Emergenza coronavirus e crisi economica: come uscirne

Riceviamo e volentieri pubblichiamo

Appelloalpopolo.it

AI CITTADINI ITALIANI

Indice del documento

1. Sulla necessità di un dibattito sul fine, sui mezzi e sugli scenari ipotizzabili

2. I due possibili fini

3. Non si può fare come la Cina

4. Il paternalismo della classe politica è deprecabile e può essere disastroso

5. Le nostre osservazioni sui dati attualmente disponibili e una critica metodologica al Governo, all’ISS e alla Protezione Civile

6. Quali misure ulteriori e diverse di politica sanitaria in vista di una possibile seconda ondata epidemica

6.1. Evitare i divieti inutili e dannosi e consentire parzialmente lo svolgimento di attività fondamentali

7. Misure economiche urgenti di sostegno alla popolazione e alle imprese

8. Misure politico-economiche strategiche

9. Prendere atto che l’Italia oggi è un semi-Stato

10. Il contesto europeo e le ipotesi di “solidarietà europea”

10.1. Il MES e l’argine costituzionale tedesco

10.2. Conclusioni

11. LA NOSTRA PROPOSTA


1. Sulla necessità di un dibattito sul fine, sui mezzi e sugli scenari ipotizzabili

Cari giornalisti e cari direttori delle testate di informazione nazionali, che ci auguriamo vogliate apprezzare queste riflessioni e soprattutto i dubbi e gli interrogativi che esse intendono sollevare;

cari direttori delle testate di informazione online diffuse nelle contrade italiane, che speriamo darete spazio a questo nostro studio;

cari stimati intellettuali, che speriamo apprezzerete queste riflessioni, eventualmente dando ad esse qualche risalto;

soprattutto cari cittadini, che apprezzerete, condividerete e diffonderete il documento;

un evento straordinario ed imprevedibile si è abbattuto sull’Italia e si sta abbattendo sul mondo: la diffusione di un virus che si è rivelato per ora – e sottolineiamo per ora – a moderata letalità (numero di morti sul totale degli infettati) e a scarsa morbilità (numero di malati seri sul numero degli infettati).

Tuttavia, a causa dell’alta percentuale di soggetti infettati ma asintomatici o estremamente paucisintomatici, nonché a causa del non breve periodo di incubazione, il virus è ad alta contagiosità e, se lasciato liberamente circolare, da un lato provocherebbe un alto numero di morti in termini assoluti tra i cittadini più deboli – anziani con alcune gravi patologie croniche e soggetti immunodepressi per ragioni varie -, dall’altro farebbe collassare i Sistemi Sanitari Nazionali, provocando la morte anche delle persone altrimenti curabili.

In primo luogo, vorremmo suscitare un dibattito sul fine che il Governo e, in realtà, tutte le forze politiche nazionali si sono proposte e sui mezzi per raggiungerlo. Il fine determina i mezzi necessari. Non possiamo giudicare i mezzi se non in relazione al fine. Inoltre, ogni fine, comportando dei costi, deve essere non soltanto valutato in se stesso, ma collocato nel quadro della condizione attuale dell’Italia, quindi nella sua concreta perseguibilità.

Non vi è ragione per la quale i partiti politici, in Parlamento e fuori, gli intellettuali, le testate di informazione e i cittadini sulla rete di internet non debbano dibattere sul fine e non debbano riflettere sui costi e sui rischi che il perseguimento dei possibili scopi comporta nel breve e medio termine, nonché delle grandi scelte politiche che possono rivelarsi necessarie.

Il dibattito è dunque necessario. Può solo far bene. E noi intendiamo stimolarlo.


2. I due possibili fini

Il fine della immunità di gregge, enunciato in pubbliche dichiarazioni da alcuni Stati (per esempio Olanda, Gran Bretagna, Germania, Israele), è dubbio per numerose ragioni, riconducibili alla scarsa conoscenza del virus.

In ambito scientifico, le contestazioni dell’assunto dell’utilità dell’immunità di gregge sono diffuse.

Tra i tantissimi scienziati che si sono espressi in questi giorni, citiamo due medici e ricercatori italiani, Guido Silvestri e Andrea Cossarizza, i quali hanno scritto: “non sappiamo cosa contribuisca all’immunità contro questo virus (quale tipo di anticorpi? meglio gli anticorpi o cellule T? le citochine infiammatorie fanno bene o fanno danni?), non sappiamo quanto duri una eventuale immunità, non sappiamo come e se le mutazioni del virus la possano eludere (cosa comunque piuttosto ovvia da prevedere). Certamente se il virus persiste tra la popolazione si genereranno nuove mutazioni e aumenterà la sua patogenicità”.

Nessuno può dire con certezza che il virus non muterà a sufficienza per rendere l’immunità di gregge poco efficace.

Inoltre, chi studia il virus da decenni e in particolare nell’ultimo quinquennio aveva lanciato l’allarme, ipotizza che nel prossimo futuro potrebbero esserci ulteriori ondate epidemiche di questo virus, come è avvenuto per la temibile influenza spagnola del 1918, la quale non si “limitò” a colpire soltanto le componenti più fragili della società, ma uccise moltissimi giovani.

Infine, il raggiungimento del fine dubbio, richiede molto tempo – due anni ha dichiarato l’Istituto Koch – perché, a causa dell’alta contagiosità e del rischio di collasso del SSN, è necessario prima portare, attraverso draconiane misure restrittive, la contagiosità (parametro R0) a un livello molto basso, per poi farla oscillare per due anni tra valori inferiori a 1.

L’unico fine alternativo, in astratto, è lo sradicamento, ossia prefiggersi di arrivare a un livello di contagi giornalieri pari a zero.

Tuttavia, vi è necessità di lavorare nei campi per la produzione dei prodotti agricoli. Nei campi, lavorando all’aperto, la contagiosità è certamente più bassa che nelle fabbriche ma è comunque impossibile un completo distanziamento sociale: dunque vi saranno contagi.

Vi è necessità di lavorare nei lavaggi e nelle industrie di trasformazione dei prodotti della terra, dove il distanziamento sociale assoluto è impossibile e può essere attuato soltanto in parte.

Vi è necessità di tenere aperte le fabbriche, le quali possono stare chiuse due settimane, magari quattro e magari sei – però bisogna stare attenti al collasso – ma poi devono riaprire. Nelle fabbriche, trattandosi di luoghi chiusi, la contagiosità è per forza alta, nonostante le misure precauzionali che sono state e saranno prese.

Vi è necessità di tenere aperte le caserme e i presidi locali di polizia, carabinieri, vigili urbani, ecc..

Vi è necessità di tenere aperti gli ospedali.

Infine, vi è necessità di tenere aperti alcuni organi e uffici pubblici che svolgono funzioni essenziali, le quali non possono essere espletate lavorando da casa.

Tutti i nuovi infettati contageranno i familiari a casa.

Ciò spiega perché portare la contagiosità e i contagi a zero per quindici giorni (bisogna tener conto della possibile incubazione) è pressoché impossibile, salvo dopo che si siano infettati tantissimi operai, impiegati, dirigenti, militari, carabinieri, poliziotti, medici, infermieri, ecc., e sia raggiunta, in quegli ambienti, l’immunità di gregge (sempre che essa funzioni). Servirebbe un tempo estremamente lungo.


3. Non si può fare come la Cina

Molti dicono, e anche noi in questi giorni, a un certo punto, lo abbiamo pensato, che si deve fare “come la Cina”.

Tuttavia, l’esempio della Cina non sta in piedi, anche perché in Cina si è fermata interamente la produzione di una regione (oltre che di altri territori più piccoli) nella quale risiede 1/23 dell’intera popolazione nazionale: all’incirca la stessa proporzione che corre fra il numero di abitanti della Toscana e quelli di tutta l’Italia.

In questa regione i Cinesi hanno bloccato l’intera attività produttiva, dal lavoro dei campi, alle industrie trasformatrici, alle fabbriche.

Nel resto del Paese sono state imposte diverse forme di restrizioni e alcuni blocchi parziali della produzione.

Se fosse stato necessario i Cinesi avrebbero potuto fermare una intera regione (ci riferiamo soltanto all’attività di produzione di beni e servizi) per uno o due anni, perché il resto del Paese, sia pure in forma ridotta, avrebbe continuato a produrre beni e servizi.

L’Italia – e con essa altri Stati che abbiano più focolai e ampia diffusione su tutto il territorio nazionale – non potrà mai fermarsi radicalmente come si è fermata la Cina.

Sembrerebbe, dunque, che lo sradicamento non sia un fine perseguibile e che, arrivati a un certo basso tasso di contagiosità, sarà obbligatorio far oscillare questa contagiosità, alternando misure restrittive nelle varie parti del territorio italiano.

Sembrerebbe che, in un modo o nell’altro, con il Covid-19 ci si debba convivere, si generi o meno immunità di gregge e si generi, eventualmente, immunità molto utile o poco utile a causa dei mutamenti del virus.

È una triste conclusione (provvisoria) ma per ora è la conclusione del ragionamento.


4. Il paternalismo della classe politica è deprecabile e può essere disastroso

Ci auguriamo che l’analisi svolta nei due precedenti paragrafi abbia una falla. Ma vorremmo conoscere quelle svolte dal Governo e dai partiti di opposizione.

Crediamo che i cittadini abbiano il diritto di sapere dalla classe politica qual è il fine che essa si sta prefiggendo, qual è la strategia che adotterà per superare i problemi, apparentemente logici, qui sopra sollevati. Dalla classe politica, non dal solo Governo, perché è dalla dialettica Governo-opposizione che deve nascere la linea più efficace.

E invece in Italia, se il Governo tace in ordine al fine, l’opposizione non parla.

Come possono i cittadini esser certi che la classe politica che non parla stia pensando?

Come possono i cittadini escludere che la classe politica stia affrontando l’emergenza alla giornata, senza aver chiaro il fine e gli ostacoli che ad esso si frappongono?

In ogni caso, senza dialogo, senza esternare i pensieri, senza discussione, senza dibattito, non si arriva mai ad un livello profondo di verità.

Una classe politica paternalista, che si prende cura dei cittadini senza spiegare il fine, le strategie, gli ostacoli, i rischi e i costi, e senza sollevare dubbi che i cittadini sono in grado di sollevare, merita di essere totalmente cestinata, senza alcuna eccezione. Essa infatti non suscita il dibattito, elemento essenziale della democrazia assieme al principio di maggioranza, e rischia di portare il Paese su una strada catastrofica che si sarebbe potuta evitare se dibattito vi fosse stato.

Il Governo e tutte le forze politiche devono dunque dire se pensano che i cittadini debbano tornare ad una vita quasi normale soltanto quando saranno trascorsi quindici giorni senza alcun nuovo contagio, come è accaduto a Wuhan, qualunque sia il tempo necessario per arrivare al livello di contagio zero; oppure devono dire che non credono che questo obiettivo sia possibile e pensano che torneremo parzialmente ad una vita di relazione già quando avremo raggiunto un certo basso livello del valore della contagiosità.

E devono anche dire come pensano che sarà la vita degli Italiani fino all’estate del 2021, nella ipotesi che il virus resti in circolazione o che comunque, dopo un eventuale rallentamento per il caldo estivo, torni a ottobre alla rapida circolazione che conosciamo.

Il popolo non è un gregge e la classe politica non è il pastore.


5. Le nostre osservazioni sui dati attualmente disponibili e una critica metodologica al Governo, all’ISS e alla Protezione Civile

Le statistiche riportano il numero di persone risultate positive ai tamponi, che al 1 Aprile 2020 è di 110574. Tuttavia, questa non può essere considerata una stima, neanche approssimativa, del numero effettivo di persone che hanno contratto il virus. Infatti, le scelte attuate riguardo a chi sottoporre al tampone, che peraltro sono anche variate nel tempo, fanno sì che questo sia un campione pesantemente distorto, di nessuna rilevanza statistica. Per di più, sappiamo che l’infezione può anche essere asintomatica, presentare sintomi lievi o di comune influenza, così che è probabile che molti casi sfuggano al conteggio.

Ma vi è di più. Non soltanto i casi dei ricoverati (e dei positivi) non dicono nulla.

A nostro avviso non dicono nulla nemmeno i casi di terapia intensiva, perché in ogni regione e probabilmente in ogni ospedale si segue una linea di cura diversa.

Infatti, alla data del 30 marzo, in Lombardia abbiamo 1330 ricoverati in terapia intensiva e un numero complessivo di ricoverati non in TI di 11815; 11861 sono i malati in isolamento domiciliare. In Piemonte 452 TI, 2985 ricoverati non in TI e 4218 in isolamento domiciliare. In Veneto i dati sono rispettivamente 356, 1653 e 5575. In Emilia Romagna 351, 3779 e 6639. In definitiva, in Lombardia il rapporto tra ricoverati non in TI e ricoverati in TI è 8,8 (in proporzione quindi, la Lombardia ha meno ricoverati TI delle altre regioni). In Veneto è 4,6, in Piemonte 6,6 e in Emilia Romagna 10,7. In Friuli Venezia Giulia è 3,8 (60 TI e 229 non TI) e in Puglia è 5,5 (590 non TI e 106 TI).

Nemmeno si può pensare che le diverse linee di cura si compensino e che la media sia significativa, perché è ben possibile, e anzi probabile, che i medici dei vari ospedali abbiano deciso di cambiare linea di cura, che in alcuni ospedali l’alto numero di pazienti sul numero di posti in TI li abbia costretti a ridurre il ricorso alla TI e che, altrove, il basso numero di pazienti li spinga ad utilizzare per il momento stanze di terapia intensiva ancora libere. Ciò anzi, purtroppo, spinge ad ipotizzare un’alta velocità di occupazione dei posti di TI nei primi tempi, con conseguente errata previsione relativa all’avvicinarsi del picco.

Purtroppo, nemmeno guardando i decessi positivi a Covid-19 sembra si possa capire l’evoluzione dell’epidemia. Infatti sta emergendo un aumento della mortalità generale (a marzo) soprattutto nei comuni più colpiti, che non viene evidenziata dai dati.

Ne consegue che anche la stima della letalità del virus, valutata dividendo il numero dei decessi per quello degli infetti, non può essere considerata come statisticamente rilevante. Ci pare quindi ragionevole concludere che al momento – sottolineiamo al momento, perché altri Italiani hanno certamente superato l’infezione – il numero di infetti è almeno 10 volte superiore all’attuale numero di positivi al test (come conferma anche il caso Vo’ Euganeo).

Un indizio si trova nel test su ampio campione effettuato nell’ospedale di Padova.

Ha dichiarato il direttore sanitario dell’azienda ospedaliera Daniele Donato il 27 marzo: “Ad oggi abbiamo effettuato tamponi su 4.411 dipendenti, ovvero il 62% di chi lavora all’ospedale di Padova, con 1.964 di loro a cui è stato effettuato più di un tampone. In tutto sono 71 i positivi, di cui 3 ricoverati e quattro guariti. Tra questi ci sono 33 medici di cui 20 specializzandi, 21 infermieri e 7 operatori sociosanitari. Al momento sono ricoverati due medici e un infermiere, mentre sono guariti 3 medici e un operatore sociosanitario”.

I positivi dunque, in un ambiente particolarmente esposto (il personale sanitario è più colpito, anche in termini di morti, delle altre categorie) e in una provincia particolarmente colpita rispetto alla media italiana, sono un po’ meno di un sessantesimo. Ovviamente è probabile, anzi certo, che ci sia personale sanitario ormai guarito, risultato negativo al tampone. Ma la percentuale degli infettati guariti dovrà necessariamente essere stata parecchio più bassa nel mese precedente e ben più bassa in quello ancora precedente.

Sulla base di quanto detto sopra, la letalità del virus si attesta probabilmente su un numero inferiore all’1%. Inoltre, la letalità non è uguale a tutte le età ma presenta un gradiente che culmina dopo i 70-80 anni, dimostrando di essere dell’ordine dello 0,1% fino a 50 anni.

Fatta questa premessa, crediamo che il Governo abbia gravemente sbagliato a diffondere una previsione dell’andamento dell’epidemia basandosi solo sui dati dei positivi al test, poiché dopo qualche giorno la stessa previsione – ovvero che il picco dei casi sarebbe stato raggiunto il 19 marzo – si è dimostrata del tutto non realistica. Escluso che sia significativa anche una curva basata sul ricorso alle TI, sarebbe stato opportuno avere i dati sui numeri dei pazienti intubati, i quali probabilmente segnalano un livello di omogeneità della malattia comune nei diversi ospedali.

Grave è dunque che il Governo, l’ISS e la Protezione civile abbiano consentito la quotidiana diffusione di dati che non significano niente e non abbiano raccolto gli unici dati che forse potevano dire qualcosa.

Comunque sia, allo stato attuale nessun tipo di dato sembra avere le proprietà statistiche necessarie per modellizzare una previsione ragionevole sulla tempistica del picco epidemico, come pure della decrescita fino alla fine dell’epidemia. Piuttosto che prevedere, dovremo accontentarci di vedere e constatare che nelle province più colpite i morti con coronavirus e i curati in terapia intensiva scendono sensibilmente.

La considerazione più importante riguarda le prospettive a cui si andrà incontro. Ci sembra chiaro che, dal momento che nessuno possa sapere con una accettabile certezza come evolverà l’epidemia nel tempo, il Governo dovrebbe indicare alla popolazione gli obiettivi che si è dato per governare l’emergenza. Qui proveremo a esplicitare alcune domande, già sopra accennate, a cui sarebbe importante avere risposta.

A che livello della curva epidemica pensiamo di alleviare le restrizioni imposte?

Quando non avremo più contagiati giornalieri, oppure quando avremo ridotto R0 (il grado di contagiosità) sotto il valore soglia di 1?

E a quale valore precisamente?

Ci sono misure, tra quelle adottate, che impattano sul contagio meno di altre, di cui potremo liberarci nel breve periodo?

Grave è, infine, il fatto che il Governo italiano abbia scelto come consulente colui che nel 2016 decise di chiudere il centro contro le epidemie, un personaggio che in una occasione pronunciò questa infelice frase: “credo che come per Grecia Portogallo Irlanda Spagna sia opportuno che gli Italiani sperimentino sulla loro pelle quello che “salvatori” come Amato Ciampi e Monti gli hanno finora evitato, solo provando quelle sofferenze potranno capire”.


6. Quali misure ulteriori e diverse di politica sanitaria in vista di una possibile seconda ondata epidemica

Prima di trattare il fondamentale profilo economico, vogliamo interrogarci sulla necessità di prendere o predisporre misure ulteriori e diverse, soprattutto con riguardo all’ipotesi, per fortuna remota, ma non esclusa da chi ha studiato questo virus ben prima della crisi (un ulteriore approfondimento si può leggere qui), che possa verificarsi una nuova ondata di contagio molto più aggressiva e letale di quella attuale. Il principio di precauzione impone di tener conto anche della ipotesi più catastrofica.

I principi che dovranno prioritariamente guidare l’azione saranno i seguenti:

  1. nessun sospetto malato dovrà recarsi presso le strutture sanitarie, bensì in grandi strutture dedicate (ad esempio padiglioni fieristici, caserme e se necessario ospedali da campo), nelle quali passeranno la quarantena sia gli infettati senza sintomi, sia tutti i malati che non avranno bisogno della terapia intensiva;

  2. in ospedale andranno soltanto i malati che necessitano di terapia intensiva, passando attraverso un corridoio sanitario dedicato. La terapia intensiva sarà svolta in padiglioni dell’ospedale radicalmente separati dagli altri.

Come si vede, si tratta di principi e metodi operativi radicalmente opposti rispetto a quelli seguiti dal Governo per gestire l’attuale fase di crisi, i quali hanno provocato migliaia di infezioni nel personale sanitario, concorrendo enormemente alla diffusione del contagio.

In parallelo bisognerà assicurare al SSN la disponibilità di tutte le risorse utili a contenere l’emergenza: dovremo essere in grado di produrre da soli e senza sosta i dispositivi di protezione individuale, le bombole di ossigeno, i respiratori e quant’altro fosse indispensabile. La produzione dovrà essere assicurata almeno finché la curva delle terapie intensive sarà bassissima e avrà raggiunto eventualmente il livello zero.

Allo scopo di garantire una campionatura statistica accettabile per provare a costruire modelli epidemiologici, i tamponi e i successivi test di positività dovranno essere eseguiti sui sospetti positivi e sui loro contatti più prossimi (a cerchi concentrici), oltre che su tutto il personale sanitario, a prescindere dai sintomi presentati. Lo stesso tipo di procedura dovrà essere implementato nei confronti di tutti i lavoratori che non possono rimanere a casa perché attivi in settori indispensabili dell’economia italiana (operai delle fabbriche, forze dell’ordine, ecc.).

Se necessario dovrà essere possibile reperire strumentazione anche da laboratori sia universitari che privati, e personale di laboratorio fino al termine dell’emergenza. Inoltre, per avere l’importante dato della effettiva immunità acquisita dopo aver contratto l’infezione, sarà auspicabile validare ed effettuare test sierologici di risposta anticorpale, anche ripetuti, su di un campione rappresentativo della popolazione nazionale.

In aggiunta e in accordo con tutte queste misure di rilevanza nazionale, si dovrà centralizzare la raccolta dei dati sanitari presso un apposito istituto di ricerca clinica e epidemiologica, per evitare le asimmetrie prodotte dalla autonomia regionale sia nella diffusione e analisi dei dati che nella gestione dell’emergenza.

6.1. Evitare i divieti inutili e dannosi e consentire parzialmente lo svolgimento di attività fondamentali

Sempre nell’ipotesi in cui il virus non scompaia con i primi caldi estivi o torni in autunno, sarà necessario evitare divieti di contegni che neanche lontanamente possano creare pericolo per l’incolumità pubblica.

Ad esempio, andare, anche in compagnia dei familiari conviventi, a passeggio nei boschi, nei sentieri isolati di campagna, sulle alte montagne, o a pescare a distanza di 40 metri da altri pescatori; oppure consentire ad anziani di fare piccole passeggiate la mattina presto e così via.

Inoltre, bisognerà consentire lo svolgimento, seppur eventualmente in misura limitata, di attività e funzioni che oggi sono pressoché impedite: per recare un esempio tra i tantissimi, si potrebbe garantire la prenotazione di prestiti bibliotecari, con ritiro su appuntamento, consentendo agli studenti, ai giovani ricercatori e ai professori, di prendere in prestito un elevato numero di libri per poter svolgere le proprie ricerche.


7. Misure economiche urgenti di sostegno alla popolazione e alle imprese

Per tutto il tempo dell’emergenza qualsiasi forma di debito sia di natura fiscale che bancaria andrà sospesa e messa in coda al proprio piano di rimborso, che dovrà prevedere lunghissime rateizzazioni; dovrà essere inoltre garantita la cassa integrazione guadagni.

Imprese

  1. Per tutto il tempo della crisi, i canoni di affitto e di locazione delle imprese che non utilizzano i locali, gli oneri concessori e i canoni per l’occupazione di suolo pubblico delle imprese che non utilizzeranno la concessione o il suolo pubblico, andranno stralciati prevedendo un parziale indennizzo ai proprietari degli immobili, i quali riceveranno dallo Stato e dagli enti territoriali la non imposizione fiscale dei tributi relativi agli immobili e ai fitti (cedolare secca).

  2. I crediti delle fatture emesse a far data dal 15 gennaio 2020, relative alle forniture commerciali, potranno essere ceduti dai creditori allo Stato, anche per il tramite di una sua agenzia. Il controvalore della cessione verrà pagato nella misura dell’80% della fattura emessa. I debitori ceduti potranno pagare l’importo dovuto con un piano rateale triennale, a partire dalla fine della crisi sanitaria.

Autonomi e professionisti

  1. I canoni di locazione andranno stralciati prevedendo un indennizzo ai proprietari degli immobili, i quali riceveranno dallo Stato e dagli enti territoriali la non imposizione fiscale dei tributi relativi agli immobili e ai fitti (cedolare secca).

Indennità ai nuclei familiari che non percepiscono stipendi o indennità di cassa integrazione

  1. Ai nuclei familiari che non percepiscono stipendi o indennità di cassa integrazione andrà attribuito un indennizzo mensile nella misura sufficiente a garantire l’approvvigionamento alimentare e dei medicinali, nonché il pagamento delle utenze domestiche, indennizzo che assorbirà l’eventuale reddito di cittadinanza già percepito.

  2. I canoni di locazione abitativa di tali nuclei familiari andranno stralciati prevedendo un indennizzo ai proprietari degli immobili, i quali riceveranno dallo Stato e dagli enti territoriali la non imposizione fiscale dei tributi relativi agli immobili e ai fitti (cedolare secca).

Protesti, esecuzioni e procedure concorsuali

  1. Durante il periodo di crisi, non sarà ammesso il protesto di assegni e cambiali dati in pagamento di merci e forniture né la pubblicazione nel registro dei protesti e la segnalazione nell’archivio CAI. I termini per la presentazione di assegni e cambiali ai fini del regresso cominceranno a decorrere 60 giorni dopo il termine del periodo di crisi.

  2. Devono essere sospese tutte le procedure esecutive fino alla fine dell’emergenza.

  3. Deve essere rinviata l’entrata in vigore del Dlgs 12 gennaio 2019, n. 14, “Codice della crisi d’impresa e dell’insolvenza”, che era prevista per il 14 agosto 2020. Peraltro, si tratta di una riforma perniciosissima sulla quale a tempo debito dovrà svolgersi un dibattito, che non c’è stato se non fra gli addetti ai lavori, i quali tra l’altro hanno espresso opinioni allarmate e allarmanti.


8. Misure politico-economiche strategiche

Anche sotto il profilo delle misure economiche di lungo periodo, si dovrà tener conto immediatamente della possibilità che il virus non vada via con il primo caldo o comunque torni in autunno, magari mutato e più aggressivo.

È perciò necessario approntare un piano di autosufficienza alimentare e dei beni necessari.

A tal fine occorre:

  1. imporre fin da subito divieti di esportazione per alcuni prodotti della terra, farmaci e altri beni necessari;

  2. imporre limitazioni all’esportazione di prodotti necessari che sicuramente eccedono il fabbisogno nazionale;

  3. stipulare accordi con Stati che non vorranno, non potranno o non dovranno (per la modesta diffusione del virus) limitare esportazioni di beni per noi necessari;

  4. controllare, ed eventualmente fissare, i prezzi dei prodotti agricoli e in genere alimentari, visto che la produzione non dovrebbe subire aumenti dei costi;

  5. garantire la manodopera in agricoltura ove dovesse mancare, anche subordinando l’accesso al sostegno pubblico all’accettazione di offerte di lavoro;

  6. limitare l’entrata di persone straniere in Italia fino a quando la crisi e il rischio di ripresa della crisi non saranno dichiarate concluse; a tal fine sarà altresì necessario prevedere il sostegno alle aziende turistiche che risentiranno della assoluta mancanza di turismo straniero nei mesi di aprile-ottobre;

  7. impedire il turismo degli italiani all’estero fino a quando il pericolo non sarà dichiarato cessato;

  8. limitare i viaggi di lavoro all’estero ai casi assolutamente necessari, sempre fino a quando il pericolo non sarà stato dichiarato cessato;

  9. effettuare investimenti pubblici idonei a più che compensare gli investimenti privati, che tenderanno a languire, e i consumi privati, che ugualmente crolleranno.


9. Prendere atto che l’Italia oggi è un semi-Stato

Non soltanto l’Italia non può fare come la Cina ma purtroppo non può fare nemmeno ciò che faranno tutti gli Stati: immettere la moneta sufficiente a compensare il prevedibile crollo del PIL, che sarà almeno fra il 10-15%, ossia circa 170-250 miliardi di euro (la piccola Danimarca ha già annunciato che immetterà nel sistema economico somme pari al 13% del suo PIL).

Gli altri Stati estranei all’Unione Monetaria Europea, infatti, grandi (Stati Uniti) o piccoli (Danimarca), con altissimo debito pubblico (per esempio il Giappone circa 240% del PIL) alto debito pubblico (per esempio Stati Uniti e Canada, rispettivamente 106% e 98% del PIL) o basso debito pubblico (per esempio Svezia, Svizzera e Australia, rispettivamente 39%, 53% e 41% del PIL) immetteranno nelle loro economie cifre gigantesche, nell’ordine del 10 o anche 20% del PIL se sarà necessario. Questi Paesi, ovviamente, non rischiano immediata inflazione: ma quand’anche dubitassero o pensassero che in seguito vi sarà una grande ventata di inflazione, le immetteranno ugualmente, perché il timore del rischio di inflazione dinanzi alla sciagura economica che si paventa è folle e insensato.

Purtroppo, come invero era prevedibile, l’Italia, assieme ad altri Paesi dell’Unione Monetaria Europea, ha perso la gara (i Trattati Europei la definiscono “competizione”) indetta con il Trattato di Maastricht e poi con l’adesione all’Unione Monetaria. Una gara che è avvenuta accettando regole tedesche e cestinando le regole che avevano consentito la ricostruzione e lo sviluppo del Paese per quasi sessanta anni. Sicché l’Italia ha una difficoltà a reperire denaro sui mercati, difficoltà che non avrebbe se avesse la sovranità monetaria e gli strumenti di controllo del tasso di interesse sul debito pubblico, che aveva prima del processo di avvicinamento all’Europa (ovvero alla Germania) culminato con l’adesione a Maastricht.

I cittadini italiani e il sistema economico nazionale non possono essere protetti dall’Italia, perché quest’ultima non è dotata di sovranità monetaria, e non possono essere protetti dall’Unione Europea, a cui anzi i Trattati vietano di soccorrere gli Stati assumendone i debiti o anche solo garantendoli (art. 125 TFUE: “no bailout clause”): la BCE è parte del quadro istituzionale europeo (art. 13 TUE).

L’Unione Europea è nata per proteggere il mercato unico, la concorrenza e per promuovere la competizione.

L’alternativa è, dunque, piatire aiuti che saranno sicuramente insufficienti, non paragonabili alle somme che saranno utilizzate dagli Stati con sovranità monetaria, e che ci costerebbero più di quanto costano agli altri Stati (per i quali il costo è nullo, salvo il rischio inflazione).

Invitiamo tutti gli europeisti a tener conto di questa drammatica situazione e ad abbandonare il loro fanatismo.

Davvero questa volta l’alternativa è tra vivere con coraggio e morire con paura.


10. Il contesto europeo e le ipotesi di “solidarietà europea”

In seguito alle misure di contenimento del coronavirus adottate dal Governo italiano, la caduta del PIL 2020 è stimabile, come detto, almeno tra il 10% e il 15% (il 30 marzo Confindustria ha stimato dal 6,1 in su; e Goldman qualche giorno prima ha previsto un crollo dell’11,6%), tenuto conto che per principio di precauzione va presa in considerazione la caduta massima anche in ragione della imprevedibile durata delle suddette misure. Fino ad ora, dunque, l’intervento anticiclico è totalmente insufficiente (25 miliardi di euro, pari all’1,3% del PIL, che dovrebbero salire in aprile a 50 miliardi complessivi, secondo dichiarazioni del Presidente del Consiglio).

Un tracollo di queste dimensioni, che va ad infierire su un’economia stagnante da lungo tempo e ancora lontana dai livelli di PIL precedenti alla crisi finanziaria del 2008, richiederebbe un’espansione del deficit pubblico di dimensioni insostenibili all’interno dei confini istituzionali dell’Unione Europea.

Come è noto, l’articolo 123 del Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea vieta alla BCE e alle banche centrali nazionali l’acquisto diretto di titoli di debito presso istituzioni, organi od organismi dell’Unione, amministrazioni statali, enti regionali, locali o altri enti pubblici, altri organismi di diritto pubblico o imprese pubbliche degli Stati membri.

L’art. 18 dello Statuto del SEBC consente di ricorrere al cosiddetto Quantitative Easing (QE), che consiste invece in acquisti di titoli pubblici da parte della BCE e delle banche centrali nazionali sul mercato secondario. Gli acquisti riguardano i titoli pubblici di tutti gli Stati dell’Unione, in modo proporzionale alle quote da essi possedute nel capitale della stessa BCE (“capital key”). Per l’Italia il capital key ad oggi è dell’11,80%.

Inoltre la BCE non può acquistare oltre il 33% di ogni singola emissione di debito nazionale (cosiddetto “issuer limit”); nel nuovo programma di acquisto annunciato il 18 marzo, tuttavia, entrambi i limiti sono stati di fatto superati e ciò consentirebbe una maggiore flessibilità all’istituto guidato da Christine Lagarde per intervenire selettivamente sui titoli di un singolo Paese.

Un altro programma di acquisto dei titoli pubblici della BCE, conosciuto come Outright Monetary Transactions (OMT), si rivolge anch’esso al mercato secondario ma è calibrato sui titoli pubblici a breve termine di un singolo Stato in difficoltà finanziaria, in modo da garantirne l’accesso al mercato e, possibilmente, di ridurre lo spread.

Il suo utilizzo, tuttavia, è legato giuridicamente all’attivazione di un fondo salva Stati conosciuto come Meccanismo Europeo di Stabilità (MES).

10.1. Il MES e l’argine costituzionale tedesco

Al Meccanismo Europeo di Stabilità (MES) si accede tramite richiesta dello Stato in difficoltà finanziaria, che verrà esaminata dalla Commissione Europea, dalla BCE ed eventualmente dal Fondo Monetario Internazionale. In caso di via libera definitivo del Consiglio dei Governatori del MES, lo Stato richiedente firmerà un’intesa (“memorandum of understanding”) con la Troika (Commissione Europea, BCE, FMI), che esporrà nel dettaglio le condizioni dell’assistenza finanziaria e ne monitorerà il rispetto. Sarà poi il Consiglio di Amministrazione del MES, composto da tecnici nominati dai Ministri dell’Economia dei singoli Paesi aderenti, a decidere se erogare la seconda e le successive rate del piano di assistenza.

Se ne deduce che la presenza di un memorandum non è l’unica forma di condizionalità conseguente all’attivazione del MES. Anche firmando un memorandum “leggero”, che eventualmente rinviasse ex post le politiche di aggiustamento richieste, lo Stato assistito vedrebbe condizionata ogni rata del programma di aiuti successiva alla prima, alla decisione di un consiglio composto da membri tecnici, oltre che alla ratifica del Parlamento tedesco, che secondo le ripetute sentenze della Corte Federale di Karlsruhe ha il diritto di sindacare non solo sugli strumenti di intervento previsti dall’Unione, ma anche sulla fase applicativa degli interventi stessi.

Dal Trattato di Maastricht in avanti, in effetti, la Corte Federale tedesca è intervenuta in risposta ai ricorsi via via presentati da parlamentari e privati cittadini su tutti i passaggi decisivi dell’integrazione europea, inclusi il Trattato di Lisbona, l’istituzione del MES e del Fiscal Compact, il Quantitative Easing, le OMT e l’Unione Bancaria.

Nell’evoluzione della giurisprudenza tedesca si è venuto consolidando il principio secondo cui spetta alla Corte di Karlsruhe e al Bundestag, “organo elettivo rappresentativo di tutti i cittadini”, valutare la compatibilità della norma europea con la Legge Fondamentale tedesca.

La Corte si è posta in termini favorevoli rispetto ad un approfondimento dell’integrazione comunitaria, purché il processo sia costantemente sottoposto al vaglio del consenso popolare, che deve esercitarsi non solo nell’assenso ex ante, ma anche nella fase di controllo. La tutela dei diritti costituzionali dei cittadini tedeschi si è declinata nelle sentenze della Corte secondo due principi cardine: la responsabilità generale di bilancio del Bundestag, in forza della quale la Germania non può sottoscrivere accordi internazionali che abbiano conseguenze di bilancio “non prevedibili, imprecise o non calcolabili”, e la stabilità dei prezzi, secondo cui il trasferimento da parte tedesca della sovranità monetaria all’Unione è costituzionalmente legittimo soltanto laddove le istituzioni europee, e in particolare la BCE, si astengano dal cosiddetto “monetary financing”.

In breve, non è credibile invocare un MES senza condizionalità per le ragioni che seguono:

  1. la “rigorosa condizionalità” è richiesta dagli artt. 125 (no bailout clause) e 136 TFUE, quest’ultimo introdotto nel 2011 con procedura semplificata per autorizzare gli Stati dell’Eurozona ad istituire un fondo salva Stati;

  2. è obbligatorio pertanto firmare un’intesa vincolante che preveda misure di aggiustamento strutturale (memorandum);

  3. in ogni caso, il Trattato MES prevede che sia il Consiglio di Amministrazione del fondo a decidere se proseguire il programma di assistenza finanziaria fino alla sua conclusione: in questo modo il Consiglio detiene un decisivo potere di ricatto sulla politica economica del Paese che ha richiesto assistenza;

  4. in aggiunta, il Bundestag potrà esprimersi su ogni esborso del MES, come da sentenza della Corte di Karlsruhe del 12 settembre 2012;

  5. soprattutto, allo stato attuale, le risorse del MES sono del tutto insufficienti a coprire le potenziali e prevedibili esigenze dei vari Stati dell’Unione Monetaria che avranno bisogno di liquidità.

10.2. Conclusioni

Tirando le fila del discorso, le opzioni sul tavolo di fronte a un’emergenza economica che va ben oltre i confini italiani e che investirà l’intera Unione Europea, si riducono a tre:

  1. il sostegno indiretto da parte della BCE ai Paesi in difficoltà finanziaria, che potrebbe avvenire senza alcun cambiamento formale dello Statuto BCE e dei Trattati Europei che, come detto, vietano il finanziamento diretto. Se l’acquisto da parte della BCE di titoli pubblici sul mercato secondario avvenisse in deroga al limite del 33% su ogni singola emissione di debito nazionale (“issuer limit”), come lascia intendere la Decisione sul programma di QE annunciato il 18 marzo, si avrebbe un finanziamento monetario di fatto: oltre alla ovvia considerazione che l’acquisto dei titoli di un Paese sul mercato secondario stimola la domanda di quegli stessi titoli anche sul mercato primario, va aggiunto che, superando il limite del 33%, la BCE potrebbe opporsi alla eventuale ristrutturazione della tranche di debito di quel Paese, sgravandola teoricamente dal rischio default. Su questa evoluzione del Quantitative Easing, tuttavia, pende la spada di Damocle della Corte Federale tedesca, che si esprimerà il 5 maggio prossimo. Soprattutto se i limiti del capital key e del 33% non saranno superati, ma con ogni probabilità anche se lo saranno, è illusorio pensare che il Quantitative Easing, per come è oggi, sia sufficiente a garantire stabilità sul mercato del debito pubblico; la potenza di fuoco della BCE, di qui alla fine del 2020, ammonta a 1.100 miliardi di euro complessivi, che si riducono a circa 150 miliardi di euro per quanto riguarda l’Italia. Considerando che il nostro Paese nel 2020 deve emettere altri 260 miliardi di euro di titoli pubblici solo per rifinanziare debito in scadenza (100 li ha già emessi nel primo trimestre) e che avrebbe necessità di emetterne almeno altri 200-300 per reagire alla caduta del PIL in corso, è facile comprendere come la copertura della BCE (200-250 miliardi totali a seconda della flessibilità usata nel programma di acquisto e dalla pronuncia della Corte di Karlsruhe del 5 maggio) sia fuori scala rispetto alle nostre esigenze, anche includendo nel calcolo i titoli italiani che la BCE ha acquistato nei precedenti programmi QE e che andrà a reinvestire una volta giunti a scadenza;

  2. la seconda opzione sono gli Eurobond nella loro formulazione pura, emessi da un’istituzione dell’Unione, come potrebbe essere la Banca Europea degli Investimenti (BEI), e garantiti da tutti gli Stati aderenti, eventualmente tramite società controllate dallo Stato che non rientrino nel perimetro del debito (per l’Italia in particolare la Cassa Depositi e Prestiti): anche in questo caso, tuttavia, verrebbero minacciati i principi cardine stabiliti dalla Corte Federale tedesca in merito al processo di integrazione europea: responsabilità di bilancio e stabilità dei prezzi, che possono essere difesi solo imponendo rigide condizionalità all’utilizzo della politica fiscale nazionale o comunitaria;

  3. la terza opzione è il ricorso al MES, probabilmente mascherato con l’emissione di Eurobond da parte dello stesso fondo salva Stati e con l’alleggerimento delle condizionalità formali fissate nel memorandum of understanding (condizionalità minime o più probabilmente solo rinviate ex post): come detto, tuttavia, le condizionalità informali sono altrettanto stringenti.

Dati i vincoli giuridici comunitari e soprattutto tedeschi al finanziamento monetario del debito pubblico e data la testarda predisposizione europeista dell’attuale classe dirigente italiana, che potrebbe essere disposta ad ulteriori cessioni di sovranità piuttosto che rinunciare ad un progetto sovranazionale nel quale ha investito tutto il suo capitale politico e la sua credibilità, la terza opzione risulta essere di gran lunga la più probabile.

Non va nemmeno trascurato l’aspetto geopolitico della questione. La prospettiva di un MES travestito da Eurobond avrebbe il supporto interessato della Francia, che si proporrebbe quale potenza ragionevole e federatrice rispetto alla rigida postura della Germania e, nello stesso tempo, limiterebbe i margini di politica economica degli altri Stati europei, Italia in testa. D’altro canto, la Francia avrebbe gioco facile a flessibilizzare i vincoli di bilancio per se stessa, come è sempre accaduto fino ad oggi. A sostenere una soluzione di compromesso, con ogni probabilità, sarebbero anche gli Stati Uniti, impegnati sin dalle origini a servirsi dell’Unione Europea per frenare le ambizioni tedesche ed impedire un incontro tra gli interessi strategici della Germania e quelli della Russia.


11. LA NOSTRA PROPOSTA

Alla luce delle osservazioni contenute nei paragrafi precedenti, è chiaro che, ricorrendo alla “solidarietà europea”, l’Italia avrà a disposizione meno liquidità, in proporzione alle necessità, rispetto a tutti gli altri Stati al mondo dotati di sovranità monetaria (e ai vincitori della gara indetta a Maastricht, che siano membri dell’Unione Monetaria); è chiaro altresì che l’Italia non potrà far fronte a tutte le sue necessità, come invece potranno altri Stati dotati di sovranità monetaria (o vincitori della gara europea), e che sarà sottoposta a condizionalità alle quali gli Stati dotati di sovranità monetaria o vincitori della gara europea non saranno sottoposti.

Questa sventura si può evitare soltanto violando unilateralmente i Trattati Europei. Non è nemmeno pensabile che la salvezza delle vite dei cittadini, il sostegno economico alle famiglie e alle imprese e i provvedimenti strategici necessari dipendano dal consenso degli organi europei e debbano attendere la pronuncia della Corte Costituzionale tedesca.

Non è pensabile accontentarci di meno di quanto avremo bisogno, a condizioni onerose e sempre che la Corte Costituzionale tedesca dica sì.

Non ha senso. Devono riconoscerlo anche gli europeisti più incalliti.

Pertanto, se non esiste al Ministero del Tesoro e in Banca d’Italia un piano di emergenza (il famoso piano B) che riesca a mettere in circolo con immediatezza, sia in biglietti sia in moneta bancaria tramite il circuito bancario, la nuova Lira, che inizialmente avrà circolazione parallela all’euro (tutti i soggetti saranno obbligati ad accettarla: una Lira varrà un euro), allora lo Stato italiano riterrà sospesi (violerà) gli artt. 123 TFUE – che vieta la concessione di scoperti di conto o qualsiasi altra forma di facilitazione creditizia da parte della Banca d’Italia allo Stato – e 128 TFUE, che riconosce alla sola Banca Centrale Europea il potere di emettere banconote in euro.

Il Parlamento italiano con immediatezza autorizzerà, con legge di conversione di un decreto legge, la Banca d’Italia a concedere al Tesoro un’anticipazione straordinaria pari almeno all’8% del PIL del 2019 al tasso dello 0%, con previsione di un ulteriore accredito pari al 7% del PIL, sempre al tasso di interesse dello 0%, salvo spese di conto determinate in misura fissa.

Con il predetto decreto legge saranno nel frattempo sottoposti ad autorizzazione amministrativa tutti i pagamenti e gli spostamenti di capitali dall’Italia verso l’estero.

Il Governo, per evitare il secondo accredito, predisporrà il piano mancante per l’emissione della nuova Lira, che circolerà soltanto in Italia come moneta parallela. Se non sarà possibile immettere la nuova Lira, si darà luogo al secondo accredito.

Verranno contestualmente introdotte severe pene detentive, da 10 a 20 anni di reclusione, per dirigenti e funzionari di banca, pubblici ufficiali, magistrati e chiunque altro si rifiuti o ostacoli l’esecuzione delle misure di legge indicate in questo paragrafo e di tutte quelle connesse.

Poi, quando la crisi sarà conclusa, si recederà formalmente dall’Unione Europea e l’Italia tornerà a percorrere la strada abbandonata già negli anni Ottanta.

Fonte: http://appelloalpopolo.it/?p=57222