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ECCO PERCH IL QATAR VUOLE INVADERE LA SIRIA

DI PEPE ESCOBAR

atimes.com

L’Emiro del Qatar sta cavalcando l’onda del successo, statene pur certi.

Che entrata in scena all’Assemblea generale delle Nazioni Unite, a New York! Lo sceicco Hamad bin Khalifa al Thani (nella foto) ha richiesto nientepopodimeno che una coalizione araba “disposta” a invadere la Siria.

Secondo l’emiro, “è meglio che ad intervenire nei loro doveri nazionali, umanitari, politici e militari siano i Paesi arabi stessi, che devono adoperarsi per metter fine allo spargimento di sangue in Siria”. Inoltre, ha sottolineato il fatto che i Paesi arabi hanno il “dovere militare” di invadere la Siria.

A seguito, “QATAR, SICARIO DELLA NATO E DELLA FAMIGLIA REALE INGLESE” (Comidad.org);
Stando all’emiro, i “Paesi arabi” sono le petromonarchie del Club Contro-Rivoluzionario del Golfo (CCG), precedentemente conosciuto anche come Consiglio di Cooperazione del Golfo, più il tacito aiuto della Turchia, la quale dispone di un accordo strategico ad ampio raggio col CCG. In ogni narghilè bar in Medio Oriente si sa che Doha, Riyad e Ankara stanno fornendo armi, finanziamenti e aiuto logistico alle diverse frange dell’opposizione armata siriana impegnata nel cambio di regime.

L’emiro ha anche citato un “precedente simile” di questo tipo d’invasione, ossia quando le “forze arabe sono intervenute in Libano” negli anni Settanta. Tra parentesi, negli anni Settanta, l’emiro stesso prese parte ad interventi più mondani per quasi tutto il corso del decennio, come mettersi a proprio agio in destinazioni esclusive del Club Med con gli altri membri delle famiglie reali del Golfo, come testimonia questa fotografia (l’emiro è quello a sinistra).

Ma adesso, quindi, l’emiro sta propugnando una versione araba della R2P (“responsabilità di proteggere”), dottrina proposta dalle Tre Grazie dell’Intervento Umanitario (Hillary Clinton, Susan Rice e Samantha Power)?

Senz’altro, questa sarà accolta a braccia aperte da Washington, per non parlare di Ankara o addirittura di Parigi, dato che il presidente francese François Hollande ha appena richiesto all’ONU di proteggere le zone “liberate” in Siria.

Il precedente libanese dell’emiro non è esattamente edificante, e questo è un eufemismo. La cosiddetta Forza Araba di Dissuasione, forte dei suoi 20.000 uomini, s’introdusse in Libano per tentare di arginare la guerra civile, abusando dell’ospitalità libanese per niente meno che sette anni. L’intervento militare si trasformò in un’occupazione del nord del Libano da parte dell’esercito siriano. Le forze armate lasciarono ufficialmente il territorio nel 1982, mentre la guerra civile continuava a imperversare.

Ecco, immaginatevi uno scenario simile per la Siria, e pompatelo con gli steroidi.

“Un tipo abbastanza influente”

Riguardo l’ardore umanitario – per non menzionare quello democratico – dell’emiro, leggere il pensiero del presidente degli Stati Uniti Barack Obama è illuminante: egli definisce l’emiro come un “tipo abbastanza influente”. Sembra quasi che Obama affermi implicitamente che non sia così urgente provvedere ad una maggior democrazia, sebbene “l’emiro non stia introducendo riforme significative” e che “non si siano fatti passi avanti nella democratizzazione del Qatar” solo perché il reddito procapite nell’emirato è gigantesco.

Quindi, possiamo supporre che l’emiro non sia affatto interessato a trasformare la Siria nella Scandinavia. Questo ragionamento apre la strada ad un movente ineluttabile e legato al Pipelineistan. E a cos’altro, sennò?

Attualmente, Vijay Prashad, autore della recente pubblicazione Arab Spring, Libyan Winter (N.d.T.: Primavera araba, inverno libico), cura una serie di articoli sul gruppo di contatto sulla Siria per la rivista Asia Times Online. Prashad ha ricevuto una chiamata telefonica da parte di un esperto di energia, che lo ha spronato ad indagare circa “l’ambizione del Qatar di realizzare una serie di gasdotti fino ad arrivare in Europa”. Secondo questa fonte, “il percorso proposto avrebbe attraversato i territori di Iraq e Turchia. Il primo paese di transito rappresenta un problema. È molto più semplice passare da nord (e il Qatar ha già assicurato gas gratuito alla Giordania).”

Anche prima che Prashad terminasse l’indagine, era ovvio a cosa puntasse il Qatar: schiacciare il progetto del gasdotto da 10 miliardi di dollari che attraverserebbe Iran, Iraq e Siria, un affare concluso nonostante la rivolta siriana fosse già in fieri.

Ecco che il Qatar ci appare in veste di concorrente diretto sia con l’Iran (in quanto produttore) che con la Siria (in quanto destinazione), e ad un grado inferiore con l’Iraq (in quanto paese di transito). Inoltre, è utile ricordare l’opposizione categorica di Teheran e Baghdad ad un cambio di regime a Damasco.

Il gas proverrebbe dalla stessa base geografica e geologica: il South Pars, il più grande giacimento di gas al mondo che Iran e Qatar si spartiscono. Il gasdotto in Iran, Iraq e Siria – se mai sarà costruito – consoliderebbe un asse prevalentemente sciita tramite un cordone ombelicale economico d’acciaio.

D’altro canto, il Qatar preferirebbe costruire il suo gasdotto in una disposizione diversa dallo stile della “mezzaluna sciita” e con la Giordania come destinazione. Le esportazioni passerebbero dal Golfo di Aqaba al Golfo di Suez, per poi raggiungere il Mediterraneo. Un piano B che non fa una piega in un momento in cui i negoziati con Baghdad sono sempre più complicati (senza contare che il percorso attraverso Iraq e Turchia è nettamente più lungo).

Washington – e presumibilmente i clienti europei – sarebbero più che soddisfatti di sfruttare lo stratagemma del Pipelineistan in modo da far fuori il Gasdotto Islamico.

E se ci sarà un cambio di regime in Siria, favorito dall’invasione proposta dal Qatar, in termini di Pipelineistan sarà tutto più semplice, ovvio. Un più che probabile regime post-Assad dei Fratelli Musulmani accoglierebbe più che a braccia aperte un gasdotto qatariano. E questo renderebbe più semplice un prolungamento del gasdotto fino alla Turchia.

Ankara e Washington ne uscirebbero vittoriose: Ankara per via dello scopo strategico della Turchia, ossia diventare il principale crocevia energetico dal Medio Oriente e dall’Asia Centrale all’Europa. Il Gasdotto Islamico non farebbe altro che tagliarla fuori. E Washington perché la totalità della strategia energetica nel sudest asiatico dai tempi dell’amministrazione Clinton è stata quella di tagliar fuori, isolare e ledere l’Iran in tutti i modi possibili.

Il traballante trono hascemita

Tutto ciò indica che la Giordania è una pedina indispensabile nell’audace mossa geopolitica ed energetica del Qatar. La Giordania è stata invitata ad entrare a far parte del CCG, nonostante non sia esattamente situata nel Golfo Persico (e a chi importa? È una monarchia).

Uno dei pilastri della politica estera del Qatar è il sostegno illimitato dei Fratelli Musulmani, indipendentemente dalla latitudine. In Egitto, i Fratelli Musulmani hanno già conquistato la presidenza. In Libia sono forti. Potrebbero arrivare ad assumere un ruolo dominante se si verificasse un cambio di regime in Siria. Ecco che arriviamo all’aiuto da parte del Qatar fornito ai Fratelli Musulmani in Giordania.

Attualmente, il trono hascemita della Giordania è traballante, e questo è un eufemismo trascendentale.

L’afflusso di rifugiati siriani è costante. Aggiungetelo ai rifugiati palestinesi, che arrivarono ad ondate nelle fasi cruciali della guerra arabo-israeliana: nel 1948, 1967 e 1973. E poi unite il tutto ad un massiccio contingente di salafiti e jihadisti contro Damasco. Proprio qualche giorno fa è stato arrestato un certo Abu Usseid. Suo zio era nientemeno che Abu Musab al-Zarqawi, il famigerato ex capo di Al Qaeda in Iraq, morto nel 2006. Usseid stava per attraversare il deserto dalla Giordania alla Siria.

Da gennaio 2011 e anche prima della Primavera Araba, le proteste non hanno dato tregua ad Amman. Non sono stati risparmiati né Re Abdullah, conosciuto anche col nome di Re Playstation, né la fotogenica regina Rania, beniamina di Washington/Hollywood.

In Giordania, i Fratelli Musulmani non sono gli unici protagonisti dell’ondata di proteste. In quest’ultime hanno un ruolo attivo anche sindacati e movimenti sociali. La maggior parte dei manifestanti è giordana. Storicamente, i giordani hanno avuto il controllo su tutti i livelli della burocrazia statale. Tuttavia, il neoliberalismo li ha schiacciati a seguito dell’ondata selvaggia di privatizzazioni che ha investito la Giordania durante gli anni Novanta. Ora, il regno impoverito dipende dal FMI e da sussidi extra da parte degli Stati Uniti, del CCG e anche dell’Unione Europea.

Dominato da affiliazioni tribali e dalla devozione alla monarchia, il Parlamento non è altro che una farsa. Non si effettuano neanche delle riforme di facciata. Ad aprile, un primo ministro è stato sostituito e la maggior parte della popolazione neanche se n’è accorta. In più, un classico del mondo arabo: il regime mette a tacere le richieste di cambiamento aumentando la repressione.

Il Qatar mette un piede in questo pantano. Doha esige che Re Playstation abbracci la causa di Hamas. È stato il Qatar a promuovere l’incontro di gennaio tra il Re e il leader di Hamas Khaled Meshaal, espulso dalla Giordania nel 1999. Così, i giordani autoctoni si sono chiesti se il regno sarebbe stato sommerso da un’altra ondata di rifugiati palestinesi.

La Dinastia Saudita detiene gran parte del controllo dei media arabi, che sono stati sommersi da storie ed editoriali che presagivano che, dopo l’ascesa al potere dei Fratelli Musulmani a Damasco, sarebbe stata la volta di Amman. Il Qatar, comunque sia, prende il suo tempo. I Fratelli Musulmani esigono che la Giordania divenga una monarchia costituzionale. Poi, subentreranno politicamente in seguito alla riforma elettorale alla quale il Re Abdullah si opponeva da anni.

Adesso, i Fratelli Musulmani possono anche contare sul sostegno da parte delle tribù beduine, la cui tradizionale fedeltà al trono hascemita non era mai stata più traballante. Il regime ha ignorato le proteste a suo rischio e pericolo. I Fratelli Musulmani hanno convocato una manifestazione di massa contro il Re il 10 ottobre. Più prima che poi, il trono hascemita crollerà.
Non sappiamo quale sarà la reazione di Obama, a parte pregare che non accada niente di sostanziale prima del 6 novembre. L’emiro del Qatar, invece, ha tutto il tempo del mondo. Per ogni regime che cadrà (ed entrerà a far parte dei Fratelli Musulmani), ci sarà un gasdotto da costruire.

Pepe Escobar è autore di Globalistan: How the Globalized World is Dissolving into Liquid War (Nimble Books, 2007) e di Red Zone Blues: a snapshot of Baghdad during the surge. Il suo ultimo libro è Obama does Globalistan (Nimble Books, 2009).

Fonte: www.atimes.com
Link: http://www.atimes.com/atimes/Middle_East/NI28Ak03.html

28.09.2012

Traduzione a cura di ELISA BERTELLI per www.Comedonchisciotte.org

Note:
1. Qatar’s emir calls for Arab-led intervention in Syria, The National,
26 settembre 2012.
2. Syria’s Pipelineistan war, Al Jazeera, 6 agosto 2012.
3. Qatar: Rich and Dangerous, Oilprice.com, 17 settembre 2012.

Pubblicato da Truman

  • Tao

    FONTE: COMIDAD

    Sulla vicenda dell’aggressione NATO alla Libia dello scorso anno, quella parte della “sinistra” che ha aderito alla fiaba della rivoluzione democratica contro Gheddafi, potrebbe sempre accampare l’alibi di essere stata presa di sorpresa da una campagna propagandistica senza precedenti. Il fatto strano è che l’adesione acritica di quella parte della “sinistra” alla fiaba ufficiale si stia puntualmente ripetendo nel caso della Siria. Il maggiore polemista e militante antimperialista negli Stati Uniti degli inizi del ‘900 è stato Mark Twain, il quale diceva che una bugia fa in tempo a fare il giro del mondo mentre la verità si sta ancora mettendo le scarpe. Nel caso siriano però sono passati diciotto mesi dall’inizio dell’aggressione della NATO, perciò alla fine anche la verità è riuscita a mettersi le scarpe ed a fare un bel po’ di strada.

    Alla fine del 2011 le notizie sulle gesta dell’emiro del Qatar in Siria avevano libero corso già sulla stampa turca, dato che è appunto in Turchia che si sono installate dall’inizio dello scorso anno le basi dei mercenari che si infiltrano quotidianamente in territorio siriano. [1]

    Ma ormai anche sul resto della stampa occidentale non si cerca più neppure di negare il ruolo decisivo del denaro, della televisione, delle armi e dei mercenari dell’emiro del Qatar, Al Thani, nella “rivoluzione” in Siria. Anzi, l’agosto scorso il quotidiano britannico “The Guardian” ha ritenuto che fosse persino il caso di pubblicare un articolo celebrativo sui moventi tutti “morali” che spingerebbero il Qatar a questo attivismo contro Assad. Il quotidiano britannico si spinge al punto di augurarsi che questo attivismo disinteressato del Qatar costituisca l’alba di una palingenesi morale e politica del Mondo Arabo. [2]
    Il ruolo internazionale del minuscolo – ma danarosissimo – Emirato risale al vertice NATO di Istanbul del 2004, quando questo Paese è stato integrato a tutti gli effetti nell’imperialismo atlantico. In quell’occasione deve essere stato allestito il programma di aggressioni che abbiamo visto attuarsi negli ultimi due anni, con un ruolo enorme della emittente qatariota Al Jazeera. [3]

    Da alcuni mesi vi sono segnali di tentativi di espansione del dominio televisivo di Al Jazeera anche in Italia, dove secondo il quotidiano “Il Sole-24 ore”, l’emiro del Qatar starebbe cercando di acquisire la proprietà di La-7. [4]

    Ancora più importante è l’accordo che la maggiore agenzia di notizie italiana, l’Ansa, ha stretto pochi giorni fa con l’omologa agenzia del Qatar, la QNA. Sono evidenti i risvolti di carattere militare di questo accordo, che va considerato un passo ulteriore nella militarizzazione dell’informazione riguardante i teatri di crisi nel Mediterraneo. [5]

    Ma il controllo che il Qatar si assicura così sull’informazione italiana riguarda anche altri aspetti. Nell’aprile scorso il quotidiano “La Repubblica” anticipava qualcosa sulle manovre del Qatar per mettere le mani su Unicredit e Finmeccanica. Per quanto riguarda Unicredit, le manovre dell’emiro si sono concretizzate già dal giugno scorso con massicci acquisti azionari. [6]

    Il Qatar è presente anche tra i potenziali acquirenti del piano di dismissioni del patrimonio pubblico messo in cantiere dal governo Monti, e gestito dall’attuale ministro dell’Economia, Grilli. Il Qatar ha assunto quindi un ruolo essenziale non solo nell’imperialismo militare della NATO, ma anche nel suo imperialismo finanziario e commerciale. Su tutti questi fatti non sono mancate le notizie di stampa, e neppure gli approfondimenti seri su internet, ma l’opinione pubblica italiana nel frattempo era stata attratta e distratta dalle consuete sceneggiate sulla corruzione della “Casta”. [7]

    All’emiro Al Thani è stato riconosciuto anche un ruolo di campione dei diritti umani. Nel momento in cui il Qatar aggredisce la Siria, lo stesso Qatar è membro del Consiglio dell’ONU per i Diritti Umani, quindi l’emiro può anche fare la parte del giudice super partes contro Assad. Abituato a recitare tutte le parti in commedia, l’emiro da una parte aggredisce Siria, dall’altra parte sollecita un intervento armato “pacificatore” della Lega Araba. [8]

    Al Thani ha dimostrato di non essere un semplice esecutore, ma un gangster che sa il fatto suo; d’altra parte risulta un po’ irrealistico ritenere che il Qatar abbia potuto assumere un ruolo così centrale soltanto in base alle proprie risorse. La storia del Qatar ci presenta questo Stato come un ex protettorato britannico, e lo stesso potere della famiglia Al Thani come una concessione della Gran Bretagna. [9]

    Che il Qatar sia rimasto in effetti un protettorato britannico, è più di un sospetto, e spiegherebbe tanta fiducia nei suoi confronti da parte dei vertici della NATO. Anzi, il Qatar, più che una colonia britannica appare come una colonia della famiglia reale inglese, una specie di feudo familiare. Negli articoli celebrativi sul Qatar che affollano la stampa britannica, si ammette candidamente che l’emiro Al Thani può agire tranquillamente in Gran Bretagna grazie ai rapporti personali con la famiglia reale inglese. Il “Daily Mail” ha riportato una notizia secondo cui l’emiro ha potuto concludere un grosso affare immobiliare solo grazie ad una lettera privata di presentazione da parte del principe Carlo. [10]

    I reali inglesi sono famosi soprattutto per le loro vicende mondane, ma il dato più significativo che li riguarda consiste nel fatto che controllino la più grande banca britannica, la storica Royal Bank of Scotland, che in questi mesi è stata salvata dal fallimento grazie al denaro dei contribuenti britannici. Nel 2009 il principe Carlo promosse personalmente una ristrutturazione dei vertici della banca, andata in passivo per le solite vicende di titoli tossici. [11]

    Ma la stessa Royal Bank of Scotland può avvalersi di accordi che le conferiscono una sorta di status privilegiato in Qatar. Se il Qatar investe in Gran Bretagna, la famiglia reale inglese investe in Qatar, e ne alleva e seleziona la classe dirigente attraverso i programmi di “aiuto allo sviluppo” della Royal Bank of Scotland. In fatto di gangsterismo, Al Thani ed i suoi collaboratori sono quindi debitori del know-how alla famiglia reale inglese, la quale in questo campo certamente non ha nulla da farsi insegnare da nessuno. [12]

    Comidad
    Fonte: http://www.comidad.org
    Link: http://www.comidad.org/dblog/articolo.asp?articolo=509
    27.09.2012

    NOTE

    [1] /translate.google.it/translate?hl=it [translate.google.it]

    [2] translate.google.it/translate?hl=it&sl [translate.google.it]

    [3] translate.google.it/translate?hl=it&sl= [translate.google.it]

    [4] http://www.ilsole24ore.com/art/finanza-e-mercati/2012-07-05/mire-qatar-italiana-064153.shtml?uuid=AbPrdw2F
    [5] http://www.ansa.it/web/notizie/rubriche/cultura/2012/09/18/Firmato-accordo-Ansa-agenzia-Qatar-Qna-_7493280.html
    [6] http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2012/04/17/lo-shopping-dell-emiro-del-qatar-nel.html
    http://www.ilnuovomercato.it/?p=19965
    [7] http://geopoliticamente.investireoggi.it/litalia-svende-il-qatar-compra/
    https://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&file=print&sid=10851
    [8] http://translate.google.it/translate?hl=it&sl=en&u=http://www.ohchr.org/EN/HRBodies/HRC/Pages/CurrentMembers.aspx&prev=/search%3Fq%3Dhuman%2Brights%2Bcouncil%2Bun%2Bmembership%26hl%3Dit%26biw%3D960%26bih%3D513%26prmd%3Dimvns&sa=X&ei=SkxhUIWvO87GswaOh4FI&ved=0CD4Q7gEwAg
    http://www.corriere.it/notizie-ultima-ora/Esteri/Siria-Qatar-intervento-militare-arabi/25-09-2012/1-A_002800416.shtml
    [9] http://www.treccani.it/enciclopedia/qatar_(Dizionario-di-Storia)/
    [10] http://translate.google.it/translate?hl=it&sl=en&u=http://www.dailymail.co.uk/news/article-2113159/Qatar-bought-Britain-They-Shard-They-Olympic-Village-And-dont-care-Lamborghinis-clamped-shop-Harrods.html&prev=/search%3Fq%3Dbritish%2Broyal%2Bfamily%2B%2Bqatar%26hl%3Dit%26prmd%3Dimvns&sa=X&ei=HVNhUL7lLcT2sgaj44CYDQ&ved=0CCYQ7gEwAA
    [11] translate.google.it/translate?hl [translate.google.it]

    [12] http://translate.google.it/translate? [translate.google.it]

    […]

  • mincuo

    La famiglia Reale Inglese sta un pò anche per via del nome “the Crown” che però non è la famiglia reale Inglese. No no…….

  • geopardy

    Sembra tutto così semplice, ma il rischio che i gasdotti ipotetici facciano la fine di quelli che dovevano nascere più di 10 anni fa in Afganistan, credo, lo riterrei un rischio reale.

    Ritengo, inoltre, che non riusciranno a tagliar fuori gli sciiti ed altre forze simili così facilmente, al massimo faranno pari.

    Ad una riflessione un po’ più profonda, mi sembra che la vittima sacrificale in questo conflitto sarebbe l’Europa, che rischia di rimanere a corto di materie orime attualmente essenziali,.

    Quindi, il rischio di una nostra entrata in guerra lo vedo non poco probabile.

    Ciao

    Geo

  • yakoviev

    “…Il fatto strano è che l’adesione acritica di quella parte della “sinistra” alla fiaba ufficiale si stia puntualmente ripetendo nel caso della Siria… “.

    Ciò conferma che quello della Libia non è stato affatto un “incidente di percorso”. i motivi sono molto più profondi. Si sono abbandonati concetti come “imperialismo”, “colonialismo”, “sfruttamento delle risorse”, etc. in favore di altri ( “diritti umani”, “tirannia” etc.) propri della controparte e che sono sempre stati copertura ideologica delle guerre coloniali. Logico che se rifiuti (dichiaratamente o meno) certi strumenti di analisi politica non puoi che perseverare.

  • Tonguessy

    Quoto assolutamente

  • ProjectCivilization

    Questa analisi e’ migliore dell’articolo .
    Menziona , con nonchalance , situazioni che ci dicono che l’Italiano.non esiste .
    Che l’emir si compri parte dell’Ansa , e’ completamente inaccettabile .
    Che si compri parte dell’Unicredit mi mette a disagio .
    Che si prenda le partecipazioni che erano della Jamahiryia , dopo aver contribuito al suo omicidio , e’ rivoltante e non tollerabile .

  • Jor-el

    Non solo quoto anch’io, ma aggiungerei che l’adesione della “sinistra” alle più recenti campagne militari della NATO non può dipendere solo dall’aver rigettato gli strumenti d’analisi della tradizione antimperialista (che al PCI e derivati, peraltro, mai sono stati troppo familiari), ma da un’accettazione del progetto strategico americano per l’Europa e il Medio Oriente. Guardo con molto sospetto al sentimento antiedesco che, sotto sotto, è alimentato da Monti e la sua cricca.

  • ProjectCivilization
  • Cataldo

    Tutto giusto, ma si deve sempre ricordare, a proposito di Crown’s, che l’esplosione del ruolo internazionale del Qatar è un frutto della politica Saudita dell’ultimo decennio.
    I Saud non possono mostrare la mano in molte situazioni, sia sul piano delle relazioni nel mondo musulmano ed arabo, sia sul piano dell’equilibrio geostrategico tra i suoi clienti petroliferi, attraverso il Qatar ampliano il loro spazio di manovra, in modo sempre più attivo, superando le limitazioni storiche della loro politica estera.

    Questo dinamismo ha molti motori, tra questi la necessità di definire in tempi rapidi gli equilibri interni di potere, dato che la generazione che ha retto il paese nel dopoguerra ha raggiunto i suoi limiti fisiologici.

  • alvise

    @ mincuo

    Ho letto un tuo commento in altra parte di CDC. Lo so che quì sono OT, ma spero sia capito. Pensando che non avresti mai letto la mia domanda su una tua affermazione, mi permetto di riformulartela quì, perchè sono un poco basito. Riporto la tua frase e la mia domanda, scusandomi ancora dell’intromissione. Hai scritto questo:

    “Il denaro lo creano al 90% le banche commerciali e la BC non ha nessun controllo di fatto”

    domanda:

    Questa affermazione scombussola un pò quello che pensavo di aver capito. Ma allora quando si parla di QE, chi è che crea ed emette liquidità, una BC o le banche private? Ovvio che credo a quello che dici, però non capisco…..Forse avrei bisogno di una spiegazione più chiara.