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FRANCESCO E DOLCINO


DI CARLO BERTANI

Come sempre, Carlo Gambescia – sul suo blog – sa tratteggiare con la precisione del sociologo gli eventi: l’analisi fatta sul “V-day” e su Grillo è proprio un buon punto di partenza per tutti coloro che, passata la “buriana” di Piazza Maggiore, si chiedono “e adesso?”.

Molto interessante il dibattito seguito al suo articolo, con tantissimi spunti che – diciamocelo un po’, tanto per capire che non siamo gli ultimi della classe… – la maggior parte dei commentatori politici di regime non saprebbe mettere insieme in notti insonni. Oramai, così abituati al tritatutto dell’informazione, non sanno più riconoscere i veri spunti d’analisi e di sintesi politica. La vera politica, d’altro canto, latita da decenni e non si può fargliene una colpa se troppo denaro ha loro abbindolato il cervello.
Perciò, lasciamo i deprimenti epigoni del potere cristallizzato – i Michele Serra, i Cacciari, i Moretti… – perché non meritano nemmeno più una citazione. Iniziamo ad abbandonarli al loro tristo destino di portantini dello scranno papale: chissà che qualcuno si ravveda e torni a far funzionare i neuroni rimasti.

La realtà odierna è che Grillo ha testimoniato l’esistenza di un “popol minuto”, che non ce la fa più a reggere la tracotanza e l’inconsistenza del Papato Democristo/Fascist/Popolar/Berluscoid/Sinistrorso. Per ora, il “popolino” ha solo iniziato a contare le forze, ad esprimersi mediante il più moderno mezzo di comunicazione (scusate se è poco…) e a cercare d’individuare piattaforme e schemi politici comuni. In questo senso, Grillo stesso ha ragione nell’affermare d’essere soltanto un “passepartout”: se espandiamo la prospettiva politica ai prossimi decenni, è del tutto evidente che saranno più importanti le figure che nasceranno da quel movimento del leader stesso. Che, attenzione, ne è cosciente in prima persona.
Perciò, potremo – per comodità – definire con il termine “Grillo” non il simpatico attore, ma tutto ciò che farà (o potrà fare capo) a quel nome. Anche le polemiche sul signoraggio, a questo punto, lasciano il tempo che trovano per due basilari motivi: il primo è che pochissimi, nel movimento, sono completamente digiuni di quella truffa perpetrata ai nostri danni. Il secondo, che la semplice riaffermazione del potere sulla moneta – senza parallele e precise indicazioni per una politica di de-crescita cosciente – non mina nessuno degli assiomi di questa società perversa. Domani, i signori del futuro signoraggio potrebbero essere la nuova aristocrazia – mediatica, scientista, ecc – e non avremmo risolto nulla: come affermava de André, “dei cinghiali laureati in matematica pura”.
Senza una nuova politica che getti anche il cuore nell’agone, non c’è futuro: ci sarà soltanto nuova prevaricazione e corruzione.

Diventa perciò più interessante lo scenario futuro, sul quale ciascuno di noi ha diverse opinioni, e che merita d’essere approfondito. In altre parole, come giocherà le sue carte Grillo?
Ci fu, in tempi assai lontani, chi creò un “movimento” per contrastare il potere papale del tempo, la sua secolarizzazione, la corruzione, l’inconsistenza spirituale. Qualcuno potrebbe affermare che i tempi non sono poi tanto cambiati – discorso interessante – ma non facciamo troppe sovrapposizioni fra i Papi medievali e monsignor Casini (divorziato, separato o concubinato). Accomuniamoli con la semplice definizione di “potere”: basta ed avanza.

Quasi contemporanei, Francesco e Dolcino s’occuparono “alla Grillo” di queste faccende: non ne possiamo più di cardinali circondati dal lusso, che frequentano più le alcove che le sacrestie, che pretendono di succhiare il sangue della gente con le decime per dare sostanza al potere “mediatico” del tempo.
Era poca cosa rispetto all’oggi, ma l’icona della spada accompagnata dalla Croce era un messaggio chiaro per tutti: avete qualcosa da ridire? Accomodatevi.

I due accettarono la sfida, con diverse strategie, ed entrambi fallirono.
Francesco scelse la via “movimentista”, privilegiando la struttura esterna di pressione sul potere: vedrete – affermò – a forza di dimostrare loro che siamo noi i veri cristiani, se ne accorgeranno e dovranno cospargersi il capo di cenere. Il Papato, bonario, accettò la sfida: vuoi vedere che, grazie a quel gonzo, accetteranno di vivere in condizioni ancor più misere di quelle che già li obblighiamo a sopportare? Se saranno così ascetici da vivere in completa povertà, a noi toccherà – per compensare le statistiche sui consumi – abbandonarci al lusso più sfrenato. Crediamo bene che lo fecero Santo.
Francesco è oggi Rinaldini della FIOM (un “movimentista”), al quale il buon Epifanio promette (12/9/2007) – una volta sbaragliate la armate del caporal Giordano e del sergente (non napoleonico) Diliberto – una “profonda riflessione sul futuro della CGIL”. Se fossimo in Rinaldini, lo consiglieremmo di gettare un’occhiata nel cortile interno della CGIL, per osservare se non stiano già preparando il rogo: anche un salto a Campo dé Fiori, tutto sommato, potrebbe giovargli per rinfrescare la memoria.

Diversa fu la posizione di Dolcino – del quale, oggi, non c’è segno, è bene ricordarlo – che optò per lo scontro frontale, ma che partiva dalle stesse considerazioni di Francesco sul clero del tempo. Con un po’ d’acrimonia in più: d’altro canto, non lo fecero certo santo.
In diverse battaglie – sui monti del biellese e della Valsesia – sbaragliò le soldataglie dei vari episcopati, fino all’ultima, quando perse. La vendetta fu terribile: si racconta che, quando giunse a Vercelli per essere bruciato sul rogo, avesse già “perso per strada” naso, orecchie, pene e testicoli.
Dolcino non si limitò a fondare un movimento, ma lo organizzò in “partito” il quale – date le pessime abitudini del tempo, ovvero di cedere alla spada la soluzione d’ogni controversia – non poté prender forma che in un “partito armato”.
Le loro avventure, entrambe completamente fallimentari, alimentarono soltanto le fantasie (Dolcino) di un giovane poeta – tale Alighieri, oggi molto amato da un ministro dell’Istruzione – mentre l’avventura di Francesco si stemperò in secoli di diatribe sulla proprietà dei beni ecclesiastici. Proprio lui, che li aborriva.
Per quasi mezzo millennio, a Roma continuarono a sollazzarsi: va bene, c’è ‘sto Pietro Valdo…ma che è ‘sto Valdo? ‘na pasticca? Ma lassa perde…

Quando, però, un tal Lutero non si limitò più a denunciare dal pulpito le nefandezze ecclesiastiche, non meditò minimamente di creare un esercito, ma affisse pubblicamente le sue tesi nel duomo di Acquisgrana, la cosa si fece seria. E cambiò la storia europea.
Riflettiamo che, quelle tesi affisse pubblicamente in una grande cattedrale, avevano probabilmente la stessa importanza di un programma politico lanciato ai quattro venti ed ai sei continenti dal Web. Non si poteva più glissare né si poteva, semplicemente, ammazzare: quelle tesi sarebbero rimaste, anche se l’estensore fosse stato segregato nelle viscere del Laterano.
Forse, farsi troppe domande sul futuro immediato del movimento “Grillo”, è superfluo se prima non ci sono delle tesi accuratamente esposte, ponderate e precisate anche nei particolari. Ciò che attende Grillo non è oggi la scelta fra movimento e partito – per ora le cose possono benissimo rimanere come sono – bensì una crescita interna del “Grillismo”, ovvero sui contenuti decisivi del nostro vivere. Non basta certo chiedere l’espulsione dei parlamentari corrotti, né lanciare da una piazza messaggi al vento o presentare auto ad idrogeno.
Penosamente, ci provò anche Prodi con l’esperimento del “cantiere” di Bologna: non sappiamo se quel cantiere ancora esiste, ma abbiamo costatato che su quelle fondamenta è stata creata la fetecchia di governo che abbiamo dinnanzi.

Il passaggio obbligato dei “Grilli” è proprio la definizione e l’analisi di un vero programma: senza la sintesi finale – ossia delle proposte serie ed incisive, per modificare radicalmente il nostro modo di vivere e di pensare – né un partito e né un movimento avrebbero senso.
Attenzione, non si tratta di una proposta riduttiva: qui, stiamo parlando di rivoluzione.
Ci sono moltissimi esempi da proporre: dalla proprietà della moneta alla produzione dei beni, dalla generazione d’energia alla non-creazione di rifiuti, ai trasporti (sapete che siamo uno dei pochi paesi industrializzati che non sta “ripensando” al dirigibile?), all’invereconda scuola sempre più autoritaria e verticistica, ad una sanità che fa di tutto per venderti farmaci e non guarirti.
Iniziamo ad affiggere delle tesi, sbugiardiamoli nella loro inconsistenza politica. Iniziamo la rivoluzione.

Carlo Bertani
Fonte: http://carlobertani.blogspot.com/
12.09.07

Pubblicato da Davide

  • Bazu

    E dopo le fantastorie di Montanelli, siore e siori, la fantastoria di Carlo Bertani!

  • Tao

    IL COSA E IL COME

    DI DANIELE LUTTAZZI

    Su Beppe Grillo ho tutta una serie di riserve che riguardano il cosa e il come. Spunti per una riflessione, niente di più: Grillo è ormai un tesoro nazionale come ( fatevi da soli il paragone: è la “democrazia dal basso” ) e a caval donato non si guarda in bocca. Certo non mi auguro che finisca come Benigni, a declamare Dante in braccio a Mastella. ( Il Benigni di vent’anni fa si sarebbe fatto prendere in braccio da Mastella solo per pisciargli addosso. E una volta l’ha fatto! Bei tempi. )

    AVVERTENZA AI FIGLI DI BUONA DONNA

    I figli di buona donna che allignano nei bassifondi della repubblica mediatica saranno tentati di strumentalizzare questo post ( ” LUTTAZZI CONTRO GRILLO ” ) per dare addosso in modo becero a Beppe, come hanno già fatto inventandosi l’insulto a Marco Biagi durante il V-day. L’alternativa è che me ne stia zitto per evitare l’ennesimo circo: ma dovete ammettere che il tema è troppo interessante, e tacere sarebbe, in fondo, come subire il ricatto dei figli di buona donna. Ho aspettato tre giorni, così almeno ho evitato il rendez-vous immediato. ( L’informazione all’italiana prevede infatti: giorno uno, la notizia; giorno due, la polemica; giorno tre, i commenti sulla polemica; giorno quattro: parlare d’altro. E invece eccomi qua. ) Se questa precauzione non dovesse bastare, vorrà dire che chi ne approfitterà finirà dritto dritto in uno speciale elenco dei bastardi che mi stanno sulle palle.
    ( Sul quaderno apposito ho già scritto ” volume uno “. )

    IL COSA

    In soldoni, la proposta di legge per cui Grillo ha raccolto 300mila firme mi sembra che faccia acqua da tutte le parti.

    Primo, perchè un parlamentare con più di due legislature è una persona la cui esperienza può fare del bene al Paese. Pensiamo a gente del calibro di Berlinguer o di Pertini ( talenti che non ci sono più, ma questo è un problema che non risolvi con una legge, ci vorrebbe il voodoo ). Grillo li manderebbe a casa dopo due legislature, in automatico. Perchè “i politici sono nostri dipendenti.” Le accuse di populismo che gli vengono rivolte sono qui fondatissime, specie quando lui le rigetta usando non argomenti che entrino nel merito, ma lo sfottò, che è sempre reazionario. ( “Gli intellettuali con il cuore a sinistra e il portafoglio a destra hanno evocato il qualunquismo, il populismo, la demagogia, uno con la barba ha anche citato, lui può farlo, Aristofane, per spiegare il V-day.” Non è “uno con la barba”: è il sindaco di Venezia Massimo Cacciari, filosofo, che ha espresso civilmente il suo parere contrario, argomentando. )

    Due, perchè chi è condannato in primo e secondo grado non lo è ancora in modo definitivo. In Italia i gradi di giudizio sono tre. Il problema da risolvere è la lentezza della giustizia. I magistrati devono avere più mezzi, tutto qui. ( “Tutto qui” è ovviamente l’understatement del secolo. )

    C, perchè poter esprimere la preferenza per il candidato ha dei pro e dei contro che si bilanciano ( come il modo attuale ). E’ un metodo che in passato, ad esempio, non ha impedito ai partiti di far eleggere chi volevano ( collegi preferenziali eccetera ) . Nè ha impedito alla gente di scegliere, col voto di preferenza, degli autentici filibustieri.

    L’illusione alimentata da Grillo è che una legge possa risolvere la pochezza umana. Questa è demagogia.

    Ma non è solo il cosa. E’ soprattutto IL COME. Un esempio: dato che Di Pietro ha aderito alla sua iniziativa, Grillo ha detto:-Di Pietro è uno per bene.- Brrrr. Quindi chi non la pensa come Grillo non lo è? Populismo.

    L’anno scorso, a Padova, gli “amici di Grillo” avevano riempito il palazzetto dove avrei fatto il mio monologo con volantini WANTED che mostravano la foto dei politici condannati. Li ho fatti togliere spiegandone la demagogia: gli amici di Grillo puri e buoni contro i nemici cattivi. Quando arriva Django?

    Lenny Bruce sosteneva, a ragione, che chi fa satira non è migliore dei suoi bersagli. Se parli alla pancia, certo che riempi le piazze, ma non è “democrazia dal basso”: al massimo è flash-mobbing.

    AMBIGUITA’

    Grillo si guarda bene dallo sciogliere la sua ambiguità di fondo: che non è quella di fare politica ( satira e teatro sono politici da sempre, anche se oggi c’è bisogno di scomodare Luciano Canfora per ricordarcelo ) ( -Canforaaaaa!- ), ma quella di ergersi a leader di un movimento politico volendo continuare a fare satira. E’ un passo che Dario Fo non ha mai fatto. La satira è contro il potere. Contro ogni potere, anche quello della satira. La logica del potere è il numero. Uno smette di fare satira quando si fa forte del numero di chi lo segue. ( La demagogia è naif. Lo sa bene Bossi, che ieri gli ha pure dato dell’esagerato: perchè una cosa sono i fucili, una cosa ben diversa è il vaffanculo. )

    Scegli, Beppe! Magari nascesse ufficialmente il tuo partito! I tuoi spettacoli diventerebbero a tutti gli effetti dei comizi politici e nessuno dei tuoi fan dovrebbe più pagare il biglietto d’ingresso. Oooops!

    – I partiti sono il cancro della democrazia.- dice Grillo, servendosi di una cavolata demagogica che era già classica all’epoca di Guglielmo Giannini. Come quell’altra, secondo cui ” in Italia nulla è cambiato dall’8 settembre del 1943 “. Ma va’ là!

    Adesso Grillo esalta la democrazia di internet con la stessa foga con cui dieci anni fa sul palco spaccava un computer con una mazza per opporsi alla nuova schiavitù moderna inventata da Gates. La gente applaudiva estasiata allora, così come applaude estasiata ora. Si applaude l’enfasi.

    Il marketing di Grillo ha successo perchè individua un bisogno profondo: quello dell’agire collettivo. Senza la dimensione collettiva, negata oggi dallo Stato e dal mercato, l’individuo resta indifeso, perde i suoi diritti, non può più essere rappresentato, viene manipolato. E’ questo il grido disperato che nessuno ascolta. La soluzione ai problemi sociali, economici e culturali del nostro Paese può essere solo collettiva. A quel punto diventerebbe semplice, anche per Grillo, dire:- Non sono il vostro leader. Pensate col vostro cervello. Siate voi il cambiamento che volete vedere nel mondo.

    Daniele Luttazzi
    Fonte: http://micromega.repubblica.it/
    Link: http://micromega.repubblica.it/micromega/2007/09/il-cosa-e-il–1.html
    12.09.07

  • dalemoni

    Uno dei temi più agitati da Grillo,anche se non sempre con la dovuta correttezza, la L.30/03 non compare nella sua proposta politica.
    Va sottolineato che sul piano concreto le proposte di legge di iniziativa popolare sono un classico dell’armamentario demagogico : giacciono tutte coperte di polvere in Parlamento; in tutta la storia della Repubblica non ne è stata mai discussa e promulgata una!
    Quindi una qualsiasi proposta di modifica o di abrogazione della L.30 promossa come legge di iniziativa popolare non avrebbe cambiato molto il senso della proposta politica di Grillo e seguaci.
    Non di meno questa mancanza resta significativa: dopo essersi eretto a portavoce dei precari,degli schiavi moderni, pur avendone la possibilità non promuove una raccolta di firme per tentare,al meno, l’abrogazione refendaria della L.30.
    La proposta politica di Grillo si caratterizza per un eccesso di “politicismo”,per l’attenzione alla “questione morale”,che per quanto importante,rimane di secondo piano rispetto alla questione precariato: il precariato mina il fondamento della Costituzione repubblicana.
    Una democrazia fondata sul precariato è una contraddizione in termini,destinata a dissolversi in un regime illiberale,per quanto buoni siano i propositi(leggi di iniziativa popolare) espressi dai cittadini-elettori.