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E GLI UMILI EREDITERANNO

DI PAOLO BARNARD

Poco meno di vent’anni fa lessi sul quotidiano inglese The Guardian un editoriale dal titolo curioso: “I miti erediteranno un bel nulla”. Un chiaro riferimento all’evangelico passaggio “Beati i miti, perché erediteranno la terra”, e alle parole pronunciate molto prima dal re d’Israele, Davide, quando disse “Gli umili erediteranno la terra”. L’autore era l’americano Noam Chomsky, che col suo pungente sarcasmo illustrava alcune delle più tragiche ingiustizie globali a scapito dei poveri del Sud del mondo.

Quel titolo toccò delle corde profonde in me, e non solo nella direzione di una pietas per i miliardi di sfruttati e derelitti del pianeta, ma anche per quello che vedevo qui, a casa mia, in questa Italia. Vedevo un altro ordine di miti e di umili, presenti e numerosissimi fra noi, mentre a fargli da controcampo cresceva un ‘partito’ deteriore stabilitosi nel Paese da un ventennio pressappoco, rilanciato dai media e nei forum civici, e cioè quella che si potrebbe definire la supremazia dei colti televisivi, l’aristocrazia degli informati, la cupola degli esperti e carismatici capipopolo, sempre padroni di tutto lo scibile politico, economico, storico e oltre. Non che fossero una novità in sé, ma erano diversi dai loro omologhi sempre esistiti lungo la Storia, e per due cose: primo, spadroneggiavano in televisione, nelle piazze dei manifestanti, nelle sale dei dibattiti, su quotidiani, periodici e (da lì a poco) su Internet. Secondo, si dichiaravano, contrariamente al passato, interamente dalla parte della gente, devoti alla loro informazione, o al loro servizio come rappresentanti eletti, e non più elites manifestamente verticiste, classiste e padronali.

Ebbene, osservare costoro all’opera dava i brividi. Colpiva la violenza con cui usavano il loro sapere, in tv soprattutto, per sbaragliare, per prevalere, per umiliare, per sbeffeggiare l’avversario; non v’era pietà per il vinto, e il vincitore era subito Star, personaggio, eroe di quello o quell’altro schieramento; alternativamente la cultura di cui disponevano serviva a creare seguiti di massa secondo una struttura rigorosamente verticale, dove il ‘sapiente’, il super informato, era leader indiscusso e incriticabile, per la mole stessa del suo superiore sapere. In questo ruolo si ritrovavano filosofi, docenti, giornalisti, scrittori, intellettuali, persino attori e artisti vari, o chiunque riuscisse a posizionare il proprio titolo culturale sotto i riflettori dei media. Siamo cresciuti in quegli anni assieme a una ridda di questi soggetti, senza renderci conto di quanto tutto ciò fosse scandaloso e del danno che ci stavano facendo. Il dramma, in particolare, fu che eravamo nell’era della prima massificazione del sapere dagli albori della Storia, e cioè nel momento in cui il connubio fra benessere economico, riduzione delle barriere di classe senza precedenti e scolarizzazione di massa avrebbero reso possibile per la prima volta nella Storia la diffusione per tutti dell’amore per la cultura, finalmente intesa come non come strumento di supremazia, ma come aiuto alla crescita di ciascun individuo nella sua autostima e indipendenza intellettuale, in una società di cittadini forti e protagonisti, di pari. Si sarebbe potuto sperare in una concezione del ‘sapere’ di vera utilità sociale, dove chi per qualsiasi motivo ne deteneva di più poteva lavorare con umiltà e delicatezza per cederne ad altri senza mai intimidire, anzi, il contrario.

E invece, proprio in quel magico momento fiorivano e straripavano dai media questi arroganti e/o teppisti della cultura, questi molossi della conoscenza, solo capaci di intimidire chiunque per trarne un potere personale. Sfruttarono l’esplosiva miscela dell’inevitabile soggezione che sempre incute chi ne sa di più, con la propulsione offerta dalla Cultura della Visibilità (leggi Vip), e nessuno li ha più fermati. “Studia capra!” fu il latrato dell’apripista Sgarbi, sempre sbattuto in faccia ai pochissimi che osavano contraddirlo. Altri non arrivavano a simili estremi, ma di fatto il messaggio era il medesimo per i milioni che ne seguivano le gesta. E la conseguenza fu devastante: il pubblico sempre più intimidito, sempre meno capace di proporsi, sempre più sfiduciato nella propria capacità di elaborare la realtà, e soprattutto sempre più avverso al ‘mostro ipertroficoì, cioè la conoscenza, così impossibile da scalare e padroneggiare, vista la schiacciante superiorità di coloro che la possedevano.

Inutile dire che le cose sono solo peggiorate da allora. Ed eccoci a oggi. I satrapi super informati, super colti, super esperti hanno banchettato fino a scoppiare di potere risucchiato a noi persone comuni. Onnipresenti, avvinghiati alle poltrone dei talk show, straripanti a sgomitate gli uni contro gli altri negli scaffali delle librerie, in radio, nelle riviste, essi erano poi imitati da loro repliche minori, altrettanto attive a tutti i livelli sociali fino al circolo culturale di provincia o alla compagnia di amici. Hanno fatto scuola, infatti l’uso sciagurato della superiore conoscenza per imporre il proprio potere è rimasto diffusissimo. Ed eccoci agli umili, ai miti.

Essi erediteranno nulla da questo sistema. Non solo. La loro sconfitta è straziante a vedersi. Sono milioni di esseri umani del tutto degni e dignitosi la cui unica parte nella commedia della dittatura dei colti è, quando va bene, di essere pubblico, o più di norma inesistenti. Guardate ad esempio i volti delle platee dei talk show televisivi. Zitti, attenti, inerti, scattanti solo al comando dell’applauso, indistinti individui che formano solo una massa di chiome varie a far da coreografia all’ospite esperto, divo, personaggio. Sono identità minori schiacciate sullo sfondo. Eppure sono esseri umani complessi, hanno una storia, sono unici anche loro. E tutti gli altri inesistenti? Quelli che in questo sistema sciagurato stanno a Scalfari o a Galli della Loggia, a Travaglio o a Pannella come un sasso sta all’Everest? Ma anche quelli che stanno al saputello del gruppo locale, della compagnia, del bar, come il sasso sta alla montagna?

La cosa disperante è che tutte queste persone non ci provano neppure più, si certificano battute ancor prima di tentare, poiché sono state convinte che il divario fra loro e i padroni del sapere è talmente incolmabile, e che la sconfitta nel paragone sarebbe talmente catastrofica, da neppure considerare un tentativo nella controcassa del cervello. Letteralmente si auto consegnano al buio dell’ignoranza di politica, di storia, di economia, di arte, di religione, tanto è inutile, non possono competere coi grandi, coi medi, e neppure coi piccoli satrapi della conoscenza; si auto eliminano, si pongono da soli e senza disturbare sul ciglio della strada, si mettono di loro spontanea volontà nel sottoscala della vita partecipativa. Questa è una tragedia.

Sono tantissimi, masse enormi che vengono lasciate indietro e di cui nessuno fra i divi del sapere si occupa, se non talvolta con malcelato disprezzo evocando concetti come ‘il popolo bue’ o ‘quelli del Grande Fratello e degli Outlet’, ‘l’Italia da bar’, ecc. L’unica chance che gli è concessa per acquisire una sorta di conoscenza è il passaggio nella scuola. Non lo commento neppure, mi sono già espresso su quella scandalosa istituzione e sui danni che infligge in altri scritti che trovate nel sito. Nella mia attività ormai quasi trentennale sono venuto in contatto con tantissimi di questi umili. E’ accaduto in mille situazioni, nel mio volontariato, nel lavoro, negli incontri pubblici, o semplicemente per caso. Per il ruolo che ho ricoperto, il giornalista, ero automaticamente iscritto al club dei colti, ero un autorevole informato, e non potete immaginare cosa ho visto da quello scranno, bastava solo voler vedere, avere l’umanità per farlo. In particolare negli ospedali, dove ho lottato per anni a fianco degli ammalati e delle loro famiglie: gente quasi il doppio della mia età che subiva e subiva, con un coraggio immenso, e subivano cose oscene ma non fiatavano davanti al ‘professore’ e neppure davanti all’infermiere. Era solo quando dalla loro parte si schierava ‘il giornalista’ che improvvisamente si sentivano forti, anche solo perché io sapevo parlare con tonalità da colto, perché avevo le conoscenze per contrastare l’altro colto, quello che fino a poco prima non li considerava neppure i lamenti dell’ammalato. Nelle occasioni di dibattito pubblico, infinite volte ho dovuto assistere a persone che con la voce tremula dall’emozione osavano dire la loro, ma solo dopo aver premesso e ri-premesso che “io non sono nessuno, per carità…”, che “sicuramente dico una sciocchezza, mi perdoni,…”. Persone ai miei occhi degne e sacre per il solo fatto di essere, eppure così conciate.

Ma è stato soprattutto nel contesto di gruppo, cene, discussioni, riunioni di associazioni, che il destino dei miti mi appariva in tutta la sua ingiustizia. Nei gruppi ci sono sempre gli informati, quelli che hanno titolo per esprimersi, quelli più carismatici e colti, a qualsiasi livello, dal consesso di professionisti borghesi e altamente istruiti alla compagnia del bar. E ci sono gli altri, che magari sono persone meravigliose ma non sanno un accidenti di politica, meno che meno di Storia o di attualità e cultura, o di sport e mondanità. Se ne stanno un po’ da parte, mentre i pezzi grossi animano e sgomitano per parlare. Talvolta queste ‘ombre’ si inseriscono nel bailamme con una opinione, e accade quasi sempre questo: gli sguardi dei pezzi grossi si soffermano per pochi attimi su quelli del mite che sta dicendo la sua, poi fuggono alla ricerca del contatto visivo e dell’attenzione di un loro pari per poter ripristinare l’interesse e l’adrenalina della discussione, che infatti continua con voci accavallate. Il mite o la mite rimangono sostanzialmente a finire il proprio discorso da soli, o al massimo nella direzione dell’unica persona di tutto il gruppo che ha avuto la bontà di rimanergli/le attento. Questo è così profondamente ingiusto, discriminatorio, demolitore.

Questo uso della conoscenza è odioso. So, perché l’ho visto mettere in pratica e mi ci sono impegnato di persona, che un’altra via c’è, che funziona, ma soprattutto che è drammaticamente necessaria oggi. E’ la via dell’accoglienza dell’altro alla pari, sempre e a prescindere, dove il sapere superiore viene usato, se c’è, con infinita delicatezza, ma sempre dopo aver valorizzato chi ti sta di fronte a prescindere, perché persona degna del 100% della tua attenzione. E’ la via dove chi ne sa anche tanto di più valorizza però nell’altro lo sforzo nell’esprimersi in campi a lui ostici, innanzi tutto, e non importa quanto corredato da informazioni, dati, citazioni, non importa quanto interessante; dove nell’altro si incoraggia l’affidamento alla sua sintesi di pensiero poiché degna in sé sempre. E chi è trattato così, si sente bene, invogliato a dire ancora, e di conseguenza a sapere di più. Si sente accolto come persona capace di dare un contributo senza dover passare esami, competere, essere a livello di chissà chi o che cosa. Chi è trattato così non rinuncia più, e soprattutto impara ad amarsi. Diviene vivo e attivo. Quello di cui abbiamo disperatamente bisogno in questo mondo così iniquo: persone attive a qualsiasi livello di status sociale o di cultura, cittadini pieni che dal ciglio della strada ritornino nel mezzo di essa, alla pari con tutti, per dare il meglio ciascuno nei suoi limiti e senza graduatorie.

Il mio messaggio ai strapi odierni del sapere, a quelli che smaniano nel Sistema come nell’Antisistema, a quelli cioè che usano la loro conoscenza per divenire divi irraggiungibili e adorati, o per prevalere in un qualsiasi gruppo, è: vi maledico. Perché condannate i miti a ereditare nulla da voi. Quando invece potreste essere così utili, se solo li amaste gli umili, i miti.

Paolo Barnard
Fonte: www.paolobarnard.info
Link: http://www.paolobarnard.info/intervento_mostra_go.php?id=56
19.11.08

Pubblicato da Davide

  • fengtofu

    Condivisibile perchè verificato. Fin dal ’68 ricordo la ribalta dei leader del Movimento come un riflettore teatrale che ‘illuminava, li rendeva idoli nostri, delle ragazze, e narcisi terminali per se stessi. Molti di loro portavano già nomi illustri della sinistra, erano figli di sindacalisti, di ex resistenti, di politici e avvocati progressisti, di scrittori e giornalisti da pagina culturale, di quelli che ci hanno dalla nascita “l’Analisi e la faccia Giusta” per citare Lucio Dalla.
    Ora quella mafia da noi stessi tollerata legge Repubblica, o magari il Foglio, ha fatto carriera, alcuni si defilano altri sono ancora sotto i riflettori, ma di fatto sono loro i figli della Casta del Veltrusconismo imperante, catodico e non.
    Il nostro eroe d’allora abbondantemente rinnegato, Mao Zedong, parlava d’intelligenza delle masse, di creatività delle masse….in realtà oggi sappiamo che si servì del popolo e delle guardie rosse solo per scalzare i tecnici di governo che pian piano lo stavano emarginando per correggere i suoi crimini e le sue asinerie da 20 milioni di morti. In conclusione, alla larga dai democratici e dai tribuni della plebe, datemi un dittatore di umili origini con un robusto culto della personalità….è tra i cuori semplici del pianeta che ancora allignano i ritratti del duce, di Stalin, Franco, Mao e altri.
    Io credo che questa mentalità di abdicazione dal libero pensiero sia una sorta di effetto-gregge che ti da la sicurezza infusa da uno che sa ciò che vuole e che fortemente vuole, basta che tutti lo seguano e non pensino ad altro.
    Non è solo la mancanza d’istruzione come quella della non-scuola italiana, post-sessantottesca o meno (era già una frana prima del ’68, non si diano tutte le colpe ai fancazzisti di sinistra) a creare e nutrire i mostri della Casta, le mignotte ribattezzate veline, gl’intellettuali isterici ma forbiti, i tuttologi parolai, è la nostra abdicazione da ogni forma di Giudizio, la nostra passività da miti pecorelle sedute davanti allo schermo ipnotico del vero Grande Fratello.
    Ma è nostra facoltà e privilegio di strappare via la spina dal muro, se solo un barlume di libertà ci viene. Ci attende un universo di giochi, di chiacchiere, di letture, di carte, scacchiere e domino, libri e non giornali, di passeggiate e di compagnia di bimbi, di racconti di anziani, di creatività vere più svariate, il tutto in totale libertà, parola che è sempre più citata sul mostro catodico che la uccide.

  • IVANOE

    E’ un pò la scoperta dell’acqua calda.
    E’ una rivisitazione veritiera e critica del 68 che è già stata fatta almeno 20 anni fa.
    Chi faceva il condottiero delle file sessantottesche erano i cosidetti figli di papà e non i figli degli operai, perchè se quest’ultimi ci avessero soltanto provato il sistema li avrebbe annientati.
    Per il sistema sono molto ma molto più pericolosi gli strati onesti e più bassi della società perchè rivendicatori di diritti limpidi, solari quali il miglioramento delle loro condizioni di vita, piuttosto che i peggiori delinquenti del paese.
    La determinazione delle classi più basse del tempo quelle operaie quelle popolari che all’epoca erano vere sono state anticipate opportunisticamente da questi finti giovani caporioni dell’alta società immediatamente messi sul trono per non permettere ai caporioni veri di essere determinati al raggiungimento dell’obiettivo principale : quello di cambiare veramente la società una società di tutti e non solo dei ricchi.
    Quindi che cosa vi aspettavate da questi attempati cinquantenni che si vantano di aver fatto il 68 mentre comodamente parlano nei loro salotti miliardari e incontaminati dal vero sentimento popolare di oggi ?
    Era tutto già scritto.
    Ed anche per questo che qui da noi non cambierà mai niente perchè il figlio dell’operaio il figlio dell’impiegato e così via non può permettersi il tempo di partecipare ad assemble, proteste e manifestazioni, il figlio dell’operaio deve andare a lavorare e non fare il vitellone con i soldi del papà improvvisandosi prima rivoluzionario e poi pontificare in qualche tv.
    Il giorno se mai verrà che i gli operai potranno dedicare il tempo necessario a come funiona la società allora cambieranno molte cose.

  • Lark

    Trovo che questo articolo abbia colto uno dei grandi mali dei nostri tempi ed è scritto molto bene. L’unica cosa dalla quale dissento è l’identificazione, che si coglie in più parti, delle persone colte come persone che sanno e degli umili come persone che non hanno conoscenze.
    La conoscenza e la cultura sono due cose diverse; non basta avere molte conoscenze per essere colti e si puo essere colti, a vari livelli, avendo poche conoscenze. La cultura è la capacità di far vivere armoniosamente le nostre azioni con le nostre conoscenze, cosa che deriva dall’aver coltivato la nostra mente con le conoscenze che abbiamo. Quante persone, oggi, pur sapendo, ad esempio, che il concetto di razza non è scientificamente sostenibile, si comportano come razzisti? A volte gli umili, intesi come persone che non riescono a reagire di fronte all’arroganza, sono persone colte ma che tendono a ritrarsi su se stesse perchè hanno orrore, letteralmente, di tanta violenza verbale e di tanta arroganza; non potrebbero mai competere sullo stesso piano. Una persona colta è una persona che porge le sue conoscenze con molta naturalezza. La cultura non ha niente a che fare con i “mattatori” che sgomitano per ottenere un posto bene in vista. A questo punto si potrebbe parlare anche della differenza tra intelligenza e motivazione al successo ma sarebbe oltremodo lungo e complicato. Complimenti a Barnard per la sua capacità di interiorizzare le cose

  • Tonguessy

    Si chiama darwinismo sociale. Il “fittest to survive” è il personaggio dall’etica macabra e dalle ingenti risorse che sguazza nel letame che questo tipo di società produce, ovvero valori come accumulo, spregiudicatezza, tolleranza zero, potere come abuso, egoismo illimitato, saccheggio etc…
    I miti dell’articolo sono i dodo della storia: destinati a non potere volare via davanti al nuovo e insaziabile predatore che, darwinisticamente parlando, è molto più fittest. Quindi più idoneo alla sopravvivenza.

  • calliope

    Per qualcuno è acqua calda per altri tragica e ineluttabile realtà,
    per me una conferma che la religione è al servizio del POTERE,
    Amen!!!
    …e noi
    Cavalieri senza spada,
    Eruditi nel deserto,
    Cercatori di giustizia,
    Anime compassionevoli,
    non ci resta che piangere.

  • cinthia

    Bellissimo questo articolo, grazie Paolo,
    vi ho colto perfettamente il senso di come l’evoluzione sociale rispetta per primo l’istinto animale senza che l’intelletto, la cultura o semplicemente il sapere esperienziale riesca ad armonizzare l’adattamento.
    Siamo animali sociali, di gruppo, di branco insomma. Abbiamo bisogno di un capo. Ora la struttura sociale è complessa, articolata e a suo modo raffinata e allora più capi distribuiti sul territorio, capaci di soddisfare l’esigenza di ogni gruppo sono necessari e quasi ineluttabili. Questa ineluttabile necessità di vivere il dominio e la prevaricazione, di essere vittime e carnefici vive in noi e appare con tragica evidenza che la nostra struttura mentale e psichica non riescono a conquistare la necessaria autonomia dall’istinto animale.
    I media, tutti, sono l’espansione della comunicazione e del trasferimento del sapere, se seminano solo stimoli istintuali manipolandoli perché siano efficaci ad ottenere e mantenere questo status, l’essere umano comune avrà pochissime chance di affrancarsi da questa condizione di animale nevrotico. E per gli operatori del settore il gioco è facile, conosciuto. Va da se che anche chi manipola, domina e sovrasta è a sua volta manipolato, dominato e sovrastato in primis da se stesso, dalla sua fame di soffrire o godere secondo il ruolo che si è ritagliato. La complessità psichica complica enormemente le cose, a mio avviso, ma sembra percorrere degli schemi precisi e facilmente gestibili da chi sa farlo, altrimenti il mondo non sarebbe in queste condizioni. Mi associo con entusiasmo alla maledizione fatta da Paolo e la rafforzo per tutti coloro che anche nel loro piccolo vendono senza coscienza il futuro dei propri figli e del mondo per ottenere agio e sicurezza oggi. Non sarò Cassandra, ma sono certa che l’energia del pensiero una sua forza ce l’ha e più il pensiero è limpido più la sua forza è determinata.

  • Duffy

    molto bello
    grazie

  • biopresto

    conosci per caso un metodo semplice per pulire il pensiero ?

  • cinthia

    …che è una battuta? sai, l’ironia scritta è difficile da comprendere senza il supporto dello sguardo e dell’inflessione di voce!
    se invece fai sul serio, io l’unico modo che conosco per rendere il pensiero pulito è la meditazione… che si può praticare in vari contesti e a vari livelli, ma non ci sono metodi semplici e veloci. Il lavoro di crescita della coscienza è un lavoro che ci accompagna tutta la vita… e per chi crede nella reincarnazione, anche oltre… poi, ognuno sceglie la sua strada.

  • biopresto

    non era una battuta anzi, grazie per la risposta, ci proverò anche se la vedo dura
    ciao

  • BarnardP

    Sono Paolo Barnard, grazie di aver letto e commentato.
    A Fengtofu: condivido esattamente il tuo finale, con l’aggiunta di ciò che ho scritto alla fine di L’Informazione è noi.
    A IVANOE: dici una cosa sacrosanta sulla mancanza di tempo per ritrovarsi e impegnarsi, l’ho scritta in Per Un Mondo Migliore e in Abbagli. E’ fondamentale.
    A Lark: sono d’accordo in pieno sul fatto che la conoscenza può essere ben altro dalla cultura classicamente intese. Sfortunatamente il gioco di oggi è quello di stratificare la società SOLO in base alla seconda, ergo le discrimazioni di fatto che ho descritto.
    A Tonguessy: ben riformulata, in effetti è così.
    A Calliope: ci resta da divulgare questa nuova orizzontalità accogliente, e l’amore per la conoscenza privo di graduatorie e prove e sfide, dove tutti sono degni. Divulgare!
    A Cinthia e Duffy: grazie alla prima per l’interessante analisi, che sposta su un piano antropologico ciò che diciamo qui. Grazie al secondo.

  • loco

    Aritolo di una sensibilità struggente… Uno dei più belli che abbia letto da quando frequento questo sito. Era ora che qualcuno ponesse l’attenzione sui “Divi della Cultura”. Ormai siamo troppo abituati dalla monnezza televisiva dei talk e dei reality show.. a vederli come unici agenti dell’alienazione popolare.
    Cosa impietosa e ancor più amara da dire, e che quella classe di dotti, intellettuali e metrapansè, si origino in ambienti culturali di estrazione borghese, che avevano come principale velleità, l’emancipazione intellettuale del popolo. Che tragica eterogenesi dei fini, constatare che questi, sarebbero stati i principali artefici di contanta t

  • loco

    tristezza…