l’America avrebbe potuto vedersi costretta a fare ricorso a misure preventive contro la minaccia terroristica prima di disporre di tutte le informazioni del caso da parte dei servizi.
Sei anni più tardi il suo compare Dick Cheney, allora Segretario alla Difesa di Bush senior, tentò di contrabbandare la dottrina Shultz nella National Defence Guidance, ma finì per cozzare contro l’opposizione dello stesso presidente, del consigliere della Sicurezza Nazionale Brent Scowcroft e del segretario di Stato James Backer III. Shultz dovette quindi attendere l’amministrazione “Bush 43” per imporre la dottrina che, nella veste di co-presidente del Committee on Present Danger, adesso promuove contro l’Iran, la Siria, la Corea del Nord, e, se capita a tiro, anche contro la Cina.

George and Arnie

La nuova passione di George Shultz, oggi, è riuscire a far eleggere presidente Arnold Schwarzenegger, sebbene per questo occorra un emendamento della Costituzione che consenta agli americani naturalizzati di candidarsi alla Casa Bianca. Schwarzenegger è considerato da Shultz il personaggio ideale per ricoprire il ruolo del nuovo Hitler, con lui stesso che ricoprirebbe quello del nuovo Schacht. Mentre il presidente Bush cerca di piazzare la riforma della Social Security ad un Congresso diventato molto diffidente, il governatore della California è già impegnato in proprio a privatizzare il sistema pensionistico nel suo stato con una serie di trucchi e minacciando di ricorrere al referendum per scavalcare l’opposizione del parlamento dello stato, secondo lui popolato da “punks”. Schwarzenegger ha deciso di andare allo scontro con furia giacobina, così come ha fatto il presidente venezuelano Hugo Chavez, ammiratore di Carl Schmitt il giurista della corona di Hitler.
Figlio di tesserato nazista austriaco, Schwarzenegger proclamò la sua ammirazione per Hitler in un’intervista a George Butler nel 1977. In tale occasione sottolineò in particolare il suo apprezzamento per la disciplina nazista che contrappose al lassismo americano: “Se c’è una cosa che non mi piace qui [in America] è che la gente fa troppo quello che gli fa comodo. Non c’è più unità e non credo che la colpa sia della gente, ma del fatto che non abbiamo un leader forte”.
La cosa che gli piace di più di Hitler, spiegò, erano le adunate oceaniche a Norimberga, come ha poi provato a replicarle nei suoi comizi elettorali: “Parlare a 50 mila persone alla volta ed esaltarle, o come Hitler nello Stadio di Norimberga, riuscire a far sì che ti gridino di essere completamente d’accordo con tutto quello che dici”.

L’imminente caduta del dollaro

Occorre sottolineare che il tentativo di girare i contributi previdenziali alle finanziarie di Wall Street, non è soltanto dettata dal fanatismo di gente come Shultz, che per tutta la vita ha cercato di distruggere la grande eredità di Roosevelt, ma che l’urgenza con cui questi personaggi vogliono arrivare a tale riforma è dettata loro dallo sfascio sempre più evidente del sistema a tassi fluttuanti subentrato a quello di Bretton Woods.
All’ultimo incontro del World Economic Forum a Davos e all’incontro dei banchieri centrali e dei ministri delle Finanze del G7 tenutosi a Londra, personaggi rappresentativi dell’establishment hanno ammesso che l’afflusso di capitali negli USA dall’estero, che ha fin ora posticipato il crollo del dollaro, sta diminuendo paurosamente. A Davos C. Fred Bergsten ha detto che l’economia USA adesso dipende da un afflusso netto di 5 miliardi di dollari al giorno, per coprire il deficit federale e quello dei conti correnti. L’economista cinese Fan Gang ha detto nella stessa occasione che la Cina non vede più ragioni per spendere il suo denaro buono per difendere un dollaro senza prospettive di ripresa.
All’incontro del G7, tenutosi a Londra il 4 febbraio, l’ex segretario al Tesoro USA ha contraddetto apertamente il presidente della Federal Reserve Alan Greenspan affermando che i deficit degli USA sono diventati insostenibili e lasciando intendere che il rifiuto della Federal Reserve e dell’amministrazione Bush di affrontare il problema del debito non fa che aggravare la crisi.
Per quelli come Shultz il problema della caduta dell’afflusso di capitali negli USA è semplice: basta appropriarsi del flusso di denaro più consistente di tutta l’economia USA – i contributi pensionistici.

Fonte:www.movisol.org
1.03.05

Pubblicato da Davide