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GATHERING INN: BED, BREAKFAST ED ALTRO

DI CAROLYN BAKER

Villaggi ecologici, gruppi di volontariato, collettivi anarchici, agricoltura sostenibile, amore per la bicicletta, allevamenti di animali da cortile, tecniche di edilizia ecologica, té biologico, imprese di trasporti marittimi, e il sentiero del pacifico guerriero spirituale…..e chi più ne ha più ne metta. Se non fate parte di alcuna di queste cose o non ne sostenete alcuna, allora siete parte del problema e verrete tagliati fuori dall’attuale Età dei Consumi. Vedremo se quest’ultima sia buona o cattiva da ricordare”.
Jan Lundberg

Un buon viaggiatore non segue itinerari fissi e non ha fretta di arrivare
Lao Tzu

Se state osservando la situazione mondiale e state quasi per essere risucchiati nel gorgo della società e volete prendervi una vacanza, o andarvene giusto per un fine settimana, dove andate? Volete staccarvi da quanti non hanno ancora capito che “normale” è ormai obsoleto e che ci stanno appioppando un nuovo modello di vita, che ci piaccia o no? Se è così, state pensando solo a una possibile fuga e potreste forse perdere la spinta a farlo a meno che non possiate rifugiarvi in un luogo dove potreste essere circondati da gente che La pensa come voi (sa ciò che voi sapete) e desidera parlarne con voi.
Tim Bennett e Sally Erickson, ideatori del significativo documentario “What a way to go: Life at the end of Empire” [“Quale strada da percorrere: La vita alla fine dell’impero”], ora possiedono e gestiscono un http://gatheringinnathancock.com/
Gathering Inn [lett. locanda dell’accoglienza] ad Hancock, nel Vermont, un delizioso Bed and Breakfast situato su 2,5 acri di terreno rigoglioso che si trova tra le maestose montagne a sud della Mad River Valley, nel cuore del Vermont. Oltre alla splendida posizione e ad una ricca dotazione per la telecomunicazione, la cuoca del Gathering Inn, Katyhleen Byrne, crea una varietà di ottimi piatti per gli ospiti, preparati e conditi con amore e con molti anni di esperienza culinaria. L’Autunno è già arrivato nel Vermont e, in un attimo, le nostre colline e le vallate si sono ricoperte dei colori brillanti che assumono le foglie in questo periodo. E’ una stagione breve, ma è il momento giusto per un fine settimana, per rifugiarsi nell’aria frizzante e limpida e nella magica e serena bellezza autunnale delle Green Mountains.

Ho raggiunto Tim e Sally pochi giorni fa ed ho avuto il privilegio di stare un paio d’ore con loro ponendo delle domande su questa loro nuova impresa e ne è scaturito un lungo dialogo. E’ stato talmente ampio e ricco che ho pensato fosse necessario presentarlo in due parti.

CB: Che cosa state combinando ragazzi?

SE: Abbiamo fatto davvero una “pazzia” indebitandoci per comperare una locanda nel Vermont proprio nel bel mezzo di una crisi infinita e nel momento in cui il turismo e il business dell’accoglienza sta subendo una grande flessione, mentre siamo alle soglie di una Seconda Grande Recessione.

CB: Beh, mi fa sorridere questo umore piuttosto nero, ma mi sto anche chiedendo come state vivendo questa situazione.

SE: Mi sento a volte davvero grata ed eccitata, altre invece quasi terrorizzata. Eravamo abituati a non avere debiti, perciò è stata dura addentrarci in un piano di ammortamento.

CB: Raccontatemi come è andata. E’ una cosa bella e coraggiosa da fare in questi momenti. Ma perché non me lo avete detto prima che volevate venire nel Vermont?

TB: Il Vermont è stato per anni nel nostro mirino e ora abbiamo sentito parlare del movimento secessionista del Vermont e del Manifesto di Thomas Naylor. Questo ci ha affascinato, e poiché per due decenni abbiamo vissuto nel Sud senza avere contatti con il mio paese natale, abbiamo pensato che era ora per me di ritornare al Nord dove sono nato. Così, quando la scorsa estate e lo scorso autunno, abbiamo fatto dei giri di ricognizione, abbiamo tenuto gli occhi bene aperti ed abbiamo trascorso un po’ di tempo nel Vermont stendendo un lungo elenco di motivi che davano un senso al nostro trasferimento qui. In realtà, è stato come se in qualche modo fosse il Vermont a decidere che dovevamo venire qui, e noi gli abbiamo obbedito. Abbiamo ricevuto “l’ordine di marcia” per il Vermont, e lo abbiamo seguito, lasciando fuori la nostra parte razionale, ed ecco quello che è avvenuto negli ultimi anni.

SE: Quando abbiamo sentito parlare del movimento secessionista nel Vermont, non pensavamo che fosse fattibile, ma invece ciò che ci ha impressionato è stato l’alto livello degli argomenti messi in discussione e dei quali si è parlato con incredibile profondità. Ho pensato a lungo all’enorme dislivello sociale che si è verificato negli Stati Uniti e che ha impedito qualsiasi forma di partecipazione democratica. Quando il divario diviene così grande, porta alla corruzione e a rotture così che la gente può commettere qualsiasi genere di pazzia, avere comportamenti psicopatici senza che nessuno se ne accorga, perché gli strati del governo e del potere sono così nascosti che non possiamo vedere ciò che sta accadendo. Perciò il fatto che nel Vermont si stesse discutendo di cose come la situazione dell’uomo ci è sembrato davvero invitante e motivante.

TB: Questo ci ha anche fatto capire che qui c’erano persone impegnate a trattare concetti basilari, così come noi facciamo per la maggior parte del tempo, discutendo di ipotesi a tutti i livelli della nostra vita, nell’ambito dell’odierna cultura. Volevamo perciò venire qui dove altra gente pareva facesse come noi.

SE: Perciò c’erano tutte le migliori ragioni per trasferirci, ma ritengo che in sostanza questa ci sia sembrata una cosa estremamente positiva. Siamo stati anche in altri luoghi durante la nostra perlustrazione. Ad esempio, c’era molta consapevolezza e saggezza nel West Coast e nel Sud Est, ma siamo entrambi cresciuti nell’East Coast e poiché i tempi stanno diventando sempre più disordinati e agitati, non posso prendere in considerazione l’idea di vivere tanto lontano come nella West Coast poiché quella realtà è troppo diversa dal mio mondo.

CB: Così ora state vivendo ad Hancock nel Vermont Centrale e io mi sto chiedendo come siano andate le cose esattamente. Come siete finiti a vivere in una locanda?

TB: In Giugno, mentre stavamo ritornando dal Michigan, da Traverse City dove ci eravamo recati per visitare il teatro di Michael Moore, abbiamo ricevuto un’e-mail da un’agente immobiliare che avevamo incontrato nell’Agosto dell’anno prima, la quale ci informava di avere trovato il posto perfetto per noi dicendo che era stato appena messo in vendita. Nel giro di un paio di giorni, di ritorno dal Michigan, siamo andati a vedere la locanda.

SE: E’ stata un’altra di quelle cose che abbiamo sentito giuste, così come il Vermont ci era apparso subito ottimo in base alla nostra scala di valori. La cittadina di Hancock che è proprio vicina all’altra piccola città di Rochester, poco lontana dalle cittadine di Warren e Waitsfield, e tutta la Mad River Valley ci sono sembrate perfette. Anche per una cosa: volevamo conoscere i nostri vicini.

TB: Così trasferirci ha cominciato ad avere un senso per noi, venire a stare nell’angolo di un villaggio. La frase “vivere nell’angolo di un villaggio” ha cominciato a ronzarci in testa. Quando siamo andati a vedere molti altri siti rurali, lontani dalle principali vie di traffico, non ci sono apparsi buoni perché erano troppo lontani ed isolati. La locanda è proprio all’angolo di un piccolo villaggio, ma vicino ad una grande autostrada. C’è qualcosa in questo luogo che lo fa apparire davvero buono in relazione al futuro. E’ un posto dove la vita si svolge ancora a misura d’uomo e dove ci possiamo sentire bene.

SE: Quanto alla domanda “Perché una locanda”?, abbiamo soppesato varie opzioni fra le quali quella di una piccola casa situata su un piccolo appezzamento, ma c’era qualcosa che ci diceva che non era abbastanza grande. E’ come vedere il film “What a way to go” e discuterne i contenuti alla fine, la gente può alzarsi e fare colazione con noi e, se lo desidera, può proseguire la conversazione insieme a noi. Ma desideriamo approfondire il dibattito in diversi modi. Avere una casa che non possiede alcuna caratteristica di luogo pubblico né un qualsiasi scopo o che non offre possibilità di ampi confronti, non ci sembra abbastanza. Così, quando siamo entrati nella locanda abbiamo avuto la sensazione che quello era “il posto giusto” E’ stata davvero un’intuizione, e abbiamo compreso che questo era il modo in cui potevamo aprirci per proseguire la conversazione, ma ad un livello molto intimo e a misura d’uomo, sia con la comunità che ci circonda che con gli ospiti che sarebbero venuti a stare da noi. Al mattino, un ospite può prendere il suo caffè con noi e possiamo parlare della situazione mondiale con calma e serenità. Questa è una cosa che sentiamo molto giusta e bella.

TB: Una delle cose migliori del Gathering Inn è che ha attorno solo 2,5 acri di terreno. Così non saremo mai tentati dall’idea del “fai da te” per la sopravvivenza, perché non c’è terra sufficiente. Questa struttura e la sua collocazione in un angolo di un villaggio ci costringe ad essere in contatto con chiunque vive nella valle per procurarci ciò di cui abbiamo bisogno e per fornire ciò di cui gli altri necessitano. Ciò naturalmente ci impone di non creare una nostra piccola comunità nel Gathering Inn, ma di inserirci in questa più vasta società. Un Gathering Inn, per sua natura, è un luogo dove si possono recuperare energie, come diceva poco fa Sally, così possiamo definirlo una comunità che preserva più che una comunità per la sopravvivenza. Possiamo fare di questa locanda un luogo aperto agli altri, utile in una più ampia comunità e nel realizzare questo troviamo ogni certezza possibile in questi tempi.

CB: Allora non si tratta di una sorta di “eco villaggio” tradizionale.

SE: No, come ha detto Tim, è troppo piccolo per avviare una qualsiasi forma di coltivazione; Chuck Marsh, un esperto agricoltore capace di coltivare senza intaccare l’ecologia ambientale, è stato con noi per una settimana per aiutarci a ragionare su come far sì che questi 2,5 acri rendessero almeno in parte (ortaggi e altro da mangiare) e come fosse possibile inserire nel contesto pecore, polli e forse conigli per far rendere la terra e il suolo. Una delle cose che abbiamo asserito è stata che desideravamo seguire i più radicali principi ecologici secondo i quali devi rendere alla terra più di ciò che prendi. Se ciò è possibile, allora lo faremo. Anche se non ci stiamo trasformando in un eco villaggio, tuttavia vogliamo seguire i principi ecologici.

TB:Entrambi siamo anche stati coinvolti nel lavoro delle comunità di volontariato, per una ventina di anni, ne abbiamo fondate e vi abbiamo vissuto imparando una grande lezione su ciò che funziona e ciò che non va, e su quali sono le cose vitali per la comunità. Una cosa che abbiamo appreso è che “più grande” non significa per forza “migliore” quando si vuole creare una comunità di persone che insieme prendono decisioni e vivono gomito a gomito. Perciò, proprio ora, noi stiamo cominciando dal piccolo e ci stiamo muovendo molto piano aspettando che “piccolo” e “piano” divengano sinonimi, prima di proseguire. Ma questa piccola unità deve costruire una rete di relazioni con una più vasta comunità.

SE: Un altro aspetto che abbiamo preso in considerazione è quello di sostenere il movimento che promuove il cibo locale che esiste non solo nella nostra vallata ma nell’intero Vermont. Abbiamo già preso contatto con un paio di fornitori locali e, se ci stiamo per trasformare in un eco villaggio, vogliamo che l’intera vallata diventi tale e non solo l’area di nostra proprietà. Ciò coincide con l’idea di un sistema piccolo, ma non troppo piccolo, piccolo ma ben incastrato in una più ampia comunità che a sua volta s’inserisce in un cerchio con un raggio di 100 miglia nel quale può forse trovare risposta la maggior parte delle nostre necessità.

TB: Il fatto che io abbia comperato e gestisca una locanda è stata una sorpresa per me stesso. Non me l’aspettavo. Significa un enorme lavoro, una grande mole di stress perché faccio qualcosa di difficile e nuovo, ma per molti versi tutto ciò è perfetto. Possiamo prendere questo posto e gestirlo come un Bed and Brekfast, ma anche farne un luogo nel quale possiamo tenere dei workshop, dei ritiri e dei gruppi di dialogo e qualsiasi altra cosa. Ed è questo ciò che mi elettrizza.

CB: Vorrei farvi qualche altra domanda sui gruppi di dialogo e su come intendete strutturare la comunità. Potete dirmi che cosa succede in questi gruppi?

SE: Procediamo nello sviluppare il lavoro sul dialogo da una nozione non molto popolare che è però intrinseca alla maggioranza degli esseri umani e cioè l’abilità di comunicare, che significa sia saper parlare che saper ascoltare in modo tale che un gruppo praticamente informe può davvero trasformarsi e acquisire una più profonda capacità intellettuale. La nostra esperienza nella maggior parte dei workshop e dei training è che c’è molta struttura e un ben preciso leader o insegnante e, mentre è assolutamente valido ciò che si ricava dai training strutturati, stiamo sfidando il sistema gerarchico su cui si basa la cultura dell’impero, organizzando gruppi che danno autorità al gruppo stesso considerandolo una sola entità e guidandolo ad assumere una leadership anziché a seguire un ben preciso insegnante. Perciò, quando diamo inizio ad un Workshop o ad un gruppo, Tim ed io, in qualità di facilitatori, ci dedichiamo soprattutto a mettere a punto una mappa che spiega che cosa può fare il gruppo se i suoi componenti ne hanno il permesso e il potere.

I gruppi proseguiranno con una serie di stage ed è prevedibile, ed avviene nella maggior parte dei casi, per tutto il tempo in cui il gruppo resta unito, con buona volontà e sufficientemente a lungo, che alla fine le singole persone sperimentano qualcosa di molto più intenso e profondo di una semplice e individuale presa di coscienza dell’io. A nostro avviso, infatti, se partiamo dal presupposto di Einstein, secondo il quale l’unico modo per risolvere un problema è analizzarlo secondo un differente livello di coscienza rispetto a ciò che lo ha generato, le persone devono imparare come procedere in questo modo. La cultura dell’impero è rampante nei confronti dell’ego individuale e del suo dominio, e il dialogo pare prendere il meglio di ciò che probabilmente era una coscienza tribale, come pure la più individuata direzione che la nostra cultura ha imboccato, e un modo per integrare le due cose così che l’individuale non vada perso, ma possa ancora trovare un profondo collegamento con il gruppo, considerato un tutt’uno, e quindi una più profonda fonte di saggezza tramite il collegamento stesso.

State attenti alla seconda parte dell’intervista a Tim bennett e Sally Erickson che parlano della vita fra le Verdi montagne del Vermont nel loro Gathering Inn.

Fonte: carolynbaker.net
Link: http://carolynbaker.net/site/content/view/728/1/
17/9/08

Traduzione per www.comedonchisciotte.org di PAOLA BOZZINI

Pubblicato da Truman

  • RinaldoFrancesca

    Nota al traduttore: “What a way to go” non significa “Quale strada da percorrere”, ma “Che bella maniera di andarsene”, grosso modo…