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E IL GRANDE GIOCO CONTINUA: LA RUSSIA, HAMAS E IL MEDIO ORIENTE

DI URI AVNERY

Uri Avnery definisce la decisione del presidente Vladimir Putin di parlare ad Hamas come una “mossa geniale” che riporta la Russia sulla scena politica mediorientale. Sostiene che, mentre gli Stati Uniti e l’Europa si sono autoimposti una camicia di forza nell’ostracismo verso Hamas, “Putin si è servito lucidamente dello scalpello affilato della logica, e ha fatto la sua prima mossa”, creando un’opportunità per sciogliere l’impasse politica e, “soprattutto… annunciando il rientro della Russia nel Grande Gioco”.

“Se si vuole capire la politica di un paese, bisognerebbe guardarlo su una cartina geografica”, diceva Napoleone. Con questo voleva dire che i regimi vanno e vengono, i sovrani ascendono e cadono, le ideologie sbocciano e muoiono – ma la geografia rimane eterna. È la geografia che stabilisce gli interessi fondamentali di qualsiasi stato.

Vladimir Putin, erede degli zar e dei commissari, ha visto la cartina. L’ha guardata e ha preso il telefono per invitare i capi di Hamas.

Cento anni fa l’intera regione fra l’India e la Tuchia era un campo di battaglia tra la Russia e la più importante potenza occidentale, l’Impero britannico. Avventurieri, spie, diplomatici e cospiratori di ogni genere vagavano per il territorio. Questa contesa era conosciuta come “Il grande gioco”.

Con il tempo cambiarono i protagonisti. I bolscevichi presero il posto degli zar, l’Impero statunitense seguì quello britannico. Ma il Grande gioco proseguì.

Quando crollò l’Unione Sovietica sembrava che il gioco fosse finito. L’influenza russa scomparve dalla regione. L’Impero sovietico si dissolse, e quello che ne rimaneva era troppo debole, troppo povero per partecipare al gioco. Mancavano i gettoni.

E ora, in un solo colpo, Putin ha cambiato tutto. Invitare Hamas a Mosca è stata una mossa geniale: non è costata nulla e ha riportato la Russia sulla cartina mediorientale. Mentre il mondo intero era ancora sconcertato e confuso per la vittoria di Hamas, Putin ha utilizzato lucidamente lo scalpello affilato della logica e ha fatto la prima mossa di una nuova partita.

In questo modo il nuovo zar di tutti i russi ha sfruttato la debolezza dei suoi rivali. Il presidente Bush si è cacciato da solo in una posizione scomoda. Quando tutti i pretesti per la sua avventura sanguinaria irachena sono andati per aria, ha issato una nuova bandiera: la democrazia nel Medio Oriente. Ha imposto ai palestinesi nuove elezioni. Ma in queste elezioni, tra le più democratiche che ci si possa immaginare – aihmé! – ha vinto Hamas.

Che fare? Dichiarare che le elezioni democratiche vanno bene solo se portano ai risultati desiderati? Boicottare l’Autorità [nazionale] Palestinese, che ora è la “seconda democrazia in Medio Oriente”? Affamare i palestinesi, finché non votano la “giusta” leadership?

Naturalmente Bush potrebbe riconoscere il governo eletto di Hamas. Ma come potrebbe farlo? Dopotutto le Nazioni Unite hanno messo Hamas sulla loro lista delle organizzazioni terroristiche – non solo la sua ala militare, ma tutto il movimento, compresi asili e moschee. Ormai sono catturati nel “conflitto culturale”, la battaglia apocalittica tra occidente e islam.

Non c’è niente da fare. Gli Stati Uniti sono come un giocatore di scacchi, che si trova in posizione di stallo, incapaci di fare un’altra mossa.

L’Europa si trova in una situazione simile. Come un malato psichiatrico in una camicia di forza non può muovere le braccia. Ha indossato da sola questa camicia. Sotto pressione degli Stati Uniti e di Israele ha inserito Hamas sulla sua lista di terroristi e si è così autocondannata alla completa impotenza nella nuova situazione.

Putin non ride spesso, ma forse adesso si concede un piccolo sorriso.

Anche i palestinesi sono abbastanza confusi. In queste elezioni hanno sorpreso se stessi e addirittura Hamas.

Al’interno di al-Fatah ci sono visioni contrastanti sul da farsi. La gran parte del popolo palestinese vorrebbe chiaramente una grande coalizione, che includa tutti i partiti, per superare la crisi e per evitare che il mondo boicotti l’Autorità (nazionale) Palestinese. Ma al-Fatah, che si limita all’interesse di partito, la pensa in modo diverso: costringiamo Hamas a governare da sola. Si romperà la testa; il mondo la boicotterà. Dopo uno o due anni i palestinesi ridaranno il potere ad al-Fatah.

Questa è la realpolitik, ma è pericolosa. Nel giro di un paio d’anni il governo israeliano espanderà gli insediamenti, costruirà sempre più pezzi del muro [di Apartheid], segnerà nuovi confini, annetterà la Valle del Giordano – il cielo è l’unico limite. La reazione del pubblico palestinese potrebbe essere completamente diversa da quella che si immagina la gente di al-Fatah.

Anche Hamas è confusa. Sa perfettamente che le elezioni sono state un voto di protesta più che una conquista ideologica: più contro al-Fatah, che a favore di Hamas. Ora Hamas deve conquistare il cuore del popolo palestinese, e il popolo vuole la fine dell’occupazione e finalmente pace.

Hamas non vuole che il mondo boicotti l’Autorità [nazionale] Palestinese e che faccia morire di fame la popolazione. Ma non può voltare la faccia il giorno dopo la vittoria. Cosa direbbero i palestinesi se improvvisamente riconoscesse ad Israele il diritto di esistere, si disarmasse e annullasse la sua Charta? Che ha venduto l’anima al diavolo per godersi le comodità del potere? Che è corrotta come al-Fatah?

Se Israele e gli Stati Uniti volessero condurre Hamas sul sentiero della pace, gli spianerebbero la strada nel loro percorso verso i cambiamenti desiderati. Potrebbero trovare un meccanismo per dare ai palestinesi i soldi che gli sono dovuti. Potrebbero ritenersi soddisfatti con la dichiarazione che il nuovo governo si basa sugli Accordi di Oslo (che includono il riconoscimento di Israele), senza pretendere che Hamas si umilii in pubblico. Potrebbero accettare un hudna (armistizio) per il periodo di transizione e far cessare tutte le azioni violente da entrambe le parti. Hamas potrebbe venire disarmata facendo entrare i suoi combattenti nelle forze di sicurezza ufficiali. E chiaramente, la cosa più importante: i progionieri potrebbero essere liberati.

Ma l’attuale governo israeliano non dimostra interesse nel facilitare le cose ad Hamas. E se il governo israeliano non ha interesse, quale politico americano che non voglia suicidarsi può dire diversamente?

In Israele la vittoria di Hamas non ha suscitato preoccupazioni né lamentele. Al contrario, i leader israeliani potevano a malapena contenersi dal ballare per le strade.

Finalmente è perfettamente chiaro che “Non c’è nessuno con cui negoziare”. Se Yasser Arafat non era un partner e Mahmoud Abbas non era un partner, allora Hamas è la madre dei non-partner. Nessuno può biasimarci se continuiamo con le “uccisioni mirate“, a distruggere l’economia palestinese, a costruire muri, a fare a pezzi la Cisgiordania e la Valle del Giordano, e fondamentalmente tutto quello che ci va. E se, con l’aiuto di Dio, ricomincia il terrorismo palestinese, possiamo dire a tutti: “Ve l’avevamo detto!”

Ma anche in Israele c’è molta confusione. Sotto pressione statunitense Ehud Olmert è stato costretto a versare almeno una volta ai palestinesi le entrate pubbliche che ha incassato per conto loro. Gli è stato subito rinfacciato di essersi “arreso” ad Hamas. Anche questo piccolo gesto di restituire denaro rubato, ha causato un terremoto politico. Le elezioni israeliane che ci saranno tra 24 giorni gettano la loro ombra su tutto.

E ora arriva l’ardita mossa di Putin. Questo aiuta la leadership di Hamas a moderare le sue posizioni, se è pronta ad entrare nel gioco politico. Aiuta anche Israele, se il governo israeliano vuole il dialogo e la pace. E soprattutto annuncia il rientro della Russia nel Grande Gioco.

Uri Avnery
Visto su: http://www.freace.de/
Link: http://www.redress.btinternet.co.uk/uavnery149.htm
05.03.06

Scelto e tradotto per www.comedonchisciotte.org da OLIMPIA BERTOLDINI

VEDI ANCHE: ”USA VERSUS RUSSIA. TORNA IL “GRANDE GIOCO”

Pubblicato da Davide

  • chomsky5

    “Se si vuole capire la politica di un paese, bisognerebbe guardarlo su una cartina geografica……”,

    Ed è proprio questo uno dei punti scottanti della questione israelo/palestinese.

    Quello che a molti esperti fa dire che la Road Map è una pia illusione, nonché un tragico piano di pace.

    Tralasciando tutte le considerazioni su una contrattattazione diretta fra soggetti(ANP e Governo di Israele) il cui “potere contrattuale” è troppo sbilanciato a favore del secondo, se fossero pubblicate delle cartine geografiche del fu mandato britannico, si capirebbe perchè, in Palestina, non ci sarà mai uno stato arabo.

    I “settlements” israeliani in Cisgiordania sono diffusi in tutta la zona.
    Secondo le “vecchie” norme del diritto internazionale dovrebbero essere tutti illegali.

    Comunque, nonostante la Road Map preveda soltanto lo smantellamento di quelli creati dopo il 2001 ed il congelamento di quelli esistenti, le colonie (perchè di colonie si tratta) sono in continua espansione.

    Se fossero pubblicate delle carte geografiche precise, da mettere in bella evidenza su qualche lavagnetta che B. Vespa(che, di conflitto israelo/palestinese, parla raramente) potrebbe prestare a G. Ferrara( che, a modo suo, ne parla un pò più spesso) si avrebbe l’evidenza di qunato affermato. Della inesistenza di una zona su cui creare un ipotetico stato arabo in Palestina.

    Qualche tempo fa, gli addetti ai lavori, parlavano di bantustan.
    Tuttavia, vista la diffusione dgli insediamenti, anch’esso(bantustan) dovrebbe contenere al suo interno degli insediamenti israeliani.

    Se si pensa a quello che è successo con l’esodo di circa 8.000 coloni israeliani da Gaza, e da quattro colonie in Alta Samaria, dovrebbe essere chiaro che ulteriori smantellamenti di colonie sono impossibili.

    E’ una situazione tragica. Personalmente non vedo una soluzione, se non quella che prevederebbe l’esodo forzato di tutta la popolazione araba di Palestina.
    Déjà vu.

    Un saluto per Davide e Giancarlo ed un grazie ad Olimpia per aver impaginato la traduzione dell’articolo di D. Rahkonen
    C5

  • remo

    La soluzione sarebbe cioè la pulizia etnica?…non male…

  • chomsky5

    Mica la mia!?!

    Io, stando così le cose, di soluzioni non ne vedo.

    Mi sembra che, con la complice cecità della comunità internazionale,un’operazione lenta e metodica di pulizia etnica sia in atto una. Per definire, quello che succede, altra definizione non saprei trovare.

    Poi, la soluzione di spedire in palestinesi nei paesi limitrofi è molto popolare. Apertamente propugnata dai partiti religioso-nazionalisti e non tanto nascostamente dallo stesso Likud.

    Nel 1982, quando ancora era militare, Sharon, in un’intervista, poi malamente smentita, espose proprio questa soluzione.

    Kadima, il partito nato dalla confluenza di una parte del Likud con i laburisti di Shimon Peres, nasce anche dalla necessità di non ricorrere alla deportazione pura e semplice.

    Per me, è una situazione tragica e disperata.

    Che altro posso dire?

    C5