Home / ComeDonChisciotte / E SE LE SPIE GIOCASSERO CONTRO PUTIN ?

E SE LE SPIE GIOCASSERO CONTRO PUTIN ?

DI GIULIETTO CHIESA
La Stampa

Se davvero all’origine degli assassini di Anna Politkovskaja e del colonnello Litvinenko ci fosse Vladimir Putin, ci troveremmo di fronte a un record di masochismo, ovvero autolesionismo, da Guinness dei primati.

Anna Politkovskaja è stata ammazzata il giorno del compleanno del Presidente russo. Un amico russo mi ha detto: «L’hanno ammazzata di pomeriggio, proprio in tempo per far arrivare il cadavere sul tavolo della festa, quando si alzano i boccali». Colpisce la coincidenza, lo sfregio. Ma forse non è solo una coincidenza, e non è certamente una sola coincidenza.

Due vertici importanti, cruciali, dove Russia ed Europa s’incontrano per decidere il futuro dei rapporti strategici, in un momento indubbiamente difficile: entrambi vengono preceduti di poche ore da un assassinio che sembra fatto apposta per gettare una luce sinistra sul Presidente russo. Un signore, per giunta, che sa per antico mestiere come, all’occorrenza, si fanno queste cose. Ed è dunque altamente improbabile che commetta con tanta leggerezza due errori così grossolani, consistenti nel gettare tutti i sospetti proprio su se stesso.
Forse sarebbe più logico tenere d’occhio la virata che Putin ha compiuto in questo anno. Ucraina, Georgia, Bielorussia sono stati tre colpi che Mosca ha subito in un anno. Due offensive le ha dovute incassare, una, quella bielorussa, l’ha rintuzzata. Ma a Mosca non sono distratti, come gli sviluppi successivi a Kiev hanno già dimostrato. E hanno carte decisive da giocare, in primo luogo energetiche, per riportare la Russia nel novero dei giocatori mondiali. Ecco, anche, perché ogni punzecchiatura, da qualunque parte venisse, fosse essa Tbilisi, o Varsavia, o Washington, ha ricevuto risposte dure dal Cremlino, sprezzanti, senza complimenti. Detto in altri termini: è finita la «ritirata strategica» di Mosca che ha caratterizzato gli ultimi quindici anni.

Questa virata ha irritato molto gli Stati Uniti e alcuni circoli europei occidentali. Si tenga presente questo dato. Questo Putin non piace più all’Occidente.

Tutti e due gli assassini in questione sfiorano o toccano Boris Berezovskij, l’oligarca che più di ogni altro ha accompagnato l’ascesa al potere di Putin e, più di ogni altro, conosce i suoi segreti. Si ricorda ancora oggi a Mosca la sua telefonata con il terrorista Shamil Basaev all’inizio della seconda guerra cecena, allora pubblicata dal Moskovskij Komsomolets. Forse ci fu più d’un nesso tra la seconda guerra e qualcuno degli oligarchi di Mosca, nel senso che furono loro a inscenarla e a pagarla. Se Scotland Yard volesse lavorare bene, la prima cosa da fare sarebbe sentire, con molta attenzione, proprio Boris Berezovskij. Un panorama comunque inquinato. Dare credito a voci così equivoche non è ragionevole.

E c’è un altro punto da tenere in conto. Vladimir Putin è al termine del suo secondo mandato. Teoricamente non può più ripresentarsi. Lui non ha ancora detto cosa vuol fare. Ha solo lasciato capire che continuerà a esercitare un’influenza decisiva sugli affari dello Stato russo. Non ha scelta. E il fatto che non abbia scelta potrebbe essere proprio confermato da questi due «strani» e «troppo tempestivi» assassini. Che potrebbero indicare l’inizio di una furibonda lotta per togliere di mezzo proprio il nuovo aspirante interprete della grandezza russa.

Giulietto Chiesa
Fonte: http://www.lastampa.it
Link

27.11.06

VEDI ANCHE: DALLA RUSSIA CON IL TALLIO

Pubblicato da Davide

  • Tao

    "Un giorno Vladimir Vladimirovič™ Putin sedeva nel suo studio all’interno del Cremlino e rileggeva la lettera scritta dal colonnello Aleksandr Litvinenko prima di morire.
    Il telefono che si trovava sulla scrivania di Vladimir Vladimirovič si mise a squillare. Vladimir Vladimirovič™ sollevò subito la cornetta.
    – Ascolta, fratello*, – nel ricevitore risuonò la voce del direttore del Servizio di Sicurezza Federale Nikolaj Platonovič Patrušev. – Io non li capisco mica, questi inglesi.
    – In che senso? – domandò Vladimir Vladimirovič™.
    – Mah, si sono messi a dire che abbiamo avvelenato quel Litvinenko, – spiegò Nikolaj Platonovič. – Ma se fossimo stati noi lo avremmo sicuramente ucciso con il rutenio!
    – Con cosa?! – Vladimir Vladimirovič™ non capiva.
    – Con il rutenio, – ripeté Nikolaj Platonovič. – Che è stato chiamato così in onore della Russia. Ma se il tizio è stato avvelenato con il polonio… beh, cercate in Polonia, no?
    Vladimir Vladimirovič™ allontanò la cornetta dal presidenziale orecchio e la fissò stupito".

    *nell’originale russo брателло, bratello, termine slang equivalente all’inglese bro. Liberamente, si potrebbe tradurre "cumpa’".

    Dal blog Vladimir Vladimirovič. (1)

    Fonte: http://mirumir.blogspot.com/
    26.11.06

    (1) vladimir.vladimirovich.ru/

  • Tao

    «La polizia esplora la possibilità che Litvinenko possa essersi ucciso da solo». (1)
    Se questo titolo non fosse apparso sull’Independent del 26 novembre (un grazie al lettore che me l’ha segnalato) non ci si potrebbe credere: di fronte a certi complotti, anche il più famigerato complottista s’arresta.
    Eppure è vero: Scotland Yard sta vagliando anche quell’ipotesi.
    Ha catalogato il caso come «morte inspiegata» e non «omicidio».
    L’ex spia Litvinenko (agente a libro paga del mafioso Berezovsky) «era un personaggio dal passato colorito», ha detto un portavoce: «La cosa non è lineare».
    Understatement britannico.
    Pare che gli investigatori si chiedano stupiti «come Litvinenko sia giunto a ingerire una così alta dose di polonio», il metalloide radioattivo a rapido scadimento che sembra la causa dell’avvelenamento.
    Tracce radioattive di polonio  sono state trovate non solo al ristorante Itsu,  ma in un albergo di Londra e a casa di Litvinenko a Muswell Hill.
    Insomma il moribondo ha spennellato mezza Londra di una sostanza che emette calore, che evapora a 55 gradi, e che lascia tracce radiattive: «Tanto potenti da poter innescare una testata nucleare», aggiunge di suo l’Independent, e questo particolare – ammettiamolo – suscita l’incredulità anche del più fanatico complottista: a meno che non si finisca per scoprire che, con Putin, nella vicenda ha lo zampino anche Ahmadinejad, i cui scienziati proprio in questi mesi (assicura Israele) stanno sperimentando un innesco per la bomba atomica iraniana.
    Un’ottima occasione per cominciare i bombardamenti.
    Ma sorvoliamo; le cose sono già abbastanza complicate (e tragicomiche) così.
    Perché la polizia inglese non esclude l’ipotesi dell’auto-avvelenamento?
    Lo fa, dice il giornale, sulla base di «articoli della stampa russa secondo cui la morte di Litvinenko sarebbe stata una ‘operazione-martirio’, adducendo che nessuno Stato attrarrebbe tanta attenzione, adottando per un attentato al veleno una sostanza che lascia imponenti tracce radioattive».
    Ragionevole considerazione, quest’ultima: va ricordato che l’avvelenamento sarebbe avvenuto tre settimane fa, e che tracce radioattive restano al ristorante Itsu anche oggi; inoltre, il polonio sarà anche un veleno potente, ma la lentezza della sua azione (che ha consentito al moribondo di rilasciare interviste per tre settimane)  è tale da esasperare qualsiasi servizio segreto che si rispetti. Ogni servizio ha a disposizione sostanze assai più rapide.

    E come fa notare un blog interessante (mirumir blogspot.com) i servizi dispongono di sostanze che possono simulare un avvelenamento casuale: il ferro carbonile, ad esempio, provoca sintomi uguali all’avvelenamento da ossido di carbonio (una disgrazia da stufetta accesa).
    Così è stato silenziato ad esempio, nel 2005, un dissidente georgiano chiamato Zurab Zvanija, ad opera si ritiene del governo di Saakasvili (il presidente «democratico», per gli americani).
    Ma resta il problema: perché mai Litvinenko avrebbe dovuto avvelenarsi da sé?
    Come movente per accusare Putin in articulo mortis, sicuro di avere l’attenzione di tutti i media, sembra alquanto sproporzionato.
    Ma attenzione: di questi tempi il mondo è pieno di «suicidi» che non sanno di esserlo.
    In Iraq ci sono stati casi documentati di «terroristi suicidi» che erano poveracci a cui qualcuno aveva chiesto di andare con la loro auto in un certo luogo, e bùm.
    I «terroristi suicidi» della metropolitana di Londra, nel luglio 2005, erano così sicuri di tornare a casa la sera, che lasciarono l’auto in un parcheggio a Leeds con tanto di scontrino-orario pagato.
    Anche Litvinenko può essere stato un suicidato ignaro?
    Dopotutto, nessuno gli ha veramente parlato di persona: nessuno tranne il suo ebraicissimo «amico» Alexander Goldfarb.
    E’ stato Goldfarb a raccontare ai giornalisti le accuse che l’ex agente russo lanciava dal suo letto di morte contro Putin.
    Ora, Goldfarb è direttore del Fondo per le Libertà Civili, fondato e pagato dal gangster mafioso ebreo Berezovsky, ed è noto come il braccio destro di Berezovsky.
    Insomma: il mandante del suicidio involontario potrebbe essere Berezovsky.
    Il quale avrebbe avuto cura di inscenare un delitto «alla Putin» così clamoroso da occupare le prime pagine dei media, facendo in modo che il «suicida» spandesse in giro per settimane tante radiazioni alfa da suscitare l’attenzione anche dei più distratti.
    Berezovsky è capacissimo di ordinare omicidi.
    Anzi l’ha già fatto, dispone di squadre di sicari,  e ha pagato i ceceni che hanno organizzato il massacro di bambini di Beslan.
    Ma perché avrebbe ammazzato Litvinenko?
    Un regolamento di conti interno alla banda?
    Ma allora  avrebbe adottato sistemi meno vistosi, evitando le scie di raggi gamma…
    Che motivo avrebbe avuto di agire in modo così vistoso?
    Ebbene, il motivo c’è.

    Lo ha scritto il 19 novembre – attenzione a questa data – il Sunday Times: «Russians wins deal to return ‘fugitives’». (2)
    Insomma la Russia aveva ottenuto dai magistrati britannici, attraverso un memorandum di intesa, l’estradizione dei latitanti russi, accusati di reati finanziari, e riparati a Londra.
    E’ la prima volta, precisava il giornale, che i due paesi pongono le basi per una simile collaborazione.
    Un fatto clamoroso, e taciuto accuratamente dai «grandi giornali» italiani, che pure hanno dedicato paginoni fantastici a Litvinenko. (3)
    Ovviamente, Berezovsky era il primo nella lista dei latitanti da estradare stilata dai russi.
    Seguiva Ahmed Zakajev, sedicente «ambasciatore» della Cecenia, considerato uno dei mandanti della nota strage nel teatro di Mosca, e ovviamente protetto di Berezovsky.
    Nella lista ci sono altri sedici nomi, per lo più ex dirigenti della Yukos, l’impero dell’oligarca Khodorkovsky, ora detenuto in Siberia.
    Lo dice chiaramente il giornalista Sergei Sokolov  su un sito chiamato «solomin», che si può trovare qui: http://solomin.livejournal.com/89405.html#cutid1.
    Ohimè il sito è in cirillico.
    Ma il blogghista che lo segnala ne dà un estratto, in cui parla anche dell’uccisione della giornalista Politkovskaya a Mosca, donna che aveva contatti con i caporioni ceceni e anche con Berezovsky. Una frase di Sokolov salta agli occhi: «Gli uomini di Berezovskij si erano stranamente affrettati a reagire  alle parole di Vladimir Putin. Com’è noto, il presidente russo poco dopo la morte della giornalista aveva dichiarato: ‘Possediamo delle  informazioni affidabili riguardo al fatto che molte persone che si sottraggono alla giustizia russa hanno da molto tempo maturato la  decisione di sacrificare qualcuno per creare un’ondata di sentimento antirusso nel mondo».
    Anche di questa frase i «grandi giornali» non hanno dato notizia.
    Quando l’ha pronunciata Putin?
    Non so dirlo con esattezza, non leggendo il russo.
    Ma la Politkovskaya è stata uccisa il primo ottobre.

    Dunque Putin deve avere fatto questa profezia dopo il primo ottobre, ma prima dell’avvelenamento di Litvinenko.
    Ma quando è stato avvelenato l’ex agente?
    Ecco qui un po’ di confusione.
    Perché i giornali inglesi e la BBC cominciano a battere la grancassa sull’avvelenato ex agente del KGB dal 19 novembre, ossia guarda caso la stessa data in cui è annunciata l’intesa russo-britannica sull’estradizione; eppure secondo l’Independent del 26, Litvinenko aveva mangiato il veleno «tre settimane fa», ossia ai primi di novembre.
    Secondo la magg
    ior parte delle fonti, l’avvelenamento sarebbe avvenuto l’11.
    Ed effettivamente giornali, radio e TV russi avevano cominciato a parlare dell’avvelenamento a Londra già dal 15: giornali, radio e TV ritenuti vicini a Berezovsky.
    Come mai tanto ritardo, ammesso che sia un ritardo, nel lanciare la notizia anti-Putin in Occidente? Forse non è stato facilissimo, da principio, attrarre l’attenzione dei «grandi giornali» sul caso?
    Forse Goldfarb ha dovuto parecchio sforzarsi per interessare la libera stampa, da quel bravo portavoce di Berezovsky che è.
    Forse è stato necessario «rinforzare» il primo veleno (il tallio, ricordate, veleno per topi) con qualcosa di più allarmante, tanto da scatenare l’allarme atomico a Londra e lanciare nell’indagine spaventatissimi scienziati dell’Atomic Weapon Establishment di Aldermaston, ossia del laboratorio nucleare militare britannico… allora sì che la notizia è diventata da prima pagina.
    Non vi aspettate una risposta dal sottoscritto.
    Il complottista più sfegatato, qui, deve cedere le armi.
    In ogni caso, una tragedia.
    Ma siccome in Grecia alla tragedia veniva fatto seguire un dramma satiresco, comico, per sollevare lo spirito degli spettatori, siamo in grado di farlo anche noi, sempre grazie ad un lettore che ci segnala l’articolo.
    Ovviamente, la commedia è tutta italiana, questo Paese del ridicolo senza fine.
    Leggetevi il seguente articolo di Repubblica: «Continua il reality della spia assassinata: in questa intervista postuma di Repubblica Litvinenko attacca Berlusconi e scagiona Prodi dalle accuse di aver taciuto sul luogo della prigionia di Moro:
    http://www.repubblica.it/2006/11/sezioni/esteri/putin-spia-avvelenata/colloquio-repubblica/colloquio-repubblica.html
    Nel marzo 2005 l’ex spia del KGB parlò a lungo con ‘Repubblica’ ‘Mi hanno usato, adesso ho paura. Ho parlato e Putin sa tutto’. E Litvinenko raccontò ‘Volevano sapere di Prodi’».

    Questo il titolo; ecco il pezzo:
    «Nel pomeriggio del 3 marzo 2005, Aleksandr Litvinenko ha un lungo colloquio con ‘Repubblica’. L’incontro si tiene a Londra, negli uffici di Boris Berezovskij e, per espressa volontà dell’ex colonnello, è interamente ‘on the record’. Eccone la trascrizione.
    Come sono finito a lavorare per la commissione Mitrokhin. ‘A inizio 2004, ricevetti una telefonata del mio amico Viktor Suvorov. Viktor è un ex ufficiale del Gru (il controspionaggio militare sovietico ndr.) e oggi vive a Bristol, dove fa lo scrittore ‘famoso’.
    Mi chiese se avessi nulla in contrario a parlare con un suo amico, un giudice italiano [sic: Scaramella, contrattista dell’Ente Parco Vesuvio, si dev’essere presentato così], Mario Scaramella, che lavorava per la Commissione Mitrokhin. (4) Mario mi chiamò e mi chiese di riferire tutto ciò che sapevo delle operazioni e dei contatti del KGB in Italia. Dissi subito che non avevo conosciuto Mitrokhin e che non sapevo nulla del suo archivio, ma che se volevano una lista di possibili contatti russi su questa materia e la mia consulenza per comprendere i meccanismi criminali di funzionamento di KGB e FSB, i legami con la criminalità organizzata, ero disponibile. Rimanemmo d’accordo che sarei sceso in Italia alla fine di febbraio del 2004.
    Poi, improvvisamente, accadde qualcosa che al momento, purtroppo, non compresi. Ho un fratello che si chiama Maxim. Ha 21 anni ed è in Italia da 4. Vive a Rimini, dove è studente universitario e lavora come cuoco in un ristorante specializzato in carne alla brace. Ebbene, un mese
    prima che arrivassi in Italia, Maxim mi chiama disperato. La Polizia non intende più considerare valido il suo visto di studi e minaccia di espellerlo in Russia. Il che significa la sua condanna a morte. Chiedo aiuto a Mario, che dice di non preoccuparmi. Mi spiega che Berlusconi è
    stato messo al corrente del mio impegno con la Mitrokhin e che Maxim può stare tranquillo. Io collaborerò portando le prove che la commissione chiede e a Maxim verrà concesso asilo politico. Maxim mi conferma che Mario è andato a Rimini e ha parlato con la polizia. Alla fine mio
    fratello però ha dovuto cavarsela da solo per ottenere il permesso. La vicenda fu certo un modo per convincermi a collaborare. Agli inizi di marzo 2004, arrivai all’aeroporto di Fiumicino, dove
    trovai ad aspettarmi Scaramella, un interprete russo e un autista. Salimmo a bordo della macchina di Mario, una Land Rover marrone [le consulenze di Guzzanti pagano bene], e partimmo subito per Napoli. L’autista mi disse che era un agente penitenziario e ritengo che lo fosse, perché viaggiava armato.[…]. A Napoli, fui alloggiato all’hotel ‘Britannia’  o ‘Britannique’, sulla ‘collina’ (a Napoli, in Corso Vittorio Emanuele, esiste un hotel che si chiama Britannique. L’albergo è alle pendici del Vomero. ndr)».

    «Mario pagò la mia stanza, il biglietto aereo e il soggiorno di mio fratello, che mi raggiunse gli ultimi due dei cinque giorni di permanenza. Le giornate erano sempre uguali. Io aspettavo in albergo che arrivassero a prendermi. Mi portavano in una casa non lontano dall’albergo, verso il mare. L’appartamento era al primo piano di una palazzina bassa che dava sul cortile di una grande scuola con un campo da pallavolo. Lì una donna trascriveva le mie dichiarazioni e le verbalizzava su dei fogli che, alla fine di ogni giornata di lavoro, mi veniva chiesto di firmare. Ora io non so che cosa ho firmato, perché il testo era in italiano e dunque non posso giurare che l’interprete non abbia fatto errori. Lavoravamo fino a notte inoltrata. Io decisi di collaborare dopo aver ricevuto un’assicurazione.  Sapevo di consegnare alla Commissione Parlamentare elementi in grado di accusare Putin e il suo sistema di controllo criminale della Russia. Sapevo che Berlusconi diceva di essere amico di Putin, dunque chiesi a Mario se la Commissione o i suoi capi erano in grado non solo di proteggere il sottoscritto, ma di dare alle mie informazioni un seguito
    politico. Mario mi disse che doveva interpellare il suo boss, Paolo Guzzanti (Litvinenko lo chiama ‘Pablo Guzzanti’ ndr.). I due si sentivano in continuazione, finché, una mattina, nell’appartamento,
    Mario chiamò ‘Pablo’ di fronte a me. L’interprete mi tradusse le parole che Mario sosteneva stesse pronunciando Guzzanti. A suo dire, Guzzanti aveva incontrato Berlusconi, gli aveva esposto i miei timori e le mie richieste. E Berlusconi aveva risposto: ‘Ditegli che non ho amici’.
    Stupidamente, ritenni di potermi fidare. Le domande di Mario – Prodi, le attività dei Verdi, i legami dell’azienda Olivetti con il KGB. Ho raccontato come l’FSB, il nuovo servizio segreto russo, sia una struttura mista di intelligence e crimine organizzato. Ne ho spiegato le origini nella dissoluzione del KGB».

    «Ho offerto i nomi degli uomini che avevano operato in Italia, ma Mario insisteva su tre questioni:
    a) Il sequestro Moro e i rapporti di Prodi con il KGB. Mario mi raccontò
    che Prodi conosceva l’indirizzo dove le BR tenevano sequestrato Moro per averlo appreso durante una seduta spiritica. Mi chiese se non ritenevo che Prodi avesse appreso del covo dal KGB. Mi chiese anche se il sequestro non fosse stato organizzato dal KGB e se avesse addestrato le BR. Dissi che non conoscevo alcun dettaglio del sequestro e che non avevo mai sentito parlare di Prodi. Osservai soltanto che, se volevano il mio parere di esperto, era poco credibile che Prodi avesse appreso la notizia durante una seduta spiritica e che sicuramente il KGB aveva seguito il sequestro provando ad acquisire informazioni. Io non avevo e non ho nessun tipo di prove su Prodi.
    b) Le attività dei Verdi. Mario sembrava ossessionato dal gruppo dei Verdi. Non avevo particolari informazioni. Piuttosto fui io ad ascoltarlo attentamente, mentre sos
    teneva che dietro la loro attività politica potessero nascondersi interessi del KGB.
    c) La Olivetti; Mario voleva sapere se gli affari dell’Olivetti nell’exUnione Sovietica nascondevano legami con il KGB. Ho semplicemente spiegato che ogni azienda che operava sul mercato sovietico veniva spiata dal KGB. Ma questo non vuol dire essere controllati dal KGB. Mario mi ha anche fatto molte altre domande su personaggi italiani di cui oggi non ricordo più il nome e anche su un giornale, di cui lo stesso non ricordo. In ogni caso, dovrebbe essere tutto in quei verbal iche ho firmato. Mario mi disse che la sua società, la ECPP (Environmental Crime Prevention Programme), si occupava di grandi temi della sicurezza ambientale e aveva un contratto con la Commissione di Paolo Guzzanti per condurre delle indagini sul KGB. Mi mostrò un contratto con cui mi impegnavo a collaborare con la società, che non ricordo se firmai o meno. Sul conto di questa società ECPP io ho raccolto tre versioni diverse da fonti che non posso rivelare e di cui non sono in grado di valutare l’attendibilità.
    Prima versione: La ECPP è quello che dichiara di essere. Una società che combatte le mafie del crimine ambientale.
    Seconda versione: la ECPP è una società schermo dei servizi segreti italiani.
    Terza versione: la ECPP è una lavanderia per il riciclaggio del denaro. Un fatto è certo. Mario ha sostenuto che Berlusconi era molto scontento del lavoro che i servizi italiani stavano facendo per la Mitrokhin e dunque c’era bisogno della ECPP. Inoltre, durante il mio soggiorno a Napoli, Mario chiese se poteva assistere ad uno dei nostri incontri un amico americano venuto per me dalla Germania. Se ne rimase in silenzio, senza neppure presentarsi. Quando si allontanò, Mario sostenne che lavorava per i servizi statunitensi e che la CIA poteva essere interessata alle mie informazioni. Io non gli credetti. Quando finì il mio lavoro a Napoli, Mario mi mise in mano 600 o 800 euro in contanti. Mi sentii umiliato. Gli dissi che non vendevo informazioni e che avevo accettato l’incarico perché collaborare con l’Italia era per me un’occasione irripetibile di far sapere all’Occidente cosa è stato il KGB, chi è Putin e quanto sia corrotto il suo regime. Aggiunsi che era giusto che fossi retribuito come un consulente professionista, con parcelle regolarmente accreditate sul mio conto dalla Commissione. E soprattutto in modo trasparente, perché l’FSB non sospettasse che mi ero intascato in nero milioni di dollari per le mie informazioni. Era una questione di trasparenza e di sicurezza. Mario non mi accreditò nessun denaro».

    «Continuò a dirmi di non preoccuparmi. Che sarei diventato famoso e avrei testimoniato di fronte al Parlamento italiano. Che avrei potuto portare la mia famiglia in vacanza in Italia. Mi aveva preso per un pezzente. Qualche tempo dopo la mia trasferta a Napoli, Mario venne a Londra e mi chiese di fargli da tramite con Vladimir Bukovskij (dissidente sovietico ‘scambiato’ a Berlino nel 1976 con il comunista cileno Luis Corvalan ndr.) e Oleg Gordievskij (ex agente del KGB riparato in Inghilterra nel 1985 ndr.). In particolare, era interessato a Bukovskij, il quale sosteneva di avere con sé 7 mila dossier del KGB, ancora segreti, che aveva fotocopiato con un piccolo scanner nel 1992, quando, su ordine di Eltsin, il Servizio aveva dovuto mettergli a disposizione gli archivi. L’incontro avvenne in un ristorante italiano di Cambridge. Bukovskij si impegnò a collaborare, a consegnare i suoi file, ma, successivamente, mi disse di non aver dato un bel niente a Mario. Non so dire di Gordievskij.
    Non molto tempo dopo la mia trasferta in Italia, Berlusconi incontrò Putin. Li vidi in televisione abbracciarsi e baciarsi e lì compresi che ero stato usato. Che Berlusconi era un piccolo bugiardo, degno della stessa considerazione che si dà al proprio cagnolino cui si dà da mangiare sotto il tavolo. Io avevo dato le prove alla Commissione che Putin controllava la Russia con gli eredi corrotti del KGB e Berlusconi cosa faceva? Baciava Putin. Evidentemente aveva scambiato le mie informazioni con dell’altro che non conosco. Berlusconi dimostrava di essere come Putin. La stessa cosa. Ripensai allora anche ad una circostanza che, durante i giorni di Napoli, mi aveva colpito. Il giornale di Berlusconi diede notizia che il colonnello Litvinenko aveva accettato di svelare i suoi segreti alla Commissione. Mi chiesi perché mi bruciavano in quel modo. Oggi penso che fosse un modo per mettere Putin sull’avviso. Mi sfogai con Mario e lui mi disse che non capivo .Che quelle dimostrazioni di amicizia erano frutto dei ‘giochi della grande politica’. Il mio amico esule ceceno Akhmed Zakaiev, mio vicino di casa a Londra, mi prese in giro: ‘Ma come è possibile che un ex colonnello del KGB sia così fesso da essersi fatto fregare dagli italiani?’. Anche oggi arrossisco. E’ vero, mi sono fatto fregare […]».

    Maurizio Blondet
    Fonte: http://www.effedieffe.com
    Link: http://www.effedieffe.com/interventizeta.php?id=1607&parametro=esteri
    27/11/2006

    Note

    1) Sophia Goodschild e Francis Elliott, «Litvinenko: police probe claims he may have killed himself», Independent, 26 novembre 2006.
    2) Mark Hollingsworth e Louise Armitstead, «Russians win deal to return gugitives», Sunday Times, 19 novembre 2006.
    3) Invece di collegare Litvinenko con Berezovsky, e questi con l’intesa russo-britannica di estradizione, Guido Olimpio, il complottologo principe del Corriere, si è lanciato nel racconto di un complotto comlicatissimo e tutto ordito, naturalmente da Putin: «L’ex KGB,  il Direttorato ‘S’ dei servizi di sicurezza, i ribelli ceceni, i difensori dei diritti umani, gli esuli, i miliardari avversari del Cremlino sono i protagonisti della guerra segreta. Si organizzano complotti e attentati sotto le insegne della falsa bandiera. In poche parole: organizzi un’operazione e poi fai in modo che la colpa ricada su altri. E’ quello che Litvinenko aveva denunciato in un libro. La campagna di attentati che avevano sconvolto Mosca non era ordita dai ceceni, bensì dall’intelligence russa. Ed è sugli eccessi nel Caucaso che indagava la giornalista Anna Politkovskaja. Un lavoro coraggioso pagato con la vita. Il 7 ottobre viene assassinata da un sicario mentre torna dalla spesa. L’agguato provoca  una reazione a catena che arriva fino all’avvelenamento di Londra. Nel mezzo una serie di  episodi inquietanti. Alcuni sono legati alla ‘campagna di Russia’, altri non hanno alcuna  relazione ma appartengono comunque al mondo delle ombre. Vediamoli. 7 ottobre: liquidata  la Politkovskaja. 10 ottobre: suicidio di un alto dirigente dei servizi bulgari. 13 ottobre: suicidio dell’ex ministro degli Interni bulgaro. 30 ottobre: muore per infarto testimone della commissione Mitrokhin. 11 novembre: avvelenato Litvinenko. 15 novembre: suicidio del responsabile degli archivi dei servizi bulgari. 18 novembre: eliminato ex capo della sicurezza cecena. Nessuno si azzarda a prevedere la fine. La colonia russa sul  Tamigi teme nuovi colpi. Gli amici di Putin alludono a provocazioni. I nervi sono tesi. Buttare giù un bicchierino di vodka o sorseggiare un tè è come giocare alla roulette russa». Guido Olimpio non crede che l’11 settembre sia stato un complotto, ma crede a complotti come quello di cui sopra, quando il Corriere lo ordina. Gli spetta il titolo di complottista dell’anno.
    4) Questo Scaramella, presunto accademico, rivelò nel 2005 che armi atomiche sovietiche, segretamente affondate nel golfo di Napoli da un sommergibile sovietico 35 anni prima, erano pronte ad esplodere ad ogni momento ad un segnale da Mosca, che avrebbe attivato un’antenna segretamente impiantata sulle pendici del Vesuvio. Il dossier Scaramella arrivò sul tavolo di Bertolaso (protezione civile), grazie alla segnalazione del senatore Guzzanti. Un anno prima Scaramella era stato coinvolto in una misteriosa sparatoria mentre nella veste consentitagli da un altro incarico pubblico, contrattista consulente dell’Ente Parco Vesuvio per reati ambientali, stava «facendo un sopralluogo» con due dipendenti di questo Ente. Sparatoria di camorristi, pare. Ma Scaramella disse che qualcuno voleva appunto impedirgli di localizzare l’antenna sovietica, per salvare il Paese e la sua Napoli dall’olocausto nucleare. Questo è il personaggio che continua ad essere consulente della commissione Mitrokhin e a godere, oltrechè dell’emolumento, della piena fiducia di Guzzanti. Ce n’è abbastanza per proporre un cambiamento di nome per la nota maschera partenopea della commedia dell’arte: non la si chiami più Pulcinella, bensì Scaramella. Quanto a Guzzanti, che ora proclama di essere «nel mirino di Putin» e di non essere protetto da Berlusconi contro il KGB, è difficile stabilire se stia cercando di superare in comicità i suoi figli, i più noti Sabina e Corrado Guzzanti.

  • Tao

    La storia secondo cui il presidente russo Vladimir Putin avrebbe “ordinato” l’assassinio di Alexander Litvinenko a Londra è talmente screditata che persino qualche giornale britannico, come il Daily Telegraph, si è cominciato a chiedere se il giornalista non sia stato “sacrificato” proprio per scatenare una campagna contro Putin. I fatti salienti del caso:

    1. I tempi: il caso Litvinenko è esploso subito dopo che Russia e Inghilterra hanno sottoscritto un trattato straordinario che renderà possibile l’estradizione dell’oligarca russo Boris Berezovsky e del leader dei ribelli ceceni Ahmed Zakayev. La notizia della morte di Litvinenko è giunta il 23 novembre, nel momento in cui ad Helskinki si teneva il vertice Russia-UE con la partecipazione di Putin. Il caso non poteva ottenere maggiore risonanza.

    2. Tutti gli amici di Litvinenko sono sulla busta paga di Berezovsky. Il suo vicino ed amico Zakayev lo ha portato all’ospedale all’apparire dei sintomi dell’avvelenamento. Ambedue vivono in abitazioni che avrebbero ottenuto da Berezovsky. All’ospedale Litvinenko ha ricevuto la visita di Andrei Nekrasov, il produttore cinematografico impegnato in un documentario sulla Russia insieme a David Satter dell’Hudson Institute. Le public relations di Litvinenko sono state svolte da lord Timothy Bell, anch’egli sulla busta paga di Berezovsky. In passato Bell si è occupato delle PR di Margaret Thatcher, quando questa era domiciliata a Downing Street, e di quelle di lord MacAlpine, quando questi ospitò diversi anni fa il capo dei ribelli ceceni.

    3. Tutte le dichiarazioni e interviste rilasciate sul letto di morte da Litvinenko, in cui questi ha accusato Putin di averlo fatto avvelenare, sono state rilasciate ad Alex Goldfarb, un russo che a New York dirige l’International Foundation for Civil Liberties di Berezovsky. Prima di ciò Goldfarb aveva lavorato in una delle tante fondazioni di George Soros.

    4. Il ruolo più equivoco in tutta la vicenda è quello di Mario Scaramella, il quale avrebbe incontrato Litvinenko in un ristorante londinese ed avrebbe riferito a Scotland Yard di averlo informato di essere sulla stessa lista della giornalista russa Politkoskaya, recentemente assassinata, assieme naturalmente allo stesso Scaramella e Berezovsky. Una squadra dei servizi russi FSB sarebbe stata messa alle loro calcagna da Putin, ha riferito Scaramella a Scotland Yard. Scaramella ha riferito che le notizie provengono da Evgenij Limarev, ex funzionario del FSB, che vive tra Parigi e Venezia. Ovviamente Limarev ha prontamente negato le asserzioni di Scaramella in una intervista a La Repubblica.

    5. Scaramella è parte di una struttura privata d’intelligence che vanta collegamenti con il vice presidente USA Dick Cheney. Egli lavora infatti per la “Environmental Crime Prevention Program” (ECPP) di Washington. Questa, secondo Limarev, “nasce nel 1997 su accordi personali tra soggetti che, nei rispettivi paesi, hanno appoggi istituzionali in materia di intelligence militare, civile, ambientale”. Limarev riferisce che Scamarella gli aveva detto che “possono contare sul team di Cheney alla Casa Bianca”. Attraverso l’ECPP Scaramella ha cercato di coinvolgere sia Limarev che Litvinenko nel fabbricare dei dossier contro i politici contrari alla guerra in Italia, fatti arrivare alla Commissione d’indagine “Mytrokhin” del Parlamento. Scaramella è consigliere di Paolo Guzzanti, presidente della Commissione.

    6. Fonti del governo e mezzi d’informazione in Russia hanno indicato in Berezovsky il probabile mandante contro Litvinenko. “Se vi chiedete chi ha beneficiato maggiormente da tutto ciò la risposta può essere soltanto Berezovsky”, ha detto una fonte del Cremlino al Sunday Times il 26 novembre. Komsomolskaya Pravda ha scritto: “Questa morte è nell’interesse di coloro che vogliono rovinare i rapporti tra la Russia e l’occidente”.

    7. Alla conferenza stampa che ha dato al termine dell’incontro di Helsinki, il presidente Putin ha fatto riferimento per la terza volta all’assassinio di Paul Khlebnikov (il nipote del banchiere John Train molto vicino a Berezovsky). Ricordando l’assassinio della Politkovskaya, Putin ha detto: “Dobbiamo anche pensare ad altri assassinii di questo tipo. E’ stato assassinato anche un altro giornalista, l’americano Paul Khlebnikov. L’indagine è stata aperta e il caso è stato portato di fronte alla giustizia. Purtroppo gli accusati sono stati liberati dalla giuria. La procura ha riaperto il caso. Ma non dobbiamo dimenticare i crimini politici in altri paesi europei”.

    Movisol – movimento internazionale per i diritti civili solidarietà
    Fonte: http://www.movisol.org
    27.11.06