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FINE DEL MIRACOLO LIBERISTA ITALIANO. E DI UN 'EPOCA

DI CARLO BERTANI
carlobertani.blogspot.com

Se la Storia volesse trovare una data, un bigliettino da affiggere nell’immaginaria bacheca dell’inarrestabile declino italiano, credo che potrebbe proprio scegliere le date di questi giorni, ovvero la Finanziaria per il 2011.
Con, in aggiunta, uno dei tanti rapporti che, regolarmente, giungono alla stampa: si tratta di quello del CENSIS redatto proprio in questi giorni, a margine del convegno che si è tenuto a Roma nei primi giorni di Giugno di quest’anno, intitolato “Come staremo al mondo?”
Ci staremo piuttosto male – a seguire le analisi del CENSIS – e questo spiegherebbe la frenesia tremontiana di voler far “quadrare i conti” più in fretta possibile. Se l’uomo che è seduto al Ministero dell’Economia fosse meno ossessionato dai “conti”, e si prendesse una pausa per capire il nostro futuro, ci guadagneremmo tutti. Almeno, scivoleremmo nella merda a bocca chiusa.

Le risultanze del convegno – le quali, non so perché, sono state poco riprese sul Web – forniscono uno “sguardo” sul futuro italiano fino al 2030. Collegamento in nota[1] .
E’ opportuno ricordare che queste tavole rotonde non sono il Vangelo e lo stesso presidente del CENSIS – Giuseppe Roma – si è affrettato ad aggiungere che “fare previsioni è un azzardo”. Per questa ragione, al CENSIS sono partiti dalla demografia, per tracciare – de minimis – qualche affresco sul futuro italiano.
Eseguendo un breve abstract, il convegno ha identificato con precisione l’invecchiamento della popolazione, la sua distribuzione geografica (emigrazione costante dal Sud verso il Nord, forse un po’ azzardato su un lasso di tempo di 20 anni, ma accettiamolo) e, soprattutto, gli indicatori economici per i prossimi anni.
Qui, c’è poco da dibattere: la demografia è questa, il debito pubblico pure, perciò non c’è tanta trippa per gatti sulla quale piroettare elucubrazioni.
La domanda posta era: cosa dovremmo fare per mantenere gli attuali livelli di reddito (e, aggiungo io, di protezione sociale)?

La risposta può apparire sconcertante ma, all’interno dell’economia di mercato, poteva essere una sola: mantenere i livelli d’occupazione (possibilmente migliorarli) e ridurre il debito pubblico. Obiettivo: far scendere il rapporto deficit/PIL sotto il 100%. Che bella pensata: e che ci vuole?
Ovvio che, per raggiungere l’obiettivo – sempre secondo il CENSIS, non gettiamo loro la croce addosso, sarebbe come sparare sul pianista – servono misure per incrementare il PIL (occupazione, sviluppo, ecc) ed altre per ridurre il debito (risparmi, sprechi, evasione fiscale, ecc). Ciò che spaventa sono i numeri: dei quali, il CENSIS non ha nessuna responsabilità, sono altri ad averle.

In pratica – affermano – per mantenere gli attuali livelli di reddito (che per i più non sono certo esaltanti), dovremmo semplicemente, dunque, non so come dirvelo…beh, facciamola finita: creare ogni anno 480.000 nuovi posti di lavoro e, contemporaneamente, “risparmiare” (cioè in Finanziaria) ogni anno 12 miliardi.
Se fosse possibile mantenere questo “ritmo” almeno fino al 2020, l’Italia potrebbe uscire dalle paludi: vorremmo sapere quale Italia uscirebbe dalle “paludi”, perché quell’Italia – che dovrebbe fare simili “risparmi” – alla fine assomiglierebbe molto ad un’armata di zombie.

Ciò che sconcerta, è come questi dati siano perfettamente logici nel computo del “mercato”, mentre appaiono terribilmente irrazionali se confrontati con la realtà: disoccupazione ufficiale al 8,9%, più quelli che un lavoro manco più lo cercano e “s’arrangiano”, vuol dire che ci sono almeno 2,2 milioni gli italiani in cerca di lavoro. Confindustria, invece, comunica che a Maggio la produzione industriale ha avuto un balzo del 2,4%. Vedi nota[2].
Ciò, conferma che parametri come il PIL e l’occupazione sono oramai desueti per identificare l’andamento economico, giacché l’impresa aumenta la sua produttività (e dunque i profitti) soltanto se automatizza i processi, ossia sbatte fuori un po’ di gente e la sostituisce con macchine che fanno meglio e più in fretta la produzione.
Ovviamente, nella produzione di beni di largo consumo.

In questo bel panorama, dove le imprese automatizzano oppure delocalizzano – ossia vanno nei Paesi dove le braccia umane costano ancor meno di una macchina – ci tocca pure ascoltare l’ignobile ultimatum di Marchionne ai lavoratori di Pomigliano: “o così o ce ne andiamo all’estero”[3]. Prendi questo tozzo di pane e saziati, schiavo!
Dimentica – monsieur Marchionne…ma non fa rima con qualcuno? Ah sì, Cambronne… – che, se avessimo utilizzato la montagna di soldi che lo Stato ha consegnato alla FIAT per decenni, di FIAT pubbliche ce ne sarebbero almeno dieci, e magari andrebbero a gonfie vele come la maggior azienda industriale italiana, Italcantieri, che – guarda a caso – è statale!
Quando s’incassano fior di quattrini per decenni a “scopo sociale” – caro il mio Marchionnino – e poi si fanno orecchie da mercante, significa comportarsi come i ladri di Pisa, quelli che fingono zuffe di giorno e si spartiscono il bottino la notte.

Dunque, in questa terra baciata dalla fortuna che è il Belpaese, dovremmo “creare” 480.000 – quattrocentottantamila! – nuovi posti di lavoro l’anno per almeno dieci anni! Ma che bella soluzione! Dove li creiamo? Inventiamo il lucidatore d’antenne, la ricamatrice di cartoni, l’aggiusta-mollette per la biancheria, la psicologa per canarini?
Questo numero non è casuale: corrisponde a grandi linee alla consistenza di un’intera generazione! Vorrebbe dire che, per 10 anni almeno, ogni giovane in età da lavoro dovrebbe uscire da scuola e…voilà, a lavorare il giorno dopo. Ci sono altre favole da raccontare?
A meno che, quel “lavoro” non sia creato “re-distribuendo” quello già esistente: eh sì, sarebbe proprio l’ora di smagrire un po’ gli stipendi di quei Paperoni che lavorano a progetto o con contratti a termine. Invece di 500 euro il mese, due posti di lavoro – a parità d’orario – da 250: che ne dite? E’ una buona soluzione?
Poi, i risparmi: era ora, non se ne può proprio più di questo popolo di spreconi (che saremmo noi, non loro).

La Finanziaria per il 2011 prevede pressappoco 24 miliardi di “risparmi”, e già sta ammazzando il Paese con il solo profumo: questa manovra è sbagliata sotto il profilo qualitativo e quantitativo.
Il solo pensiero di stramazzare la cultura (che ha notevoli risvolti sul turismo) – ma dove si riesce a trovare una coppia come la Brambilla e Bondi, per occupare quei ministeri? E’ difficile far meglio! – ha fatto dire a Monicelli, il quale non è proprio l’ultimo arrivato, che l’unica identificazione italiana che regge all’analisi è proprio l’appartenenza culturale: letteratura, arti grafiche, scultura, musica, teatro, cinema.
Siamo famosi per questo almeno dalla Firenze rinascimentale in poi: vogliamo proprio azzerare tutto? Poi, cosa faremo? Andremo tutti a canticchiare l’aria del Nabucco sventolando all’aria gli accendini con un paio di corna verdi sulla testa?

Sotto l’aspetto quantitativo, poi, viene da sorridere a pensare a future Finanziarie che dovranno “risparmiare” 12 miliardi l’anno: con quella di quest’anno, tanto per ricordarlo, i dipendenti pubblici hanno perso quello che un tempo si chiamava “contratto di lavoro”. Il contratto aveva previsto tot? Non ce ne frega niente: lo azzeriamo!
Una recente riforma delle pensioni prevedeva certi parametri per andarci? Noi congeliamo tutto! E i 480.000 nuovi posti, chi li crea se almeno nel pubblico nessuna va più in pensione? Nel privato?!? Se i dipendenti privati riusciranno, negli anni a venire, a mantenere almeno gli attuali livelli d’occupazione – cosa che, già oggi, si rivela inattuabile – sarebbe già grasso che cola.

Il risultato della contrazione del reddito che avranno 4 milioni di dipendenti pubblici, più i contratti da fame dei privati – e questo lo diciamo ai “guru” dell’economia – si trasformerà, inevitabilmente, nella rovina per decine di migliaia d’esercizi commerciali.
Nel nostro piccolo, sapendo che fino al 2014 lo stipendio non si muoverà “di un euro” – parola di Tremonti l’anti-globalizzatore, il salvatore dei deboli, il “Robin Hood” de no antri – abbiamo già attuato le contromisure: pizzeria? Verboten. Vacanze? Visite a parenti ed amici. Ristorante? Si mangia benissimo a casa. Vestiti? Scambi e rotazioni con parenti ed amici. Auto? Un po’ d’antiruggine alla vecchia Panda del 1993 e passerà almeno un paio di collaudi. Quando finirà? Un’altra Panda da quattro soldi. Verdure? Orto: costa meno della palestra e ti fa risparmiare.
Insomma, una specie di “decrescita” confezionata su misura per la situazione contingente: sopravvivremo benissimo. Chi non ce la farà? Il pizzaiolo, il barista, l’autosalone, il negozio d’abbigliamento, il verduriere…

In definitiva, quel “taglio” del 5-10% del salario su paghe non certo da Paperoni, andrà a scatenare una contrazione dei consumi che, già oggi, indica un crollo dell’1,6% dei consumi[4].
Quei pochi consumi che ancora reggevano erano quelli incentivati dallo Stato: uno Stato che deve scovare 12 miliardi l’anno, non avrà certo i soldi per incentivare qualcosa. Difatti, nell’attuale Finanziaria, è sparito l’incentivo del 55% per il risparmio energetico: qualcuno ha affermato che lo rimetteranno ma nel tempo – 12 miliardi l’anno, sai che “botte” – anche quello dovrà sparire.

Insomma, potremmo continuare per righe e righe: a fronte della “suzione” richiesta dalla finanza internazionale, si risponde prosciugando il tenore di vita della popolazione, la protezione sociale (cosa farà un invalido che raggiunge “solo” il 75% d’invalidità?), la cultura (che richiama turismo: difatti, ogni anno che passa, altri Paesi ci sorpassano per presenze turistiche) e “congelando” la popolazione al lavoro.
In cosa si spera? Nella moltiplicazione dei prestiti e delle entrate? Come i pani ed i pesci?
No, la soluzione l’ha prospettata Berlusconi stesso: una riforma costituzionale – la stanno pensando, l’ha comunicato ai “Promotori della Libertà” – per poter varare una nuova impresa in un solo giorno, senza nessun controllo.

Dunque, fateci capire…in un panorama di crollo dei consumi…bisogna impiantare nuove imprese? Ma se quelle che ci sono stanno già con la merda al labbro inferiore?
E poi, che bello! Proprio in Italia – con un terzo del territorio governato dalle mafie – diamo la possibilità di creare nuove imprese e i controlli…beh, qualche mese dopo, anno…no…quando?
Già immaginiamo che tutti i nuovi “imprenditori” nel campo dello smaltimento dei rifiuti speciali, dell’agricoltura dei veleni, del commercio “senza regole” stiano fregandosi le mani.

Vorrei ricordare – un solo esempio – quel che avvenne in Spagna nel 1980 (ero là) con l’olio d’oliva: una “svista” nei controlli fece 160 morti in poche settimane. Va beh, direte voi, in Italia li farebbero passare come una nuova malattia da allergia: già me lo vedo, il Vespone, strambagliare fra grafici che testimoniano l’impennarsi di quelle malattie, più casi nel Togo, qualcuno in Costa d’Avorio, uno in Portogallo…è tutto sotto controllo, tranquilli.
L’aspetto ridicolo sta tutto nell’esagerazione delle malattie inventate – vedi la “maiala” – mentre in quelle vere scatta la negazione, vedi i militari italiani morti per l’Uranio impoverito. Penosi.

La realtà – pensiamo a quei 12 miliardi l’anno per 10 anni, 120 miliardi di euro che dovranno prenderci per via diretta (dipendenti) ed indiretta (fallimenti d’imprese e piccoli imprenditori) – è che questa gente non sa più dove sbattere la testa, perché non ha capito niente di quel che sta succedendo.
Se, da un lato, 500 anni di dominio coloniale stanno terminando – fra un po’ i Paesi del BRIC ci pisceranno in testa, e noi dovremo pure ringraziare per l’acqua offerta con tanta gentilezza – dall’altro non si capisce che il liberismo è la peggior ricetta per Paesi che vanno incontro ad una naturale decrescita. Perché?

Poiché non abbiamo bisogno di nuove reti ferroviarie, stradali, ecc – quelle che muovono soldi, lavoro, investimenti, tangenti – perché le abbiamo già: il Quinto Centro Siderurgico (Gioia Tauro) non sorse perché ce n’erano già almeno tre di troppo. Al più, servono modesti aggiustamenti.
Non servono nuove pizzerie, telerie, autosaloni, compagnie telefoniche…“già teniamo tutto” in abbondanza.
Serve, invece, lavorare “cum grano salis” in pochi campi: energia, agricoltura, turismo.
Per farlo, però, serve una struttura dello Stato più “leggera”, senza il gran tourbillon dei livelli di controllo (e di spesa): via Regioni, Province e Comuni.

Un solo livello decisionale locale – corrispondente all’odierno comprensorio, 10-20 Comuni – perché è il territorio a misura d’uomo, dove la gente si conosce, ha parenti, amici. Da lì può nascere una nuova stagione politica: dalla semplicità. Unita ad uno Stato autorevole, del quale non si mette in dubbio l’unità.
La re-distribuzione del reddito IRPEF pro capite, affidata dallo Stato ad ogni comprensorio, come la Sanità: niente più figli e figliastri, regioni ricche perché assistite – scandaloso il livello di spesa clientelare della Regione Sicilia – ed altre che si vantano d’essere il meglio – vedi Alto Adige – soltanto perché prendono il doppio del Veneto o del Piemonte.
Decine di miliardi l’anno risparmiati cancellando questo improduttivo, parassitario ed inconcludente ceto politico. Pensate: stanno meditando di spillarci 12 miliardi l’anno per 10 anni! E i folli saremmo noi?

Conforta il fatto che il livello di “suzione” previsto non è più tollerabile dal popolo italiano: pur considerando di dar fondo ai risparmi delle precedenti generazioni, d’azzerare la pensione come un ricordo, la scuola come un inutile orpello, la sanità come un inutile gingillo…non potranno mai farcela.

Il botto s’avvicina: estote parati.

Carlo Bertani
Fonte: http://carlobertani.blogspot.com
Link: http://carlobertani.blogspot.com/2010/06/fine-del-miracolo-liberista-italiano-e.html
13.06.2010

[1] Vedi: http://www.repubblica.it/economia/2010/06/03/news/censis_previsioni_al_2030-4536538/ per i partecipanti, vedi
http://www.censis.it/5
?resource_23=107308
[2] Vedi: http://www.ansa.it/web/notizie/rubriche/economia/2010/06/01/visualizza_new.html_1817957643.html
[3] Vedi: http://www.repubblica.it/motori/attualita/2010/06/06/news/marchionne_su_pomigliano_serve_un_accordo-4620137/
[4] Fonte: http://www.repubblica.it/economia/2010/06/07/news/consumi_confcommercio-4632186/

Articolo liberamente riproducibile nella sua interezza, ovvia la citazione della fonte

Pubblicato da Davide

  • thomasmalory2008

    Il Tri-Veneto se ne sta andando .
    E’ stato un piacere cari fratelli d’Italia
    A rivederci tra qualche secolo

  • astabada

    Basta che prima paghi il conto il Triveneto se ne puo` andare dove diavolo vuole.

    Benintesi,

    astabada

  • IVANOE

    Fossero pietre le parole di bertani allora sì che sarebbero sassate.L’unica perplessità in tutta questa faccenda sono i tempi.L’agonia della nostra patria sarà molto lungo purtroppo e non come alcuni sperano veloce ed immediata.

  • astabada

    Chissa` quanto gli ci vorrebbe per sviluppare un sano accento crucco…

  • IVANOE

    Da un bel pezzo che il triveneto se nè andato… forse l’amico sopra se nè accorto solo adesso… se qualcuno ha fatto un salto su da loro il loro dialetto e il loro modo di fare è simile a quello di tanti abitanti delle regioni del sud… e dubito che con la loro cultura possano essere accettati da qualche altra parte… comunque buona fortuna…

  • paolodegregorio

    -l’insostenibile peso del liberismo –

    La “trattativa” fra FIAT e sindacati per il futuro di Pomigliano si configura come apripista delle future relazioni industriali tra padroni e operai, in termini di aperto ricatto, dove le carte sono tutte in mano ai padroni e i subalterni non possono far altro che chinare la testa e buttare al cesso ogni conquista e ogni peso come classe sociale.
    Ciò che ha reso possibile questo “aut aut” è la globalizzazione che consente alle organizzazioni industriali di spostare capitali e impianti all’estero, dove più loro conviene, delocalizzando la produzione, inseguendo situazioni che sono sempre le stesse: ossia salari più bassi, assenza di sindacati, maggiore produttività, flessibilità e turni, impegno a non scioperare.
    Il tutto senza alcuna responsabilità verso la nazione e le maestranze che hanno prodotto la ricchezza primaria e, nel caso FIAT, malgrado sia stata foraggiata per anni da denaro statale. Lo Stato italiano non ha alcun potere di veto e ha assistito impotente allo spostamento verso l’America del centro di gravità produttivo e strategico della maggior impresa italiana.

    Quanto siano nefasti liberismo e globalizzazione lo dimostra, in modo scientifico, questa vicenda, dove è dimostrata la dittatura della economia e, specularmente, la subalternità e l’impotenza della politica e della classe operaia.
    Il mercato globale è oggi l’onnipotente dittatore che impedisce qualunque programmazione economica nazionale e la difesa dei posti di lavoro dei propri cittadini.
    Per cercare di convincere le persone di questa evidente verità, non uso la teoria, ma elenco dei fatti.

    In Italia, a Fratta Polesine, sta sorgendo il parco fotovoltaico più grande d’Europa. Produrrà 72 megawatt, ma chi lo sta costruendo è una azienda californiana, la “Sun Edison”, che per realizzare l’impresa si è alleata con lo spagnolo “Banco di Santander”.
    Questo è l’esempio più significativo, ma molti altri lavorano per penetrare il mercato italiano del fotovoltaico, dai tedeschi, agli spagnoli, ai cinesi. Questi ultimi probabilmente risulteranno i vincitori, visto che sono quelli che più di tutti al mondo hanno investito capitali nella ricerca e presto proporranno pannelli più efficienti e a costi minori.
    Se noi continueremo ad accettare questo meccanismo, dove i gruppi internazionali finanziari e produttivi più forti e avanzati si pappano tutto il mercato, dobbiamo anche accettare che l’Italia vada verso un rapido declino, visto anche la fuga dei cervelli e il taglio di fondi per la ricerca.

    Proviamo a vedere le cose in modo diverso, ossia nel modo che la politica abbia un potere reale, sia capace di progettare un “piano energetico nazionale” con l’obiettivo strategico della totale indipendenza energetica dai combustibili fossili, e stabilisca che la progettazione, la fabbricazione, l’installazione dei moduli fotovoltaici, avvenga in Italia e su tutto il territorio, sia adeguatamente finanziata ed incentivata, e che vi sia un solo gestore, statale, della rete elettrica che abbia il totale controllo del progetto energetico.
    Soltanto una scelta del genere può creare una occupazione nuova in Italia. Si possono creare centinaia di migliaia di piccoli produttori che vivono producendo elettricità, e questo benessere lo può creare solo una scelta non liberista, ma la difesa della propria autonomia energetica e della occupazione dei propri cittadini.

    E’ evidente che sarebbe una svolta politica, la fuoriuscita dal “libero mercato”, ma se vogliamo un futuro dobbiamo sottrarre al “liberismo globale” almeno l’indipendenza energetica e l’indipendenza alimentare.
    Nel settore agricolo la rivoluzione è produrre per il fabbisogno interno, bloccare qualunque importazione di porcherie industriali e nocive, produrre in modo pulito, badando alla nostra salute, vietando uso, produzione, importazione di pesticidi e OGM, per consumare cibi biologici, freschi e di stagione.
    Il liberismo globale abbiamo visto dove ci porta: assenza di futuro, declino produttivo, disoccupazione, barbarie nei rapporti tra parti sociali, consumismo stupido e inutile, inquinamento di tutto l’ecosistema, guerre mascherate da operazioni di pace, immigrazione insensata e schiavista.

    La crisi generale del liberismo è profonda, lo dimostra l’enorme indebitamento di tutti i regimi capitalisti. Bisogna essere lungimiranti e farsi trovare preparati per la prossima scarsità del petrolio, non bisogna dipendere da nessuno per i rifornimenti alimentari.
    Solo così ci potremo salvare, se saremo indipendenti come energia e agricoltura. Vivremo più sobriamente, ma vivremo.
    Il caos liberista delle multinazionali non ci garantisce il futuro, il suo simbolo è quel pozzo nel golfo del Messico che ci ricorda che “chi di petrolio ferisce, di petrolio perisce”.
    Paolo De Gregorio
    14-6-10

  • brunotto588

    Ma perchè siete tutti così orbi, perdio ??? CDC ce lo ha messo sotto il naso proprio ieri, un esempio di come uscire dal circolo vizioso, nel post su Marinaleda … Esempio che peraltro sbugiarda i luoghi comuni più cari ai trolls, perchè implicitamente vi si afferma che 1) non esiste il falso problema del “trovare i soldi” per un’ Amministrazione: la MONETA è ( dovrebbe essere ) solo un mezzo di scambio, pertanto oberata del solo costo tipografico. Al che basta una colletta. 2) Il detrarre dal costo finale di una casa le ore spese per costruirla si avvicina molto all’ idea di un “reddito di cittadinanza”, o no ??? Dove stanno dunque i problemi ? Solo nell’ alzare i tacchi da stupide idee fisse …

  • marcello1991

    mi trovi d’accordo, ma devi fare un passo indietro se vuoi che la gente capisca quello che dici e che ne percepisca la gravità. Per questo mi permetto di darti due consigli di lettura:

    -Dentro la globalizzazione
    -La solitudine del cittadino globale

    entrambi di Bauman

    Da qui si capisce quali cambiamenti epocali sta subendo la nosrtra società.

    Certamente eventuali tuoi consigli di lettura sono ben accetti

    ciao

    Marcello

  • stefanodandrea

    Stiamo decrescendo da anni (l’aumento del debito dei cittadini era superiore all’aumento del PIL). E decresceremo per alcuni anni. La novità sarà l’uscita dall’euro (l’europa imploderà o si disintegrerà). Poi accadrà che in qualche altra nazione emergeranno uomini che sapranno indicare prospettive nazionali. Spero che noi saremo almeno capaci di imitare quelle nazioni. Purtroppo, però, non sappiamo più nemmeno pensarci come nazione. Temo soltanto che se ci sarà la secessione le nostre forze armate non interverranno e non avremo nemmeno centinaia di migliaia di volontari a combattere la sacrosanta guerra civile. Se sarà così, lo avremo meritato. Un insieme di individualisti non fa un popolo. Gli individualisti non sanno pensare nemmeno ai figli, perché se pensassero ai loro figli si renderebbero conto che sono parte di un popolo che li trascende (di una storia, di una cultura, di sacrifici): il popolo c’era quando essi non c’erano e ci sarà quando essi non ci saranno più e ci saranno i loro figli. Purtroppo una generazione di individualisti narcisisti è capace di disintegrare un popolo che dura da millenni. Figuriamoci un popolo che esiste da centocinquanta anni.

    Quando qualcuno dirà ai cittadini italiani (e di altri paesi “ricchi”) che più gli altri si arricchiscono e più noi ci impoveriremo (è questa la realtà), la “gente” si disinteresserà dell’ “umanità”

  • stefanodandrea

    Chiedo scusa. Il commento doveva finire con l’espressione “centocinquanta anni”. L’ultima frase incompiuta non doveva esserci.

  • Santos-Dumont

    Hai ragione, e per iniziare bisogna smetterla di considerare esperienze come quella di Marinaleda come “ghetti dorati”. Deve invece rappresentare un modello auspicabile per tutti (meno i soliti noti…)

  • nautilus55

    Non mi sembra che la Lega, a parte le chiacchiere, faccia qualcosa per il “popolo veneto”, a parte partecipare al banchetto di “Roma ladrona”.

  • brunotto588

    Ah, se per “ghetto” si intende qualcosa di non appetibile a speculatori, giocatori in borsa e in finanza, banche e multinazionali, che dire … sarebbe il Paradiso, altro che ghetto … inevitabile poi che simili esperienze siano improponibili a livello “nazionale” e vadano ristrette a piccoli ambiti territoriali … ma anche qui, dove sta il problema ??? Una volta fortemente legata l’ economia a piccoli territori, il governo potrà anche essere nazionale, o addirittura “globale” ( io sono per un’ idea di “panarchia”, ossia più governi paralleli, extraterritoriali ma assolutamente “senza portafoglio”, ossia scollegati da qualsiasi interferenza economica, lasciata al territorio … in vera “competizione” fra loro, e libertà per l’ individuo di “scegliersi” il governo che meglio governerà ) … Marinaleda è l’ esempio lampante che tutto ciò è possibile. Ciao !

  • daveross

    Indubbiamente il futuro prospetta molte sfide e l’Italia al momento, con la classe dirigente che si ritrova, non è preparata per affrontarle.

    Tuttavia qui Bertani, ancora una volta, spazia in materie di cui non sa molto (politica economica) e finisce pure a ‘dare’ i numeri: “far scendere il rapporto deficit/PIL sotto il 100%”. Forse intendeva debito/PIL?

    Poi quei dati così allarmanti non tengono conto del sommerso in Italia. Sì, perché gli italiani non hanno un gran senso della cosa pubblica e preferiscono nascondere le loro entrate dalle ‘grinfie’ dello stato. Ecco allora la questione: la colpa di tutto ciò è nostra e solo nostra, anche di noi lettori di CdC. Ogni volta che si compra il caffè senza chiedere lo scontrino si contribuisce a perdurare questo stato di un’Italia incosciente.

    Per quanto riguarda la discussione sul triveneto, da romano condivido: se il sud non si darà da fare nel debellare la piaga mafiosa, le ragioni del nord nella scissione troveranno sempre più fondamento. Tuttavia, anche il nord, che finora ha contato sull’appoggio mafioso sia per quanto riguarda gli investimenti sul suo territorio, sia per i risparmi nello smaltimento dei rifiuti tossici, anche il nord, dico, avrà molti ostacoli da superare, che forse sono insuperabili. In primis, la ‘legalizzazione delle attività industriali’ (vedi pagamento dell’IVA, contratti di lavoro non in nero, rispetto concreto delle norme ambientali). Poi, la trasformazione della sua industria in industria di servizi, con il secondario limitato al ‘made in italy’. La delocalizzazione in un mondo globalizzato come il nostro è una cosa inevitabile.

  • victorserge

    ho trovato molti post interessanti, soprattutto quelli di marinaleda.
    tuttavia due cose da dire: la guerra tra i ricchi e i poveri sta assumendo una forma sempre più concreta.
    la finaziaria e il caso pomigliano sono i segnali perentori di una classe dirigente pubblica(governo) e privata(fiat) che ci dice cosa pensano delle classi sociali più in difficoltà.
    abbiamo una classe dirigente violenta che non lesina nessun colpo pur di zittire la protesta.
    soluzioni?
    al momento non ce ne sono; ci sono ancora troppi poveri che si illudono un giorno di diventare ricchi e questo succede perchè la tv o i media in generale esercitano una pressione sulla mente del povero, che non è solo povero materialmente ma anche stupido e stolto spiritualmente, tale da impedirgli di vedere con chiarezza quali sono le cuase della sua povertà.

  • brunotto588

    E come no … il problema è il traffico: mettiamo più rotonde, e risolviamo tutto … ma va là !

  • xl_alfo_lx

    Si ma in fondo la domanda nasce spontanea, ma che ci siete venuti a fare? Perchè la cultura massofinanziariamafiosa ce l’avete portata voi, non volevamo certamente essere liberati, anzi ce l’avete imposta con le armi la vostra cultura atea e massona. Una condizione del mezzogiorno voluta al servizio del capitalismo padano

  • daveross

    A cosa ti riferisci?

  • CarloBertani

    E’ ovvio che il “deficit/PIL” è un refuso: mai sentito parlare di refusi?

    Se pensi che io le “spari” a caso su questioni di politica economica, vai a leggere cosa scrissi nel 2003, in “Europa Svegliati!”: il rapporto di cambio euro/dollaro era allora intorno a 0,90 (a favore del dollaro) ed io affermai che si sarebbe stabilizzato intorno ad 1,25 a favore dell’euro, come fu poi per anni.

    Ha fatto bene un lettore a risponderti che “bastano due rotonde”, e tu non hai capito. Certo, perché d’economia politica non capisci niente: il termine si compone di due parti, non dimenticarlo.

    Oggi, il tecnicismo dell’economia (spacciata per economia politica) cerca di trascendere la politica stessa: invece, è ancora una volta la politica che sta mostrando il “re nudo” dell’economia, il suo vuoto scompigliarsi fra simboli e segni che non hanno più significato. Dobbiamo tornare ad ascoltare i bisogni della gente, non valutare il mondo misurandolo con i parametri di Wall Street.

    Carlo Bertani

  • AlbertoConti

    “non potranno mai farcela” i due poli attuali, un concentrato di tare ereditarie italiane adattato alla maxi truffa bancaria in salsa euro. Il viscido populista tremonti sa bene quali sono i suoi limiti operativi, ma si concede il lusso di esprimere sprazzi di verità, così, per il gusto d’incantare ancor di più un popolo che più rintronato non si può. Ci sarebbe da ridere se il culo a rischio, anzi ormai perduto, non fosse il nostro. Ma anche dall’altra parte non c’è niente da ridere, l’asservimento al decadente potere d’oltreoceano e sionista fa a gara con l’asservimento all’euroburocrazia dei banchieri, un mix ideale per garantire la totale libertà d’azione criminosa ai lestofanti impuniti che imperversano su quel che resta di un economia già lungamente predata.
    Siamo veramente messi malissimo, in una congiuntura di congiure convergenti da più livelli, incarnate da congiurati organizzati in caste, clan, corporazioni, mafie, parrocchie, accomunati da un lato dall’intreccio dei ricatti incrociati, e dall’altro dalla smania d’arraffare l’arraffabile, e a culo tutto il resto, cioè noi, il territorio, la cultura, la dignità, il futuro delle prossime generazioni. Paragonare la “classe dirigente” del bel paese alla criminalità organizzata transnazionale non è poi tanto azzardato, al più si può far torto ad eccezioni sempre più rare, ben consce che il limite della decenza è ormai definitivamente violato in modo sistematico ed irreversibile (e allora che ci stanno a fare ancora in quella merda?).
    Ma la storia vive la sua continuità nello spirito di alcune minoranze resistenti e nel profondo della coscienza popolare, la cui alleanza è impedita principalmente dal potere mediatico dei tiranni, apparentemente invincibile, ma anch’esso caduco e limitato, come tutte le umane cose, specialmente quelle virtuali. Il destino storico è dalla nostra, se solo sapremo resistere, e l’alternativa potrebbe anche essere imminente. Tra le soluzioni di una nuova economia, necessariamente alternativa in modo radicale, non può mancare un diverso paradigma monetario globale, adeguato al risanamento dei guasti della globalizzazione economico-finanziaria, la sciagurata molla acceleratrice della transizione all’era tecnologica dei sistemi chiusi e limitati, coi quali avremo sempre a che fare. Son questi i veri conti da rispettare, con la natura, alla ricerca di un senso per la vita di tutti, o per nessuno. Questa è la scelta obbligata, per tutti ovviamente, l’unica alternativa possibile. Io comincerei col restituire al mittente le polpette avvelenate, compresi gli allegati auguri di un bel vaffanculo. Riflettiamogli anche questo, poi ci si potrà dedicare ad immagini costruttive, più nobili ed edificanti.

  • 21

    Il Veneto uno, quello dei Veneti deve ancora arrivare e può contare sul solidale supporto materiale o spirituale di una popolazione all’estero,

    che è al3ttanto numerosa di quella ora presente in regione.

    Tempo al tempo, che tanto la minestra gira, anzi, tutto gira… e pure i maroni.

    Parafrasando… “non solo polenta”.

    144° dall’invasione.

    El me diga sior…

    Ciao ciao 😉

  • daveross

    Quello che tu a ragione chiami tecnicismo dell’economia, come del resto la tecnica in sè, sono il segno dei tempi.

    Il livello di conoscenza umana ha raggiunto tali livelli di specializzazione che oggi riassumere il tutto in modo integrale è un’impresa mastodontica.

    Ed è per questo che ho criticato il tuo pezzo: sì, io di economia politica e di politica economica non capisco nulla, nonostante abbia fatto entrambi gli esami ai tempi dell’università. Io non so quale sia la tua specializzazione, ma in alcuni tuoi articoli vedo la pretesa di addentrarsi in terreni non propri.

    Un esempio che mi sento di fare (perché qui tecnicamente ne so qualcosa) è la tua analisi giuridica del caso Israele – Freedom Flottilla. Fonti del diritto e istituti giuridici del diritto internazionale vengono un po’ gettati nel testo. Ad esempio citi la Convenzione di Ginevra del ’58 senza tener conto dell’Art.311.1 dell’UNCLOS e trascuri l’analisi del fatto sotto la lente dell’ Art.110 (diritto di visita in acque internazionali).

    Questo vuole solo dimostrare come sia difficilissimo trattare in così ampio respiro di argomenti assai complicati. Allo stesso modo questo articolo: politica economica, econometria, economia politica, diritto del lavoro, gestione d’azienda, sussidi statali alle aziende, redistribuzione delle competenze amministrastive ai comuni, gestione delle infrastrutture… tutto da solo? Per parlare in modo sostanziale di questi argomenti dovresti essere aiutato da un team di ricercatori in ogni ambito. La tua conclusione, poi, altro che due rotonde…

    Per quanto riguarda l’aspetto politico, sono pienamente d’accordo con le basi di quello che dici. Di nuovo, ne critico il metodo: non odiare la tecnica, usala per i tuoi scopi.