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FACCIAMO L'ECONOMIA-COME COSTRUIRE UNA NUOVA SOCIET DELL’ABBONDANZA

DI SERGE LATOUCHE
repubblica.it

Viviamo in una società della crescita. Cioè in una società dominata da un’economia che tende a lasciarsi assorbire dalla crescita fine a se stessa, obiettivo primordiale, se non unico, della vita. Proprio per questo la società del consumo è l’esito scontato di un mondo fondato su una tripla assenza di limite: nella produzione e dunque nel prelievo delle risorse rinnovabili e non rinnovabili, nella creazione di bisogni – e dunque di prodotti superflui e rifiuti – e nell’emissione di scorie e inquinamento (dell’aria, della terra e dell’acqua).

Il cuore antropologico della società della crescita diventa allora la dipendenza dei suoi membri dal consumo. Il fenomeno si spiega da una parte con la logica stessa del sistema e dall’altra con uno strumento privilegiato della colonizzazione dell’immaginario, la pubblicità. E trova una spiegazione psicologica nel gioco del bisogno e del desiderio. Per usare una metafora siamo diventati dei «tossicodipendenti » della crescita. Che ha molte forme, visto che alla bulimia dell’acquisto – siamo tutti «turboconsumatori » – corrisponde il workaholism, la dipendenza dal lavoro. Un meccanismo che tende a produrre infelicità perché si basa sulla continua creazione di desiderio. Ma il desiderio, a differenza dei bisogni, non conosce sazietà. Poiché si rivolge ad un oggetto perduto ed introvabile, dicono gli psicoanalisti. Senza poter trovare il «significante perduto», si fissa sul potere, la ricchezza, il sesso o l’amore, tutte cose la cui sete non conosce limiti. (…) Anche per questo ci serve immaginare un nuovo modello. Economico ed esistenziale. Così la ridefinizione della felicità come «abbondanza frugale in una società solidale» corrisponde alla forza di rottura del progetto della decrescita. Essa suppone di uscire dal circolo infernale della creazione illimitata di bisogni e prodotti e della frustrazione crescente che genera, e in modo complementare di temperare l’egoismo risultante da un individualismo di massa. Uscire dalla società del consumo è dunque una necessità, ma il progetto iconoclasta di costruire una società di «frugale abbondanza» non può che suscitare obiezioni e scontrarsi con delle forme di resistenza, qualunque siano i corsi e i percorsi della decrescita.

Innanzitutto, ci si chiederà, l’espressione stessa abbondanza frugale non è forse un ossimoro peggiore di quello giustamente denunciato dello sviluppo sostenibile? Si può al massimo concepire ed accettare una «prosperità senza crescita», secondo la proposta dell’ex consigliere per l’ambiente del governo laburista, Tim Jackson, ma un’abbondanza nella frugalità è davvero eccessivo! In effetti, fintanto che si rimane chiusi nell’immaginario della crescita, non si può che vedervi un’insopportabile provocazione. Diversamente invece, se usciamo da certe logiche, può risultare evidente che la frugalità è una condizione preliminare rispetto ad ogni forma di abbondanza.

L’abbondanza consumista pretende di generare felicità attraverso la soddisfazione dei desideri di tutti, ma quest’ultima dipende da rendite distribuite in modo ineguale e comunque sempre insufficienti per permettere all’immensa maggioranza di coprire le spese di base necessarie, soprattutto una volta che il patrimonio naturale è stato dilapidato. Andando all’opposto di questa logica, la società della descrescita si propone di fare la felicità dell’umanità attraverso l’autolimitazione per poter raggiungere l’“abbondanza frugale”. Come ogni società umana, una società della decrescita dovrà sicuramente organizzare la produzione della sua vita, cioè utilizzare in modo ragionevole le risorse del suo ambiente e consumarle attraverso dei beni materiali e dei servizi. Ma lo farà un po’ come quelle «società dell’abbondanza » descritte dall’antropologo Marshall Salhins, che ignorano la logica viziosa della rarità, dei bisogni, del calcolo economico.

Questi fondamenti immaginari dell’istituzione dell’economia devono essere rimessi in discussione. Jean Baudrillard lo aveva ben visto a suo tempo quando disse che «una delle contraddizioni della crescita è che produce allo stesso tempo beni e bisogni, ma non li produce allo stesso ritmo». Ne risulta ciò che egli chiama «una depauperizzazione psicologica », uno stato d’insoddisfazione generalizzata, che definisce, egli afferma, «la società della crescita come il contrario di una società dell’abbondanza». La vera povertà risiede, in effetti, nella perdita dell’autonomia e nella dipendenza.

Un proverbio dei nativi americani spiega bene il concetto: «Essere dipendenti significa essere poveri, essere indipendenti significa accettare di non arricchirsi». Siamo dunque poveri, o più esattamente miseri, noi che siamo prigionieri di tante protesi. La ritrovata frugalità permette precisamente di ricostruire una società dell’abbondanza sulla base di ciò che Ivan Illich chiamava «sussistenza moderna». Ovvero «il modo di vivere in un’economia post-industriale, all’interno della quale le persone sono riuscite a ridurre la loro dipendenza rispetto al mercato, e ci sono arrivate proteggendo – attraverso strumenti politici – un’infrastruttura nella quale le tecniche e gli strumenti servono, in primo luogo, a creare valori d’uso non quantificati e non quantificabili da parte dei fabbricanti di bisogni professionisti ». La crescita del benessere è dunque la strada maestra della decrescita, poiché essendo felici si è meno soggetti alla propaganda e alla compulsività del desiderio. Molte di queste opzioni implicano un cambiamento della nostra attitudine anche rispetto alla natura.

Mi ricordo ancora la mia prima arancia, trovata nella mia scarpa a Natale, alla fine della guerra. Mi ricordo anche, qualche anno più tardi, dei primi cubetti di ghiaccio che un vicino ricco che aveva un frigorifero ci portava le sere d’estate e che noi mordevamo con delizia come delle leccornie.

Una falsa abbondanza commerciale ha distrutto la nostra capacità di meravigliarci di fronte ai doni della natura (o dell’ingegnosità umana che trasforma questi doni). Ritrovare questa capacità suscettibile di sviluppare un’attitudine di fedeltà e di riconoscenza nei confronti della Terra-madre, o anche una certa nostalgia, è la condizione di riuscita del progetto di costruzione di una società della decrescita serena, come anche la condizione necessaria per evitare il destino funesto di un’obsolescenza programmata dell’umanità.

Serge Latouche
Fonte: www.repubblica.it
14.09.2012

Questo testo è parte dell’intervento che Serge Latouche farà al “Festival/Filosofia”

Traduzione a cura di Tessa Marzotto Caotorta

Pubblicato da Davide

  • andyconti

    Il consumismo non ha a che fare con i beni materiali ma con la vanita’ di esibirli.

  • Faulken

    Viviamo in una società che non rispetta il ciclo naturale della vita. Crescita è assorbire luce e dirigersi verso l’alto, le cose che crescono davvero vanno verso l’alto. Ma la crescita, prima seme o larva, è solo una parte del ciclo. La perversione di questa società e di questa economia è di voler imporre una sola parte del ciclo come il tutto come se fosse possibile e appunto non ci sia un limite, biologico e non solo. Un bombardamento continuo da parte di tutto il sistema attraverso i media, e non solo, basato su crescita, ipercrescita, contemporaneo, ipercontemporaneo distoglie sempre di più da ciò che è naturale e sano, semplicemente da ciò che è equilibrato, di cosa abbiamo davvero bisogno come essere umani su un pianeta non nostro (o non solo nostro) e di cosa facciamo del nostro tempo. Quanto alla frase di Baudrillard, piuttosto non li soddisfa allo stesso ritmo e soprattutto l’inganno c’è anche prima, non sono i beni materiali a soddisfare i veri bisogni dell’uomo. (A parte ovviamente quelli per una sana equilibrata vita dignitosa che non comporta credo il dover comprare un nuovo cellulare da 700 euro ogni due mesi)

  • andyconti

    Per forza comprano il cellulare nuovo, che altro modo hanno di distinguersi con la loro personalita’ mediocre?

  • Jor-el

    Essendo il marxismo fuori dagli orizzonti culturali di Latouche, egli si danna l’anima inseguendo l’inesistente “cuore antropologico della società della crescita” e scambia così l’assassino per la sua ombra, il capitalismo per il suo fantasma, il consumismo. Confondendo scienza e morale, Latouche individua nell’aspetto più odioso (ai suoi occhi) del capitalismo quel nucleo oppressivo che non sa mai come chiamare. Non sa, Latouce, che sono esistite forme di capitalismo di stato (in URSS, per esempio) senza consumismo e – guarda un po’ – senza pubblicità, dove pure c’era la crescita. Perché la crescita non è mai “fine a se stessa”, è sempre finalizzata alla valorizzazione del capitale. Ai capitalisti non frega nulla che i consumi diminuiscano o aumentino, che la gente compri telefoni o birre, interessa solo che il plusvalore sociale venga estratto e il profitto sia realizzato. La contraddizione reale non sta nell’ovvia illogicità della cosiddetta “crescita infinita”, ma nel rapporto di produzione capitalista. Nel rapporto fra lavoro e dominio. Il consumo non è necessario al capitale, il lavoro sì. E’ il lavoro, sempre il lavoro.

  • MrStewie

    Non ho ancora letto l’articolo, e non credo neanche che lo farò.

    Perchè dovrei leggere su CDC articoli della Repubblica?
    Perchè le parole possono essere vere a prescindere da chi li pronuncia?

    E’ vero. Ma è ancora più vero che è il contesto che genera significato, soprattutto il contesto inteso come “tempistica” per introdurre nel dialogo certe parole vere.
    E La Repubblica la tempistica la usa per l’informazione ad orologeria.

    Per usare una citazione (poco nobile, ma perfetta) di Lois Griffin sulla Fox: “Anche i fatti veri diventano falsi quando li reporta la Fox”

  • oriundo2006

    Si, e si dimostra nella produzione di cose ‘inutili’, come le armi, assolutamente fuori dal circolo di valorizzazione e che solo utilizzandole attraverso la loro ‘distruzione’ possono produrre un ‘valore’ per la società: anzi, la nostra economia è proprio in funzione non tanto dei valori d’uso ( e di scambio ‘naturale’ ) quanto dei valori ‘inutili’, astratti, puramente destruendi, al solo fine di perpetuare il meccanismo di accumulazione, nel parossismo del ‘lavurà lavurà’, anche se questo produce la morte del pianeta ( e di tanti innocenti: ma questo non interessa alla coscienza di ‘fine mese’ ).

  • Towelie

    Anche ottimi commenti diventano mediocri se non si legge l’articolo

  • Truman

    @MrStewie: se gli articoli di Repubblica qui sono rari un motivo ci sarà. Eppure nel sistema mediatico non sono i singoli articoli ad avere importanza, ma il modo in cui vengono proposti nel contesto giornaliero e poi pompati o dimenticati nel seguito. E’ allora lecito estrarre un articolo dal suo contesto repubblichino e metterlo qui a disposizione dei lettori per commenti anche feroci. Ma i lettori dovrebbero leggere prima di commentare.

    Se non leggono gli articoli e commentano alla cieca, forse hanno qualche problema.

  • Sokratico

    Come tutti gli intelligentoni, non hai capito una mazza: questi non sono “fatti” sono opinioni.

    Nella fattispecie, opinioni pertinenti e intelligenti. Anche repubblica, come anche il Corriere, ne riporta…tanto la gente non li legge e non fanno opinione.
    Come te…nella massa dei tipici lettori di Repubblica, sei riuscito a nasconderti nel mucchio!

  • daveross

    Tutto questo richiamo alla decrescita è tanto ammirevole quanto ingenuo. Davvero possiamo riuscire a diventare tutti dei San Francesco? Secondo me, la biosfera ci ridimensionerà o addiritturà annienterà da sè. Decresceremo, senza volerlo.

  • Tanita

    Giá. Dei ladri globali che saccheggiano ovunque non se ne parla, vero? Ah, sono co-proprietari di Repubblica. Questo ha tutta l’aria di NWO.
    Vai a raccontare a quasi tutti gli africani, ai palestinesi, ai poveracci ed oppressi del mondo, cos’é la frugalitá. Quelli con i quali le corporation farmaceutiche fanno i “lavori di campo”.
    Adesso che la bomba della carta straccia sta facendo implosione ci vogliono convincere che é meglio vivere “frugali” e poveri.
    Prima di tutti ci vorrebbe giustizia, quel tipo ideale ancora non realizzato dall’Umanitá.
    Giustizia. Basta di psi-ops, di autoattentati, di flag operations, di rapine globali, del verso della globalizzazione, del casiní delle finanze. Questa gente dovrebbe andare tutta in galera, gli possiamo rinchiudere nell’Hotel Bilderberg, nei superhotel del Qatar, nei loro fucking palaces. O in Guantanamo.
    Giustizia.
    Ad esempio una cosa semplice, come espropiare tutti gli appartamenti vuoti che si sono fregati i banchieri in Spagna ed altrove e darli a chi non ha casa. Nazionalizzare le Banche Centrali, toglierle dalle mani di questi barbari.

    Poi ci vorrebbe mettere in uso tutte le energie alternative al petrolio, che ce ne sono e in abbondanza ed abbiamo le tecnologie per svilupparle.
    Poi facciamo piazza pulita con i mass media delle corporation.
    Intanto anche la Monsanto, la Dow e tutte le corporation (associazioni per delinquere) che vogliono prendere il controllo della produzione alimentaria nel Planeta.
    GIUSTIZIA é una delle prime cose di cui abbiamo bisogno. Meno circo. Scusate il disordine, meglio smetto qui per oggi. Sono tropo indignata.

  • Cataldo

    Il fatto che non vi siano tanti alieni in giro 🙂 testimonia che forse .. forse.. l’intelligenza di una specie è incompatibile con l’evoluzione nel suo complesso, l’emergenza di una specie con tali possibilità è probabile sia definitivamente distruttiva per ogni ecosistema. Forse è il “filtro” di cui si parla in questo interessante libro: “Uno strano silenzio” di Paul Davies