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ECCO PERCHE’ ERO SU QUEL PALCO

DI MASSIMO FINI
Il Gazzettino

Sarebbe un grave errore pensare che la folla che ha partecipato al riuscitissimo “‘V-Day”, organizzato da Beppe Grillo in Piazza Maggiore a Bologna e in altre 150 città italiane, rappresenti una parte del cosiddetto “popolo di sinistra” deluso dall’operato del proprio governo.

Così come fu un errore pensare che il milione di persone che si radunò qualche anno fa in piazza San Giovanni a Roma per protestare contro le vergognose leggi “ad personam” fosse composto esclusivamente da gente “di sinistra” (la sinistra, oggi, in piazza, mobilitando tutti gli apparati e le “truppe cammellate”, è in grado di mandare, al massimo, trecentomila adepti).

Ho partecipato ad entrambe le manifestazioni, in piazza Maggiore sono intervenuto anche dal palco, insieme ad Alessandro Bergonzoni, Marco Travaglio, Sabina Guzzanti, al giudice Norberto Lenzi, oltre a Grillo che ovviamente si è riservato, con un’energia incredibile per un uomo che è vicino alla sessantina, la parte del leone, e credo di sapere di che cosa parlo.

Si tratta di un movimento trasversale, formato da una miriade di gruppi non sempre omogenei, alcuni dei quali sono venuti allo scoperto, in piazza, come quelli di Grillo, di Flores D’Arcais, dei NoTav, del mio Movimento Zero, ma il cui grosso si trova, per il momento, su Internet, ed è formato in grande prevalenza da giovani, i quali chiedono certamente il ritorno ad un minimo di decenza legale e formale (i punti qualificanti del “V-Day” erano: via gli inquisiti dal Parlamento, non più di due legislature per ogni deputato o senatore, poter votare per nominativi singoli e non solo per liste dove gli eletti sono già decisi, di fatto, dagli apparati dei partiti), ma che, nella sostanza, hanno perso ogni fiducia nei partiti in tutti i partiti, e nei loro uomini, nelle classiche categorie politiche vecchie di due secoli – liberalismo e marxismo, con i rispettivi derivati, nella destra e nella sinistra – e anche, nel profondo e magari inconsciamente, nella democrazia rappresentativa.

Lo deduco anche dal modo in cui è stato recepito il mio intervento che andava ben oltre i temi del “V-Day”. Pensavo che sarebbe stato accolto gelidamente da una platea fortemente legalista (le maggiori ovazioni sono toccate a Marco Travaglio che della legalità ha fatto il suo cavallo di battaglia). Ho infatti detto che ero d’accordo con i temi del “V-Day” (figuriamoci se non lo sono, anch’io batto, da anni, sul tasto della legalità come sanno i lettori di questo giornale), ma che rischiavano di mascherare la questione di fondo che riguarda proprio l’essenza della democrazia rappresentativa. Che è un imbroglio, una truffa, “un modo, sicuramente sofisticato e raffinato, per ingannare la gente, soprattutto la povera gente, col suo consenso”. E che questo non è un problema italiano, anche se certamente il nostro sistema presenta aspetti degenerativi specifici, ma di tutte le democrazie occidentali, particolarmente inquietante in un periodo storico in cui queste stesse democrazie pretendono di omologare a sè, con la propaganda ideologica, la propria economia e, se del caso, le bombe e l’intero esistente. Ma che la rivolta contro la “democrazia reale”, quella che concretamente viviamo, inizi dal nostro Paese è molto interessante perchè l’Italia, nel bene e nel male, è sempre stata uno straordinario laboratorio di novità (l’ascesa della classe mercantile, che porterà alla Rivoluzione industriale che ha cambiato il nostro intero modo di vivere, inizia a Firenze e nel piacentino, il fascismo nasce qua, persino il berlusconismo, che io considero un fenomeno postmoderno – non è vero che Berlusconi imita Bush, è vero il contrario – è un fenomeno che prende il via dall’universo mediatico italiano).


Innanzitutto non si è mai capito bene cosa sia davvero la democrazia. È un animale proteiforme, mutante, cangiante, sfuggente. Lo stesso Norberto Bobbio, che pur ha dedicato a questo tema la sua lunga e laboriosa vita, scrive in un passaggio che i presupposti fondanti della democrazia sono nove, in un altro ne indica sei, in un altro ancora tre e alla fine ne dà una definizione talmente risicata da perdere qualsiasi senso. In ogni caso si può dire che la “democrazia reale” non rispetta nessuno dei presupposti che, almeno nella “vulgata”, le vengono attribuiti. Prendiamone, a mo’ di esempio, solo due. 1) Il voto deve essere uguale. Il voto di ogni cittadino non deve valere nè di più nè di meno di quello di qualsiasi altro. 2) Il voto deve essere libero. Deve ciè essere conseguenza di una scelta spontanea e consapevole fra opzioni effettivamente diverse. I governanti devono avere un reale consenso da parte dei governati.

Bene. Il voto non è uguale e il consenso è taroccato. Sul primo punto ha detto parole definitive la scuola elitista italiana dei primi del Novecento: Gaetano Mosca, Vilfredo Pareto, Roberto Michels. Scrive Mosca ne “La classe politica”: «Cento che agiscano sempre di concerta e d’intesa gli uni con gli altri trionferanno sempre su mille presi uno a uno che non avranno alcun accordo fra di loro». Il consenso è taroccato perchè ampiamente indirizzato dai massmedia, in mano alle oligarchie economiche e politiche, che non per nulla vengono, spudoratamente, chiamati gli “strumenti del consenso”. E lo stesso si può dire per tutti gli altri presunti presupposti della democrazia che Hans Kelsen, che non è un marxista nè un estremista talebano, ma un giurista liberale, considera una serie di “fictio iuris”.

Nella realtà la democrazia rappresentativa non è la democrazia ma un sistema di minoranze organizzate, di oligarchie, di aristocrazie mascherate, politiche ed economiche, strettamente intrecciate fra di loro e, spesso, con le organizzazioni criminali – quando non siano criminali esse stesse – che il liberale Sartori definisce, pudicamente, “poliarchie”, che schiacciano il singolo, l’uomo libero, che non accetta di sottomettersi a questi umilianti infeudamenti, cioè proprio colui di cui il pensiero liberale voleva valorizzare meriti, capacità, potenzialità e che sarebbe il cittadino ideale di una democrazia, se esistesse davvero, e invece ne diventa la vittima designata.

Del resto senza tanti discorsi teorici lo vediamo tutti, lo sentiamo tutti che noi cittadini non contiamo nulla. La nostra unica libertà è di scegliere, ogni cinque anni, legittimandola, come l’unzione del Signore legittimava il Re, da quale oligarchia preferiamo essere dominati, schiacciati, umiliati. Non siamo che sudditi.

Kelsen scrive: «Si potrebbe credere che la particolare funzione dell’ideologia democratica sia quella di mantenere l’illusione della libertà». E si chiede come «una tale straordinaria scissione fra ideologia e realtà sia possibile a lungo andare».

Me lo chiedo anch’io da tempo. E ho concluso così il mio intervento: «Le democrazie (inglese, francese, americana) sono nate su bagni di sangue. Ma non accettano, nemmeno cencettualmente, di poter essere ripagate dalla stessa moneta. Anzi hanno posto, come una sorta di “norma di chiusura” per dirla con lo Zietelman, che la democrazia è il fine e la fine della Storia. Saremmo quindi tutti condannati, per l’eternità, a morire democratici. Ma la Storia non finisce qui. Finirà, con buona pace di Fukujama e di tutti i Fukujama della Terra, il giorno in cui l’ultimo uomo esalerà l’ultimo respiro. Non sarà certamente la nostra generazione, quella mia e di Beppe Grillo, non sarà questo ludico “V-Day” a cambiare le cose, ma verrà un giorno, non più tanto lontano, in cui la collera popolare abbatterà questa truffa politica, come, in passato, è avvenuto con altre». Ovazione.

Massimo Fini
(www.massimofini.it)
Fonte: www.gazzettino.it/
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11.09.07

VEDI ANCHE: UFF….POPULISMO E V DAY

TRAVAGLIO – MA QUALE ANTIPOLITICA

DOVE VA BEPPE GRILLO ? UN’ANALISI SOCIOLOGICA

Pubblicato da Davide

  • Truman

    Buona parte dei presupposti da cui parte Fini sulla Democrazia sono buoni, ma mi sembra resti troppo in superficie, forse perchè gli manca un po’ di cultura politica di sinistra.

    Spiegava bene Slavoj Zizek (in L’oggetto A come limite intrinseco del capitalismo) come la rappresentazione della democrazia sia sempre anche in parte realizzativa, quindi le critiche degli elitisti hanno sempre una valenza parziale.

    Ci sarebbe poi Krippendorf, che spiega come la democrazia abbia bisogno di un continuo sforzo creativo per inventare sempre nuovi metodi per dare al popolo capcità di governare, man mano che il potere assimila i metodi vecchi. Così se il potere fagocita prima il parlamento e poi la stampa, c’è sempre un Grillo che cerca di ridare il potere al popolo.

    E bisogna sempre ricordare Gallie e gli aristotelici di oggi, quelli che hanno inventato la definizione di “concetto intrinsecamente contestabile”, i concetti che non hanno mai una definizione chiusa, ma vivono nelle contraddizioni del mondo reale. Come il concetto di democrazia.

  • Mangudai

    C’ero anch’io a Bologna e onestamente questa grande ovazione per Massimo Fini non l’ho percepita. Leggendo l’articolo ho l’impressione che sia più preoccupato stabilire se la piazza era di sinistra o meno. Personalmente non mi interessa e credo che questa sia la cosa importante,
    quindi dare la giusta valenza alla voglia di cambiamento, altrimenti così facendo Fini cade nella logica perversa della partitocrazia attuale.

  • bardo

    Voglio dare tutto il mio sostegno a una persona che ha coraggio da vendere (e non lo vende, ma lo usa): Massimo Fini.

  • Tao

    Sono contento del successo del V-day organizzato da Beppe Grillo e – non dimentichiamolo – da molti cittadini italiani che hanno cominciato a individuare, finalmente, nella casta di politici corrotti e impuniti la vera causa dei problemi del paese e a mobilitarsi contro di essa. Ho letto sul web e sui giornali un vespaio di polemiche sulla manifestazione di sabato scorso. Polemiche che non condivido affatto e di cui vorrei fare un breve sommario commentato, anche a costo di ripetere cose già dette da altri.

    – Grillo è un populista: di tutte le sciocchezze, questa merita davvero una palma d’oro tempestata di diamanti. Tanto per cominciare, ripeto ciò che ho già detto nell’articolo precedente; e cioè che “populismo” è uno dei tanti termini orwelliani, creati dai media, per marchiare con una connotazione negativa l’aspirazione dei cittadini alla decenza morale della classe politica. Se Grillo è davvero un “populista”, motivo di più per amarlo. L’importante è che creda davvero in quello che fa e dice, ed è questo, semmai, il problema a cui solo il tempo offrirà una risposta. Anche i membri della classe politica e sindacale sono populisti. Anzi, sono la quintessenza del populismo nella sua versione più bieca e lucrativa. Il problema non è il loro populismo, ma la loro completa mancanza di sincerità nell’esposizione dei propri intenti. Il problema è che il loro “populismo” è fatto di chiacchiere e non di azione. Le intenzioni di Grillo, invece sembrano sincere e solo il tempo potrà dire se questa impressione è sbagliata. Inveire per principio contro ogni azione organizzata che ha per bersaglio il potere, bollandola di “populismo” fin dai primi vagiti, è il modo più veloce per tagliarsi le gambe e condannarsi all’immobilismo e alla lamentazione senza sbocchi. Il popolo, nella sua parte peggiore (che è, ahimé, maggioritaria), ama moltissimo l’invettiva fine a se stessa e l’immobilismo piaggesco. Perciò chi accusa Grillo di “populismo” è l’unico vero “populista”, nel senso che avrebbe questo termine se avesse un senso.

    – Grillo ha riesumato il movimento dei girotondini: ammesso che sia, dove sarebbe lo scandalo? L’obiezione implica un pregiudizio di fondo: che il movimento girotondino fosse composto di soli automi della “sinistra”, desiderosi di contrastare il governo Berlusconi e non la classe politica nel suo complesso. Il sottoscritto, che girotondino lo è stato, può testimoniare che questo non è vero, o almeno non è la parte più importante della verità. E’ vero che i girotondini avevano leader “di sinistra” e che i partecipanti ai raduni erano, a maggioranza (ma assolutamente NON tutti), elettori “di sinistra”. Come era all’epoca anche il sottoscritto, con molti puntini sulle “i” con cui non sto a tediarvi. Ma questo, a mio avviso, significa soltanto che una cospicua minoranza di elettori “di sinistra” è stata la prima ad opporsi alla corruzione e al personalismo della politica, che a quell’epoca vedeva nel governo Berlusconi una delle sue più rivoltanti incarnazioni. Certo, eravamo ingenui a vedere nel governo di destra il diavolo in persona, anziché una delle molte manifestazioni bipartisan di un diavolo che ha il suo trono molto lontano da qui. Ma nessuno “nasce imparato” e le manifestazioni girotondine furono per me e per molti altri una palestra di azione, provocazione, confronto e consapevolezza che ci permise di iniziare a capire quali fossero, dietro la mascherata dei finti contrasti tra centrodestra e centrosinistra, i veri centri di potere a cui l’Italia è asservita.

    Grillo è stato giustamente lodato – da Maurizio Blondet, ad esempio – per aver portato in piazza una minoranza di cittadini consapevoli e autorganizzati, con una manifestazione libera da sponsorizzazioni sindacali e partitiche che non è costata una lira alle istituzioni. Vorrei umilmente ricordare che non è stato il primo. Nel settembre 2002, la manifestazione organizzata da Nanni Moretti e dai movimenti a Piazza San Giovanni fu anch’essa autorganizzata, autofinanziata e libera da sponsorizzazioni partitiche. Almeno nel senso che partiti e sindacati si accodarono, assai poco invitati, ad una manifestazione che era nostra e in cui la loro presenza era superflua e non necessariamente gradita. Moretti era un propagandista dei DS? Può darsi, ma vorrei ricordare che fu lui il primo, in Piazza Navona, ad attaccare pubblicamente la dirigenza del centrosinistra dopo la sconfitta alle elezioni del 2001. Ricordo anche che, dopo l’immensa manifestazione a Piazza San Giovanni, ebbe il buon gusto di liberarci della sua presenza carismatica, invitandoci a imparare a nuotare da soli o affogare. Ricordo quella giornata del settembre 2002 come uno dei momenti più belli e politicamente significativi della mia vita. Confucianamente, Moretti ci insegnò a pescare anziché farci l’elemosina di qualche pesce avariato in cambio di un tornaconto politico. Grillo non ha fatto altro che riunire quei pescatori – pochi o molti – che hanno fatto tesoro della lezione di allora. Dunque io non vedo una continuità tra “grillisti” e girotondini. Vedo continuità tra i grillisti e la parte migliore e più consapevole di un movimento che era, ed è ancora, in evoluzione.

    – Grillo vuole fare il leader politico e fondare un partito. A parte che ha dichiarato tutto il contrario e che sarebbe stupido a scambiare popolarità e introiti derivanti dai suoi spettacoli con un grigio posto in Parlamento; ma quand’anche fosse, che razza di obiezione è? Il problema non sono i partiti politici, ma il modo in cui sono concepiti in Italia (e ormai, per la verità, quasi dappertutto): come caste chiuse il cui scopo è acquisire e amministrare il potere nell’interesse delle banche centrali e dei grandi centri industriali e finanziari, abbandonando il paese a se stesso. Caste che non rappresentano più niente e nessuno, se non la fame di soldi e di potere dei propri dirigenti, affiliati e finanziatori. Io non credo che una collettività possa sopravvivere senza forme di organizzazione che si facciano carico di amministrare le sue esigenze. Ma queste forme di organizzazione devono tornare a essere espressione dei cittadini. Devono essere strettamente controllate e modificabili in ogni momento da istanze provenienti dal basso e non dal capriccio dei loro leader. E quando dico “dal basso” non intendo dalla massa in generale, che non ha la cultura né la competenza per controllare o gestire un bel niente, ma da quei gruppi di cittadini che dimostrino con apposite selezioni concorsuali di possedere le qualità necessarie per svolgere questo delicatissimo compito. Devono essere finanziate quel tanto che basta a garantirne l’efficienza e non una lira di più. Ogni spreco, anche minimo, deve essere denunciato e punito. Il lavoro del parlamentare deve essere retribuito quanto quello di un insegnante di buon livello, non quanto quello di un sovrano dell’ancien régime. Deve essere una missione più che un privilegio. La domanda non è se Grillo intende o no fondare un partito. Ammesso e non concesso che abbia la minima intenzione di fare una cosa del genere, la domanda sarebbe, eventualmente: che tipo di partito intende fondare?

    – Grillo è un comico e non ha la stoffa del leader. Risponderei: e meno male. Ci serve giusto un altro mascellone che ci dica cosa è bene e cosa è male, cosa dobbiamo fare e pensare. Ciò di cui abbiamo bisogno – scusate se insisto – sono “leader” alla Nanni Moretti (o alla Lucio Quinzio Cincinnato, per chi esige un modello più alto) che sappiano fare ciò che devono nel momento in cui va fatto, sappiano creare la giusta organizzazione, la giusta “scintilla” morale, per poi togliersi dai piedi dicendo: adesso che vi ho mostrato cosa potete fare, arrangiatevi un po’ da soli. Dio ci guardi dai leader che fanno i leader per lavoro e fino alla pensione.

    – Grillo sbaglia bersaglio, mira ai partiti politici anziché ai fabbricanti di moneta che ne sono i padroni. E va bene. Continuiamo a farci del male. Uno cerca faticosamente di partire e noi gli sgonfiamo le gomme della macchina per punirlo di non essere già arrivato. Se qualcuno vuole provare a spiegare alla gente il problema del signoraggio, senza avergli prima fatto capire che la dicotomia tra destra e sinistra è una farsa da superare, si accomodi pure. Se qualche coraggioso spera di mettere il popolo contro la ferocia dei banchieri senza fornirgli neppure le armi culturali per combattere l’esercito di mummie nullafacenti che ne sono i maggiordomi, a lui vadano i miei migliori auguri di buona fortuna. Chi grazie a internet è arrivato a comprendere, dopo anni di ricerche, quali sono i reali meccanismi del potere, ha spesso una fretta indiavolata. Vorrebbe che tutti compissero in dieci minuti il percorso che a loro ha richiesto anni e anni di “adattamento” mentale. Finiscono così per costruire le case partendo dal tetto, con l’unico risultato di non creare nulla di utile e sprecare un sacco di energia e di materiale. Grillo non è “più arretrato” o “più pavido” di chi denuncia giustamente il signoraggio come radice di ogni problema. Sta solo cercando di costruire la consapevolezza per gradi anziché partire in quarta dando per scontato che sia già esistente. Gli diamo una mano o restiamo a rimirare estasiati i nostri ammassi di tegole, senza uno straccio di muro sotto?

    Gianluca Freda
    Fonte: http://blogghete.blog.dada.net/
    11.09.07