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Ecologia e sviluppo, un binomio insostenibile


di Simone Olla

L’efficacia dei mezzi di comunicazione di massa, in particolare della televisione, nel “condizionare” l’opinione pubblica è un dato di fatto: tale condizionamento (o formazione di consenso) può assumere forme differenti a seconda che l’oggetto sia un evento o uno stato mentale. Preparare l’opinione pubblica ad un evento significa prepararla alla guerra oppure alla restrizione delle libertà individuali oppure al cambio di moneta. In tutti i casi sarà un processo unidirezionale rivestito da un bene superiore: il bene della collettività. Preparare l’opinione pubblica ad uno stato mentale significa prepararla alla paura oppure alla sicurezza oppure alla tranquillità. Evento e stato mentale corrono su binari paralleli, si completano e si giustificano vicendevolmente. Per la nostra sicurezza (stato mentale) facciamo le guerre (evento). Il Patriot Act negli Stati Uniti è stato un evento possibile grazie alla costruzione di uno stato mentale, il bisogno di sicurezza. Le problematiche legate all’ambiente (inquinamento e surriscaldamento del pianeta, sfruttamento delle risorse naturali, deforestazione) sono affrontate dai media con un rigoroso taglia e cuci: ci si imbatte in tranquillizzatori che dibattono sulla questione ambientale senza mettere in discussione l’irreversibilità del sistema di società occidentale, ma capita pure di dover “ascoltare” il silenzio più assordante e l’indifferenza più totale. In questo senso, non considerare oggi le variabili del produttivismo, dell’industrializzazione, della meccanizzazione dell’esistenza umana significa porsi in maniera distorta di fronte alle tematiche ambientali. «Una vera politica ecologista -sostiene Alain de Benoist- va […] contro i postulati classici sui quali si sono fondati pressoché tutti i regimi che i paesi occidentali hanno conosciuto da due secoli a questa parte. L’ideologia della crescita è infatti stata comune tanto alle società capitalistiche quanto alle società comuniste o fasciste, tutte quante figlie della stessa modernità»(1). Focalizzare e interiorizzare la sfida ecologica presuppone necessariamente il superamento dell’ideologia del progresso la quale «sottrae l’uomo ai determinismi “naturali” […] per sottometterlo al determinismo di una storia necessariamente orientata. […] Se l’uomo è davvero uomo solo in quanto recide ogni legame con la “natura” e con le tradizioni che un tempo governavano la sua vita sociale, se ne deduce che le società tradizionali, che non hanno ancora interiorizzato i “benefici” dello sradicamento, raccolgono solo uomini imperfetti. Detto chiaramente: dei sottouomini»(2).

Una tale di presa di coscienza non è avvenuta a livello di pubblico, ma si è fermata ad uno stadio molto primitivo, quello che riguarda le élites del pensiero (siano esse comunità scientifiche o di opinione). In particolare, la politica italiana naviga a vista, amministra la quotidianità, non riflette su tematiche come queste per paura della trasversalità delle opinioni che metterebbe in discussione il teatrino dicotomico destra-sinistra. Più di un dubbio ci è dato di avanzare anche nei confronti dei “creatori” di opinione i quali si guardano bene dall’avanzare interrogativi nei confronti del paradigma liberale sul quale affonda le radici il sistema politico italiano ed in generale occidentale.

Kyoto e dintorni

Perché il pubblico non si preoccupa abbastanza delle condizioni di salute in cui versa il pianeta? Perché fa più paura il terrorismo internazionale piuttosto che il surriscaldamento della Terra? Lo stile di vita che conduciamo incide in maniera determinante nella formazione di un’opinione: è molto più pratico acquisire informazioni davanti alla televisione piuttosto che documentarsi su riviste specializzate, sui libri o cimentandosi in una ricerca su internet. La “fiducia comoda” che riserviamo al progresso o alle comunità scientifiche che hanno accesso ai media più importanti è causata dallo spirito dei tempi. Eppure qualcosa si muove se, come appare, non vi sono più dubbi riguardanti il cambiamento climatico in corso, strettamente collegato con l’abbondanza di gas a effetto serra presenti nell’atmosfera. Numerosi rapporti internazionali sul clima, sostengono che il livello attuale di CO2 (il principale fra i gas a effetto serra) nell’atmosfera sia di 379 ppm (parti per milione) di volume. Il limite massimo è stato individuato in 400 ppm, associando a questo valore un innalzamento della temperatura di 2°C rispetto al 1750, con gravi conseguenza su diversi ecosistemi. Ci siamo evidentemente già addentrati nel campo delle ipotesi, fra le quali non possono essere taciute l’innalzamento dei livelli dei mari (peraltro già in atto), climi più estremi, disordini ecologici e agricoli.

Preferiamo comunque fermarci allo stadio delle valutazioni oggettive (sia fisiche che numeriche), le quali fin d’ora sembrano dimostrare l’insostenibilità del modello occidentale. I decisivi responsabili delle emissioni di gas serra nell’ atmosfera sono proprio i paesi industrializzati, i quali (bontà loro) hanno affrontato il problema con una visione inevitabilmente globale, accompagnandola con un’azione locale. Siamo ancora molto lontani dal principio di responsabilità di Hans Jonas, secondo cui gli effetti delle nostre azioni debbono essere compatibili con il permanere di una vita autenticamente umana sulla terra, ma almeno si sta affrontando il problema (nonostante gli Stati Uniti –i maggiori responsabili delle emissioni di gas serra sulla terra- abbiano liquidato il Protocollo di Kyoto come dannoso per la loro economia).

Chi inquina paga

Lo spirito che guida i paesi sottoscrittori del Protocollo di Kyoto è il medesimo che possiamo riscontrare nei sostenitori dell’ecologia superficiale. Il termine, coniato dal norvegese Arne Naess, in opposizione all’ecologia profonda, riassume in sé l’orientamento liberale tendente a fornire una visione della natura come oggetto per utilità superiori. L’ecologia superficiale presuppone «una semplice gestione dell’ambiente, e mira a conciliare preoccupazione ecologica e produttività in termini di redditività, senza rimettere in discussione le basi del sistema di produzione e di consumo dominante»(3). Il commercio di emissioni di gas a effetto serra previsto dal protocollo in questione, fornisce legalità al principio secondo cui chi inquina paga, ignorando qualunque concetto relativo alla limitatezza delle risorse: consumiamo oggi “quote” d’aria pulita destinata a chi verrà dopo di noi.

Chi inquina paga, poggia sulle stesse basi di chi rifiuta l’abbassamento delle emissioni di gas serra nell’atmosfera in quanto non economico per le proprie imprese. La base comune è quella visione economicista e mercantile della vita umana e delle sue relazioni con la natura: a guidare le azioni dell’uomo non vi è infatti il miglioramento della qualità della vita, ma il profitto. Abbiamo talmente interiorizzato il principio che il denaro aggiusta tutto, che un approccio di questo tipo nei confronti del sistema terra, era prevedibile: i fatti in questione ci allontanano dal senso stretto di «rispetto della natura, [il quale] può essere tutt’al più una conseguenza indiretta e contingente del desiderio di massimizzare un’utilità individuale»(4). Il commercio delle emissioni di gas serra si inserisce in questa logica, elevando il mercato a regolatore neutro della vita dell’uomo.

L’Emission Trading, previsto dal Protocollo di Kyoto e normato in Europa da una direttiva dell’UE, sancisce la possibilità per le industrie di riversare nell’atmosfera delle quote di gas serra stabilite dallo Stato in cui la stessa industria opera. Qualora tali quote di potenziale di inquinamento venissero superate, le industrie pagherebbero in base alle quote eccedenti emesse, avendo due possibili strade da seguire: investire per ridurre le emissioni o acquistare crediti (inquinanti) da chi ne ha in eccedenza (operatori virtuosi che hanno inquinato meno di quanto potevano). Un commercio di inquinamento? «No, di emissioni di gas -sostiene Peter Vis, economista (?) e responsabile Emissioni Industriali della Commissione europea-. Il senso di questa direttiva è che le industrie possano amministrare in modo flessibile il proprio potenziale di inquinamento: se un’industria ha necessità di aumentare la produzione per soddisfare l’aumento di richieste dei suoi prodotti e quindi di sporcare di più l’ambiente, può comprare una parte della quota di emissioni di un’altra fabbrica che in quel momento non abbia bisogno di sporcare tanto». Ciò che muove il mondo dell’industria (e in generale degli operatori che “beneficeranno” del commercio di emissioni) non sarà, come non lo è stato finora, il rispetto dell’ambiente, ma la riduzione dei costi e la massimizzazione del profitto: il metro di valutazione rimane sempre quello economico. Un operatore dell’industria coinvolto nella logica della compravendita delle emissioni di gas serra, sceglierà evidentemente la soluzione meno dispendiosa anche se questa dovesse prevedere l’acquisto di crediti inquinanti per emettere nell’atmosfera più di quanto egli possa. Quantificare in termini monetari il peso di un’azione inquinante in un dato ecosistema, significa non solo ragionare con filtri che inquadrano la natura come oggetto in sé, ma pretendere di ripagare in termini di prezzo qualcosa (l’ambiente) che vive e si trasforma indipendentemente dal valore meramente materiale suo proprio, ma dipendente dalle azioni dell’uomo. Ci saranno luoghi nei quali inquinare costerà poco ed altri dove costerà di più. «La California Waste Management Board, ufficio californiano incaricato della gestione dei rifiuti, ha [in passato] pagato a una società di consulenza di Los Angeles, Cerrel Associates, una somma di un milione di dollari per individuare la popolazione del Pianeta che, in cambio di qualche risarcimento finanziario, “si opporrebbe di meno all’utilizzazione indesiderata della terra” (formula politically correct per designare il deposito dei rifiuti tossici)».

Il concetto di sviluppo fra Uomo e Natura

La questione dei cambiamenti climatici e del cambio di rotta nei rapporti fra Uomo e Natura, passa inevitabilmente attraverso una sensibilizzazione delle coscienza al problema. È necessario agire sulle cause piuttosto che sugli effetti, superando la visione dualistica soggetto-oggetto per innalzarsi fino alla qualità del vivere e dei rapporti.

Il mercato come regolatore dell’esistenza umana ci ha condotti alla mercificazione dell’esistente, dove tutto è monetizzabile, ha un prezzo, è vendibile. L’uomo moderno utilizza la griglia dualistica soggetto-oggetto per interpretare la realtà: di volta in volta l’oggetto cambia forma davanti agli occhi del soggetto. Anche le relazioni fra gli uomini, nelle società occidentali, sono condizionate da questa visione: l’altro da sé è sempre quantificabile in termini di prezzo, attraverso il tornaconto personale. In questa logica rientra la concezione meccanicistica del mondo che in Cartesio ha avuto il primo teorizzatore con il suo Discorso sul metodo, datato 1637. «Con Cartesio -osserverà Martin Heiddeger- comincia il compimento della metafisica occidentale. […] L’io diventa il soggetto insigne, in rapporto al quale le cose stesse diventano “oggetti”».

Si è affermata, nel mondo occidentale, la visione quantitativa della natura: l’ambiente è sempre più oggetto in sé, ma è anche oggetto delle tribune politiche o di opinione, nelle quali viene presentato come volano per l’economia. “L’ambiente? Una leva capace di rilanciare crescita e sviluppo”. L’uomo moderno ha deciso così, ignorando quel sistema complesso ma finito di risorse che è la natura, bisognosa di cicli più o meno lunghi per rigenerarsi: lo avevano capito le società tradizionali che armonizzarono con essa le proprie vite.

Il trattato di Kyoto non mette in discussione i concetti di sviluppo, produzione, crescita; tenta di modificarne la forma, lasciando inalterata la sostanza, aggrappandosi alla sostenibilità dello sviluppo che insieme al rapporto Brutland ha costituito la base della conferenza di Rio. Nel protocollo do Kyoto non ci si preoccupa tanto dei cambiamenti climatici e quindi di quale sia o debba essere il rapporto fra uomo e natura, quanto di rallentare la velocità con la quale questi cambiamenti climatici stanno avvenendo. Siamo molto lontani dal mettere in discussione il nostro modello di civiltà; abbiamo solamente deciso di rallentare la corsa verso il baratro.

Simone Olla

fonte: www.opifice.it

Note
(1) Alain de Benoist, Alle radici della sfida ecologica in Le sfide della postmodernità, Arianna Editrice, p.211

(2) Ibidem, pp. 203-204

(3) Alain de Benoist, Le due ecologie in Le sfide della postmodernità, Arianna Editrice, p. 235

(4) Ibidem, p. 234

(5) Ibidem, p. 235

Pubblicato da Truman