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EARTH DAY 2008


DI BEPPE CARAVITA
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Oggi (ieri ndr) è l’Earth Day e voglio contribuire, per quanto posso, a queste 24 ore di presa di coscienza e di azione.

Ma con la mia testa.

E su questo punto: c’è uno squilibrio fondamentale, ormai evidente, da un lato tra peso, dimensioni multiple, e gravità della crisi in atto e dall’altro lato sulle risposte politiche in corso.

Guardiamo ai fatti, innanzitutto.

Primo. Nei giorni scorsi, in Scozia, causa una normale vertenza sindacale in una raffineria, si sono avuti i primi episodi di panico europei da peak oil.

Secondo. In diversi paesi poveri, anche grandi e vicini, sono in corso rivolte contro i prezzi, schizzati verso l’alto, dei generi alimentari di base. Sospinti da una folle illusione sulla panacea biofuels da mais. E da costo crescente dei fertilizzanti chimici da petrolio. Negli Usa 28 milioni di poveri (in crescita) fanno la fila per l’assistenza pubblica minima che offre quel sistema, per comprare cibo sempre più costoso. Mentre le praterie e le foreste Usa vanno scomparendo, per farne colture automobilistiche da parte di agricoltori sussidiati a un dollaro per gallone di alcool dall’ex alcoolizzato Bush.

Terzo. L’illusione di una mitigazione naturale del ciclo climatico sta rapidamente venendo meno. Il 2008 sarà di nuovo un anno duro anche sotto questo aspetto (ondate di calore, siccità e altro…). E il pianeta si presenta sempre più deforestato, sempre più privo di difese naturali. Non c’è bisogno di travestirsi da oranghi per capirlo.

Quarto. Le nostre bollette energetiche, gas, elettricità, benzina salgono rapidamente e sono destinate a salire ancora di più. Il reddito reale scende, e una spirale inflazionistica, spinta dal bene base per eccellenza (l’energia) si sta accumulando, pronta a esplodere. L’inflazione è la tassa più iniqua: colpisce soprattutto i poveri, con effetti auto-alimentanti sulla recessione, italiana, Usa, internazionale.

Quinto. Lo scoppio della bolla immobiliare mondiale (non solo Usa, ma anche inglese, spagnola, europea…) e il crollo dei mutui iper-strutturati (subprime) sta ripercuotendosi, dall’agosto scorso, in continue ondate di perdite. Ieri il Fondo Monetario internazionale ha fatto i conti anche per l’Europa. Non sono piccoli. Nessuno, in realtà, sa quanto sarà ampia questa crisi bancaria. Ieri la Banca centrale inglese (uno dei paesi con le famiglie più indebitate e minacciate sul fronte immobiliare) ha avviato la più grande operazione d’emergenza della sua storia. E’ la prima volta nello spazio monetario europeo.

Sesto. Viviamo in una situazione paradossale. Come parte dell’Europa siamo creditori finanziari (l’Euro è a 1,60 sul dollaro) ma come cittadini, soprattutto italiani, siamo debitori su fronti multipli (debito pubblico, debito privato e familiare, debito energetico fossile, debito ambientale tossico, debito climatico in accumulo….) e siamo anche in via di impoverimento.

L’Euro è quindi un colosso con i piedi d’argilla, e in rapida erosione.

Ho elencato sei facce della crisi oggi in atto. Credo potrei continuare anche oltre, mettendo in fila altri fatti.

La mia sintesi, in poche parole, è questa: stanno saltando contemporaneamente gli equilibri energetici, ambientali, finanziari, macroeconomici, di bilancio pubblico e anche microfamiliari.

Non è tempo di ordinaria amministrazione, quindi.

Se io fossi pertanto un manifestante per l’Earth Day (e dato che la Terra è ormai in era di Antropocene, ovvero la governiamo noi, e non più madre Natura) non mi limiterei quest’anno al solo problema climatico, con le solite proteste o invocazioni ai Governi, o la (pure giusta e essenziale) propaganda per il risparmio energetico, gli stili di vita da cambiare, l’alimentazione e l’agricoltura sostenibile e tutto il resto.

Stiamo rischiando di affrontare una crisi senza precedenti mettendo la testa sotto la sabbia. Illudendoci che solo un paio di concerti in mondovisione, un po’ di normale amministrazione finanziaria e tanto bricolage personale risolvano le cose.

Così, temo, ne usciremo schiacciati. Perchè da un’Europa e un Mediterraneo di miseria, di migrazioni di massa, di città sommerse , di ondate di calore e di panico, non c’è casa a emissioni zero, o gadget ecologico che ci salverà. Nè tetto fotovoltaico o campo biologico. Nè poliziotto in camicia verde o corvetta della Guardia Costiera, se di fronte hai chi ha fame ed è disperato.

E’ tempo, a mio avviso, di un’azione e di una strategia straordinaria. Azioni straordinarie per tempi straordinari.

Un anno fa mettevo su questo blog questo lungo post: la rivincita.

In tempi non sospetti con le tesi attuali di Giulio Tremonti. Che ho criticato sulle sue politiche passate e sul suo latente protezionismo.

Ma se vi date la pena, per caso, di leggere sia questo vecchio post che, subito dopo, le posizioni di Tremonti all’Aspen potrete osservare come esse coincidano, nella sostanza.

Forse Tremonti mi ha copiato, ma non arrivo a tanto.

Le ricette che la classe dirigente europea, e non solo finanziaria, ci stanno proponendo sono solo un’aspirina. Vero.

E’ necessaria un’azione straordinaria per:

Trasformare l’apparente (temporanea e illusoria) forza finanziaria dell’Euro in investimenti di riequilibrio e di innovazione (vera), capaci di aggredire assieme, tutte e sei le facce della crisi. E quindi in grado di rendere realmente forte l’Euro, e decisiva l’Europa.

Ovvero:

– energia elettrica rinnovabile e a basso costo (in termini di Eroei reale) su vasta scala, quantomeno per lo spazio europeo;

– ridisegno, a partire anche da questa energia, della mappa agricola europea, mediterranea e oltre;

– transizione accelerata e incentivata a uno scenario tutto o quasi elettrico (l’unico realistico nei prossimi 10 anni, al di là dei bei giochetti tecnici sull’idrogeno) in grado di disinflazionare strutturalmente i costi dei trasporti e dei consumi energetici, anche familiari;

– orientamento massiccio delle risorse finanziarie (patrimonialmente esistenti in Europa, ma anche e soprattutto nuove) su investimenti energetici, su prodotti e infrastrutture ad elevato ritorno reale, anche di medio termine. E questo ritorno oggi sta dentro la misura dei 120 dollari per barile di petrolio, e i suoi profitti mostruosi, (che peraltro trascina all’insù tutti gli altri prezzi, compreso gas, carbone, elettricità da fossile, persino uranio…).

L’industria bancaria e finanziaria europea, impegnata su un ciclo di investimenti, economicamente e socialmente davvero profittevoli, potrà pertanto disporre di quella piattaforma solida in grado di reggere meglio la (lunga, non vi illudete) crisi immobiliare e subprime;

– Un ciclo di investimenti reali sul tutto elettrico e sulle grandi rinnovabili (voi forse sapete come la penso, insieme a Google, sull’eolico di alta quota, sul geotermico di terza generazione e sul solare a concentrazione transmediterraneo, ma anche sui biofuels da alghe marine e sul fotovoltaico a film sottile diffuso…) è ovviamente la strada maestra non solo per mitigare il cambiamento climatico, ma anche (e forse soprattutto) per proteggere le nostre città, campagne e vite da quello che sta per succedere. Ci vuole energia nuova per questo, tanta, tantissima, e non a 120 o 200 dollari a barile…

L’acqua si desalinizza con l’energia;

L’acqua si muove con l’energia;

Le case si regolano, a temperature estreme, con l’energia (e così non si muore);

In mancanza di petrolio si usano motori elettrici…. e così via.

– Investimenti profittevoli su larga scala significano nuovi posti di lavoro, nuove imprese, nuovo lavoro che non consuma o spreca risorse naturali e umane (lavoro non precario), fuoriuscita dalla paralisi, come è quella italiana che sta immergendosi, ormai da anni, in un circolo vizioso da:

– debito pubblico – interessi da pagare su questo – tasse – bassa produttività – impoverimento – precariato e ricatto – recrudescenza criminale – ulteriori spese improduttive e ferite sociali- ulteriore debito o tasse…

All’università mi hanno insegnato che in ogni modello di politica economica ai problemi devono corrispondere altrettanti obbiettivi, perchè vi sia soluzione stabile nei modelli. Ne ho elencati sei di problemi, e enormi, e vi ho contrapposto sei obbiettivi.

A patto che si faccia, e subito, una nuova Europa. Con le idee chiare.

E qui voglio spezzare una lancia a favore di Tremonti: è urgentemente necessario un Governo europeo, un sistema politico europeo, una moneta di investimento europea. In due parole: una strategia e un piano d’azione credibili.

Le rinnovabili, piccole e grandi, il tutto elettrico integrato europeo (e trans-mediterraneo), gli interventi sull’edilizia sostenibile, l’efficienza energetica, i risparmi, la ristrutturazione agricola non si fanno da soli.

E oggi, diciamocelo chiaro, non sono ancora redditizi, profittevoli. Specie a breve termine, e sull’arco dei tre mesi canonici delle società quotate in borsa, il ritmo insostenibile mutuato dalla folle finanza americana.

Ci vuole lo Stato, perchè renda temporaneamente (e artificialmente) redditizi questi investimenti, almeno fino a quando (ed è ormai certo) non potranno marciare da soli. Bisogna quindi stampare moneta, e metterla sul futuro, solo sul futuro. Investire, investire, lavorare e poi ritornare sull’investimento. E investire di nuovo….

Con uno Stato diverso. Contemporaneamente più locale, autoregolato localmente, e insieme più sovrannazionale. Alla portata dei problemi micro e macro. Questi colabrodi nazionali non vanno più bene (forse solo per le magistrature indipendenti e le forze di polizia, ma forse nemmeno per quelle…), bisogna innovare. E alzare la mira.

Questi stati nazionali, specie se indebitati come quello italiano (dopo 46 anni di democrazia a debito), ci porteranno alla rovina. E l’Italia è il vaso di coccio europeo, ormai lo si è ben capito. Siamo i primi sulla lista nera.

Ci vuole uno Stato europeo, e in futuro persino transmediterraneo (vedi Turchia nella Ue, da accelerare…). E uno Stato diverso, capace di investire e creare lavoro e futuro, anche direttamente. Uno Stato capace di ruotare i suoi funzionari, controllato e responsabilizzato da un Parlamento europeo con pieni poteri. Ma anche con un esecutivo con pieni poteri. Fino a un presidente universalmente eletto.

Stati Uniti d’Europa. E capaci di usare la forza dell’Euro. Per renderlo ancora più forte. E non solo a vantaggio dell’Europa.

Con un progetto almeno equivalente a questo (lettura consigliata). Compreso un Pentagono europeo dell’energia, come è quello che oggi prevedono i democratici Usa.

Non sono fanfaluche o sogni. Sono scritti da mesi, belli chiari, sulla carta delle maggiori elezioni democratiche oggi in corso sulla faccia del pianeta.

Ma ci aggiungo un elemento, ancora più radicale (ma per me decisivo): la ri-nazionalizzazione, ma solo su scala europea, delle maggiori compagnie petrolifere del continente.

Oggi come oggi queste compagnie stanno diventando solo delle utility, dei subcontractors, di grandi stati che controllano le riserve petrolifere (si legga qui, lettura consigliata). Che hanno interesse a tenerlo sottoterra e a venderlo a caro prezzo. Queste compagnie hanno perso il controllo del loro mercato, e lo dicono esplicitamente. Non ha alcun senso, nè credibilità, che le compagnie internazionali ci raccontino che tra tre anni il petrolio scenderà a 60 dollari.

Sono solo balle. Il petrolio è ormai in mano agli Stati, e non più a loro, meri intermediari. Fanno i conti senza l’oste. Non hanno più il controllo nè dell’offerta nè della domanda.

Non credo proprio che Putin, Gheddafi, Ahmadinejad, Chavez, Lula, Fahd sottoscriveranno tale predizione…..

Basti
pensare, osserva Scaroni, nel corso del suo intervento
all’International Energy Business Forum che si svolge oggi nella
capitale ”che negli anni Settanta le compagnie petrolifere
internazionali controllavano il 75% delle riserve petrolifere e l’80%
della produzione di greggio” mentre ”oggi controllano solo il 6%
delle riserve petrolifere e il 20% delle riserve di gas e il 24% della
produzione di greggio e il 35% della produzione di gas”.

…………………


Dal punto di vista dei fattori interni, le compagnie petrolifere internazionali stanno pagando il prezzo
dell’eccessiva ossessione nutrita nei confronti dei risultati
finanziari a breve termine che ha dominato le loro strategie a partire
dalla metà degli anni ’80 del secolo scorso fino all’inizio del nuovo.

A questo punto queste grandi aziende strategiche vanno sottratte all’incubo, e alla paralisi mortale, della redditività azionaria di mercato a tre mesi. Vanno tolte dalla sola corsa folle e esclusiva all’ultima goccia di petrolio, di gas, o di sabbie bituminose.

Vanno indirizzate, e velocemente, con opportune risorse pubbliche europee e opportuni progetti, dove sanno benissimo dovranno andare: anche verso le grandi rinnovabili. Continentali endogene e transnazionali. E il solare non è la scelta giusta, per loro. Qui Eni, per esempio, è già fallita in passato. Qui valgono i piccoli.

E l’Eni è oggi l’azienda italiana a massima dimensione e massa di profitti (temporanei)….ed è anche leader mondiale nell’offshore (Saipem) e nella trivellazione profonda….le basta molto poco per seguire le orme di Chevron (già oggi il maggior produttore geotermico del pianeta).

E di più: L’Eni, negli anni 80, aveva già avviato una promettente diversificazione nella geotermia, salvo poi a chiudere tutto a fine decennio. Con un mercato mondiale in pieno boom perchè non ritorna sui suoi passi? Enel, per citare un’azienda di casa, già lo sta facendo: in Usa, America Latina e anche in Italia.

Secondo Scaroni le società internazionali dovrebbero concentrare i loro

sforzi su due obiettivi principali: puntare al massimo livello
possibile sul loro know how tecnologico e in secondo luogo ripensare il
loro approccio culturale agli affari. Il che vuol dire concentrarsi
maggiormente su una visione di lungo termine.

Le grandi compagnie petrolifere europee sono le sole, (con l’aggiunta forse dell’Enel italiana e i gestori elettrici islandesi per la nuova geotermia) ad avere le competenze, la dimensione, le scale e il know-how per attaccare il problema, non solo europeo, delle grandi rinnovabili continue e di base.

Mentre per le rinnovabili leggere e diffuse vanno benissimo i conti energia, le aziende e iniziative distribuite, a questo punto su scala del continente (e non solo di Germania, Spagna e Italia…).

Le sole rinnovabili pesanti rischiano di arrivare troppo tardi. Le leggere di non risolvere i problemi, se non in piccola parte.

Come in ogni esercito ci vogliono assieme forze pesanti e leggere, capaci di colpire coordinate. Un mix vincente.

E per la grid europea integrata (fino all’Islanda e al Mediterraneo) vanno altresì bene i gestori elettrici, pubblici (come Terna) o public companies che siano. Anche per l’Italia i lavori sono in pieno corso (si legga qui lo scenario più recente).

Ma gli oil giants europei vanno messi su un cammino ben più a medio e lungo termine. E’ essenziale.

E qui affermo un’altra eresia delle mie. Così come ha fatto Putin con la sua Gazprom, gigante energetico russo statalizzato risultante dalla sua offensiva su Lukoil. Questo, anche se non è certo un esempio di democrazia, è comunque un caso evidente. Sarà mafioso, sarà autocratico ma il caso Gazprom funziona. Serve, piaccia o no, alla Russia.

Putin, a modo suo (in stile Kgb) ha fatto (duramente) la cosa giusta per il suo Paese. Ha creato il braccio armato russo per la grande trasformazione.

Il nucleare, sulla scala di questi problemi, è e sarà solo un pannicello caldo. Uno specchietto per le allodole. Almeno fino a che non vi saranno reali tecnologie autofertilizzanti, capaci di fornire un reale Eroei, oggi mancante. E ci vorranno almeno dieci anni, solo per capire la strada giusta (al di là delle attuali bombe nucleari al sodio – tipo Superfenix – dismesse in tutto il mondo). Ma anche qui ci vuole un Pentagono europeo dell’energia, capace di battere moneta e investire in reale ricerca.

————–

Scusatemi, ho solo messo in fila un po’ di fatti, letto un dibattito in corso in Europa, un documento elettorale Usa e ne ho tratto alcune, e a mio avviso logiche conseguenze.

Nelle nostre case, nelle nostre vite sta arrivando, con il pieno, la spesa e la bolletta, una crisi senza precedenti. Chi ha un mutuo lo sa benissimo…

E non voglio che ci finiamo stritolati. Illudendoci che basti una crocetta (o non crocetta) su una scheda elettorale per risolvere tutto.

Non è così. E mi spiace anche un po’ che l’unico (e finora mi pare, anche isolato) soggetto che ha capito la sostanza del programma dei democratici Usa sia Giulio Tremonti.

Walterloo (come lo chiama Grillo) o il sempreverde D’Alema ci hanno parlato (o nemmeno parlato) d’altro.

L’Italia da sola non ce la potrà mai fare, conciata com’è, dopo 46 anni di sperperi castali.

Dobbiamo mettere ordine in casa nostra e nelle nostre teste. Guardando in faccia alla realtà, anche se dura.

Dobbiamo tornare, tutti a essere europeisti attivi. Ma con le idee chiare. E, a mano a mano che la crisi si aggrava, trovare progressivamente nuovi alleati in questa battaglia di sopravvivenza.

E non solo. Dobbiamo resistere alla comoda sirena del protezionismo, e mettere in atto il contrario esatto: un open source mondiale di questa strategia.

L’Europa è oggi l’unica grande nazione al mondo che ha le risorse finanziarie (reali e potenziali), il know-how industriale e scientifico, le istituzioni (da completare, certo) e la cultura non più imperialista per aggredire il problema su scala anche planetaria.

E’ l’unica. E questo è il nuovo sogno europeo, almeno per me.

Ragazzi dell’Earth Day, non siete affatto condannati a un futuro da suicidio, da precariato, da povertà o persino miseria.

Non è per nulla detto, anche in Italia.

Ve lo dico con il cuore e con la mente. Basta che lo vogliate, vi battiate e facciate tanto passaparola.

E vi prepariate a fare, anche studiando, le cose giuste.

Proclamiamo con forza un Earth Day europeo concreto e preciso nei suoi obbiettivi.

Beppe Caravita
Fonte: http://blogs.it
Link: http://blogs.it/0100206/2008/04/22.html#a7877
22.04.08

Pubblicato da Davide

2 Commenti

  1. Caro Beppe Caravita,

    strano che nell’Earth Day anche tu, come tutte le più note associazioni ambientaliste (?) hai dimenticato di parlare dell’impatto devastante della produzione (e consumo) di carne…
    Scrivi ad esempio:

    “Mentre le praterie e le foreste Usa vanno scomparendo, per farne colture automobilistiche da parte di agricoltori sussidiati a un dollaro per gallone di alcool dall’ex alcoolizzato Bush.”

    No, caro Beppe, a parte il tuo umorismo, c’è ben poco da ridere: le foreste vanno scomparendo per fare posto a colture per nutrire gli animali allevati per il consumo umano, e per il pascolo dei bovini.

    “Perche’ la foresta amazzonica brasiliana viene distrutta?” http://www.agireora.org/info/news_dett.php?id=316

    E’ così difficile ammettere che per salvare il pianeta OCCORRE scegliere di mangiare vegetariano e meglio ancora vegan?

  2. Sottoscrivo pienamente il commento precedente.
    Inquina di più un carnivoro in bicicletta che un vegetariano in suv…