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FESTEGGIARE COSA?

DI ALESSIO MANNINO
ilribelle.com

Unità d’Italia. I festeggiamenti e le ipocrisie. Cerchiamo di guardare in faccia la realtà, nella parabola da Garibaldi a Berlusconi. E basterebbe già questo. Oltre all’albertosordismo nazionale.

Io non ho festeggiato questa Italia incompiuta e fallita. E non perché non sappia che il cosiddetto Risorgimento (ma c’era mai stato un ‘sorgimento’?) contenga pagine gloriose, come la Repubblica Romana o le Cinque Giornate di Milano, o uomini che pur con tutti i loro pesanti difetti furono grandi uomini, a cominciare dai “magnifici tre”: Mazzini, Garibaldi e Cavour. E nemmeno perché, al contrario, misconosca gli errori, gli orrori, i misfatti, i massacri, le miserie e la disgustosa retorica con cui si vorrebbe far passare un processo storico che, come ogni vicenda umana, non fu un’epopea scritta nel destino ma un gioco di forze e interessi, idealizzato per giustificare un’unificazione forzosa e forzata.Notabili e massoni

Dovrei essere orgoglioso di essere italiano per cosa? 

Contro popolo e chiesa

Perché non dovrei riconoscere che l’Italia prima del 1861 era un’idea letteraria, non più di una lingua sfarzosa ma pensata a tavolino nella sublime testa dei Dante, dei Petrarca, dei Foscolo e dei Manzoni e solo nella loro, e che perciò i paragoni con la Francia, uno Stato-Nazione fin dal Trecento, con la Germania che pur divisa era stata l’epicentro del Sacro Romano Impero, o con lo stesso impero inglese ferreamente unito da secoli e dominatore di mezzo mondo, non stanno in piedi da nessun punto di vista? Perché non dovrei essere onesto e riconoscere che la tanto agognata “libertà dei popoli” come la sognavano gli ingenui e implacabili repubblicani Mazzini e Garibaldi, fu tradita da uno Stato autoritario che giunto alla meta tenne Mazzini in quarantena e mandò in pensione Garibaldi, che emanò la liberticida legge Pica contro le ribellioni anti-unitarie, che armò macellai come Cialdini e Bava Beccaris? 

Per quale motivo non dovrei sottolineare che fu opera di minoranze certo eroiche ma che non fu affatto il frutto di una rivoluzione popolare poiché privo di seguito nel popolo vero, che viveva in campagna (4) e che dall’unità ebbe in cambio, dopo secoli di disarmo imbelle, la leva obbligatoria e una torchiatura fiscale mai vista prima (l’odiosa tassa sul macinato)? Perché non dovrei risollevare dall’oblio tutta quella parte del movimento unitario, certo meno circonfusa di gloria ma più corrispondente alla realtà sociale di quel tempo, che per l’Italia futura aveva un più realista progetto federale basato sulla libera adesione dei popoli italici (Cattaneo, Ferrari)? Perché dovrei sorvolare sulla vergogna dei plebisciti annessionisti, zeppi di brogli e intimidazioni, e sulla rimozione di quella prima fase dei moti che videro in prima linea cattolici come Gioberti, Rosmini e Pellico e lo stesso Pio IX, moderati sostenitori di una soluzione confederata, che dopo il 1848-49 si ritrassero in disparte per l’accelerazione dovuta alla predominanza di forze unitariste, repubblicane e massoniche, numericamente esigue ma più agguerrite? E perché dovrei tacere sulla “questione romana” (non possumus, non expedit), che per mezzo secolo rese estraneo al nuovo Stato l’intera massa di credenti e praticanti, cioè la stragrande maggioranza degli italiani, e che ora viene bellamente negato dai cattolici odierni, in testa l’attuale pontefice tedesco, che vorrebbero farci credere che la Chiesa sarebbe stata artefice del genio nazionale ab origine (quale origine)?

Morte della patria

Ma tale significato, il più vero perché primigenio, evoca uno spazio (la terra), definito e delimitato da una memoria, una tradizione, una discendenza di sangue (i padri). Italianamente, si collega d un carattere fondamentale delle genti della penisola: la famiglia come legame ancestrale e prioritario nell’esistenza individuale, ancorata ad un luogo con una sua storia. Ora, c’è forse qualcuno che possa affermare con sicurezza e sincerità che nell’Italia odierna il micro-cosmo familiare rispetti una qualche fedeltà di retaggio ad una heimat tradizionale, ad una particolare e unica collocazione territoriale? È ancora presente una “casa del padre”, sia come punto fisico che soprattutto come abitazione dell’anima? Resiste forse, sul piano collettivo, una concezione di eterno ritorno alle origini, una venerazione o quanto meno una conoscenza dell’albero genealogico, un richiamo interiore verso i propri avi e il mondo in cui vissero? 

L’uomo nuovo

Non avrei allora l’obbligo di ammettere che il legame famiglia-luogo-storia è stato spazzato via dall’incessante opera di corrosione della modernità su ogni idealità spirituale e disinteressata? Che la dittatura del mercato che ne è l’essenza, abolendo distanze, confini e appartenenze, ha creato l’uomo nuovo: cioè l’individuo-atomo, una monocellula che vaga e che vede i legami ereditari come una zavorra di cui liberarsi in nome del proprio “io” narciso, volubile, instabile e, appunto, sradicato? Il padre, di sangue e terra, è sepolto, e con lui la patria. Al suo posto viviamo immersi nel grasso di una Grande Madre consumista che in cambio di un po’ di benessere (sempre meno, sempre più difficile e precario) ci frusta da mane a sera costringendoci a lavorare non per il bene nostro, ma per quello del sistema, del PIL, della crescita, della moneta e, va da sé, per ingrassare i suoi padroni e profittatori asserragliati nelle banche, dei grandi gruppi industriali e nei palazzi della politica serva e complice. Perché dovrei allora illudermi che il compleanno di una nazione fatta male, fatta in fretta, fatta a forza, non sia una roboante parata di cartapesta? 

Perché non dovrei accorgermi che i giovani che si sentono italiani, nella loro vita quotidiana e nella loro visione del mondo si comportano e pensano da bravi occidentali americanoidi, seguendo uno stile di vita perfettamente global, senza conoscere la storia del proprio paese, della propria città, della propria famiglia? Perché appiccicarsi addosso l’identità posticcia di italiano quando ha vinto il mondialismo, che livella differenze e culture perché per sua logica interna deve esistere un solo tipo umano, il cittadino-consumatore che sceglie le idee e il voto come al supermercato sceglie i prodotti, tutti uguali in tutto il pianeta? 

Il ‘particulare’

Successivamente trascinati dal vortice delle idee illuministe e dei concreti appetiti economici dell’industria del Nord e della finanza anglo-francese, abbiamo abbracciato la modernizzazione imitando modelli esteri che non erano fatti per noi: lo sviluppo industriale e finanziario a tappe forzate, il centralismo più bieco, il colonialismo straccione, il borghesismo privo di una seria borghesia, il marxismo con un popolo di contadini fedeli ai preti, una monarchia senza nerbo e prestigio, la realpolitik coi piedi d’argilla, il patriottismo senza patria. 

Politicamente, il solo parto originale dell’Italia unita fu il fascismo, che se vogliamo dirla tutta fu il consequenziale compimento di una “nazionalizzazione delle masse” che Mussolini portò all’estremo. Un’esperienza velleitaria e controproducente che fallì con l’8 settembre, la vera pietra tombale di un amor patrio degenerato in un imperialismo al di sopra dei nostri mezzi e fuori dal nostro spirito. 

Uno sfascio che fece dell’Italia sconfitta e uscita a pezzi dalla guerra civile una portaerei Nato, uno stato a sovranità limitata. Così, l’uomo di Guicciardini diventò la macchietta da commedia all’italiana, il simpatico cialtrone alla Alberto Sordi senza serietà né onore. Non per niente oggi nel mondo l’Italia, purtroppo, è identificata con l’arcitaliano Berlusconi. E non per caso l’ultimo baluardo di italianità integrale che tutto sommato resiste alla globalizzazione è il più trito luogo comune dell’Italietta al sugo: la cucina. La pasta e la pizza nella ricetta tradizionale, pomodoro basilico e mozzarella o spaghetti, sono di un bel tricolore a cui non saprei rinunciare per tutti i macburger dell’universo. D’altronde, il vero italiano si vede a tavola: Franza o Spagna, basta che se magna.

Alessio Mannino

www.ilribelle.com
10.04.2011

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Note:

1) È la cosiddetta “guerra al brigantaggio”, che non fu una lotta al crimine ma una vera e propria repressione su vasta scala contro oppositori politici organizzati in bande paramilitari e intere province del Meridione insorte contro gli occupanti “piemontesi”. 

«Io credevo che i briganti fossero proprio briganti, non anche ex soldati borbonici e patrioti alla guerriglia per difendere il proprio paese invaso. Non sapevo che il paesaggio del Sud divenne come quello del Kosovo, con fucilazioni di massa, fosse comuni, paesi che bruciavano sulle colline e colonne di decine di migliaia di profughi in marcia», P. Aprile, Terroni, Piemme, 2010. 

2) Massimo D’Azeglio all’indomani delle prime elezioni parlamentari del 1861: «Questa Camera rappresenta il Paese reale come io rappresento il Gran Sultano turco!», G. Lentini, La bugia risorgimentale. Il Risorgimento italiano dalla parte degli sconfitti, Il Cerchio, 1999. «La Massoneria in Italia ha rappresentato l’ideologia e l’organizzazione reale della classe borghese capitalistica». Atti parlamentari, Discussioni, vol. 298, pag. 3658, cit. in G. Oneto, La strana unità, Il Cerchio, 2010. 

3) «Fu Mazzini il primo ad adottare per la sua Giovane Italia il rosso, bianco e verde che erano i colori di derivazione francese della Repubblica Cisalpina, poi Italiana, poi Regno d’Italia, le denominazioni del dominio napoleonico. E’ solo a partire dal 1848 che diventa il simbolo unitario del movimento nazionale, e questo perché, essendo quasi tutti i “padri della Patria” dei massoni, vi riconoscono il proprio credo. (…) Gli stessi “fratelli d’Italia” dell’Inno di Mameli sono da intendersi come fratelli di loggia», G. Oneto, op. cit, 2010. 

4) Come ricorda Paolo Mieli, lo ammise già allora uno spirito onesto come il giovane Ippolito Nievo: “«Sì! Questa inerte opposizione o questa muta indifferenza agli sforzi della nostra intelligenza per conquistare i diritti di libertà cova ed opera sordamente nelle nostre plebi. Se ne togliete le poche popolazioni industriali (che sono eccezioni in Italia), la grande maggioranza della nazione illetterata, il volgo campagnolo segue svogliato il progresso delle menti elevate. È più di peso che aiuto al rimorchio; e, lasciato appena, ricade contento nella propria quiete». Per cambiare la situazione, a detta di Nievo, sarebbe stato necessario conquistare i preti «funzionari indispensabili nella società attuale, soli rappresentanti della intelligenza» del volgo”, P. Mieli, Le ferite del Risorgimento, Corriere della Sera, 8 marzo 2011. 

5) «Per esprimersi in termini schematici, ma pensati appunto per far emergere contrasti e contraddizioni: come possono ad esempio un italosettentrionale laico, maturo, di sesso maschile, mediamente abbiente, d’istruzione corrispondente alla scuola media secondaria, e una italomeridionale o isolana giovane, magari disoccupata e ragazza-madre, d’istruzione elementare o medio-primaria, nullatenente, cattolica oppure ebrea (e oggi magari musulmana), condividere la stessa “identita nazionale”? Di quali “Fratelli d’Italia” andiamo mai blaterando?», F. Cardini, L’identità italiana, http://www.francocardini.net, 17 marzo 2011.

Pubblicato da Davide

  • rew

    Mi piace: L’ unita’ d’ italia fini’ con il fascismo.
    Ma il fascismo non era ed e’ altro che una brutta copia di altre copie trascritte e riscritte.
    Con il fascismo si colonizzava per esportare benesere ed emancipazione forzata, una specie di gogliardia storica di ogni impero, popolo, che c’e’ sempre stata nel tempo.
    Quando c’era resistenza al meglio, si imponeva, perche’ chi no voleva migliorare e in piu’ contendeva, andava eliminato, come pedina d’ ostacolo e non meritevole di continuare.
    Dopo la rinascita arrivarono chi la democrazia l’ aveva imparata liberando altri prigionieri dell’ emancipazione fallita.
    Ma il frutto di questo inizio, non era altro che l’ ultima e piu’ perfetta e complessa e articolata e inarrestabile colonizzazione deinitiva dell’ essere mondiale moderno.
    Non si scosta per niente dal passato, solo che oggi ha radicato in tutto, ha usato gli stessi mezzi piu’ elaborati e organizzati dove tutti sono avvinghiati, e il tutto, possiede l’ estremo deterrente per tenere di concetto e di fatto, la situazione continua, caso mai qualcuno dai piccoli ai grandi, non volesse questa emancipazione.
    Alla fine, l’ allegoria spopola ovunque, ed e’ difficile non starci fuori da questa bolgia, bolgia che si fa’ strada senza misure nell’ eliminazione di ogni ostacolo, e nel diventare un potere globale, che tende fra poteri vari, finche’ non diventera’ o cerchera’ di diventare, totale, sottraendosi risorde e avvaloramenti vari nelle intricate relazioni ed equilibri economici e militari.
    Praticamente, e’ una reazione atomica all’ inverso, dove con la stessa forza e violenza, la disgregazione di tanto, si stringe per inghiottire e assimilare il piu’ possibile, e questo comportera’ un’ esplosione della struttura e del sistema stesso, dove gli resta che festeggiare per disperazione e resa dei conti, in una distruzione con la follia bellica.
    Sai quando perso per perso, i conti si pagano a suon di botte?

    Se hai perso la possibilita’ di capirti e di capire, di rimediare e di vivere per uno scopo anziche’ un’ altro, hai rotto rapporti ed equilibri che saranno insanabili, insanabili perche’ hanno faticato quasi un secolo ad instaurarsi, e con il lor fallimento, hanno rotto anche la possibilita’ umana e come forza organizzata, sia di cambiare e ricomporsi, e si di rinascere, dopo il patatrak.
    Riallineare le fila, quando si e’ perso ogni azione oranizzata e politica, e tutto e’ allo sfascio, e dove sopratutto la moneta non ha piu’ alcun valore e non fa’ crescere piu’ niente, nemmeno un rimanente per la sopravvivenza, solo il nulla puo’ replicarsi.

    E’ questo contetto che gli uomini non capiscono, e parlo delgi uomini che portano avanti questo modo, e ne assoggettano il rimanente umano.
    Perche’ i primi sono loro in questo vuoto di sostanza.
    Gli stati, i conti, la moneta, le risorse, le alleanze, la mancanza di sostentamento della base umana, saranno le bombe che faranno scoppiare il tutto, lasciando il niente, ovvero, il tutto di prima completamente ingestibile. Un caos senza via di ricucita.

    Una nuova italia, come simbolo totale mondiale, non e’ altro che un0 inversione del tutto verso quello che sappiamo, ma che e’ pura utopia, perche’ l’ italia e’ fatta da uomini, a uomini d’ oggi, come il rimanente del mondo di questo sitema, e fuori dall’ italia, c’e’ anche di peggio fra il meglio.
    Se le coscenze e le volonta’ mondiali, non si cambiano e non si muovono, l’ inevitabile e’ gia’ qui da domani, e sempre di piu’.
    Quando le persone prevalicano sicure e certe che una direzione di oggi porti la sicurezza del domani, il cervello e’ gia’ andato per la sua strada, e non lo sanno che questa strada e’ prorpio finita, e dopo c’e’ il baratro.

    Un tempo, si ricominciava con le risorse delgi altri o le proprie, perche’ tutto era a misura naturale per cosi dire. Dopo la seconda guerra mondiale ci siamo risanati con i mezzi moderni. Ma falliti i mezzi moderni, dove il fallimento umano e’ sempre stato come base, non si potra’ piu’ sostituire ne i mezzi e ne l’ uomo che li usera’ sempre a questo modo. Ma ilsistema fallisce e si rompe, ed e’ il sistema che mette in moto e tiene in moto il tutto. Se il sistema fallisce, nonsi potra’ mai piu’ recuperare, allineare, creare una parte che sia autonoma per ricominciare, perche’ sara’ impossibile e basta.
    Verranno meno i sostentamenti sia organizzativi e le possibilita’ di ricrearli.
    Il prezzo alla fine di questo aggiunto a questa situazione, sara’ anche l’ insostenibilita’ della societa’, e i postumi dei mezzi a cui si arrivera’, per non arrivarci a questa situazione.
    Se muoio io, visto che ci sei, non ti lascio da solo a viverci, vieni con me, tici trascino, perche’ tu hai trascinato me.
    E’ questo alla fine il resoconto dei rapporti fra alleanze, che sono stabili per un interesse di sopravvivenza e di tenuta di un certo tenore di vita, ma quando le cose sono agli sgoccioli, non ci sono piu’ amici, ma interessati che non ci volgiono lasciare la pelle, e per primi, la pelle la fanno algi altri.

    Non c’e’ nulla da festeggiare, ne dell’ italia di sempre, e ne del mondo di prima, e ne tanto meno di ora.

    Certo che stiamo bene, certo che mangiamo, certo che lavoriamo, certo che abbiamo cultura e mezzi, certo che abbiamo danaro per passare il tempo, (ma questo e’ solo status nostro e non di tutti), ma vero e’ che e’ diventato un clima pesante e squilibrato, instabile e degenerato, votato all’ orgia e alla violenza etica con la gravatta.

    Ma nonostante abbiamo potere, governi, cultura, mezzi, anche se vengono usati, sono usati nello stesso squilibrio d’ applicazione, e non servono ne per cambiare nulla nell’ andare a come si vede e a come si va, e sopratutto sono come il pensiero e il fare di oggi, mezzi inutili, usati inutilmente ed erroneamente, dove il fatto di averli, ci convinve che siamo a galla e che siamo a cavallo della situazione, mentre tutto crea e alimenta il caos, solo per fine di avere, possedere, mantenere, un modo sbagliato di aprocciarsi alla vita.

    E’ questo che manca, sopratutto oggi, quando siamo in questa situazione e in questo livello di mezzi e di dipendenza, l’ aver dimenticato di coltivare l’ essere umano come base di se stesso per un prodotto che non deve ne uccidere e ne detoriorare le possibilita’ che ci sarebbero state date in mano.

    In questo giorno di pasqua del 2011 non c’e’ niente da festeggiare ancora, perche’ il ricordo o la celebrazione sotto tuti i punti di vista di ogni pensiero e pensare, sono sfuorvianti, perche’ ipocriti, perche’ fanno parte del tutto, dove l’ operare, il cambiare, e fare per il giusto e l saggio, e’ un’ utopia applicativa, e una prevaricazione che va’ contro l’ indole e la complessita’ umana.
    Ogni uomo risorga da solo, in se’, stando fuori da questo inferno dove e’ garantita la condanna e il fallimento, e si attacchi alle uniche parole vere di chi e’ veramente risorto per chi lo crede, o anche per chi non lo crede, perche’ le parole sono il frutto della creazione incompiuta dell’ uomo, sono l’ infinito del suo riesistere, e le parole fino ad ora ci hanno portato a quello che ogni coscenza potra’ vedere.
    Allora parola per parola, visto che questa e’ impastata di traviamenti e di fatti e di storia, meglio una parola assurda, una parola di pazzia, che va’ contro tuto e contro ad ogni logica, ma che e’ quella che nell’ intimo e nella purezza dell’ intelligenza, chi ci arriva, riconosce che era prima della creazione di questo fallito, e che viaggiava assieme agli spiriti e alle vite di chi ancora era a venire e che ora vive su questa terra, finche’ esiste.
    La vita e’ dentro di te, non fuori in questo mondo, anche se il mondo e’ fatto di essiri da amare, ma che spesso, dentro, portano il mondo, e il non riconoscersi e riconoscere del tutto che e’ in se’, altrimenti, ne saremmo arrivati a questo punto, ne arriveremo a momenti peggiori e risolutivi. Nel mentre, questa valenza, non riesce nemmeno a tener fronte e fare inversione di marcia, e farla fare al tutto umano.
    L’ apparenza, ci fa sorridere alla fine, e ci rassicura, ma ma realta’, quando chiama e chiamera’, ti scantera’ questo sogno e ti mettera’ davanti al vero incubo delle cose e di te, parte di tanti altri uguali a te.
    Ma come… che abbiamo fatto, perche’ fino a questo punto?
    Perche’ ti sei addormentato nell’ opulenza, nel disordine, e ti sei conformato, e con te, tutto il resto, da basso fino all’ alto, e chi sta’ in alto, ne ha maggior colpa, e te che lo hai fatto rimanere in alto, uguale a lui.

    Dio e’ spirito, e li’ c’e’ gia’ il tutto, quel tutto che non si vuole far splendere, per tradurlo materialmente nell’ umano, in un qulcosa sufficentemente minima, quanto basta per non vedere miserie di ogni tipo, intelligenza demenziale allo stato puro.

    Puoi pensare che equilibri di conti, bancari, sitemici, politici, di risorse , di continuazione, di sociale, guardando a come siamo messi e guardando a un futuro prossimo, possa reggere, quando non regge nemmeno a tavolino, e si va’ sempre piu’ frantumandosi palesemente nell’ estinzione della razza umana portata avanti con le nostre stesse mani?

    L’ unica cosa da festeggiare, e’ tutto quello che non si puo’ misurare con le misure gia’ elaborate di questo modo, ma tutto cio’ che vedi e speri e sogni, che fa parte di un altro mondo, quello che vorresti, ma che non vedi, ne di fatto ne in verita’.

    Per gli scettici o gli eruditi, tutto passa e tutto se ne andra’, e ancora tanto se n’e’ andato, pari a noi se non anche migliore, ma quello che sara’, e la scienza stessa intante teorie confermate, paragonate a conoscenze applicate nelle leggi della vita, l’ intero universo gia’ creato nel suo infinito ma finito, sapra’ replicarsi, ma l’ essere umano nel suo incompiuto, non si replichera’ mai piu’, se non nella sua essenza intima riconosciuta, dove questo mondo non ne ha parte, se non per il solo fatto di sostenerci, finche ci sosterra’.

    L’ intera manifestazione di Cristo, non parla altro che di questo, per chi vuole pensare a un passaggio (pasqua), il resto, passera’ comunque, da un’ altra parte.

  • Albert_Wesker

    “Perche’ dovrei illudermi che il compleanno di una nazione fatta male, fatta in fretta, fatta a forza, non sia una roboante parata di cartapesta?”
    Come si puo’ dargli torto?Purtroppo nel mondo globale si salvano solo
    le nazioni coese che hanno un minimo denominatore comune,come Cina
    e Germania ad esempio:noi non lo siamo,siamo sempre una bellissima
    espressione geografica,come diceva Metternich,ma non saremo mai
    una nazione e meno che mai un popolo, tranne ovviamente quando gioca la nazionale di calcio,unico elemento in grado di riunire guelfi e ghibellini sotto un’unica bandiera.

  • Faulken

    “o uomini che pur con tutti i loro pesanti difetti furono grandi uomini, a cominciare dai “magnifici tre”: Mazzini, Garibaldi e Cavour.”

    Grandi uomini ? …

  • Quantum

    Su Cavour volevo insultarlo anch’io.

    L’Unità d’Italia è stato solo un saccheggio del ricco Sud, da parte dell’allora nord in bancarotta.

    E Cavour ha avuto numerosi benefici, molti dei bottini del sud finirono in banche della famiglia Cavour.

    Non mi viene che consigliare uno splendido libro:
    Terroni – di Pino Aprile – Ed. Piemme.

  • Affus

    non confondere il regno di piemonte con il nord !!!!!!!!

  • vic

    E se il male stesse nel manico?
    Cioe’ nel concetto di nazione. A cui si puo’ contrapporre il concetto di popoli che vivono assieme, magari nebeneinander piuttosto che miteinander.
    Se osserviamo cosa sta succedendo nel mondo, e’ il concetto di nazione che viene demolito. Da un lato e’ un processo maligno perche’ toglie sovranita’ a chi finora l’ha avuta. Dall’altro potrebbe essere un’opportunita’ non colta. Ne e’ esempio l’UE. Era l’opportunita’ per costruire un’Europa delle regioni, un’Europa dallo spirito profondamente federale e rispettoso della volonta’ popolare. Cio’ non e’ avvenuto essenzialmente per due motivi: i costruttori erano inzuppati di direttive provenienti da club piuttosto che dai popoli; i costruttori erano troppo imbevuti dell’idea di nazione centralizzata e questa idea l’hanno traslata, non tale quale, ma addirittura in forma degenere, dentro l’UE.

    Mannino e’ troppo pessimista. Una cultura di gente italiche esiste. E’ la lingua che fa da collante comune. Ne sono stati testimoni in tempi recenti settori culturali quali la musica, la pittura, la letteratura ed il cinema, pensaimo al movimento neorealista, alla fantasia di Fellini, ancor oggi maestro d’ispirazione per tanti registi di tutto il mondo. Sta uscendo piuttosto sbiadita la letteratura, soprattutto quella recente. Forse perche’ il bacino d’utenza e’ limitato, non e’ lontanamente paragonabile al bacino d’utenza dello spagnolo, per fare un esempio culturalmente vicino. Una sensibilita’ italiana per forza di cose deve esistere se ogni cantante d’opera nel mondo sa cantare in italiano.
    L’unita’ d’Italia va cercata in questo processo tortuoso e complicato che ha dato modo di trovare una modalita’ d’espressione che non e’ di altri.

    All’Italia di oggi farebbe bene studiare la storia di un vicino piccolo che nazione in senso tradizionale non lo e’ mai stato, ma e’ sempre stato una collezione di comunita’: parlo ovviamente della Svizzera. Paese disprezzato dai sorrisetti francesi o anche romani, ma che contiene in se’ un seme che va protetto con cura: quello che permette a popoli diversi anche culturalmente di convivere in santa pace e di rispettarsi, ogni tanto anche aiutarsi a vicenda.

    E’ un discorso che nella penisola fa fatica ad attecchire. La colpa non e’ solo dell’unita’ d’Italia malriuscita, e’ soprattutto di una realta’ mediatica che e’ quella che e’ in tutto il mondo.

    Invece di ambire ad essere un solo popolo e’ piu’ sano ambire ad essere tanti piccole popolazioni che sanno convivere piu’ o meno d’amore e d’accordo. In tedesco c’e’ una parola che dice tutto: Willensnation. E’ una nazione non-nazione quella che sta insieme per volonta’, e’ in effetti una minestra di diversi che hanno imparato e intendono continuare a convivere fra loro.

    Non vedo perche’ non si possa inquadrare l’unita’ d’Italia (che verra’?) in questo spirito, invece che continuare ad incaponirsi su un modello di unita’ obsoleto, di fatto inesistente, che rischia di portare solo guai, come ha gia’ fatto in passato: quello di nazione pura. Prendiamo esempio dalla lingua: non e’ mai pura, e’ in continua evoluzione, sempre imbastita attorno ad una moltitudine di dialetti diversi e simili fra loro.

    E’ tempo di ripensare la costruzione europea. Cosi’ come e’ oggi non vi si riconosce nessuno, a parte qualche membro di club esclusivi. Il ripensamento va fatto dal basso, fors’anche ripensando ad un’unita’ d’Italia diversa da come viene normalemente venduta, un’unita’ nella diversita’. Si’, e’ una strada in salita, ma si puo’ fare, se si e’ saggi, evitando la scorciatoia per allocchi che e’ la globalizzazione a tutto campo del New World Order. Cio’ implica anche l’abbandono di alleanze obsolete che fanno solo l’interesse altrui, precipuamente di certi club. Non mi sembra che sia cosi’ difficile anche intraprendere una strada meno esuberante militarmente, con meno ingerenze in paesi altrui, insomma.

    Adelante Pedro, con juicio.

  • AmonAmarth

    E’ difficile che ormai entri nella testa della maggior parte il semplice concetto che: gli “Stati” sono stati una forzatura fin dalla loro nascita, e pure i “benefici alle genti” assegnati a tali forzature sono una costruzione artificiale tuttora pubblicizzata nello stesso modo come i prodotti sugli scaffali. Si capisce bene quindi, come oggi un giovane “italiano” si senta confuso dal blaterare sulla “nazione” e sulla “patria” quando in realtà non ne ha mai, ma proprio MAI, sentito la reale sensazione o il reale bisogno. Alla fine si accetta l’idea come “quella cosa che in tanti si ripetono” fino a farla odorare di realtà. Così come per un sacco di altre cose e altre idee: ripetila fino allo sfinimento e alla fine diverrà reale. La “patria” infatti si traduce nello stesso blob insensato del nostro modernismo: la gente compra e idolatrizza cose la firma di vestiario “Esercito Italiano”, impara a memoria l’inno di Mameli per ripeterlo senza senso all’inizio di una partita di calcio, utilizza l’ “italianità” come concetto di “purismo da asso nella manica” per escludere cose, persone e culture, e nel frattempo si beve senza dire A la propaganda che farà di tutti noi dei perfetti cittadini del Nuovo Ordine Mondiale, o come lo vogliate chiamare. La nostra identità, o meglio il nostro “volgo”, se ne è andato da tempo. Solo ora forse capiamo cosa ci volessero dire Bakunin o Kropotkin 150 anni fa, e ancora meglio cosa ci vogliano dire gli attuali movimenti localisti e antiglobalisti. In ogni caso han vinto loro (i globalisti), e a noi individui-atomo non rimane (speriamo) che essere pazienti e gentili con il prossimo per condividere una realtà faticosa, e si spera, autosufficiente e sostenibile. Saluti.

  • Nauseato

    Accomunare Cavour, Garibaldi e Mazzini è per certi versi nel bene e nel male far torto a tutti e tre. In ogni caso l’antimonarchico Mazzini credo sia la figura più controversa dei tre ed aveva un’idea di Italia completamente differente da quel Regno d’Italia che ne è uscito fuori. Non a caso al di là dei tributi di “facciata” non è mai stato particolarmente amato dai Savoia.

    Concluderei con una frase illuminante di Longanesi che infatti riporto spesso quando si parla di questo paese sguaiato:

    gli italiani non sono un popolo, ma un insieme di famiglie“.

    E detto questo, detto tutto.

  • RicBo

    Non riesco a capire se ‘sto tipo è un qualunquista che rasenta il fascismo o un fascista del XXI secolo che per appetiti di visibilità giornalistica gioca a fare l’iconoclasta.
    Lo vada a chiedere al nonno di mio cugino che è stato nella brigata Garibaldi in Spagna poi sui monti dell’appennino in Italia per cosa festeggia poi ne riparliamo…