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ESSERE UN RADICALE

DI GUY MCPHERSON
guymcpherson.com

Sicuramente riconoscerete questo simbolo, anche se forse non sapete il suo nome:

Quando scrivo questo simbolo sulla lavagna in classe e chiedo che cos’è, la risposta è sempre la stessa: “La radice quadrata”.

Rispondo “Sì, la sua funzione è di estrarre la radice, sia quadrata sia altra radice. Ma come si chiama?”

Segue prolungato silenzio, seguito da: “Il simbolo della radice quadrata”.

Do’ il via a una fragorosa risata.

“Davvero? Nessuno ha fatto matematica al primo superiore?”

Risata nervosa.

“Ho offeso tutti qui dentro al primo minuto del nostro incontro” Dico.

“Ora che questa cosa me la sono levata di mezzo, possiamo procedere.”

Lunga pausa prima della mia risposta: “Si chiama un radicale”.

Altra lunga pausa prima che io riveli il punto di questo esercizio.

“Si chiama un radicale perché conduce alla radice. Questa, inoltre, è la definizione di una radicale: cioè di chi va alla radice o all’origine.”

Utilizzo questo aneddoto per presentarmi alla classe.

Io, sottolineo, sono un radicale.

E mentre questa cultura ha convinto la maggior parte della gente che un radicale è una cosa non buona, simile all’anarchia, non è affatto una cosa cattiva, ed è ben diversa da ciò che la maggior parte della gente crede.

Su questo argomento, risuonano in me le parole di H. L. Mencken: “La nozione che un radicale è uno che odia il suo paese è ingenua e alquanto stupida.

Un radicale invece è uno che ama il suo paese più degli altri e soffre più degli altri quando lo vede allo sfacelo. Non è un cattivo cittadino che si è votato al crimine; è un buon cittadino portato alla disperazione.”

Un buon cittadino portato alla disperazione. E’ questa la giusta definizione. Alcune citazioni per dimostrare questo punto.


“Il perfetto pappagallo era lo studente perfetto….. Come studenti del liceo o di altre scuole superiori raramente mettevamo in questione la verità di qualsiasi affermazione. La nostra preoccupazione, invece, era di capire bene ogni frase pronunciata dai professori o letta sui testi. Immaginate l’effetto di anni di un tale esercizio su una mente in fase di evoluzione. L’abitudine a conformarsi mentalmente diventa quasi ineliminabile. Io ero solo uno di questa generazione di vittime. Quanti professori ci hanno detto che l’ordine prestabilito non era l’unica cosa che esistesse? E c’erano solo vaghe allusioni alla possibilità di cambiamento.

Non eravamo ribelli. Non eravamo pionieri. Non eravamo neanche dei devoti ed entusiasti pappagalli. Eravamo soltanto dei dischi sui quali veniva inciso il linguaggio della nostra generazione. In alcuni momenti, chiamati periodi di esame, ci si aspettava da noi la riproduzione di questi linguaggi, parola per parola, paragrafo per paragrafo.

Il sogno americano non si basava su “Vita, libertà e ricerca della felicità”, ma sulla determinazione di uomini d’affari a ridurre i salari e aumentare gli utili. Il sogno americano rendeva i ricchi più ricchi e teneva i poveri al suo posto.

Nel frattempo i guerrafondai, professionisti della distruzione all’ingrosso e delle uccisioni di massa, avevano preso il controllo degli Stati Uniti e delle loro politiche e conducevano tutti i giochi… Gli Stati Uniti della mia gioventù stavano scivolando sotto i miei piedi e svanendo dalla mia vista. Il Mayflower Covenant, la Carta dell’amore e dei buoni rapporti tra gli uomini di William Penn, il Bill of Rights di Thomas Jefferson, la Costituzione del 1789 che da bravo studente avevo imparato a memoria, il Discorso di Lincoln di Gettysburg e il Second Inagural erano diventati carta straccia… Avevamo trasformato i nostri aratri in spade e i rastrelli in lance, gli attrezzi da lavoro in armi e tecniche di distruzione e massacro.

A chi appartenevo io? Come potevo considerarmi? Ero un Don Chisciotte che combatteva inutilmente contro i mulini a vento? Ero io pazzo e i miei concittadini conservatori immobilisti invece sani di mente? O invece ero io soltanto sano di mente e loro impazziti?

Il mondo che vedevo intorno a me non mi piaceva per niente, era un mondo in cui le forze di distruzione avevano la meglio. Mi era stato insegnato a credere nella possibilità di ciascun individuo di raggiungere il benessere e lo sviluppo sociale. Mi trovavo invece in un mondo fortemente intenzionato a distruggersi.

Vivo negli Stati Uniti solo perché lavoro qui… Mi vergogno profondamente però di venire associato all’oligarchia che attualmente malgoverna, sfrutta, affossa e corrompe gli Stati Uniti ed il mondo.
Come individuo continuo a fare quello che posso. Vado in giro, parlo e scrivo per contrastare l’ignoranza, l’inerzia, la vigliaccheria. Credo che esista una nuova presa di coscienza sulla crisi e sulla gravità della minaccia che incombe sull’umanità. Esiste anche una crescente consapevolezza del fatto che le decisioni cruciali sono ormai state prese e che è in corso il processo di vaporizzazione della civiltà occidentale… Il mio personale contributo sta sempre più assumendo la forma di un aiuto “straniero” – rivolto a miei concittadini che quasi non conosco più.

Sono persone senza storia, deviati, delusi, impreparati, beffati. Sono persone che sempre più stanno abbandonando la ragione, l’istinto e l’emozione, impegnati solo in patetici e disperati tentativi di sfuggire a un destino nefasto che li sta accerchiando piano piano, come la nebbia avvolge lentamente una nave in mare.

Con la maggiore consapevolezza della reale situazione, cresceva in me la convinzione che dovevo fare qualcosa. Ho provato a parlare, scrivere, discutere, tenere lezioni e sono stato snobbato ed ignorato dai miei concittadini americani. Continuo a fare quello che posso in ogni occasione. Ho detto quello che avevo da dire dopo averlo pensato e approfondito. Continuo ad offrire il mio aiuto ai miei connazionali americani come si offre aiuto a un uomo che sta annegando e che una corrente impetuosa tenta di portarsi via ogni istante di più. Offro questo aiuto di buon grado, con speranza, con partecipazione.

Come il Vecchio Marinaio dico ai passanti preoccupati: tu hai scelto e stai seguendo un percorso che porta alla tua distruzione e probabilmente alla distruzione di centinaia di milioni di persone. Ti ho consigliato, mi sono opposto, avvertito, ho denunciato. Insisti a percorrere la strada della tua perdizione. Continui a correre, ignorandomi. Io continuo ad avvisarti. Tu non mi guardi e non mi ascolti. Non vedi le infinite e stupende possibilità che offre la vita che sono lì ai tuoi piedi, inutilizzate. Continui per la tua strada – la strada che milioni di altri uomini hanno percorso prima di te, illusi e corrotti da quegli specchietti per allodole che le società civili usano offrire ai loro devoti.

Ho girato le spalle all’Oligarchia Americana, al Sogno Americano, al Secolo Americano, all’Impero Americano, alla civiltà occidentale. L’intera catena delle società civili hanno portato luce, cultura, gioia e speranza a troppe poche persone mentre moltitudini di altre continuavano a vivere e morire nell’oscurità, nell’ignoranza, nella misera e nella disperazione. Ho voltato le spalle a questa miope ed opportunistica accettazione di ciò che è, perché sono convinto che potremmo davvero raggiungere, creare, toccare e cogliere una vita migliore e farla nostra, se solo riuscissimo a fare uno sforzo maggiore.
Ho bruciato l’ultimo ponte che mi collegava allo “Stile di vita americano” perchè sono convinto che le idee, i meccanismi, le tecniche e le istituzioni della civiltà sono state provate e riprovate tante volte ma sono sempre risultate inefficaci. Sono superflue ed obsolete perché se ne stanno definendo delle nuove, disponibili per chiunque voglia girare le spalle al passato e guardare al futuro con speranza, sicurezza, creatività, nella consapevolezza della necessità di un’azione concertata e radicale.

Dico addio alla civiltà occidentale. Senza alcun’ombra di rimorso cerco di bandirla dalla mia vita mentre cerco di bandire ogni altro spiacevole e dolente ricordo.

La mia separazione dalla civiltà occidentale e dalle sue modalità è quasi completa come la mia separazione dalle civiltà dell’antica Roma e dell’antico Egitto. Continuo a vivere negli Stati Uniti, centro di potere di questa civiltà occidentale, poichè questo fa parte del mio dovere, ma non ho più amore e partecipazione per essi di quanto potrebbe avere un emissario degli Stati Uniti inviato in una regione pre-capitalista dell’Africa Equatoriale o del Sud America. L’emissario vive nell’arretratezza ma non ne fa parte. Questi sono esattamente i miei sentimenti sui miei rapporti con gli Stati Uniti, dove devo continuare ad essere.

Chi poteva immaginare all’inizio del secolo che dopo un breve soggiorno all’estero sarei tornato su queste rive per trovare le rovine fumanti di gran parte di Los Angeles, Detroit e Washington saccheggiate e distrutte? Chi poteva prevedere il livello attuale di uso di droghe tra la popolazione, le ondate di criminalità, i tumulti, la ferocia delle forze di polizia? Ogni volta mi chiedevo: ma è davvero questa casa mia?

Questo paese ricco, drogato, debosciato, corrotto, inquinato, disilluso è un paese che mai avrei immaginato quando ero giovane. E’ una terra straniera ed ostile. Ogni volta che torno non riesco a dire serenamente: “Sono a casa”. Al contrario, ogni volta devo preparare me stesso a tornare in un ambiente straniero e per niente piacevole.

Nessuna persona pensante può accettare i fatti della vita attuale senza rendersi conto dell’urgenza della situazione. E’ la nascita di questa consapevolezza la causa principale delle ondate di protesta e distruzione in tutto il pianeta. Le reazioni sono più evidenti tra i giovani. Hanno la vita davanti. I genitori, membri della generazione precedente, sono meno reattivi alla situazione. Per alcuni di loro l’attuale situazione e’ persino migliore che in passato.

L’uomo disturba e sconvolge l’equilibrio della natura. La natura risponde e ristabilisce l’equilibrio. Passiamo la vita a costruire dighe e sbarramenti e prima che ce ne accorgiamo la natura è già lì che erode, corrode e rompe. L’acqua già inizia a scorrere giù. La natura è instancabile, persistente, implacabile.

Il mio mestiere è l’insegnamento. Insegnare, nel senso più lato del termine, significa trovare la verità, comunicarla a tutti quelli che vogliono sapere e radicarla nella vita della comunità. La verità è spesso spiacevole, noiosa e insipida per tutti quelli che posseggono una quantità smisurata di beni terreni, che hanno sete di potere e che sostengono una causa che favorisce pochi e danneggia molti. Per questo cercano di evitarla, di coprirla, di dimenticarla. E’ compito degli insegnanti, quale sono io da sempre, continuare a scoprire la verità, ricordare ai ricchi e ai potenti la sua importanza e il suo significato, portandola all’attenzione della gente e raccomandando che essa sola sia la pietra angolare della vita pubblica locale, regionale, nazionale e mondiale.

Ho avuto il raro privilegio di essere presente e in parte assistere al processo di distruzione di un sistema e alle prime fasi dello sviluppo di un modello alternativo di vita sociale. Se questa fosse per me l’unica cosa avuta dalla vita, sarebbe stata comunque una vita ben spesa. Sono grato per l’opportunità che ho avuto e spero che la mia gente possa vincere questa dura lotta, cogliendo sempre più le infinite opportunità di esperimenti creativi e di miglioramento duraturo.”


Le parole precedenti, come quelle di Mencken, risuonano in me. Sono state scritte da Scott Nearing e pubblicate nel 1972 nella sua autobiografia “Come nasce un radicale”. Aveva 89 anni a quel tempo. I riferimenti alla sua gioventù e alla prima parte del secolo ci offrono un quadro delle sue riflessioni fin dai primi anni del ‘900.

Un intero secolo dopo sono afflitto da una forma di radicalismo simile a quella di cui soffrì Nearing. Sono ignorato e denigrato quando denuncio quelle azioni che vengono prese semplicemente per puntellare un impero in declino, comprese le azioni militari senza precedenti prese nel Medio Oriente e in nord Africa.

Vengo ignorato e denigrato anche quando parlo degli ovvii segnali di ribellione della popolazione e dei probabili risultati di queste ribellioni nonché delle cause delle stesse. Invece aumentano all’improvviso le chiamate e le telefonate quando parlo dell’ovvia necessità di distruggere la civiltà industriale, questo sistema responsabile dell’estinzione di centinaia di specie ogni giorno, che ci fa ammalare, che ci porta alla follia, ci distrugge e ci priva della nostra unica casa.

Immaginate questa scena: ogni giorno passate davanti a una casa. In questa casa, un vecchio uccide 200 bambini ogni volta che passate davanti. Cosa fareste? La risposta a cui mi sono ormai abituato: passo davanti alla casa, mi tappo le orecchie per non sentire gli strilli e chiudo gli occhi per non vedere.

Non è uno scenario ipotetico, ed è anche peggiore di quello che ho immaginato. Non sono solo 200 bambini ad essere uccisi da questa nostra vecchia civiltà. Sono 200 specie. In altre parole, è genocidio. La maggioranza delle persone risponde che preferisce che questo sistema omicida continui così per sempre. Una piccola minoranza vorrebbe che finisse, preservando così un habitat per l’uomo del futuro per tanti anni ancora. Stranamente, solo poche persone sono motivate dal tipo di azione che possa preservare la vita, compreso l’habitat per gli umani.

Quanto sei radicale tu? Ami la vita? Sei disposto a combattere per essa?

Guy McPherson è professore emerito di risorse naturali e ambiente all’Università dell’Arizona, dove insegna e conduce ricerche da 20 anni. Ha scritto più di 100 articoli, dieci libri, di cui il più recente è “Via dall’Impero”; per anni ha concentrato il suo lavoro sulla conservazione della diversità biologica. Vive in un casa senza corrente elettrica fatta di paglia dove pratica la sussistenza con giardinaggio organico, allevando piccoli animali per uova e latte e lavorando con altri membri della sua comunità agricola. Per saperne di più: guymcpherson.com or email Guy at [email protected]

Fonte: http://guymcpherson.com
Link: http://guymcpherson.com/2012/06/on-being-a-radical/
26.06.2012

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di SKONCERTATA63

Pubblicato da Davide

  • Tanita

    L’Europa é troppo malata e da troppo tempo. L’Occidente di culla Europea.
    E ce l’ha fatta, nel trascorso del tempo, ad esportare la sua scintillante e sanguinosa gangrena dappertutto (1492 e le saccheggiate ed ocupate Americhe; la povera Africa, l’Asia, l’Oriente, persino le isole sparse qua e lá…)
    Come se non bastasse, vogliono fare una sorta di Paneuropa, un super-Stato, dimenticando tutta la Storia degli scellerati che lungo milenni hanno cercato di amalgamare l’incorruttibile e naturale bellezza della diversitá, dell’eterogeneitá: tutti pagano le amare, imperdonabili conseguenze dei totalitarismi.
    E’ una stirpe europea occidentale quella che attanaglia il mondo e si é ingoiata, attraverso la costruzione perversa di un’architettura corporativa il cui potere devastante e corruttore continua a mangiarsi ogni incipiente civiltá, incapace di spogliarsi della barbarie e della crudeltá che infila in patetica similitudine le catacombe dell’orrore che si rassomigliano tutte, sin da… sempre, nell’ingegneria della tortura che popola i libri di Storia, si tratti delle macellerie di cui si tratti, siano essi i Romani, la Santa Inquisizione, la Lubyanka di Stalin e i suoi gulag, i lager hitleriani, le massacri di Franco, la carneficina umana ed ambientale nel Vietnam, l’Appartheid sudafricano, la tecnologica Guantanamo vergognosa o la Scuola de las Americas dove i maestri allenarono i pupazzi latinoamericani nell’arte di trucidare l’uomo e la sua essenza, (uber alles Hiroshima o Nagasaki ma il sangue di tutti i morti, compresi quelli del 9/11, é tutto rosso), il mondo un’immenso teatro di marionette, d’ingerenze negli affari di tutti e tutto, ingerenze diaboliche classificate a dovere e secondo le circostanze, oggi come “posmoderne”. Cosí va avanti questo cancro che non é mai terminale e si arrangia per rodere l’Umanitá che potrebbe evolvere cosí semplicemente ma sceglie quasi consapevolmente ogni giorno la lenta agonia dello spirito, dell’intelligenza, dell’amore, dello sforzo creativo, della civiltá.

    Cosí si sente, con tanto dolore.

    Morti nel nome di Dio, del “uomo nuovo”, della “razza superiore”, della “libertá”, morti e sangue e orrore e saccheggi da sempre, barbari come siamo fino a quando riusciremo ad autoesterminarci o ascenderemo finalmente uno scalino nell’evoluzione che ahimé, dovrebbe essere naturale ma pare che non lo é tanto.