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E SERGE LATOUCHE RILANCIA PER L'OGGI LE TESI POUNDIANE

DI RICCARDO NOTTE
secoloditalia.it

Con “L’invenzione dell’economia” lo studioso propone una rigorosa analisi storico-critica che muove da lontano: dall’etica di Aristotele

Preso alla lettera, il messaggio dell’economista e filosofo francese Serge Latouche assume un insolito sapore escatologico, un annuncio della fine dei tempi che talvolta sfiora i toni della predicazione millenarista. Perché nel volume L’invenzione dell’economia (Bollati Boringhieri, pp. 257 pagine, € 18,00) nell’ottima traduzione di Fabrizio Grillenzoni, abbondano frasi apocalittiche come le seguenti: «Questo totalitarismo dell’economia è destinato a portare, nel tempo, alla morte dell’economia, e forse dell’umanità stessa. L’assurdità di una vita di cui l’economia è insieme il mezzo e il fine si smaschera, e con ciò si smaschera il vuoto fondamentale della vita. Tanto vale suicidarsi e farla finita subito». Davvero sinistro. Oppure si legge: «Il sole della modernità e dell’economia ha raggiunto il suo Occidente, cioè il luogo del suo tramonto». Annuncio quasi spengleriano. Ma ancora: «La monetizzazione di tutto e di ogni cosa alla quale oggi assistiamo provoca il collasso delle significazioni».

Nella foto: Ezra PoundEnigmatico. D’altronde, Latouche è celebre per le sue tesi anticonformiste, enunciate ad esempio in Come sopravvivere allo sviluppo (2005), in La Megamacchina (1995) o nel Breve trattato sulla decrescita serena (2008); ma in L’invenzione dell’economia, se si escludono le provocazioni appena citate, inutilmente si cercherà la moneta catastrofista oggi così facilmente spendibile nell’era della crisi economica planetaria. Nella prefazione all’edizione francese, apparsa nel 2005, Latouche ricorda che la genesi di questo libro affonda in tempi remoti e non sospetti, quando il mito dominante era quello dell’espansione illimitata.

All’epoca fiorivano interpretazioni dell’agire economico che promettevano vertiginosi, inarrestabili incrementi progressivi. Grandi personalità della scienza, come il biofisico Stuart Kauffman, ragionavano intorno ai “possibili adiacenti”, che in economia si sarebbero tradotti in sempre maggiori livelli di complessità, quindi di ricchezza. Anche Derrick de Kerckhove, allievo e prosecutore di Marshall McLuhan, illustrava grafici che connettevano la crescente velocità dell’informazione all’accelerazione economica e finanziaria, prospettando mirabolanti futuri contingenti. Oggi, invece, anche i sostenitori dello sviluppo illimitato confessano alcune incertezze, e l’industria editoriale vi si adegua.

Ma perché considerare l’economia una “invenzione”? Il libero scambio, la moneta, il prestito a interesse e il concetto stesso di merce sarebbero dunque paragonabili alle scoperte e applicazioni della macchina a vapore o dell’elettricità? È possibile ripensare la storia in assenza di sistemi produttivi e finanziari? È concepibile l’homo senza l’aggettivo oeconomicus? Se l’economia è davvero un’invenzione maledetta, generatrice di ossessioni utilitaristiche senza fondo e senza scopo, è corretto auspicare una società priva delle leggi economiche oggi conosciute e accettate? Non si sfiora forse il sogno degli anarchici? Soprattutto, è realistico pensare a un mondo privo del denaro, eppure sovrabbondante di beni e di servizi? I poeti, i letterati, ci hanno provato. Il poeta americano Ezra Pound, nei suoi scritti economici, denunciò l’allucinazione, la mania e l’idea fissa del mercato, come si sa. E H.G. Wells, in Uomini come Dèi, descrisse dal canto suo la civiltà senza denaro e senza merci degli utopiani, gli abitanti di una immaginaria dimensione parallela. Da queste radici migliaia di emuli.

Latouche apparentemente non si spinge così lontano, o per meglio dire non si dichiara. Certo è che in L’invenzione dell’economia troviamo una rigorosa analisi storico-critica che muove da lontano: dall’Aristotele dell’Etica nicomachea fino alle sorprendenti radici agostiniane e gianseniste del capitalismo, passando per l’invenzione lessicale del termine “economia”, per la fondazione dell’ideologia lavorista, per la costruzione di una fisica sociale, per la inevitabile distruzione del concetto di communitas per la pressione del capitale finaziario. L’ascendenza metafisica – studiata con acume in oltre i due terzi di questo arduo testo – certamente sgomenta, ma a ragione consente di parlare di una vera e propria religione dell’economia, e della sua specifica dogmatica.

La pietra di paragone non poteva che essere l’opera di Adam Smith: forse il capitolo più impegnativo del libro. Con la mediazione e critica del pensiero di Depuy, Latouche riesamina il movente fondamentale, l’impulso primario che si cela dietro ogni accumulazione capitalistica. Era rovello dell’autore della Ricchezza delle nazioni, e lo è ancor oggi per ogni economista. Ed ecco sorgere, del tutto inatteso, il confronto con René Girard, il grande antropologo e filosofo, teorico del capro espiatorio, del meccanismo persecutorio e della rivalità mimetica. Al fondo del processo economico potrebbe infatti celarsi il desiderio di approvazione degli altri, mutuato dal possesso e dall’ostentazione: forma trasversale e a-culturale di narcisismo collettivo, che si risolve nella fondazione di un autentico mito. Il mito economico, per l’appunto.

Certo, il desiderio mimetico può percorrere vie opposte. Da un lato esso può volgersi nell’interiorità, e praticare la cura dell’anima e la saggezza. Dall’altro esso può ben realizzarsi nell’acquisizione della ricchezza. In fondo, entrambe le vie sono forme di “speculazione”, cioè di relazione dell’io con gli altri.
Solo che questa Alice perennemente davanti allo specchio può tendere sia all’esteriorità, quindi alla proprietà, al fasto e a tutto ciò che il denaro può comprare, comprese le anime, sia all’acquisizione dei saperi e delle virtù. Entrambe, però, a ben vedere, esperienze faustiane, e infelici, perché ambedue uniformate all’accumulazione progressiva, entrambe accomunate dalla necessità di trasformare un processo vitale in astratto capitale. Tutto sommato, un libro che lascia pochi spiragli.

Riccardo Notte
Fonte: http://www.secoloditalia.it/publisher/In%20Edicola/section/
20/03/2010

Pubblicato da Davide

  • Tonguessy

    ” Al fondo del processo economico potrebbe infatti celarsi il desiderio di approvazione degli altri, mutuato dal possesso e dall’ostentazione: forma trasversale e a-culturale di narcisismo collettivo, che si risolve nella fondazione di un autentico mito. Il mito economico, per l’appunto. “
    Non so se questo è il pensiero di Latouche o di Notte. Suppongo di quest’ultimo.
    Da questo delirio di picaresche astrazioni balza agli occhi “l’a-culturale narcisismo collettivo”. L’ipotesi è che l’economia intesa come narcisismo trovi humus dove nascere e poter crescere non nell’ostentazione del lusso, non nelle conquiste meramente materiali e mai spirituali, non nella parcellizzazione delle coscienze conseguente alla specializzazione di modi, conoscenze, semantiche, in poche parole non nella deriva etica dell’occidente inteso come matrice culturale ma nella a-culturalità collettiva. ESTIQAATSI!!! Fargli scrivere un commento a Gianni Balengo (giostraio) sarebbe stato più sensato.
    Notte a tutti

  • Rossa_primavera

    Nella deriva etica dell’occidente inteso come matrice culturale ma nella a culturalita’ collettiva?Ti sei sparato in vena un libro di Argan?

  • Tonguessy

    quello è Notte

  • vic

    Citiamo la RAI d’antan, una notevole trasmissione d’archivio dedicata ad Ezra Pound.

    YouTube search: forestudio Sogno infranto Ezra Pound

  • anonimomatremendo

    Ancora in epoca classica i Greci guardavano con sospetto alle qualità che il denaro stava acquisendo come valore autonomizzato. Nel Frammento del testo originario di “Per la critica dell’economia politica” del 1858, inserito nei Lineamenti fondamentali, Marx rammenta come Platone e Aristotele fossero contrari all’uso del denaro solo per avere altro denaro, e proponessero entrambi di usarlo solo come mezzo di misura e di circolazione, cioè nella forma Merce ® Denaro ® Merce, ritenuta naturale e razionale; criticavano invece la forma Denaro ® Merce ® Denaro, che Aristotele chiamava crematistica, adatta solo ai traffici per denaro e quindi innaturale. Questa critica del valore e dell’uso del denaro per l’arricchimento fine a sé stesso non poteva ancora essere intuizione per la futura formazione del Capitale, ma certamente i due filosofi avvertirono che i processi in corso, anche se ancora in embrione, avrebbero dominato l’uomo.

    La resistenza dell’uomo agli effetti dell’autonomizzazione del valore la ritroviamo lungo tutta la storia, nella filosofia, nell’arte, nelle dottrine religiose, nella politica. Alcuni tentativi di conservare il lato umano dello scambio per l’uso, come la proibizione dell’usura nelle dottrine cristiana e islamica, sono stati grandiosi ma inesorabilmente sconfitti, e ogni traccia delle antiche società comunistiche, ancora presente a lungo nelle nuove società, finì per essere spazzata via dopo essere stata utilizzata per l’affermazione del nuovo. È normale che nei periodi di assestamento sociale o di strenua conservazione reazionaria gli uomini siano portati a vagheggiare epoche migliori, riproponendo rapporti sociali del passato ancora impregnati di precedenti forme di produzione, poiché li credono esenti da degenerazione e decadenza. Non è un caso che oggi, di fronte alla devastante marcia della scienza e dell’industria borghesi, si faccia strada una ideologia primitivista anti-scientifica e anti-indutriale. Finché gli uomini si limiteranno a questo, invece di demolire ogni barriera che li separa dal domani, il passato opporrà tenace resistenza, anche se il futuro avanza comunque nelle pieghe del presente (le rivoluzioni sono processi continui nei quali l’atto distruttivo verso il sistema precedente è solo un evento discontinuo, necessario, di grandissima accelerazione storica).

    Vi è sempre qualche aspetto paradossale ma invariante in tutte le rivoluzioni. Il valore, per realizzarsi pienamente, deve distruggere tutti i limiti che impediscono il suo affermarsi alla scala planetaria. In altre parole deve imporsi come l’unica regola della comunità globale cui gli uomini possano far riferimento. Il pieno sviluppo della società del valore richiede una conseguente organizzazione globale, e l’unica comunità possibile diviene, al di sopra dei singoli paesi, la comunità-Capitale. A chi non si lascia abbindolare dall’esaltazione dell’individuo egoista ma guarda ai fatti e vede come realmente stanno le cose, la realtà capitalistica ultima rivela uno straordinario riproporsi della comunità. Togliete il Capitale e avrete di nuovo (specularmente e non come reazionario ritorno indietro) la specie-natura con in più le incredibili possibilità date dall’industria. È la scienza-industria che renderà possibile la nuova armonia con la natura, abbassando verso lo zero la colossale (e mortale) dissipazione termodinamica del capitalismo, offrendo i mezzi per rientrare nel ciclo energetico del Sole. Tutte le disquisizioni sullo “sviluppo sostenibile” sono pure idiozie, e come parola d’ordine paleo-ecologista lo è al massimo grado: nessuno sviluppo nel senso di crescita esponenziale, capitalismo o meno, può essere sostenibile, dato che porta a grandezze infinite entro un mondo finito.

    L’autonomizzarsi del Capitale e le sue conseguenze pratiche>

    http://www.quinterna.org/pubblicazioni/rivista/17/autonomizzazione.htm