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E' UN CALCIO DA AZZERARE

SIMONE GIRARDIN intervista MASSIMO FINI

L’affarismo lo ha svuotato dei suoi valori.

Massimo Fini, parliamo di calcio. Sgombriamo il campo da possibili dubbi: per quale squadra simpatizza?

«Sono un torinista».

Dunque può andare in giro a testa alta. Anzi può anche sfottere i cugini visto il casino delle intercettazioni telefoniche tra Luciano Moggi, sponda Juve, e gli arbitri.

«Da questo punto di vista sì. Ma, vivendo a Milano, non sono così anti Juventino come i torinisti che abitano a Torino. Sono, se devo dire la verità, più anti-Milan e anti-Inter».
Senta, potrebbe anche non avere nulla di penalmente rilevante, ma il dossier sul trio Moggi-Giraudo-Pairetto consegnato dalla Procura di Torino a quella di Roma aprirebbe uno spaccato inquietante del mondo del calcio e confermerebbe tante voci circolate da tempo. Oppure sono telefonate normali in un ambiente come quello del pallone?

«Trovo la vicenda meno grave di quanto si voglia farla apparire. A meno che non si dimostri una corruzione degli arbitri per modificare le partite. Allora il discorso da fare sarebbe un altro. Mi pare, però, che si evidenzi soprattutto il fatto per cui Moggi favoriva questa agenzia di procuratori legata a suo figlio (la Gea World, ndr). Una storia, tutto sommato, circoscritta».

Lei cosa pensa di questa vicenda? È possibile che gli arbitri siano corrotti?

«Mi chiedo soltanto come facciano la maggior parte degli arbitri, in un baraccone di queste dimensioni economiche, dove gira così tanto grano, a restare ancora puliti. È un miracolo».

Che idea si è fatto di Luciano Moggi?

«Una persona da sempre chiacchieratissima. Ma poi accolto in pompa magna in tutte le trasmissioni sportive come fosse un normale signore».

Però se l’immarcescibile Franco Carraro ha lasciato la poltrona più alta della Figc, ci deve essere qualcosa di grosso sotto, non crede?

«Mi pare un piccolo segnale. Carraro è oltretutto una persona di poche capacità e di una noiosità pazzesca. Il problema è che il sistema calcio è talmente corrotto che l’ uscita di scena del presidente della Figc vale come una goccia in un mare».

Intanto al carrozzone pallonaro mancava solo questa brutta vicenda. Che cosa è successo per ridurre in questo stato il calcio italiano?

«Direi che quanto sta accadendo oggi è solo uno dei tanti sintomi di un malanno più grave: e cioè che il fattore economico ha completamente invaso il calcio, svuotandolo piano piano di tutti i suoi valori identitari, simbolici e rituali che hanno fatto la fortuna di questo sport».

Sta dicendo che oggi il calcio non è più del popolo ma degli affaristi?

«Assolutamente sì. Tutto viene travisato. La passione del tifoso è totalmente gratuita e irrazionale. Cosa ci guadagna se la sua squadra vince o perde? Nulla. Se invece trasformi un qualcosa che fa parte del mitico e dell’irrazionale in una questione esclusivamente economica e televisiva e razionale, snaturi il senso di questo sport. Ne intacchi la sua sacralità. Come fai a razionalizzare una messa? In più sono stati talmente incapaci che, pur puntando tutto sull’economico ed eliminando gli altri elementi del calcio, hanno perso molti soldi. Ci vuole tutta. Quale altro avvenimento ti porta in certi stadi 60 mila spettatori?».

Dunque chi ha le redini del gioco ha snaturato il calcio?

«Oggi il sistema calcio è il luogo dove si giocano gli interessi politici ed economici più significativi. Un tempo andavi allo stadio per dimenticare le fatiche della giornata, per scaricare le tensioni. Oggi chi va, si ritrova a guardare un partita di interessi di Berlusconi piuttosto che di Tanzi. Nulla è più vero. Ma è possibile che una squadra tenga in panchina il capitano della nazionale portoghese (Rui Costa, ndr). Il calcio è bello perché anche l’ultima può battere la prima. Penso al Verona, al Cagliari. Ma se poi ci sono club che possono comprare tutto, le altre sono destinate a sparire. Soprattutto quelle legate ai simboli come il Genoa».

E di fatto allo stadio si va sempre meno…

«Giusto così. Tra l’altro un tempo lo stadio era un collante sociale, un elemento di unione interclassista. Ci andavano un po’ tutti. Potevi trovare l’operaio vedere la partita seduto a fianco del padrone. Oggi si è smarrito il senso della festa nazional-popolare legata al calcio. Il pallone è diventato invece uno spettacolo televisivo che come ogni programma tv un giorno può piacere e domani non più. Scrissi nel lontano 1982 che il pallone andava a morire, ma non pensavo che l’avrei visto soccombere prima di me».

Se dovesse trovare un colpevole di questo disastro del sistema calcio, chi sceglierebbe?

«Direi che Berlusconi è stata la punta di lancia. Il Milan è stato prima il settore trainante della pubblicità della Fininvest e poi per la sua carriera politica. Agnelli e la Fiat hanno sempre tenuto le distanze dalla squadra. L’avvocato non avrebbe mai detto come ha fatto Berlusconi “il Milan vince perché adotta la filosofia della Fininvest”. Berlusconi è stato un elemento di spinta, uno che avrebbe voluto spezzare le partite in quattro tempi per dare più spazio alla pubblicità. È il clima dei tempi. Quello che riconosce come valore solo quello economico. E gli ideali vengono messi nel cassetto».

Questo calcio è ancora credibile?

«Non lo è più. Perché non è più il calcio. Oggi ci sono squadre che schierano undici stranieri in campo. Ma il pallone è una questione identitaria. C’era il rito domenicale mentre adesso è spalmato su quattro giorni e parlato sette su sette. Dove si discute più delle relazioni amorose dei calciatori che di calcio giocato. Ci hanno espropriato pure della chiacchiera. Un tempo ci si sfotteva il lunedì mattina al bar o in fabbrica. Tutti eravamo legittimamente ct. Ora ci sono quelli autorizzati a parlare di pallone che poi non ne capiscono un bel niente. Ricordo che quelli della mia generazione hanno giocato tutti al pallone anche perché il tennis era roba da ricchi. E abbiamo amato moltissimo il pallone. Oggi tanti di loro si sono allontanati. Così come molti giovani preferiscono altri sport dove, magari, ci sono altri valori . E non hanno tutti i torti».

Club quotati in Borsa che lo stesso anno vincono lo scudetto. Pensa che il sistema calcio sia stato alimentato da un rapporto poco “professionale” con le banche e la politica?

«È difficile da dire. Posso solo parlare del mio sconcerto quando, ancora inviato dell’Europeo, andai al solito bar sport per acquistare dei biglietti di una partita: mi dissero che li avrei trovati in banca. Di certo le squadre quotate in Borsa vanno nella direzione opposta alla sacralità di questo rito».

E i palazzi romani della politica?

«Hanno fatto la loro parte, incoraggiando questo sistema. Per la politica il calcio, con la televisione, è diventato quasi un settore strategico. Scontato dunque che si aiuti quel sistema affaristico che è il pallone odierno. Gli unici a difenderlo, o almeno a limitarne i danni, sono forse stati quelli che venivano definiti sprezzantemente i parrucconi dell’Uefa. Senza di loro oggi avremo partite da otto tempi…».

Restiamo a Roma. Questa estate il calcio ha vissuto la clamorosa vicenda dei 140 milioni di euro di debiti della Lazio dilazionati in 24 anni. Allora gli ultras laziali sfilarono più volte davanti all’Agenzia delle Entrate perché il fisco aiutasse la loro squadra. Non è anche questo un paradosso del pallone?

«È certamente una degenerazione culturale. Preferisco però ricordare un’altra vicenda di cui i giornali hanno scritto poco o nulla. Tre anni fa, in una calda domenica di giungo, numerosi ultras di 78 club di serie A, B e C fecero un compostissimo sit in, davanti alla sede della Lega calcio a Milano, al grido di “ridateci il calcio di una volta”. Un messaggio chiarissimo. Quindi non c’è solo la sfilata dei laziali. Il tifoso capisce che gli stanno frantumando il giocattolo».

Questo calcio è un malato curabile?

«Dovremmo azzerarlo per un anno. Come hanno fatto gli americani con il baseball. Si può fare. Allora forse si potrebbe ripartire da basi più solide. Io non trovo accettabile che su uno sport nazionale come il calcio sia la tv a decidere chi può e chi non può vedere le partite. Se hai i soldi le vedi, altrimenti pazienza. Se non hai Sky puoi scordarti le prossime partite del campionato del mondo. Ancora una volta tutto in nome del business. L’errore più grave è stato mettere il calcio in mano alle televisioni. Insomma oggi ci hanno tolto le partite e pure la chiacchiera visto che ci sono i commentatori autorizzati».

Una curiosità: Fabio Cannavaro, difensore della Juve, ha detto al settimanale Vanity Fair che «Vladimir Luxuria ha confessato un debole per me e pure Cecchi Paone ha detto che sono un’icona gay…». Forse il senso del calcio è tutto qui?

«Oramai si gioca di più fuori dal campo che dentro il rettangolo. Il calcio è soltanto business. Ecco perché, in fondo, il “caso Moggi” diventa marginale rispetto al contesto della situazione».

Simone Girardin intervista Massimo Fini
Fonte: www.lapadania.com
12.05.06

VEDI ANCHE: IL CAVALIER VINCENTE

Pubblicato da Davide

Un commento

  1. Due minuti dopo aver giurato fedeltà alla Repubblica, un minuto dopo aver dato l’incarico di governo a Romano Prodi, GiorgioNapolitano dovrebbe presentarsi davanti alle telecamere e annunciare, a reti unificate, provvedimenti d’emergenza per il calcio. Annullamento degli ultimi dieci campionati. Scioglimento di tutti gli organismi federali. Invio a Germania 2006 della nazionale dilettanti. Divieto perpetuo di far pagare le partite in tv e riconversione delle trasmissioni sportive, dedicaldole completamente a pallanuoto, atletica leggera, rugby e sollevamento pesi, lasciando alla radio l’esclusiva della cronaca dei secondi tempi delle pertite di serie A. Prezzo di un euro per l’ingresso agli stadi di qualunque categoria, senza distinzione tra tribuna vip e curva. Se poi, a titolo simbolico, decidesse pure dimandare la Juventus in B – almeno per un anno – sarebbe perfetto. Ilmigliormodo per «contribuire alla serenità della nazione»: il paese è diviso e imondiali incombono. L’assunzione dei pieni poteri presidenziali sul pallone non è previsto dalla Costituzione, ma potremmo fare uno strappo – uno solo e questo solo – al nostro rispetto per la Carta dei padri costituenti. Strappo tollerabile – se non necessario – e certamente più confacente ai bisogni popolari rispetto a quello un po’ golpista proposto attraverso il Foglio da Piero Fassino, juventino sospetto. E non si dica che l’intervento di Napolitano sarebbe una cosa poco seria per il massimo rappresentante istituzionale.

    Se il calcio è una metafora della vita, oggi è la rappresentazione di una metastasi, paradigma di una logica di potere che col berlusconismo ha parecchio a che fare (a prescindere dal colore calcistico dell’ex presidente del consiglio). Per curare l’Italia da qualche parte bisognerà pur iniziare, perché non farlo dal «luogo» che concentra gli interessi di milioni di italiani e ridare loro una possibilità di salvezza. Nel mondo marcito che incombe su dei rettangoli d’erba c’è la rappresentazione di cosa siamo diventati. Dirigenti che hanno trasformato ilmodulo del calcio totale in un sistema totalizzante; una concentrazione di potere che detta ai designatori arbitrali i nomi delle «giacchette nere» (ora sono colorate ma, visti i fatti, sarebbe bene rioscurarle); giornalisti che si fanno dettare le scalette delle trasmissioni dai suddetti potenti (probabilmente in cambio di qualcosa); calciatori che scommettono sulle loro partite (e, forse, se le vendono o se le comprano); società di intermediazione calcistica che taglieggiano gli atleti (come sportive agenzie di lavoro interinale). Potere e soldi che soppiantano regole e diritti, a cominciare da quelli di chi assiste allo spettacolo. Pubblico pagante cui viene venduto uno show finto spacciato per gara vera, chiamato a «partecipare» tifando per questo o quello, un po’ come è accaduto ultimamente in politica. E alla fine scopre pure che il gioco è truccato. Sentire ora chiedere dal vassallo calcistico di Berlusconi un «codice etico» è come assistere basiti a un convegno sull’etica degli affari: la beffa che vuole coprire l’imbroglio. Meglio azzerare tutto, dal vertice alla base, ricominciare a patire per il terzino dai piedi cattivi che mettendoci l’anima sbaglia il rilancio. Rinunciare a un po’ di spettacolo in nome della verità, di show in nome dello sport. Altrimenti non resta che mandare al diavolo san Siro, l’Olimpico e ilDelle Alpi, emigrare in un campetto di periferia per guardare ragazzini con maglie troppo grandi per loro. Sarebbe una rivoluzione politica, il gioco più bello del mondo.

    Gabriele Polo
    Fonte: http://www.ilmanifesto.it
    12.05.06