GENOVA PER ME

DI RAFFAELE GUAZZONE
ilmanifesto.it

A Genova ci andai con un sassofono a tracolla, le tasche piene soltanto di sogni arrabbiati ma duri come pietre. Quando in piazzale Kennedy la folla, che prima ballava, cantava e gridava anche per esorcizzare la paura, incominciò a sbandare e a corrermi incontro, la sensazione fu quella di essere un’aringa controcorrente in un banco di pesci che cambia direzione compatto per sfuggire allo squalo. Prima arrivò l’odore dei lacrimogeni: se non l’hai sentito mai ci metti un po’ a identificarlo, e quando ci arrivi è già tardi per coprire la bocca.

Poi arrivarono urla lontane, ma in mezzo al casino della banda con cui continuavo a suonare non era facile darsene conto. A Genova urlavano tutti, quel luglio di dieci anni fa. Alla fine d’un tratto la massa di gente esitò ondeggiando, fermammo la musica e riuscimmo a sentire gli spari. E il mondo cominciò a scorrere nel senso sbagliato, invece che andare avanti la gente correva all’indietro con gli occhi impazziti.

Io tutto quello che feci, quel giorno di luglio in cui qualcosa è morto di me, è prendere mio fratello più piccolo e rannicchiarmi con lui contro il muro, proteggendolo con la mia schiena. Pensavo a mia mamma terrorizzata che non voleva che lo portassi in una situazione che il mondo intero voleva farci credere pericolosa per tenerci lontani; pensavo a mio papà, da qualche parte anche lui nel corteo, e volevo che ci fosse la sua, di schiena, a proteggere la nostra dai calci e dai pugni e dai colpi di manganello e dal peso di quell’universo sicuro che di colpo si era incrinato. Avevo vent’anni, quel luglio di Genova, e adesso che guardo questo paese con la distanza del tempo capisco che non solo Carlo è morto quel giorno, ma qualcosa in ognuno di noi. In me specialmente.

Non arrivarono calci, né pugni né manganellate; dopo quell’attimo di panico collettivo il corteo ricominciò a fluire, a cantare e ballare, le voci fatte più forti dai fiotti di adrenalina che la paura ci aveva pompato nelle vene. Genova per me si concluse come una festa, ma già nel viaggio di ritorno iniziai a rendermi conto che quello cui avevo partecipato non era altro che un grande corteo funebre, rumoroso e mal organizzato, nel quale ci avevano piegato con la forza a seppellire i nostri sogni sotto tre metri di terra. C’era chi piangeva, c’era la banda che suonava e lacrimogeni d’incenso, c’erano persino le autorità: proprio il funerale di qualcuno importante. E oggi a dieci anni di distanza porto i miei fiori sulla sua tomba.

Quindi vi chiedo: per favore, non dite che in questo paese tira un’aria nuova, che la politica si riaccende di speranza e che il germe di Genova dopo dieci anni ha messo radici. Portate rispetto per i nostri morti. Non ditemi che qualcosa cambia, perché le dita che schiacciano i bottoni sono le stesse di allora, perché le grandi opere contro cui ci mobilitiamo sono le stesse di allora, perché i referendum per cui siamo andati a votare li avevano già votati i nostri genitori. E non ditemi che le nostre voci qualcuno le ascolta, perché ci sono metodi molto più efficaci per farci tenere la bocca chiusa che uno stivale con cui romperci le costole a pedate. Ci andai deciso, a Genova, perché se quello che avevamo da dire per loro valeva la vita di un ragazzo allora avevamo davvero ragione, per me era importante esserci e far sentire la mia voce. Ne ero convinto allora, e dopo questi dieci anni ogni cosa nel mondo ci dice che eravamo nel giusto, anche se non trovo motivi per esserne felice.

C’è qualcosa in quel gesto che feci allora che accomuna tutta la mia generazione: non siamo riusciti a reggere l’urto di chi spezzava a colpi di bastone il sogno del mondo che volevamo costruire, e tutto quello che ci è rimasto da fare è dare la schiena alle macerie e proteggere in un angolo sicuro quanto avevamo di più caro attorno a noi, cercando di ancorarci tenacemente a qualcosa che ci facesse sopravvivere a quello che – allora non lo sapevamo, forse lo intuivamo e per questo gridavamo con tanta forza – il mondo aveva in serbo per noi negli anni a venire. Ma siamo sopravvissuti, stretti alle poche cose che ci hanno lasciato: per noi crescere non è stato semplicemente rinunciare ai sogni in nome del realismo, ma vederci diserbare la fantasia in nome dell’istinto di sopravvivenza.

Può forse darsi che un giorno qualcosa cambi. Lo spero, ma credo che non sarà la mia generazione a farlo; spero solo che ai nostri fratelli minori, ai figli che forse non potremmo permetterci di fare, sia concesso e garantito quell’unico privilegio che credevamo di avere, e che invece ci hanno fatto inghiottire con i nostri denti, sputare e seppellire sottoterra, a Genova dieci anni fa: il diritto ad un’immaginazione che sappia creare. Forse è vero che ormai lavoriamo non per un futuro migliore ma per scongiurare che il nostro oggi non sia peggio del domani che ci aspetta. A chi verrà dopo di noi però lo consegneremo, quel seme secco che ci portiamo nei cuori dal luglio 2001, e se forse la battaglia per un nuovo mondo possibile non è più la nostra, ci resti almeno l’imperativo morale di garantire loro un pezzo di terra dove provare a far crescere quella pianta che si è estinta per noi ancora prima di germogliare. Ci resta da batterci per quello, e non smetteremo finché qualcuno ci chiederà scusa.

Raffaele Guazzone aveva vent’anni nel 2001 ed era in piazza contro il G8, oggi è un precario del giornalismo e si definisce «un trentenne arrabbiato»
Fonte: www.ilmanifesto.it
21.07.2011

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