ECONOMIA METAPOLITICA

ECONOMIA METAPOLITICA

DI VALERIO EVANGELISTI

carmillaonline.com

Ormai viene ammesso senza remore da commentatori di differente ispirazione, come Innocenzo Cipolletta e Loretta Napoleoni (1). Alle origini dell’attuale crisi economica ci sono le guerre in Iraq e in Afghanistan. Per finanziare imprese militari che gli Stati Uniti non potevano permettersi, l’amministrazione americana, attraverso la Federal Reserve, quasi azzerò i tassi di interesse, in modo da avere disponibilità dei capitali ingenti liquidi che le necessitavano. Tutti i governi occidentali furono obbligati, come sempre accade, a fare lo stesso per reggere il passo.


Simultaneamente gli Usa, in cerca di consenso a favore della guerra tra le classi medie, resero agevole – sempre tramite la Federal Reserve, che guida il comportamento delle altre banche - l’ottenimento di mutui per l’acquisto delle case, senza riguardi per la solvibilità degli acquirenti. Non lo dico io, lo scrive Cipolletta.Affluirono capitali, però in larga misura speculativi, attratti dalla pacchia che si profilava. Il mercato immobiliare diventò un nuovo Far West, un oggetto di conquista. Tutto ciò, nelle intenzioni, sarebbe stato riequilibrato dalle materie prime dei Paesi assoggettati. Non fu così. Le guerre divennero pantani, incapaci di compensare ciò che costavano. La finanza crebbe oltre misura, con un volume di scambi insostenibile. Chi aveva venduto titoli di dubbia consistenza, confidando in un imminente rialzo dei tassi, restò deluso. I mutui sulle case furono le prime sabbie mobili delle eccessive esposizioni bancarie; seguirono altre voragini.

Gli istituti di credito, a quel punto, tirarono frettolosamente i remi in barca, dopo un paio di naufragi illustri. Vendettero all’estero quote di debito in abbondanza, confezionate in pacchetti che includevano consistenti percentuali di pattume. Troppo tardi. La crisi non era più ciclica, ma strutturale. Digiune di prestiti, le compagnie europee non abbastanza solide cominciarono a chiudere, quelle più forti a delocalizzare. Il dogma monetarista, affermatosi dopo il tracollo del campo socialista e socialdemocratico, vuole che il costo del lavoro sia il primo da comprimere nei momenti difficili. Così è stato. Ovviamente i consumi, nei paesi occidentali, sono crollati, in vista di discutibili eden futuri nelle potenze economiche dette emergenti (Cina, Brasile, India, in parte Russia).

Peccato che laggiù larghi settori di popolazione restino esclusi da ogni sviluppo, e dunque non in grado di assorbire l’intera sovrapproduzione dell’Occidente. Peccato altresì che, via via che le nuove potenze emergono, siano in grado di produrre cloni o evoluzioni degli stessi manufatti tipici dell’Ovest, a volte di altissimo contenuto tecnologico.


Caduta del saggio di profitto, sovrapproduzione. Tra queste due coordinate, e altre conseguenti, ecco i fondamenti di una crisi niente affatto volatile. Potrebbe rimediarvi solo il raggiungimento degli obiettivi economici prefissati con le avventure militari. Nulla lascia prevedere che ciò sia possibile. Aprire altri fronti di guerra, provarci di nuovo? Malgrado le ringhiose esortazioni del governo israeliano, e di alcuni Stati arabi (come rivelato da Wikileaks), nessuno al momento se lo può permettere.

Si è parlato di “crisi di sistema”. In parte è vero, ma se per sistema si intende il capitalismo in senso lato, finanziario e produttivo, questo mai cade da solo. Se non contrastato, ha molte armi per reagire e sopravvivere. In primo luogo limitare la propria appendice voluttuaria, la democrazia (2). Desta invidia, in numerosi osservatori occidentali, il modello russo. Limitazione drastica del controllo dal basso, nell’ambito di un assetto economico niente affatto socialista, affidato a strati privilegiati costruiti dall’alto, pezzo per pezzo (con epurazioni periodiche, sotto pretesti giudiziari, dei tasselli che non funzionano o si rivelano troppo ingombranti). Analoga ammirazione suscita il modello cinese. Gli strumenti della vecchia “dittatura del proletariato” al servizio di una crescita prettamente capitalistica (checché ne pensi Diliberto), con classi egemoni create ad hoc. Coloro che criticavano “da sinistra” il socialismo reale, asserendo che la facciata nascondeva le forme di accumulazione del sistema che diceva di combattere, avevano ragione da vendere.

La vecchia arma primaria con cui il capitalismo affronta storicamente le proprie crisi, l’autoritarismo, è verificabile in tutto il mondo occidentale, Unione Europea inclusa. Questa non fa che generare organi centrali di controllo economico sottratti a ogni vaglio democratico e investiti di pieni poteri. Il monetarismo, la UE lo ha elevato a dottrina centrale e indiscutibile addirittura per costituzione (costringendo a votare di nuovo chi si era espresso contro, fino a non fare votare per nulla la sua ultima riproposizione, il “Trattato di Lisbona”). I parlamenti sono stati esautorati delle loro prerogative attraverso limitazioni di mandato, o meccanismi di voto alterati sino a escludere opposizioni ostili alla filosofia di fondo. Ogni impegno è volto a impedire che i cittadini possano influire sulle scelte determinanti che li riguardano.

Naturalmente, l’effetto è più sensibile nelle fabbriche, la cellula autoritaria per eccellenza. Guai a ostacolare l’efficientismo dei padroni, salvo una trasmigrazione delle aziende. Si pisci di meno, si mangi di meno, si lavori fino allo sfinimento, dal giorno alla notte. Altrimenti produrremo (senza peraltro vendere) dove la forza-lavoro costa quasi un cazzo, e dove i diritti dei lavoratori confinano con quelli della prima rivoluzione industriale. Sindacati gialli, forti solo di una base di pensionati iscritti a forza per presentare la dichiarazione dei redditi, applaudono entusiasti. Due ipotesi alternative: o non hanno capito nulla, o hanno capito troppo e sono complici. Buona la seconda.

Ma come si fa, senza riuscire a vendere ciò che si è prodotto (per esempio automobili), a tenersi sul mercato? Il fatto è che il capitale finanziario ha finito col sovrapporsi al capitale reale. Hilferding lo aveva previsto, ma anche Marx lo aveva intuito (con la formula D-M-D: si rilegga il primo volume de Il Capitale per vedere cosa significa). La “M”, merce, è comunque uscita di scena. Paesi prosperi come l’Irlanda o la Spagna sono messi in un angolo, declassati da entità futili quali le agenzie di rating. Agenti fasulli e obbrobriosi, che solo una teoria forsennata come il monetarismo, privo di qualsiasi base scientifica (come aveva dimostrato il compianto Federico Caffè in Lezioni di politica economica, Bollati-Boringhieri, 1980), poteva formulare. Ebbene, proprio il monetarismo è la dottrina ufficiale dell’Unione Europea. Non conta quanto un Paese sia vitale e produttivo. Conta, per valutarlo, il suo indebitamento. Verso cosa? Verso un debito complessivo più grande. Tutti sono indebitati. Specialmente l’Africa, il continente più ricco di materie prime e di giacimenti. Guarda caso, sembra il più povero. I suoi abitanti fuggono al nord inseguiti dalla fame. Chi li perseguita? Una povertà naturale? No, il debito. Chi è ricco diventa povero, chi è povero diventa ricco. C’è qualcosa che non va.

Uno spettro si aggira per l’Europa e per il mondo: è un errore di calcolo. Non ha niente a che vedere con l’economia propriamente intesa, cioè con la ripartizione delle risorse tra gli appartenenti al genere umano, cercando di far sì che esistano beni per tutti. E’ una follia collettiva che va oltre le atrocità del capitalismo, cioè la versione moderna del rapporto tra padroni e schiavi. Siamo alla servitù delle cifre, si produca o no. Siamo servi di un registratore di cassa in mano altrui, che pare manipolato da un folle. Ma folle non è poi tanto. Sceglie quale classe colpire, per farla vittima delle sue bizzarre matematiche. E’ sempre la classe subalterna, quella dei salariati e degli stipendiati. Tutto si tocchi salvo i profitti e le rendite, essenziali ai fini dell’algebra astratta del regno della finzione economica. Dove chi non produce guadagna, chi produce soffre, chi sarebbe ricco è povero, chi è povero lo è per calcoli immateriali e per flussi di ricchezza inesistente fatti apposta per non beneficiarlo.


Il “debito pubblico” è un’astrazione legata a un’ideologia stupidissima, oggi l’unica insegnata nelle università – il “monetarismo”, più la sua variante volgare, la Supply Side Economy, cara a Reagan, alla Thatcher, a Pinochet – e il sistema, vergognoso, vi ha costruito sopra un intero edificio teorico. Smettiamo di essere servi di un pallottoliere privo di senso.

Ma ricordiamoci anche di un vecchio motto: “Senza la forza la ragion non vale” (Andrea Costa, Avanti!, 1881). Non è un invito al terrorismo, bensì un’esortazione a tenere le piazze con la determinazione del dicembre scorso.



Valerio Evangelisti

Fonte: www.carmillaonline.com

Link: http://www.carmillaonline.com/archives/2011/01/003739.html

5.01.2011

NOTE

(1) Innocenzo Cipolletta, Banchieri, politici e militari, Laterza, 2010; Loretta Napoleoni, La morsa. Le vere ragioni della crisi mondiale, Chiarelettere, 2009.

(2) Cfr. Vladimiro Giacchè, La fabbrica del falso. Strategie della menzogna nella politica contemporanea, Derive / Approdi, 2008.

Commenti (33)

Per commentare accedi all area riservata con un account abilitato.

Nascondi area commenti 13 caricati
    1. victorserge 4 gennaio 2011

      egregio signor " a caso",
      perché non ce lo scrive lei un articoletto ben fatto; lo stiamo aspettando.

    1. Quantum 4 gennaio 2011

      Ma alla fine chi ha veramente guadagnato dalle guerre in Iraq e Afganistan?

      Per esempio, se è vero che la FED ha stampato dollari carta straccia per finanziare la macchina bellica, poi dopo scaricate le tonnellate di bombe e depredato l'Iraq del petrolio, questo a chi è andato?

      Se è vero che individui come i Rockfeller tanto per fare un esempio sono sia banchieri e azionisti della FED ma sono anche azionisti delle aziende petrolifere che stanno depredando l'Iraq...

      Dunque, i Rockfeller insieme con gli altri padroni della FED stampano soldi che prestano al governo che indebita per far fabbricare armi, un po' di gente lavora per fabbricare queste armi. Vengono scaricate sull'Iraq, da cui si va poi a depredare petrolio che una volta venduto porta denari ancora nelle tasche dei Rockfeller, che così incassano il denaro della vendita del petrolio, e quello del debito pubblico americano.

      Hanno fatto lavorare la gente per la macchina bellica, ma l'hanno anche fatta indebitare, e hanno mandato gente a scaricare bombe per prendersi altre risorse.

      Dico Rockfeller come avrei potuto dire Bush o altra famiglia di quelle che guidano questi sporchi giochi in USA e occidente.
      Non mi stupirei che gli azionisti di maggioranza della FED, delle industrie di armamenti e di quelle petrolifere fossero le stesse famiglie una cerchia ristretta, più o meno intrecciate da interessi economici, se non addirittura legami di sangue e familiari.

    1. Caleb367 4 gennaio 2011

      Probabilmente le guerre non avranno causato la crisi, ma certo l'hanno peggiorata. Non è un mistero che una buona parte dei guai dell'economia americana viene dall'essersi mostruosamente indebitata per sostenere delle spese militari semplicemente pazzesche. Una scorsa su Wikipedia fa venire i brividi: dal 2002 al 2008 le sole spese relative al dipartimento della difesa americano sono raddoppiate (da 400 a 800 miliardi di dollari), ed erano già ampiamente in cima alla lista dei paesi con maggiori spese militari. I prospetti di spesa che includono anche i costi "indiretti" (NASA, pensioni e indennità per i veterani, controspionaggio, ecc.) raggiungono l'improponibile cifra di 1,5 TRILIONI di dollari. In altri termini, ciò implica che la politica economica obamiana - per cui i repubblicani sono in rivolta - non sta avendo nessun effetto benefico, come voler tappare una falla con il chewing gum. Nessun mistero che russi e cinesi si stiano sbarazzando delle riserve di dollari il più velocemente possibile.

    1. Random 4 gennaio 2011

      Citazione dall'articolo:
      Alle origini dell’attuale crisi economica ci sono le guerre in Iraq e in Afghanistan. Per finanziare imprese militari che gli Stati Uniti non potevano permettersi, l’amministrazione americana, attraverso la Federal Reserve, quasi azzerò i tassi di interesse, in modo da avere disponibilità dei capitali ingenti liquidi che le necessitavano.



      Domanda di Random:

      Nel mio mondo, le banche non danno mai nulla senza avere minimo 10 volte tanto. Non è che l'America è stata finanziata per un investimento nel futuro?
      Appropriarsi e mettere le mani sui giacimenti petrolifici dell'Iraq è un buon motivo che ha portato le banche a finanziare l'intero circo americano.


      E' come la persona che fà un mutuo per comprare le attrezzature e il locale dell'impresa, nella speranza che dopo un certo periodo, rientrerà dei costi e inizierà il guadagno!!!!


      Personalmente spero che finiscano in TOTALE FALLIMENTO E PIGNORATI!!!!


      Per il modo sporco di fare impresa.....


      Avrei preferito un articolo che puntasse su questo.


      Random

    1. lantipatico 4 gennaio 2011

      A me pare un articolo del "cavolo".

      Fa confusione sul maccanismo causa-effetto.

      Forse c'è da spiegare acora qualcosa sulla guerra imeperialista?
      Cosa non è chiaro quando si parla di guerra che distrugge capitale per ri-creare sbocchi di mercato sulle macerie?

    1. Ricky 4 gennaio 2011

      La leggo e la rileggo ma questa analisi di Evangelisti é quasi la fotocopia di quella de Il Piú Grande Crimine di Barnard e sostiene piú o meno le stesse tesi.

    1. stefanodandrea 4 gennaio 2011

      Mi dissocio dai tanti consensi che l'articolo sembra suscitare:

      1) "Alle origini dell’attuale crisi economica ci sono le guerre in Iraq e in Afghanistan". Ossia se gli stati uniti non avessero dovuto fare le guerre non ci sarebbe stata la crisi? Bah;

      2) Non lo ha capito Evangelisti che è tutto un subprime? Come si spiega che in italia sono stati concessi mutui quarantennali, persino portabili agli eredi, per un importo superiore al 120% dell'appartamento acquistato? Come spiega la bolla immobiliare cinese? I capitalisti sono ormai titolari di rendite (marchi, brevetti, titoli) e siccome molti comuni mortali hanno piccole rendite (piccole case in affitto, un po' di bot; persino azioni) nessuno che dica che l'ideale per i lavoratori sarebbe che il capitale si SVALUTASSE o comunque (la Costituzione tutela il risparmio) NON SI RIVALUTASSE. Tutte le forme di lavoro sono state colpite (ad eccezione dei manager che hanno il compito di rivalutare il capitale risparmio degli azionisti). E, a titolo di esempio, vedi il punto 3);

      3) "E’ sempre la classe subalterna, quella dei salariati e degli stipendiati". Provi a chiedere a un amico che fa il direttore di banca. Gli chieda se c'è un bar (dico uno) nella sua città che vada bene economicamente. Al più il titolare, se ha investito soldi propri (del padre) riesce a darsi uno stipendio di tremila euro (ma con pensione da fame) lavorando settanta ore a settimana. Quando guadagna un lavoratore dipendente che lavori settanta ore a settimana (sabati e domeniche inclusi, quindi con relativi straordinari), compresa la pensione ormai misera? E i trecento, quattrocento cinquecentomila euro investiti, che non rendono niente e si svalutano. L'unico vantaggio di queste attività oggi è l'autonomia e l'evitare la subordinazione. Se poi si sono chiesti soldi alla banca, come in genere accade, il titolare terrà pure un regime di vita piuttosto alto (comunque non basso), per seguire le stolte mode consumistiche, ma non sta accumulando alcun capitale, sta svalutando il propriro e non sta costruendosi una pensione, nemmeno di quelle piccolissime che oggi si costruiscono i lavoratori subordinati. E quanti liberi professionisti (e parlo delle professioni protette, perché quelle non protette stanno peggio) camperebbero, nel senso che avrebbero lo stipendio di un lavoratore subordinato medio (e una pensione come quella del lavoratore subordinato medio) se pagassero le imposte dovute e se non si dessero, come sovente si danno, ad attività illecite o deontologicamente scorrette? Io credo che il 60% dovrebbero abbandonare la professione. E quanti commercianti che lavorano in franchising sono asserviti molto più dei dipendenti, con l'aggravante che essendo formalmente imprenditori si danno un lavoro (solo formalmente autonomo ma in realtà ultrasubordinato e servile) investendo capitale proprio? Ma dove vive Evangelisti? I ceti sociali dominati e che perdono terreno sono molto più numerosi di quello che crede. E' un pensiero da rifondazione comunista del 2%.
      4) Mi fermo. con analisi così ingenue e superficiale saremo sempre sconfitti. Figuriamoci se Cipolletta (il libro l'ho letto ed è abbastanza superficiale) potrebbe mai dire che il problema è strutturale. E i (sedicenti)comunisti lo citano. Comincino a rammentare che la massima dei comunisti veri era "chi non lavora non mangerà", mentre i comunisti di oggi dicono "reddito di cittadinanza". I comunisti veri asserivano un obbligo. I comunisti falsi un diritto. I comunisti veri erano cattivi: chi non lavora deve morire di fame. Quelli falsi di oggi sono buoni: non bisogna far morire nessuno, nemmeno chi non lavora. Taccio poi sulla democrazia: la democrazia è sempre stata la forma di governo preferita dagli imprenditori e dal capitale. Almeno questo un comunista lo dovrebbe dare per scontato. E invece si tratta di un'altra lezione dimenticata.

      Cominciamo a reinterrogarci sui fondamenti e muoviamo dal presupposto che se i partiti dei lavoratori sono finiti al 3% vuol dire che TUTTO CIò CHE HANNO SOSTENUTO NEGLI ULTIMI VENTI ANNI è RIDICOLO, SBAGLIATO, PUERILE E INSENSATO. Considerata l'età di Evangelisti egli dovrebbe muovere dal presupposto che ha sempre sostenuto idee sbagliate. Se lo facesse sarebbe un bel passo avanti.

    1. Rolfly 4 gennaio 2011

      concordo

    1. Nemesi 4 gennaio 2011

      Solita solfa annacquata di ideologia.

      A parte l'assurdo legame fra crisi e guerra in Iraq e Afghanistan, premesso che la guerra è sempre un evento disdicevole, c'è da aggiungere che per l'economia USA le guerre sono state sempre un "toccasana!.

      UNA IDEA DEVE ENTRARE NELLE TESTE DI TUTTI, bisogna puntare ad un mondo dove tutti abbiano pari opportunità, fatto ciò se uno diventa miliardario e l'altro arriva appena a fine mese non deve costituire un problema.

      Vivere in un mondo giusto, significa anche accettare che chi ha magari studiato, oppure ha rischiato nel mettere un'attività in proprio, venga premiato.

      L'Italia è un paese fondato sui privilegi e sperperi della burocrazia statale e parastatale, oltre ad una cricca di falsi imprenditori che come sanguisughe vivono di monopoli e privilegi, poi vi stupite che abbondino evasione fiscale, oppure che ci siano tanti morti sul lavoro.

    1. Tonguessy 4 gennaio 2011

      il capitalismo... ha molte armi per reagire e sopravvivere. In primo luogo limitare la propria appendice voluttuaria, la democrazia

      Non direi. La democrazia è stata inventata apposta per mettere al potere i padroni, ovvero i moderni capitalisti. Sono sempre loro ad avere le redini del potere, fateci caso. Nel caso della guerra di secessione americana quando gli industriali del nord ebbero bisogno di manodopera non esitarono a scontrarsi con i latifondisti del sud per sottrarre loro i negri che vi lavoravano. Sistema feudale contro sistema democratico. Vince quasi sempre la democrazia, chissà perchè......

      Ottima poi l'analisi della "servitù delle cifre", ovvero della matematica al servizio del governo democratico dei padroni.

      http://www.appelloalpopolo.it/?p=2481

      Bell'articolo, davvero.

    1. Decino 4 gennaio 2011

      Vero, verissimo tutto. Ottima visione d'insieme, senza parole..

    1. Lestaat 4 gennaio 2011

      Gli stati uniti erano in crisi ben prima di entrambe le guerre, le quali hanno, anzi, tenuto in piedi l'economia americana grazie all'industria bellica.
      Giocare ancora a Risiko sostenendo che tutto dipenda dalle nazioni è alquanto naif.
      Il dominio nella società occidentale della finanza è a prescindere da queste bazzecole, ed è l'unica responsabile sia delle guerre che della crisi economica.
      Con le guerre si conquistano posizioni geostrategiche per le fonti energetiche e il controllo politico (mentre nel frattempo si incamerano introiti per la produzione di armamenti), la crisi economica per entrare in possesso dei mezzi di produzione messi in piedi dalla popolazione nei momenti di credito facile.
      Parlare ancora di Stati Uniti come fosse il cuore dell'impero invece che semplice strumento è davvero ridicolo ormai.

    1. victorserge 4 gennaio 2011

      ci saranno pochi commenti a questo articolo.
      quando uno ha ragione, il dibattito inaridisce..........

Visualizzati 13 di 33 commenti approvati.