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ECCO LA VERA STRATEGIA DEI GRANDI PLAYER (RIBASSISTI) DI LONG ISLAND

DI MAURO BOTTARELLI
ilsussidiario.net

Prima che leggiate questo articolo, è meglio premettere qualcosa: sono liberale, liberista e mercatista convinto. Ritengo la speculazione, nella maggior parte dei casi, utile al buon funzionamento dei mercati, una sorta di «pesce spazzino» degli acquari: evita la creazione sistematica di bolle (o ne facilita l’esplosione prima che le dimensioni divengano ingestibili), attacca azioni sopravvalutate riportandole a valori accettabili (o affossandole, Enron è il caso più eclatante), smaschera i bilanci allegri di aziende che capitalizzano come multinazionali pur basandosi su debiti e scatole cinesi. Detto questo, c’è speculazione e speculazione. Quando questa diventa non sistematica ma addirittura strategica per finalità non solo di lucro ma addirittura di re-indirizzamento dei sistemi, politici ed economici, allora si passa alla categoria delle consorterie, dei grand commis.
E’ quello che sta accadendo negli Usa. Non amo Barack Obama e ritengo le sue ultime scelte sbagliate o comunque tiepide rispetto alla difficoltà del momento ma qualcuno, molto potente, non si sta limitando ai giudizi e alle critiche: sta agendo per sabotare, attraverso i mercati, lo status quo. Al mondo, si sa, ci sono circoli molto influenti: l’Aspen Institute, il Council for Foreign Affairs, la Trilaterale, il gruppo Bilderberg. Ma ci sono altri simposi, altrettanto potenti, che non si danno né nomi né denominazioni: peccato che, a conti fatti, decidano per tutti noi. O quasi. Da venticinque anni a questa parte il leggendario stratega di Wall Street, Byron Wien, ora con il Blackstone Group, organizza un summit estivo con i principali player statunitensi per parlare di economia globale e investimenti.

Quest’anno non è stato diverso dagli altri, poche settimane fa una cinquantina di persone, tra cui dieci miliardari, si sono seduti attorno al tavolo imbandito da Wien e hanno fornito una indicazione netta sul futuro: Obama non va, la situazione economica è «gloomy» (fosca, ndr), occorre un cambio di marcia. «La visione generale è di un quadro di crescita molto lenta nel lungo termine, con un rischio reale di recessione», ha riassunto Wien in un report per gli investitori di Blackstone, secondo cui «l’amministrazione Obama è vista come ostile al business e in grado di scoraggiare sia gli investimenti che la creazione di nuovi posti di lavoro. La compagnie e gli imprenditori sono riluttanti nell’assumere nuovi lavoratori perché non riescono a calcolare con precisioni i costi dell’assicurazione sanitaria voluta dalla rivoluzione obamiana e temono un aumento della pressione fiscale».

I nomi dei partecipanti al summit sono segretissimi ma negli scorsi anni al pranzo organizzato a Long Island hanno sempre partecipato George Soros, Julian Roberson e James Chanos: ovvero, veri e propri pezzi da novanta. Esattamente come il padrone di casa, le cui «Dieci sorprese» erano diventate una lettura obbligata a Wall Street quando lavorava per Morgan Stanley. «Il pessimismo economico da parte dei più abbienti è perfettamente giustificabile, visto che fin dall’inizio della campagna elettorale del 2008 sono stati dipinti come dei villani dal Partito Democratico: anche se sembra che il vento politico stia cambiando, un vero cambiamento è lontano mesi, se non anni», ha dichiarato al riguardo Jim Iuorio della TJM Institutional Services.

Per Wien, «solo pochissimi dei presenti hanno dato possibilità all’indice Standard&Poor’s di raggiungere i 1200 punti l’anno prossimo». E quindi, dove investono i grandi player? Shortano in patria e in Europa e si lanciano sui seguenti segmenti: «Immobili con destinazione d’uso business, terre a destinazione agricola e Africa», queste le tre parole che Wien ha reso noto ai suoi investitori: insomma, scelte non proprio da «regular investors» ma da strateghi. Esattamente come George Soros, l’unico che al pranzo rituale del 2007 parlava a chiare lettere di recessione e mercato dell’orso: aveva ragione lui. Quest’anno, invece, la visione che abbiamo descritto prima è stata condivisa praticamente all’unanimità: «Nessuno, finito il pranzo, è corso a piazzare un ordine», ha chiosato sornione Wien.

Il problema è che quanto deciso da Long Island non è il futuro, è già il presente. La scorsa settimana, infatti, la Banca Mondiale ha avuto il buon cuore di pubblicare il report che si aspettava da mesi e dal quale si desume che gli acquisti di terreni nelle nazioni in via di sviluppo sono aumentati fino a quota 45 milioni di ettari nel 2009, un salto di dieci punti dai livelli dello scorso decennio. Due terzi, nemmeno a dirlo, si sono registrati in Africa, dove le difese delle istituzioni a scalate e acquisizioni sono più deboli o inesistenti a causa anche della corruzione dilagante. E non si tratta, come si potrebbe pensare, di fondi sovrani del Medio Oriente o della Cina ma anche di fondi occidentali – molti dei quali quotati all’AIM di Londra -, decisi come non mai a battere la concorrenza asiatica verso la nuova frontiera: ovvero, il controllo del suolo su cui scommettere «long» dopo aver shortato i subprime statunitensi.

«Le terre agricole produttive sono la scommessa di profitto del futuro, ci ho piazzato sopra un grosso stock di liquidità», ha dichiarato Michael Burry, star di «The Big Short». Ovviamente, non tutti i paesi hanno accettato di buon grado questa colonizzazione finanziaria: il Brasile, ad esempio, ha posto un limite per acro alle acquisizione estere di terreni, soprattutto nel Mato Grosso e in Amazzonia. «Le terre brasiliane devono restare ai brasiliani», ha dichiarato Guillherme Cassel, ministro dell’Agricoltura brasiliano in una sorta di deja vù emergenziale delle politica adottata negli anni Settanta dal regime militare per congelare gli acquisti esteri. Poco, però, per far desistere gente come SinoLatin Capital, Goldman Sachs, Harvest Capital o Berkshire Hathaway, la quale vede infatti il suo boss, Warren Buffett, in fase di esplorazione di una venture da 400 milioni di dollari nel business di soia e zucchero con un partner brasiliano (una sorta di prestanome di lusso per aggirare le nuove norme).

L’Argentina sta pensando a una mossa simile a quella dei vicini brasiliani visto che già il 7 per cento del suo territorio è in mano straniere, a partire dai 900mila ettari di proprietà dei Benetton in Patagonia fino alle holdings di George Soros, il filantropo, di Ted Turner e di Joe Lewis, capace di vietare l’ingresso al pubblico allo straordinario «Lago nascosto». Il perché è presto detto: al di là dell’investimento nei futuri granai mondiali, il business attuale per i paesi a grande attività industriale come la Cina è quello di scaricare altrove i costi ambientali della loro crescita a dismisura: le società industriali o «di transizione», come le definisce la Banca Mondiale, stanno perdendo ogni anno 2,9 milioni di ettari di terreni coltivabili.

Per Cheng Siwei, boss del gigante cinese dell’energia alternativa, i danni ambientali in Cina ammontano al 13,5 per cento del Pil ogni anno, un dato che può far terminare in secondo piano il dato record della crescita. Stessa cosa vale per l’India. Da qui al 2050, d’altronde, la Banca Mondiale stima che la produzione dovrà crescere del 70 per cento per venire in contro a tre priorità: l’aumento delle bocche da sfamare, l’aumento dell’utilizzo di granaglie per l’alimentazione animale da allevamento e la produzione di biocarburante. Non sarà facile, anchè perché le riserve teoriche di terreno sono a quota 445 milioni di ettari a fronte di 1,5 miliardi di ettari di produzione. La scorsa settimana, dieci persone sono morte in Mozambico per i tumulti scoppiati a seguito del bando russo dell’export di grano, il cui prezzo è raddoppiato dal giugno scorso.

Stando alla Banca Mondiale il numero di persone che ogni notte va a dormire con lo stomaco vuoto è salito da 830 milioni a oltre 1 miliardo negli ultimi tre anni. Ovviamente, questi progetti portano con sé anche investimenti, know how e infrastrutture di trasporto e collegamento prima inesistenti, come ad esempio è accaduto sulla costa pacifica del Perù. Il problema è che la terra non è una commodity, nonostante molti politici e grandi players pensino il contrario. Come vedete, io come voi, siamo sempre un passo – se non due – indietro rispetto a chi decide come andranno le cose: forse sarebbe il caso, prima di mettersi a discettare su regolamentazioni bancarie e sesso degli angeli, guardare a quella nuova categoria del business che sia chiama «geo-finanza».

I grandi player stanno giocando su due tavoli: scommettono sul ribasso dei mercati, shortando equity e si lanciano nel grande business del futuro, l’acquisizione di terra, settore precluso al 99 per cento degli investitori. Chi shorta Deutsche Bank fa una scommessa e prende un rischio, chi impone per legge il pessimismo (oltre a creare le condizioni, attraverso l’indottrinamento mediatico dell’opinione pubblica e il finanziamento a chi è pronto a sostenere i loro interessi, per un cambio della decisione politica imposta dalla sovranità popolare, seppur molto limitato nella lobbystica America dei Caucus) per guadagnarci e conquistare – letteralmente – il mondo a costo di saldo, sta decidendo anche il nostro futuro. Non so a voi ma a me non va. Altro che perdere tempo su quella pantomima di Basilea 3…

Mauro Bottarelli
Fonte: www.ilsussidiario.net
Link: http://www.ilsussidiario.net/articolo.aspx?articolo=112417
14.09.2010

Pubblicato da Davide

  • amensa

    liberismo e mercatismo, è vero che sono autoregolanti se applicati correttamente, il problema è che si autoregolano per raggiungere la massima efficienza dei capitali, non il benessere degli uomini.
    se la civiltà, il progresso, deve, ripeto DEVE avere come obiettivo l’uomo, tutti gli uomini del pianeta, gli esseri viventi, la natura, allora non sono le filosofie più adatte a tale scopo.
    pertanto la mia risposta è : ____________________________

    La società che vorrei._________________________
    Mentre nell’esporre le mie conoscenze in materia economica, faccio riferimento a cosa conosco del “sistema” reale, quello che bene o male sta operando, quando scrivo sull’organizzazione sociale, posso solo far riferimento alle mie convinzioni, maturate nell’osservazione dell’esistente, anzi, essenzialmente a cosa più detesto dell’esistente, a quelle che reputo le cause, ed eventualmente a come evitare di ripeterle in quello che è il modello che vorrei.
    Non posso garantire che funzionerebbe, non posso nemmeno garantire che non avrebbe pecche anche maggiori del sistema attuale, ma questo non mi impedisce di pensare che ne sarebbe di gran lunga migliore, se non perfetto.
    Visto che non mi è possibile, almeno finché resta un mio sogno, provarne la bontà, posso però confrontarlo con altre idee, altre persone, per scoprire se le obiezioni che possono sorgere hanno già, o almeno possono avere, una risposta plausibile, o dei rimedi praticabili.
    Passo quindi all’esposizione.
    L’attuale società, pur fregiandosi nella maggior parte dei paesi che fanno parte del nostro “mondo occidentale” della qualifica di “democrazie”, con una vera democrazia , rispondente alle caratteristiche che ne hanno ispirato la definizione, hanno veramente poco a che fare.
    Vediamo infatti che il potere che teoricamente dovrebbe appartenere al popolo, è infatti esercitato da persone, che seppur in qualche modo elette dal popolo stesso, impone continuamente le sue scelte a prescindere e anche contro quel popolo cui invece dovrebbero rispondere.
    Risulta quindi evidente che il solo voto una volta ogni tot anni, se è condizione necessaria all’attuazione del principio democratico rappresentativo, non ne è decisamente sufficiente.
    Chi disegnò lo schema dei moderni stati, si preoccupò di stabilire per ogni potere un contropotere che ne controllasse l’operato. È questo un sano principio, ma ne dimenticarono uno, forse fondamentale.
    Oltre al legislativo, all’esecutivo, e al giudiziario, non inclusero l’economico.
    Forse pensando che sarebbe dipeso dagli altri tre, forse appositamente (ricordo che a proposito qualcuno definì la democrazia il miglior contenitore a favore della borghesia), ma in conclusione non venne considerato un “potere”.
    Eppure quando si pensa che una persona come Bill Gates dispone personalmente di un bilancio e ricchezze paragonabili a quelle di interi stati, allora diventa evidente che qualcosa non va. Si perché gli uomini, quasi tutti gli uomini, proprio per le loro debolezze, sono corruttibili.
    Il fatto che esistano altre persone che, per proprietà dirette o perché controllano entità straordinariamente ricche e potenti, possono disporre di enormi capitali, sono di fatto diversi, hanno disponibile un potere enorme verso gli altri.
    Un potere che possono esercitare secondo un’etica e una morale condivisibile, ma anche no, a loro esclusivo arbitrio.
    È vero che possono esserci degli eroi incorruttibili, retti fino alle estreme conseguenze, ma come disse qualcun altro, “beati i popoli che non necessitano di eroi”.
    Allora di qui nasce il problema di controllare se queste enormi disponibilità vengono usate pro o contro le comunità, se vengono usate per esercitare un potere sugli altri o per favorirne la crescita e il benessere comune ….
    Lavoro difficile se non impossibile, e di qui la prima soluzione per rompere l’anello infame che porta chi dispone dei mezzi di dominare i poteri dello stato, non come “poteri” ma come esercizio del potere da parte di persone, umane, e con le loro debolezze, quando invece dovrebbero esserne controllati dagli stessi.
    Ricchezze come quelle di Gates, ma anche molto ma molto minori, che consentirebbero benessere ai titolari per se e le proprie famiglie, non per una, ma decine di vite, non dovrebbero proprio esistere.
    Dovrebbe essere impedito alla fonte di formarsi, con tassazioni progressive fino al limite dell’esproprio, con eventuale tassazione anche dei capitali oltre ad un certo limite.
    Non reputo un’eresia il limitare ad una certa quota da stabilire, ma indicativamente non superiore a cento volte la disponibilità media della popolazione di quella nazione. E già sarebbe una disponibilità molto grande che già potrebbe insidiare il corretto funzionamento delle istituzioni.
    Non dimentichiamo inoltre che, alla ricchezza di uno deve corrispondere la povertà di uno o tanti altri, pertanto avendo tutti corpo e anima simili, essendo tutti fatti al 90% di acqua, mi pare che stabilire dei massimi alla differenza di disponibilità rientri in un dovere della società, visto che i singoli individui non sanno imporsi limiti da soli.
    L’obiezione a questa mia affermazione, e cioè che limitando i capitali disponibili ai singoli , si tarpa le ali agli investimenti, alla creazione di ricchezza, posti di lavoro ecc… rispondo che tale limitazione non esiste, permettendo tale limite la disponibilità ad avviare qualsiasi attività, ma poi per proseguirla, ci sono altrettanti modi per reperire i capitali necessari, al di fuori della proprietà diretta.
    L’altra obiezione , e cioè che si demotiverebbero gli individui, è di nuovo un falso problema, perché nessuno vuole limitare i riconoscimenti. Ma essi possono essere concessi anche sotto forma diversa dalla disponibilità economico/finanziaria.
    Medaglie, attestati, anche disponibilità di particolari beni unici o rari, potrebbero esser dati anche senza necessariamente comportarne la proprietà, tanto per attestare le capacità , l’imprenditorialità, la dedizione fattiva al miglioramento della società stessa e del suo benessere.
    Non è forse d’altronde lo scopo recondito di certi beni attestare le proprie abilità ? non è forse il palesare la propria ricchezza il modo per dire “guardate tutti come sono bravo “ ? bene concediamo questa soddisfazione, ma impediamo che il guadagno possa essere usato per scopi meno nobili.
    Tolto di mezzo quindi il potere economico come potere di modificare e al limite sovrastare gli altri poteri dello stato, resta il come rendere effettivo il dettato democratico.
    E qui il primo e importante obiettivo da raggiungere è dare al popolo stesso i mezzi per capire, se non tutti gli atti dei governanti, almeno a grandi linee i principi.
    L’educazione delle persone, il loro acculturamento, il creare l’interesse diffuso per gli atti di governo dovrebbe essere il primo obiettivo da raggiungere. Nessuno può avere o acquisire potere nell’ignoranza di quanto dovrebbe poter controllare. Riuscire far capire alla popolazione quanto sia importante che vengano dedicati tempi per dar modo ai governanti di illustrare le motivazioni dei loro atti, promuovere dibattiti pubblici per cercare le soluzioni migliori, in modo pubblico, trasparente.
    Far capire alla gente quante risorse vengono tolte loro e come vengono impegnate, lasciando spazi per i suggerimenti, le proposte.
    E mostrare così quanto i governanti, e coloro che si propongono eventualmente di diventarlo, conoscano i problemi che interessano la gente nella loro quotidianità.
    È un problema di cultura, far capire quanto sia più importante decidere se aumentare o diminuire il deficit dello stato, indirizzare su quali direttrici le ricerche e la crescita ecc… ben più importanti per se e la propria famiglia che sapere chi e come ha fatto un goal.
    E con questo non dico che le persone andrebbero ossessionate dai problemi di governabilità, che dovrebbe esser tolto loro ogni svago, ma tra la completa ignoranza e una partecipazione compulsiva ed ossessiva, ci sarà pure un compromesso.
    E qui finiamo sulla nota dolente della partecipazione e del controllo.
    Un voto espresso una volta ogni tot anni e poi il disinteresse completo, la negazione di qualsiasi potere di controllo sugli eletti, non è democrazia. È un salto nel vuoto, è affidarsi completamente a chi non si conosce e non si sa cosa farà di tutto il potere che gli viene conferito.
    È troppo, e, dato che come dicevo prima siamo tutti uomini, fatti al 90% di acqua, ma con ognuno i propri egoismi, i propri difetti e le proprie incapacità questo potere deve essere limitato, almeno nelle scelte più importanti. E se non si può intervenire a priori, almeno a posteriori deve esser possibile manifestare un disaccordo diffuso e vincolante.
    Potere di revoca della delega, si chiama, potere di annullare decisioni, potere di mandare a casa degli eletti infedeli che non si attengano a quanto promesso, che agiscano contro il popolo e ad esclusivo vantaggio di inconfessabili centri di potere.
    Come realizzare tutto ciò ? i mezzi tecnici oggi non mancano, quello che manca è la volontà di partecipare, di rendersi responsabili non solo del proprio limitato orticello, di sentirsi parte di un corpo più grande, della comunità, e come membro attivo desiderarne il benessere.
    Non più il pubblico visto come qualcosa di nessuno, ma come un qualcosa di tutti, e di cui tutti ne devono godere, e di cui tutti sentono il dovere di preservare e difendere.

  • AlbertoConti

    E che altro può fare l’elite dei ladri di moneta, se non usarla per rubare la superficie del pianeta (prima che non valga più nulla, e in attesa della versione successiva)? Avremo così un’umanità indebitata e incaprettata che dovrà pagare pure l’affitto per lo spazio vitale, oltre agli interessi passivi sui debiti, pubblici, privati, aziendali. Unica “libertà” di manovra lavorare e consumare dentro il matrix che lorsignori decideranno a seconda di che aria tira, di cosa gli conviene di più, l’unico vero scopo della loro stupida vita. Il tempo è denaro, il nostro tempo per il loro denaro. Essere o non essere, questo è il problema. Ma il giorno del calcio in culo collettivo alla cricca si avvicina sempre più, e quel giorno vedremo che fine fa la “filosofia del pesce spazzino”.

  • Hrani

    Sig Andrea Mensa… vedo, e ormai non me ne dispiaccio quasi più, che ogni invito alla riflessione cade
    inesorabilmente nel vuoto: basta guardare al numero di risposte a questo suo sentito post.

    Convengo con molte delle sue impostazioni sul tema della nostra società, devo dire però che la parte propositiva
    andrebbe sottoposta ad una discussione a più voci per trovare una piattaforma comune e condivisa sulle azione
    necessarie ed efficaci.

    Il fatto è che ci rendiamo ormai conto tutti quanti che il tentativo di modificare la rotta del sistema
    in cui viviamo comporta uno sforzo al di la delle nostre possibilità: é come erigere un muretto di fango
    con le mani, per fermare le acque di una diga crollata.
    Credo che, invece di aspettarsi modifiche dall’alto, la soluzione l’abbia già data lei in un suo precedente
    post, quando diceva che i ricchi temono il nostro possibile organizzarci per vivere una vita estranea ai modelli
    da loro impostoci. (era nel discorso delle donazioni che annualmente gli straricchi americani fanno ai poveri).

    Se ci deve essere un cambiamento non possiamo aspettarcelo dalle strutture già sedimentate nella loro
    capcità di dominio.

    Credo che il lavoro più utile in questa fase sia quello di costruire un corpus di regole che forgino
    un nuovo tipo di società umana quando quella attuale sarà disintegrata; fino ad allora gli inviti all’azione
    cadranno nel vuoto…della pancia piena.

    Sto leggendo un interessante e-book al proposito: “la civiltà contro l’uomo” di Michele Vignodelli.

    Di proposte ne avrei anch’io a iosa per costruire un nuovo tipo di rapporti umani, di società, ma il tutto
    poi si perde nel marasma di una selva infinita di belle parole senza riscontro pratico.
    Sarebbe bello provare di fatto se certe impostazioni monetarie rivoluzionarie poi funzionano davvero, ma ciò
    va oltre alle nostre attuali possibilità.

    Ciò non toglie che uno scambio di idee è sempre stimolante e ben accetto.

    P.S. Non ho il dono della chiarezza e me ne scuso.

    Saluti Hrani.