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FEDERICO RAMPINI E IL PERICOLO GIALLO, LA MATTEL E I CINESI CATTIVI

DI ANNALISA MELANDRI

Morire avvelenati dal made in China è l’ultima versione del “pericolo giallo”, la più inquietante…. I milioni di Barbie e Batman ritirati dalla circolazione per la vernice al piombo che può intossicare i bambini occidentali…Prima era un dragone in grado di divorare interi settori industriali dei paesi ricchi. Ora è in gioco un bene perfino più prezioso, la nostra salute e quella dei nostri figli…Scopriamo con orrore che i “terzisti” cinesi ingaggiati dalla Mattel o dalla Nike sono spesso pirati del capitalismo, criminali che non esitano a sacrificare vite umane per arricchire i loro conti offshore nei depositi esentasse di Hong Kong.”

Così scriveva quest’estate Federico Rampini sulle pagine de La Repubblica del 15 agosto, commentando la notizia del ritiro di 18 milioni di giocattoli Mattel dal mercato.
Questi erano i toni di tutto l’articolo, che chiudeva con una lapidaria conclusione: “Il suicidio del boss dell’impresa Lee Deer, colpevole di aver esportato giocattoli tossici, può diventare un sinistro presagio della sorte che toccherà un giorno al regime cinese, se si ostina a rifiutare le riforme politiche”.

Effettivamente allora, questo grido al “pericolo giallo” mi sembrò un tantino esagerato, soprattutto perchè il vero nocciolo della questione veniva gettato lì in un rigo solo: “Le Multinazionali occidentali vi hanno colto un’opportunità”.
Le multinazionali occidentali hanno colto da sempre infatti un’opportunità per far soldi e trarre enormi profitti approfittando di situazione economiche e sociali che lasciano spazio allo sfruttamento più bieco e infimo, quello della mano d’opera.
Se la Mattel decise si spostare la produzione delle famigerate bambole in Asia fu per la necessità di ridurre i costi e quindi, trarre maggior profitto dalle vendite.
I costi in Asia,. come generalmente avviene nei paesi del Terzo Mondo, si riducono sfruttando gli operai ed economizzando sui materiali.
Già Green Peace aveva portato avanti una campagna informativa nel 2005 sostenendo che nei giocattoli prodotti dalla Mattel ci fossero tracce superiori alla media di ftalato, prodotto altamente cancerogeno e risulta quanto meno improbabile che un colosso come la Mattel non effettui dei test di sicurezza o dei controlli sui suoi articoli prodotti in altri paesi.
L’impietosa analisi e condanna del “made in China” che fa Federico Rampini nel suo articolo del 15 agosto, non analizzando completamente la responsabilità della Mattel nella vicenda, peccava essenzialmente di sensazionalismo, infatti era di appena un mese prima la notizia del Colgate tossico contraffatto di origine cinese. Tutti siamo d’accordo che dalla Cina giungono tonnellate e tonnellate di merci contraffatte e quindi potenzialmente pericolose e che mancano di controlli di sicurezza, non credo però che la responsabilità di questo sia a senso unico e che giovi alla sicurezza dei nostri figli gridare al “pericolo giallo”.
Mi è capitato di comprare un giocattolo “made in China” in una nota catena di giocattoli italiana e all’aprire la confezione mi sono accorta che peccava del più elementare sistema di sicurezza per i bambini e cioè i vani portabatterie erano sprovvisti delle viti” , oltre che di scadentissima qualità, il giocattolo infatti non funzionava . Ho riportato l’articolo in questione al negozio e alle mie rimostranze il commesso mi ha fatto notare il marchio CE sulla confezione. Gli ho fatto notare d’altra parte come se oggi si falsifica tutto dalle Ferrari al dentrificio, non vedo nessuna difficoltà a falsificare un marchio su una scatola di giocattoli. Questo per dire che evidentemente se c’è un paese produttore di prodotti falsi e pericolosi, è perchè esiste ed è compiacente un mercato dove distribuirli e leggi aggirabili in vari modi.
Purtroppo l’analisi di Rampini sembrava andare a senso unico, un’Occidente buono e socialmente evoluto dopo secoli di lotte e conquiste e una Cina appena uscita dal Medioevo che deve stare alle regole se non vuole “risparmiarsi un’ondata di protezionismo”.
E secondo questa analisi la colpa del demonio cinese è da riscontrarsi nella “nomenklatura comunista” corrotta che permetterebbe a quei diavoli di capitalisti di calpestare impunemente le leggi cinesi che potrebbero anche essere almeno sulla carta accettabili.
Invece è di questa settimana la notizia che la Mattel ha dovuto chiedere mondialmente scusa alla Cina perchè il difetto riscontrato nelle Barbie non era imputabile alla Lee Der, l’azienda cinese produttrice della celebre bambola, il cui dirigente si suicidò pochi giorni dopo lo scoppio dello scandalo.
Pace all’anima sua. Tutti allora gridarono alla colpa, tranne i dipendenti dell’uomo che lo difesero strenuamente come un persona integra e tutta d’un pezzo. Forse troppo.
La Mattel praticamente per poter immettere subito nel mercato i nuovi giocattoli, avrebbe ridotto i test sulla sicurezza, sfornando prodotti difettosi. Le vernici tossiche cinesi non c’entravano nulla ma si trattava di piccoli magnetini pericolosi se ingeriti e risultanti essere un difetto di progettazione imputabile direttamente alla Mattel, un errore “made in Usa” quindi.
Federico Rampini però nel suo articolo di ieri, 22 settembre non analizza così impietosamente l’accaduto, come pure sarebbe stato logico fare, anzi tiene a precisare che se la Mattel ha agito con così tanta leggerezza è stato a causa della fretta dei “dirigenti della Mattel di lanciare nuovi prodotti sul mercato prima della concorrenza e prima delle copie contraffatte”.
Alla fine è sempre colpa dei cinesi, il “giallo” (nel senso di colore) assume toni più sbiaditi ma rappresenta sempre un pericolo.
E quasi quasi dovremmo sentirci in colpa, suggerisce Rampini, in un altra sua conclusione lapidaria, se per un attimo abbiamo osato pensare malissimo della multinazionale americana, perchè così facendo si rischia di “dimenticare i dentifrici tossici, gli alimenti contaminati, i medicinali falsi. O il milione di “culle killer” sempre made in China – ritirate precipitosamente ieri dal mercato Usa dopo la morte di due neonati soffocati da una barra del lettino”.
Come sempre, il nemico non è fra noi in casa nostra e ci minaccia alla porta.

Annalisa Melandri
Fonte: www.annalisamelandri.it
Link: http://www.annalisamelandri.it/dblog/articolo.asp?articolo=326
23.09.07

Pubblicato da Davide

  • WONGA

    Comunque sia la Cina è uno stato autoritario e violento, e questo è un esempio di terzomondismo,ovvero dare la colpa al nemico tradizionale,gli Stati Uniti,l’unico vero moloch dell’antimperialismo.
    Che le multinazionali statunitensi siano criminali non ci piove,tuttavia,date le condizioni degli Stati Uniti è però bene capire che oramai imperialismo è una parola che si deve declinare sempre di più al plurale,di imperialismo non c’è soltanto quello statutinense,e se sottovalutiamo la Cina presto potremo trovarci ad avere a che fare con un imperialismo ben più lucido e spietato nei suoi intenti,di quello inetto e pasticcione di Bush e soci.
    Sicuramente la colpa è da attribuire a tutte quelle personcine che non avendo idee e un cervello per pensare e creare innovazione, preferiscono ”investire in cina” ovvero usare gli schiavi,tuttavia la nomenklatura comunista,vergognosamente corrotta e dispotica, non può essere assolta dalla colpa di tenere in stato di schiavitù una nazione intera,l’unica classe sociale che infatti si sta arricchendo in cina dalla globalizzazione sono proprio loro.
    Il pericolo giallo sussiste eccome,se non fermiamo l’emorragia di capitali che dall’occidente passerà alla Cina ci troveremo in un deserto industriale ed economico.
    Non di solo terziario vive l’uomo.
    Il capitalismo si sposterà dalla zona atlantica a quella asiatica,con conseguenze non propriamente positive per noi.

  • Mangudai

    Non sappiamo nulla di cosa stà succedendo in Europa, in Italia, o nella citta in cui viviamo, ma della Cina sappiamo tutto. Sappiamo che la Cina ci sta innondando di prodotti tossici, ma della Mattel che i coloranti al piombo gli ha sempre usati, questo no non si deve sapere. Non sapevamo nemmeno che la ricarica dei telefoni cellulari era una prerogativa italiana (dopo che Grillo ci ha informati), ma sappiamo che certamente gli unici ad arricchirsi é una classe politica cinese, corrotta e assassina.
    Quindi facendo quattro conti della serva, dovrei fidarmi delle notizie che giungono da quattro articolisti che forse non sanno nemmeno dove si trovi la Cina sulla carta geografica?
    Dopo aver letto il Rampini dovrei assumere un atteggiamento “politicaly correct” per commentare il suo articolo, ma!?! Credo che non userò più carta igienica, visto che le tonnellate di carta ci provengono dalla regione del Nanchino,(non si sa mai,forse qualche colorante al piombo….) pero sono ottimista, ci sono sempre gli articoli del Rampini.

  • WONGA

    Resta il fatto che qui si vuole assolvere la nomenklatura cinese.
    Il regime cinese è un fulgido esempio di come capitalismo e dittatura possano coesistere,di come insomma Lenin abbia torto: la democrazia non è necessariamente ”il miglior involucro del capitale”.
    Il mercato che doveva portare la democrazia ha solo portato altra ingiustizia,forse che le elites occidentali angloamericani credono di poter piegare pechino con il mercato?
    Non sospettano neanche lontanamente che sia pechino a piegare loro?
    Nei fanatici dell’ultraliberismo c’è una dogmaticità che mi fa paura…non perchè li renda più intrinsecamente malvagi ma perchè li rende ciechi.
    C’è una somiglianza una contiguità ideologica,tra l’elites dell’unione sovietica,che stava per collassare e l’attuale giunta neocon usa,curioso è infatti che molti di loro sono trotzkisti convertitisi in vecchiaia al vangelo del libero mercato,mi sembrano ottusi fanatici,ciechi.
    La classe dirigente di pechino è invece intelligente,flessibile ed al momento giusto quando negli anni ottanta avevano intuito che la barca del comunismo sarebbe affondata hanno fatto il salto della quaglia al di là della cortina di ferro,prima di vedere sfracellato il proprio potere come a mosca.
    Emmanuel Todd colui che ha previsto il crollo dell’unione sovietica,prevede d’altronde che presto sarà il turno degli stati uniti.
    Se i giornali hanno incominciato a veicolar l’idea ”del pericolo giallo” è perchè evidentemente qualche cosa nell’atteggiamento dell’america verso la cina sta mutando,e possiamo vederlo anche nel risalto che i media stanno dando alla situazione in birmania.
    Piccolo particolare:cosa ottengono gli states con la loro voce grossa?
    Un cazzo.
    La cina sostiene la giunta birmana,e gli stati uniti evidentemente non hanno nesssuno strumento di pressione nei loro confronti.
    I tempi sono mutati e stanno mutando,dire ok il colpevole va cercato sempre negli usa,tutto il resto è demagogia,significa non avere capito che l’ombelico del mondo si sta spostando.
    L’area di influenza degli stati uniti si sta restringendo…pare che il pakistan stesso fedele alleato usa,stia voltando le spalle al gigante americano per mettersi sotto la protezione della cina,gli investimenti cinesi in pakistan,infatti hanno oramai superato di gran lunga quelli americani.
    Tutto ciò è significativo di come gradatamente il continente asiatico stia passando sotto l’egida di pechino e di come l’america che progettava un nuovo secolo ”americano”impantanata in iraq, sia costretta a stare a guardare.
    Sia chi sostiene gli usa sia chi li contrasta a mio avviso ne sopravvaluta la forza.
    Al di là della vicenda singola è bene non scaricare sempre la colpa sullo zio sam per il sempilce motivo che rischia di passare la staffetta dell’imperialismo ad altre nazioni che possono essere molto più abili politicamente e militarmente a perseguire i loro obbiettivi,e che non hanno il fardello di un’opinione pubblica da dover trascinare.

  • Mangudai

    Qui nessuno vuole assolvere nessuno.
    Sprecare 25 righe per dire che i cinesi ti stanno sui c……i mi sembra una perdita di tempo.

  • WONGA

    Non i cinesi ma la nomenklatura che li opprime,ieri in nome del comunismo,oggi in nome del capitalismo,non c’è solo la multinazionale in cina ma anche chi prende la bustarella dalla multinazionale,più un sistema repressivo che crea un enorme arcipelago gulag,votato però al libero mercato:i Laogai.
    Vedi questo articolo:
    Laogai il gulag cinese è forte nell’export scritto da Blondet qualche tempo fa.

  • WONGA

    LAOGAI, IL GULAG CINESE, E’ FORTE NELL’EXPORT
    Maurizio Blondet
    29/09/2005
    Stanza di un LaogaiCINA – E’ la più nuova merce Made in China, e anch’essa è in offerta a prezzi stracciati sul mercato mondiale.
    Si tratta di collagene, quel materiale biologico che i chirurghi plastici iniettano per spianare le rughe e riempire le labbra.
    Quello cinese costa solo il 5% del prezzo a cui è venduto il collagene prodotto in USA e in Europa.
    Piccolo particolare: è ricavato dai cadaveri di condannati a morte in Cina.
    Lo ha scoperto un investigatore di Hong Kong, che facendosi passare per un uomo d’affari interessato alla «merce» ha contattato una ditta biotech nella provincia di Heilongjiang, nel nord della Cina.

    «Sì, estraiamo il collagene dalla pelle di prigionieri che hanno subito l’esecuzione, e di feti abortiti», ha confermato il direttore vendite dell’azienda.
    Aggiungendo che il governo ha consigliato di tenere la cosa «riservata», visto «il rumore che questa attività provoca nei paesi occidentali».
    Collagene umano Made in Cina è già stato venduto in Gran Bretagna, ha rivelato il quotidiano britannico Guardian, e probabilmente in altri Paesi europei.
    Quasi certamente, diverse signore sugli anta che si sono fatte «rifare» le labbra in Occidente, hanno in bocca i resti di un uomo che è stato liquidato con un colpo alla nuca, velocemente intubato dai medici (presenti sul luogo dell’esecuzione con un camioncino attrezzato) perché il cadavere resti «fresco» con la respirazione artificiale, e ripulito di reni, fegato ed altri organi.

    Benvenuti nel Laogai, il Gulag cinese. La parola, che significa «riscatto attraverso il lavoro», è il nome collettivo dell’infinita rete di prigioni e campi di concentramento dove i condannati sono costretti al lavoro forzato.
    Ma c’è una differenza rispetto al vecchio Gulag sovietico: con il passaggio al capitalismo, i lager cinesi sono stati trasformati in aziende.
    Di successo, e grandi esportatrici.
    Spesso, i lager cinesi hanno un secondo nome, diciamo così, commerciale.
    Così la prigione numero 1 di Pechino appare sul mercato come «Qinghe Magliera Fine» (le detenute vi producono calze di nylon e di cotone per l’estero).
    La prigione di Chengde è nota agli operatori del settore come «Calzature in gomma Chengde» ed esporta scarpe per ogni tipo di sport, al ritmo annuo di 18 milioni di paia.
    La prigione di Cangzhou produce ed esporta apparecchi di misura in Giappone, Gran Bretagna e Corea con il nome di «Officine Meccaniche Cangzhou»: ha un fatturato di quasi 5 milioni di dollari l’anno.

    Molte di queste aziende a lavoro schiavistico hanno persino un sito internet, dove vantano la qualità delle loro produzioni, e dove i capi-carcerieri appaiono nella veste di «direttore generale», «amministratore delegato» e «direttore marketing».
    L’Arcipelago Gulag cinese produce ogni tipo di merce: carbone e tè, mercurio e mattoni, guanti e pietre da costruzione, cemento e motori, bestiame e impermeabili, compressori, tubi, cerniere e minuteria metallica, abbigliamento, oggetti-regalo. Quasi certamente i reggiseno a 2 euro in vendita dai cinesi in Italia, o gli ombrellini di carta colorata che ornano il bicchiere delle bibite, vengono dai centri di detenzione Laogai.
    La prigione di Quincheng, la sola di proprietà del Ministero di Pubblica Sicurezza (gli altri lager dipendono dal Ministero della Giustizia) produce, in gran segreto, materiale militare di natura ignota: è stata costruita con l’assistenza sovietica nel lontano 1958.

    Ma quanto è vasto l’Arcipelago Gulag cinese? E’ un segreto di Stato.
    In qualche documento ufficiale salta fuori la cifra di 1,7 milioni di prigionieri.
    Ma Harry Wu, un fuoriuscito cinese (dopo aver trascorso 17 anni nel Laogai) che spesso torna in Cina in incognito per mappare il fenomeno, ha localizzato oltre mille prigioni di lavoro e lager.
    E ritiene che questa cifra sia «solo indicativa».
    Wu calcola che la popolazione carceraria si aggiri tra i 4 e i 6 milioni.
    «Almeno 50 milioni di persone sono passate nel Laogai», dice: «non c’è persona in Cina che non abbia un parente o un conoscente che c’è stato».
    Le prigioni sono divenute fabbriche da export per una deliberata politica del regime. In un documento ufficiale del governo, intitolato «sulle attuali condizioni dell’economia Laogai» (1990) si ammette: «nel nostro paese, l’economia Laogai è una branca dell’economia…la proprietà socialista dei mezzi di produzione sotto controllo del popolo».

    Parimenti deliberato lo sforzo di rendere queste aziende schiavistiche altamente competitive e dedicate all’esportazione.
    Si legge nello stesso documento: «tra e merci prodotte dal Laogai, alcune sono già state classificate come prodotti superiori a livello nazionale; e alcune hanno raggiunto un avanzato livello di qualità mondiale. Molti prodotti sono anche esportati in varie parti del mondo, guadagnando non solo notevoli cifre in valuta estera, ma un’ottima reputazione per la nazione».
    Infatti: i pezzi meccanici prodotti dai forzati nella prigione numero 3 di Taiyuan, alias «Fabbrica di compressori a gas Taiyuan», hanno conquistato la certificazione ISO9001.
    Ovviamente, i «lavoratori» dei lager non costano nulla: il massimo della «competitività».
    Niente salario.
    I premi di produzione cui possono sperare, se superano le «quote», sono miglioramenti della razione alimentare.
    Quanto alle condizioni di lavoro, sono ovviamente peggiori delle peggiori fabbriche cinesi con lavoratori liberi.

    Un esempio di fabbrica libera, la Kingmaker della provincia del Guangdong, che produce fra l’altro le scarpe inglesi di marca Clarks: orario di lavoro medio di 81 ore settimanali, nonostante persino le leggi cinesi impongano la settimana di 44 ore.
    Paga oraria: 3,375 yuan (34 centesimi di euro, 70 lire).
    Le ore straordinarie, che per legge dovrebbero essere compensate il 50% in più, sono pagate meno: 2,5 yuan l’ora, circa 20 centesimi di euro, 40 lire.
    Ovviamente, i lavoratori della Kingmaker sono esposti a collanti e coloranti tossici senza alcuna protezione, a parte delle mascherine chirurgiche.
    Le gigantesche esportazioni cinesi (198 miliardi d dollari solo quelle verso gli USA) sono per lo più il frutto di lavoratori che guadagnano 40 centesimi l’ora, lavorano 13 ore al giorno, e non hanno né assistenza sanitaria né sussidio di disoccupazione. Quando, per lo più sui 40 anni d’età, cominciano ad avere difficoltà a tenere i ritmi di lavoro, sono licenziati in tronco senza alcuna liquidazione.

    Ebbene, nei lager è peggio. Nel campo di lavoro femminile di Xi’an presso Pechino, per completare un ordine di una ditta straniera, le donne detenute hanno dovuto lavorare dalle 5 del mattino alle 3 della notte seguente a fabbricare coniglietti di pezza.
    Al centro di detenzione di Lanzhou, diecimila detenuti sono stati costretti a pelare i semi di zucca e melone (poi messi in vendita come accompagnamento dell’aperitivo) con le unghie e coi denti, per oltre 10 ore al giorno, e all’aperto: alla fine quasi tutti avevano perso le unghie, molti i denti, e parecchi erano congelati.
    Il tutto, come al solito, senza paga.
    Ma ancor peggio è nei campi di lavoro estrattivi: nelle miniere di carbone già i lavoratori «liberi» muoiono per esplosioni e crolli con preoccupante frequenza; si può solo immaginare cosa accade (e non viene rivelato) nei lager.
    Nella prigione di Tongren, ribattezzata «Mercurio Tongren», i detenuti estraggono il mercurio dal minerale, il cinabro: un metallo altamente tossico, ma per i forzati non sono previste protezioni.
    Muoiono come mosche, ma l’azienda ha venduto all’estero il prodotto per quasi due milioni di dollari nel ’96.

    Del forzato cinese non si butta via niente. In vita viene usurato da ritmi infernali di lavoro in ambienti pericolosi.
    Quando è condannato a morte, viene ripulito degli organi interni.
    Si conosce il caso di una sedicenne, chiamata Li e arrestata per «delitti controrivoluzionari», a cui è stato tolto un rene il giorno prima dell’esecuzione.
    Senza anestesia.
    In certi casi, quando occorrono cornee da trapianto, il detenuto non viene ucciso con un proiettile in testa, ma al cuore.
    Benvenuti nel Laogai cinese, il Gulag S.p.A.
    Questa è la Cina altamente competitiva.
    E questi sono i metodi con cui fa concorrenza alle nostre industrie.

    Maurizio Blondet

  • Mangudai

    Il sensazionalismo di Blondet é noto a tutti.
    Se vogliamo essere rigorosi e realisti come quando c’era il re, bisogna sapere che il collagene estratto dai presunti cadaveri non và bene nemmemo per lavare i pavimenti, per quanto riguarda invece quello estratto dai feti, é opportuno sapere che é pratica consueta nei paesi occidentali Italia compresa, e nessuno se ne scandalizza a parte Blondet, famoso conoscitore della Cina nonchè esperto.Se le multinazionali fondassero il loro bussines sul collagene estratto da queste pratiche fallirebbero dopo 15 minuti. Nessun cadavere rimane “fresco” intubato e conservato in luogo freddo a parte la procedura di espianto degli organi, dove i protocolli sono rigorosi e sincronizzati al secondo, causando la perdita dell’organo stesso se non si osservano queste procedure. Per il collagene la storia é diversa, il cadavere non da nessun collagene!!!
    Se poi Blondet dimostra il contrario lo nomineremo per il Nobel.
    Per scrivere articoli come fà il nostro Blondet, bisognerebbe essere a conoscenza almeno dei fondamentali di Anatomia e Fisiologia Patologica ma credo che non ne sappia molto, se non niente.
    Mi fermo quì, perché il resto sono solo limerick per i quali tanti ne vanno pazzi.

  • WONGA

    Blondet riporta il risultato di un’inchiesta del Guardian,lo stesso Harry Wu fondatore della laogai research foundation,fuoriuscito dai laogai e abbastanza meticoloso nel non fare affermazioni a sproposito sostiene che tale pratica sia condotta.
    Se il collagene è estratto dalla pelle di animali perchè non potrebbe esserlo dagli uomini?
    Nel 2001 Wang Guoqi, un medico militare che cercava asilo negli Stati Uniti, disse a deputati Usa che questa pratica era comune, e che lui stesso aveva estratto parti e tessuti da 100 cadaveri. Recentemente inoltre un’altra inchiesta giornalistica, pubblicata dal quotidiano israeliano Maariv, ha appurato che la Cina è divenuta la meta preferita di israeliani che necessitano di trapianti d’organi.
    Ti riporto quest’altro articolo abbi la pazienza di leggerlo perchè porta una testimonianza diretta,secondo me non sono tutte stronzate,oltretutto anche la Cina per bocca di Huang Hiefu viceministro della sanità,abbia cominciato ad ammettere le sue responsabilità,facendole però ricadere sulla speculazione privata dei gestori delle prigioni e sui chirurghi che effettuano le operazioni.

    Ecco qui l’articolo:
    Organi del potere
    Reni, cornee, pelle: come il regime cinese lucra sul corpo dei condannati a morte

    Il medico militare cinese Wang Guoqi arrivò negli Stati Uniti il 30 aprile 2001, con un passaporto falso pagato 550 dollari. Aveva 38 anni, un passato ingombrante alle spalle e il terrore di essere perseguitato dal regime cinese.
    La prima cosa che fece fu di rivolgersi ad Harry Wu, il paladino dei dissidenti politici cinesi. Questi, detenuto 19 anni in un gulag cinese, riuscì a sua volta a fuggire negli Usa, dove fondò la Laogai Research Foundation, per far luce sul sistema repressivo cinese.
    Grazie a lui, il medico Wang potè rendere nota al mondo l’aberrante pratica cui in Cina venivano sottoposti i condannati a morte uccisi dal regime, ai quali venivano prelevati gli organi che venivano poi venduti negli ospedali militari.
    Una pratica perpetuata per anni, che il Guardian ha riproposto ieri in una nuova, orribile variante: l’utilizzo del tessuto epiteliale per realizzare prodotti da vendere all’industria cosmetica europea.
    Il medico Wang Guoqi era uno degli ‘addetti’ al prelievo. Tre mesi dopo il suo arrivo negli Usa, si trovò davanti ai membri del Congresso a raccontare come avveniva il prelievo.
    Entro pochi minuti dalla morte, ai deceduti giustiziati con un colpo di pistola venivano estratti reni, cornee, pelle. I soldati venivano pagati fino a 40 dollari per detenuto. Un rene poteva fruttare fino a 30mila dollari. Wang raccontò di aver preso parte ad oltre un centinaio di espianti.

    Dettagli raccapriccianti. “Asportavo pelle e cornee – si legge nella testimonianza resa ai parlamentari Usa nel 2001 – dalle vittime. In un paio di occasioni le persone venivano lasciate in vita intenzionalmente perché gli organi non si deteriorassero”.
    Spesso accadeva che, prima dell’esecuzione, al condannato venissero prelevati campioni di sangue per verificare se era compatibile col futuro ricevente. Nessuno dei detenuti ne era a conoscenza. Nessuno avrebbe volontariamente acconsentito all’espianto. In Cina il corpo è ritenuto sacro, e il consenso al prelievo è assai raro.
    Secondo il settimanale tedesco ‘Stern’, tra il 1960 e il 2000 sono avvenuti solo 35mila trapianti di reni in Cina. In una circostanza, Wang si trovò costretto a prelevare la pelle di un detenuto mentre il suo cuore palpitava ancora. Fu allora che decise di fuggire negli Usa, dove trovò Harry Wu. “Non sappiamo quante esecuzioni hanno avuto luogo – ha raccontato Wu a PeaceReporter – da quando, nel ’49, il Partito Comunista è salito al potere. Nessuna di queste è stata mai resa pubblica. Partiamo da due dati. Primo: Amnesty International stima che le esecuzioni siano 6mila all’anno. Secondo: il Chinese Medical Journal stima che i tre principali ospedali in Cina, due dei quali militari, realizzino ogni anno mille trapianti. Questo ufficialmente, ma in realtà sono molti di più. Il terzo dato è che in Cina la gente è assai restìa alle donazioni, e che non esiste un centro nazionale che coordina i trapianti. Allora, da dove vengono questi organi? In Cina è legale espiantare organi dai condannati a morte, e molto spesso sono persone che vanno al patibolo senza processo. E’ il governo che consente all’ambulanza di raggiungere il luogo dell’esecuzione per rimuovere gli organi. E l’ospedale è pubblico, i medici sono dipendenti pubblici. I cimiteri sono pubblici. Tutta la procedura è controllata dal governo. Quindi – prosegue Wu – lo stesso governo condanna a morte senza processo e poi decide di espiantare gli organi per lucrare sul corpo dei detenuti morti”.

    Cinquantamila dollari per un rene. Quanto può costare un rene? “Fino a 50mila dollari, dipende dall’ospedale, e dal paziente. Se si è stranieri costa di più. Il prezzo include tutto, operazione compresa”. Non si può chiedere chi è il donatore? “Il medico risponde che ‘per legge non si può, ma la qualità è comunque garantita'”. Un articolo del Guardian ieri riportava che la pelle dei detenuti viene venduta per produrre collagene per l’industria cosmetica. “Sono vent’anni che avviene, è una pratica che non si è mai interrotta”. Lei è stato in prigione per molto tempo in Cina. “Diciannove anni. Se fossi stato condannato la mia famiglia probabilmente non sarebbe venuta a reclamare il mio corpo, perché agli occhi del regime chi non rinnega le azioni del congiunto è oggetto di biasimo da parte della società”. Ma se il familiare del detenuto ucciso volesse comunque il corpo? “Non glielo darebbero. Per legge, i cadaveri dei detenuti vengono sempre cremati. Così ogni traccia dei misfatti scompare per sempre”.

  • WONGA

    Oltretutto il cadavere non da collagene presumo,a seconda dello stato di conservazione.
    In Cina utilizzano per le esecuzioni delle unità mobili che fra l’altro sono fornite dalla stessa iveco,che quindi possono eseguire sentenze e portare i cadaveri rapidamente in strutture apposite.
    Blondet non piace a tutti,ma quella che riporta ha tutti i contorni di un amara realtà.

  • Mangudai

    Guarda Wonga, tu sei libero di credere e scrivere ciò che vuoi, però evita di cimentarti in argomenti dove il sottoscritto (trapianti d’organi) ha un’esperienza più che ventennale.
    Ti potrei citare per filo e per segno quanto sia fantasiosa la ricostruzione dei trapianti ed espianti d’organo.
    Ti ripeto ancora:
    – il collagene non si ottiene dai cadaveri
    – non é possibile fisiologicamente e nemmeno secondo protocollo di patogenesi intervenire chirurgicamente su persona deceduta dopo esecuzione capitale, come il Guardian riporta.
    -ulteriore bufala, dopo un colpo di pistola nel cranio, qualcuno, sempre secondo il Guardian,ne estrae le cornee, incredibile! Lo sai la distanza che esiste tra il neurocranio e il bulbo oculare?
    Te lo dico io, nessuna.Quindi il Guardian e Blondet mi vorrebbero far credere che sia possibile un’espianto di cornee dopo un colpo d’arma da fuoco nel cranio? Solo questo postulato dovrebbe illustrare quale sia l’eresia scritta dal Guardian.Questi sono calembou.
    – Lo stesso discorso vale per il resto degli organi citati. Dopo esecuzione capitale descritta dal Guardian gli organi sono talmente danneggiati che non é possibile intervenire in nessun modo,in quanto compromessi dalla necrosi sviluppata,in quanto i centri nervosi danneggiati renderebbero l’organo irrimediabilmente compromesso per qualsiasi tipo di pratica chirurgica.
    Ultima riga Harry Wu, in libro paga del NED, dopo aver scritto gli articoli citati si mangia i fogliettini per non lasciare tracce.
    Lo ripeto nel blog si può dire tutto e l’incontrario di tutto, se il Guardian, Blondet e similia desiderano scrivere romanzi liberi di farlo, che tutti ci credano, questo é pretendere.

  • WONGA

    Non metto in discussione la tua competenza tuttavia il regime stesso ha fatto delle ammissioni,mi sembra strano che si tratti di una montatura…
    non ho competenza tale da poter confutare le tue asserzioni ma allora come spiegare le recenti ammissioni di Pechino,sia pure nel tentativo di dare la colpa non al governo centrale ma ai chirurghi che effettuano le operazioni?
    Per quanto riguarda la cornea mi pare che Blondet stesso nel suo articolo dica che l’esecuzione avviene con uno sparo nel cuore,non nel cervello.
    Il presidente dell’associazione israeliana dei trapiantati Amos Canaf sostiene che:
    «la Cina e le Filippine sono divenute le mete preferite perché i reni vengono prelevate da condannati a morte, i cui organi appartengono allo Stato, e perché i trapianti vengono effettuati sotto supervisione governativa».
    Lo stesso fa la società britannica dei trapianti senza trovare particolare incompatibilità nell’effettuarsi della pratica.

    ”19 aprile 2006: la Società Britannica dei Trapianti (Bts) ha accusato la Cina di vendere organi prelevati dai cadaveri dei condannati a morte.
    Per i chirurghi della Bts, un insieme di prove dimostra che, una volta espiantati senza il consenso dei condannati o delle loro famiglie, gli organi vengono venduti per i trapianti.
    Sebbene il numero esatto degli organi prelevati non sia noto, per la Bts potrebbero essere migliaia.
    La Società Britannica dei Trapianti condanna senza riserve ogni attività che violi i diritti umani o implichi una costrizione affinché una persona diventi un donatore di organi”, ha detto in un comunicato Stephen Wigmore, presidente del comitato etico della Bts
    Non so come venga condotta la pratica e non sono un esperto tuttavia esistono interviste filmate,quelle del servizio della bbc dove vengono filmate interviste compromettenti con funzionari che hanno ”prezzato” un fegato a 95000 dollari,dopo le quali infatti il governo di Pechino ha cercato di scaricare le responsabilità sui singoli individui che eseguono queste operazioni.
    …”la Bbc ha realizzato un reportage esplosivo. L’autore del servizio, Rupert Wingfield-Hayes, si era presentato all’Ospedale centrale numero uno di Tianjin, una città portuale a cento chilometri dalla capitale, chiedendo un fegato da trapiantare per suo padre. L’organo era stato offerto al giornalista per 94 mila dollari, consegna prevista entro tre settimane.
    Un funzionario aveva assicurato a Wingfield-Hayes che l’espianto del fegato era stato autorizzato da un uomo in seguito giustiziato. E aveva aggiunto che un aumento di esecuzioni capitali legato alla festa della Repubblica del primo ottobre aveva accresciuto la disponibilità di organi per trapianti.

    L’uso spregiudicato degli organi dei condannati a morte era stato denunciato in primavera dalla rivista cinese Caijing (Economia e Finanza), non nuova alla pubblicazione di approfonditi reportage di denuncia.
    In seguito Chen Zhonghua, un professore dell’Istituto Trapianti dell’ospedale Tongji nella città di Wuhan (il più avanzato del Paese) aveva sostenuto in un’intervista al South China Morning Post che la situazione “è confusa e disordinata” e le regole “servono solo per i donatori vivi, cioè una minima parte”. “Il 99 per cento degli organi – aveva spiegato il professore – provengono infatti dai condannati a morte”.
    Nell’intervista, Chen aveva aggiunto un particolare sinistro: gli ospedali specializzati in trapianti inviano pulmini attrezzati per sezionare i corpi dei condannati nei cosiddetti “execution ground”: gli spazi all’aperto dove avviene la maggior parte delle esecuzioni.”

    Prescindendo dalle mie competenze e da quelle di Blondet non credo che tutto questo sia un’invenzione…
    Poi per carità nessuno ha la verità in tasca,però mi sembra che nessuna delle organizzazioni sopracitate abbia avanzato dubbi su tale pratica.
    Oltre al Guardian anche l’independent è giunto alle stesse conclusioni in un altra inchiesta:

    21 marzo 2006: un’inchiesta dell’Independent riporta alla ribalta il fenomeno della vendita di organi prelevati da prigionieri cinesi giustiziati.
    Sono centinaia – rivela il quotidiano inglese – i cittadini benestanti giapponesi e di altri paesi che si stanno rivolgendo all’industria cinese dei trapianti di organi, disposti a pagare l’equivalente di decine di migliaia di euro per un rene o un fegato, spesso prelevati da detenuti giustiziati.
    Kenichiro Hokamura, 62enne uomo d’affari giapponese, ha cercato su internet la migliore offerta di questo mercato illegale.
    «Davanti a me, nella mia sola prefettura, c’erano 100 persone che aspettavano un rene per un trapianto. Potevo morire prima di sottopormi ad un’operazione”, ha raccontato il businessman, che due mesi fa ha contattato un mediatore giapponese in Cina, e 10 giorno dopo si è sottoposto al trapianto di rene in un ospedale di Shanghai.
    “Il mio traduttore mi ha detto che il ‘donatore’ era un giovane detenuto giustiziato. Il prezzo che ho pagato è di 6,8 milioni di yen (circa 50 mila euro)”, ha detto Hokamura.
    Si sono inventati tutto?
    Non lo so a me sembra di no.
    Poi ognuno rimane della sua opinione.

  • WONGA

    Huang Jiefu, vice ministro alla Salute, ha ammesso – nel luglio 2005 durante la Conferenza internazionale sui trapianti di fegato – che la maggior parte degli organi per i trapianti sono di condannati a morte.
    Quindi c’è un’ammissione ufficiale,anche se ripeto tenta di spostare la responsabilità dall’autorità centrale a chi esegue le operazioni
    altra testimonianza:
    31 marzo 2005: nell’Ospedale N° 3 della città di Guangzhou, collegato all’università Sun Yat-sen, i trapianti di fegato vengono effettuati in massima parte con organi prelevati da detenuti giustiziati, ha detto a Radio Free Asia un’infermiera dello stesso ospedale, intervistata via telefono.
    “Certo che lo sono”, ha risposto l’infermiera, cui è stato chiesto se gli organi vengano prelevati ancora prima della morte completa dei prigionieri, aggiungendo che “Si tratta di organi in ottime condizioni”.
    “Se l’operazione non presenta complicazioni – ha detto a RFA un funzionario del Centro Trapianti dell’Ospedale N° 3 – il prezzo di un trapianto di fegato può variare tra 200.000 e 300.000 yuan” (24.000 e 36.000 dollari Usa).
    Interrogato se gli organi vengano prelevati da prigionieri giustiziati, il funzionario ha risposto: “Per favore, non fate domande su come questi organi siano disponibili; in ogni modo, da anni facciamo nella stessa maniera”. Ha aggiunto che i pazienti in attesa di un trapianto riescono a ricevere un fegato in appena una settimana, o in un mese nei casi meno fortunati.

    Insomma le testimonianze ci sono e sono molte,le prese di posizione delle autorità ci sono…
    A me non sembra una bufala.
    Oltretutto non è incompatibile con il comportamento adottato da Pechino finora.

  • Mangudai

    Tanto meno io mi permetto di discutere le tue conoscenze.
    Mi attengo solamente a ciò che viene riportato e nello specifico questo:
    […]hanno in bocca i resti di un uomo che è stato liquidato con un colpo alla nuca, velocemente intubato dai medici (presenti sul luogo dell’esecuzione con un camioncino attrezzato)
    Bene ora Blondet o il Guardian dovrebbero spiegare ad un medico anestesista, come c…o si fà intubare una persona dopo un colpo d’arma da fuoco nella nuca…attendo delucidazioni sono molto ansioso di imparare.
    […]Si conosce il caso di una sedicenne, chiamata Li e arrestata per «delitti controrivoluzionari», a cui è stato tolto un rene il giorno prima dell’esecuzione. Senza anestesia. In certi casi, quando occorrono cornee da trapianto, il detenuto non viene ucciso con un proiettile in testa, ma al cuore.[…]
    Certo senza anestesia, ora voglio confutare questa enorme fregnaccia.
    Bene si opera chirurgicamente una ragazza senza anestesia viene tolto il rene e il giorno successivo avviene l’esecuzione. Primo, un tipo di intervento cosi non é scientificamente possibile in quanto il paziente dopo 3 minuti sarebbe cadavere (sempre che non lo tengano in vita magari con la famosa respirazione a bocca a bocca per ammazzarlo successivamente con un colpo al cuore per salvare le cornee)
    Ultimo dettaglio ma non ultimo, il rene in questione é da cestinare non più compatibile per un possibile trapianto, in quanto la mancata irrorazione sanguigna ha danneggiato irrimediabilmente l’organo.
    Poi molto prodigo di dettagli Blondet ci dice che per salvare le cornee non si colpisce alla nuca (bravo, molto bravo) ma al cuore, però nella sua scientifica delucidazione trascura un piccolo dettaglio ma determinante che non scrivo, perche sicuramente nel prossimo articolo Blondet sarà cosi accorto dal ricordarsene.
    Mi fermo qui dal discutere articoli romanzati e scevri da ogni confutazione, non dico scientifica ma almeno con un minimo di buon senso ora (siccome articoli come questo li ritengo offensivi all’intelligenza dei lettori) io non ho da convincere nessuno, e come hai detto ognuno poi rimane della propria opinione. (e per quanto mi riguarda non é vero, ovviamente parlo di me medesimo)
    Concludo qui la mia presenza.

  • Mangudai

    Gli articoli citati (Guardian e Blondet) non sono altro che bieca propaganda verso la Cina e i cinesi,della serie …come erano buoni i bambini arrosto con le patatine.
    Basterebbe che ognuno di noi procedesse, con uno spirito scevro da ogni pregiudizio, nella analisi degli articoli per capire che le cose descritte, primo non corrispondono alla verità, secondo sono menzogne, terzo menzogne ancora.
    Dimenticavo… “La Mattel ha fatto le scuse ufficiali al governo cinese per il caso “colori al piombo” ammettendo che la manifattura dei giocattoli corrispondeva esattamente alle procedure e ai parametri che la stessa Mattel richiedeva”

    Adesso il “Blondet di turno” oppure qualche “corrispondente di qualche periodico” si divertano pure a ricamare sull’argomento.