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DUE VIE PER LA DECRESCITA

DI MARINO BADIALE E MASSIMO BONTEMPELLI
cometa-online.it

Riceviamo e volentieri pubblichiamo

Questo scritto prende spunto da un articolo di Maurizio Pallante: Decrescita e Welfare State, reperibile in rete all’indirizzo http://www.decrescitafelice.it/?p=821. Si tratta di un testo di grande chiarezza (come sempre in Pallante), una qualità che giudichiamo di grande valore in questi tempi confusi. Proprio la chiarezza e l’onestà intellettuale di questo testo permettono di individuare quelli che giudichiamo i suoi errori, e ci danno l’occasione di iniziare una discussione, che pensiamo importante e urgente, sul fondamento ideale e teorico del movimento della decrescita.

Le tesi fondamentali di Pallante nello scritto citato ci sembrano essere le seguenti: poiché “il welfare state e i servizi sociali sono legati con un nesso inscindibile alla crescita del prodotto interno lordo”, mentre la proposta teorica e politica della decrescita è appunto la proposta della decrescita del prodotto interno lordo, Welfare State e decrescita sono incompatibili, e chi sostiene la decrescita deve criticare il Welfare State e chiedere la riduzione dei servizi sociali pubblici tipici delle politiche “socialdemocratiche” che hanno segnato la storia dei paesi occidentali nel secondo dopoguerra. Come si risponderà allora ai bisogni che attualmente vengono soddisfatti dai servizi sociali (o da quel che ne resta)?Secondo l’articolo citato, la risposta del movimento della decrescita dovrebbe essere quella del ritorno il più esteso possibile all’autoproduzione, per quanto riguarda la domanda di beni materiali, e alla famiglia allargata, per quanto riguarda la domanda di servizi alle persone (cura dei bambini e degli anziani, per esempio). La conclusione dello scritto di Pallante compendia perfettamente il senso di queste proposte:

“Se le varianti liberal-liberiste, di destra, della crescita possono essere contraddistinte dallo slogan “più Mercato e meno Stato”, e le varianti socialiste-socialdemocratiche, di sinistra, dallo slogan “meno Mercato e più Stato”, il paradigma culturale della decrescita, perché di un paradigma culturale si tratta e non solo di una teoria economica, si contraddistingue con lo slogan “meno Stato e meno Mercato” ”.

Le nostre considerazioni critiche sono divise in tre parti. Mostreremo in primo luogo le conseguenze delle tesi esposte da Pallante. Cercheremo in secondo luogo di mostrare qual è l’errore logico fondamentale del suo ragionamento. Infine faremo qualche considerazione generale sulla decrescita, non direttamente legata al testo di Pallante.

1. Ciò che consegue. Per capire quali siano le conseguenze di queste tesi, partiamo dalla fine, cioè dallo slogan “meno Stato e meno Mercato”. La domanda ovvia che si deve fare, di fronte ad un simile slogan, è “cosa vuol dire?”. Che cosa vuol dire, nell’orizzonte della modernità, criticare contemporaneamente lo Stato e il Mercato? Stato e Mercato sono le due forme di regolazione della società che si sono date storicamente nella modernità. Pensare ad una ritirata simultanea di Stato e Mercato, nella modernità, significa pensare in sostanza ad una società che si autoregola in maniera spontanea. Ma questo non è nient’altro che l’utopia anarchica o comunista, una utopia che è priva di ogni aggancio con la realtà attuale. Se la decrescita abbraccia questo tipo di utopie si condanna all’impotenza.

Questo tipo di critica naturalmente presuppone che lo slogan “meno Stato e meno Mercato” abbia in mente un tipo di organizzazione sociale che rimanga nell’orizzonte della modernità. E’ chiaro che, nelle società premoderne, si sono date forme di regolazione sociale diverse sia dallo Stato sia dal mercato. E in effetti Pallante sembra pensare a queste forme, quando fa riferimento alla famiglia allargata come sostituto dei servizi sociali del Welfare State. Ma per proporre seriamente il ritorno alle forme di regolazione sociale tipiche del premoderno (la famiglia allargata, la comunità e le tradizioni locali) occorre cancellare la complessa dialettica della Modernità. La Modernità, come è stato messo in luce da due secoli di pensiero, è una promessa di emancipazione che reca in sé il suo limite dialettico e quindi non viene realizzata se non in parte. La Modernità è il luogo della libera individualità autodeterminantesi secondo coscienza e ragione, e il suo svincolarsi dai limiti delle forme sociali premoderne, sopra indicate, è condizione necessaria al pieno sviluppo dell’individuo. La famiglia allargata premoderna, luogo di produzione e consumo, presenta certo aspetti positivi di protezione del singolo, ma contemporaneamente soffoca il libero sviluppo soggettivo per ottenere individui che accettino di entrare nei ruoli già preformati dalle tradizioni. La Modernità, che libera gli individui dal vincolo delle tradizioni accettate come dati naturali, rappresenta il tentativo di una società dove il legame sociale sia fondato sulla scelta razionale e responsabile di ciascuno. Certo, questo ideale non è mai stato realizzato, ma i progressi nella sua direzione sono stati progressi reali. La proposta del ritorno a forme sociali premoderne (proposta che, ricordiamolo, è l’unico modo di dare un contenuto concreto allo slogan “meno Stato e meno Meercato”) cancella questa complessa dialettica, e si configura quindi come puramente reazionaria. Spiegamoci meglio. Abbiamo detto che la Modernità è la promessa ancora non realizzata di una società di liberi individui. Questa promessa non è stata realizzata perché non è stata trovata la forma sociale entro la quale sia possibile adempierla. La società liberale e borghese, che è la prima forma storica nella quale si è concretizzata la Modernità, non ha realizzato la promessa perché se da una parte ha liberato gli individui dal peso dei legami premoderni, dall’altra, contemporaneamente, ha istituito nuove servitù. La dialettica interna alla società liberale e borghese ha portato poi, per vie che sarebbe troppo lungo anche solo accennare qui[1] , all’attuale società di “capitalismo assoluto”, nella quale individui, società e natura sono asserviti ad un meccanismo economico distruttivo. Ora, di fronte a questa complessa dialettica sono possibili, e comuni, due errori contrapposti: da una parte il progressismo che oscura gli aspetti negativi o incompiuti della Modernità e in questo modo, fra l’altro, non vede come i recenti sviluppi dei paesi occidentali rappresentino una crisi della stessa società liberale e borghese; dall’altra, appunto, la reazione che vede nella Modernità un unico errore. La reazione si coniuga bene con ideologie di tipo religioso, perché, quando si negano gli aspetti progressivi e liberatori della Modernità, il ricorso al Maligno è la migliore spiegazione possibile del suo successo. Se la famiglia premoderna era il luogo idillico che descrive Pallante, in cui tutti scambiano amore con tutti, perché mai abbandonarla, se non per ispirazione diabolica? L’ovvia risposta è che la famiglia premoderna era insieme luogo di protezione e luogo di repressione, e che la famiglia moderna ha avuto successo perché le persone l’hanno scelta, e l’hanno scelta per sfuggire alle costrizioni della famiglia premoderna.

La decrescita che rifiuta sia lo Stato sia il Mercato è dunque una ideologia reazionaria. Certo, il movimento della decrescita non vuole, giustamente, essere classificato come reazionario e rifiuta la contrapposizione progresso/reazione. E’ giusto così, ma se non si vuole essere classificati come reazionari non basta dirlo, bisogna anche mettere in pratica ciò che si dice, il che vuol dire, in questo caso, che bisogna rifiutare di fondare la decrescita su orizzonti teorici che sono essenzialmente reazionari.

E aggiungiamo infine che, come scriveva Hegel, una volta instaurata la Modernità, la reazione ha sempre una componente violenta (che, s’intende, può concretizzarsi oppure no a seconda delle situazioni): nel momento in cui la libera individualità a cominciato a dispiegarsi, (sia pure nelle forme contraddittorie e incompiute tipiche della Modernità) non è infatti più possibile ricostringerla entro gli schemi delle società tradizionali, se non attraverso la violenza.

2.Ciò che precede. Se queste sono le conseguenze delle posizioni cui arriva Pallante, sembra che l’unica scelta sia fra l’accettare una versione reazionaria della decrescita e il rifiutare la decrescita appunto perché reazionaria. Ma questa conclusione sarebbe valida se il ragionamento di Pallante fosse corretto, se cioè fosse vero che a partire dai principi della decrescita si arriva alle conclusioni cui egli arriva, cioè che la decrescita è in essenziale contraddizione con il Welfare State. Noi vogliamo adesso mostrare che non è così. Il ragionamento di Pallante contiene due errori, di diverso peso. Cominciamo da quello realtivamente meno importante. Pallante afferma correttamente che “la spesa pubblica dipende dalle entrate” e queste a loro volta dipendono, tramite le imposte, dal pil. Ne conclude che “l’entità dei servizi sociali che uno Stato può offrire è dunque direttamente proporzionale al pil”. Pallante cioè afferma che l’entità dei servizi sociali è una frazione fissata (è questo il corretto significato matematico di “direttamente proporzionale”) del pil, per cui se il pil diminuisce diminuiscono i servizi sociali. Ma questo passaggio è scorretto. E’ infatti ovvio che la frazione di ricchezza spesa dallo Stato per una quantità e qualità determinate di servizi sociali è una frazione del pil, ma niente dice che questa frazione debba essere costante. Quale sia questa frazione, è una scelta politica. Entro certi limiti, se la frazione del pil impiegata nei servizi sociali aumenta, i servizi sociali possono rimanere gli stessi, o perfino aumentare, anche a pil decrescente. Se il pil diminuisce del 10% ma la frazione del pil impiegata nei servizi sociali aumenta di un fattore 10/9, la quota di ricchezza dedicata ai servizi sociali è costante. Ma è possibile pensare di aumentare la quota di pil impiegata nei servizi sociali? Sì, e in due modi diversi. Si può in primo luogo aumentare le entrate dello Stato, colpendo i grandi patrimoni generati in Italia dalla speculazione immobiliare e finanziaria e dall’evasione fiscale e tassando pesantemente attività inutili e dannose come la pubblicità o la finanza. Si può in secondo luogo cambiare la destinazione delle risorse che lo Stato preleva (ad esempio eliminando la corruzione della casta politica con l’eliminazione della casta stessa e interrompendo tutte le missioni militari all’estero e l’acquisto dei sistemi d’arma connessi) e destinando ai servizi sociali le risorse così liberate. Si può infine recuperare ricchezza combattendo seriamente la criminalità organizzata e requisendo le sue ricchezze.

Le risorse così liberate permetterebbero di finanziare i servizi sociali pubblici anche a pil decrescente.

Questo per quanto riguarda il primo errore. Veniamo adesso al secondo errore logico nel ragionamento di Pallante. E’ il più importante dei due, ed è il punto decisivo di questo nostro scritto. E’ ovvio, come dice Pallante e come abbiamo ammesso anche noi nella discussione fin qui svolta, che entro l’attuale organizzazione economica il Welfare State dipende (in un modo o nell’altro) dal Prodotto Interno Lordo. La critica di Pallante si riferisce a questa situazione. Ma la decrescita vuole suggerire una diversa organizzazione economica. Il punto cruciale della decrescita è la distinzione fra merci e beni, e l’organizzazione economica che il movimento della decrescita ha in mente mira alla diminuzione di beni prodotti in forma di merce e all’aumento di beni prodotti non in forma di merce. Il movimento della decrescita ritiene cioè possibile pensare una economia con meno merci e più beni. Ma se questo è possibile per l’economia nel suo complesso, perché non dovrebbe essere possibile anche per quella parte dell’economia rappresentata dai servizi sociali? Se possiamo pensare, come chiede la decrescita, una economia organizzata almeno in parte come scambio non monetario di beni, perché non possiamo pensare a un Welfare State “decrescista” come scambio non monetario, a livello nazionale, di servizi? Proviamo a spiegarci. Un tipico esempio di cosa si può concretamente intendere per decrescita potrebbe essere il seguente: partiamo con un gruppo di famiglie con bambini che vivono nello stesso condominio; tutti gli adulti lavorano e devono portare i figli all’asilo privato, pagando la retta. Una tipica proposta “decrescista” sarebbe la seguente: gli adulti scelgono di ridursi un po’ l’orario di lavoro, e a turno una famiglia tiene i bambini di tutti mentre gli altri adulti sono al lavoro. In questo modo il pil diminuisce (perché gli adulti lavorano un po’ di meno, quindi ricevono un salario un po’ minore, e inoltre non vengono pagate le rette dell’asilo) ma il servizio che viene fornito (cura dei bambini) è lo stesso, e i rapporti umani migliorano, perché i bimbi stanno nell’ambiente familiare e gli adulti hanno maggiori possibilità di rapporti con i bambini. Non discutiamo adesso, naturalmente, la fattibilità concreta di una proposta di questo tipo ma consideriamo il punto fondamentale: si passa da servizi acquistati con denaro a servizi scambiati in modo non monetario. Gli adulti possono rinunciare a una parte del loro reddito monetario perché i servizi che con quella parte del loro reddito essi acquistavano vengono ora forniti in altro modo. Essi forniscono una parte del loro lavoro all’interno di una rete di scambi non monetari, e quindi da questa parte del loro lavoro non ricevono salario, mentre ricevono una parte del loro reddito come servizio all’interno della stessa rete. Ora, che cosa impedisce di pensare a un Welfare “decrescista” come una rete di questo tipo, solo più ampia e complicata? Pensiamo ad una infermiera che va al lavoro in un ospedale pubblico usando un mezzo di trasporto pubblico e gratuito, e lascia il figlio in un asilo pubblico e gratuito. Il suo salario può anche essere relativamente basso, perché riceve una serie di servizi gratuiti, che diventano una componente (non monetaria) del suo reddito reale. Ma chi paga i salari dei lavoratori dei mezzi pubblici e dell’asilo? Allo stesso modo, il reddito reale di questi lavoratori avrà una parte non monetaria formata dai servizi pubblici gratuiti, per cui il conducente del mezzo di trasporto, sapendo che se si ammala viene curato all’ospedale gratuitamente, non ha bisogno di farsi aumentare il salario per pagarsi l’assicurazione sanitaria. In questo modo un Welfare State “decrescista” appare come una ovvia generalizazione dei principi della decrescita. Certo, vi sarà sempre una componente monetaria del reddito, ma questo è ammesso da tutti i teorici della decrescita: nessuno di essi, ci sembra, propone l’abolizione tout court del mercato e degli scambi monetari.

Possiamo allora concludere su questo punto: l’errore di Pallante è quello di pensare ad una economia della decrescita escludendo da essa il Welfare State, di inchiodare cioè il Welfare State alla sua dimensione attuale. Non c’è nessuna ragione logica di farlo, come speriamo di aver dimostrato.

Non c’è dunque contraddizione fra decrescita e Welfare State, e non è quindi necessario radicare la decrescita in forme sociali premoderne. Si può certo proporre una decrescita reazionaria, nel senso da noi indicato, ma si può anche proporre una decrescita che accetti l’orizzonte della Modernità, del libero sviluppo dell’individuo e del ruolo dello Stato nel promuoverlo. Vi sono dunque due strade di fronte al movimento della decrescita, ed esso non può esimersi dallo scegliere quale delle due vuole percorrere.

3. Altre considerazioni.

Questa ultima parte è dedicata a considerazioni più generali. Gli errori in cui è incorso Pallante ci sembra si colleghino ad elementi di ingenuità politica e teorica del movimento per la decrescita. Crediamo che un serio confronto col pensiero di Marx potrebbe aiutare a superare queste ingenuità. Abbiamo scritto qualche tempo fa un articolo sul rapporto fra la decrescita e il pensiero di Marx [2] , nel quale fra le altre cose ci siamo sforzati di spiegare “cosa può dare il pensiero di Marx alla decrescita”. Non possiamo ripetere qui le analisi di quel lungo testo, ci limitiamo a ricordarne alcune conclusioni, che ci sembrano rilevanti per questa discussione.

Per poter impostare un programma di cambiamento sociale incentrato sulla decrescita, occorre avere chiaro che la crescita, che è la nozione che nel linguaggio ufficiale traduce l’accumulazione del capitale, è indispensabile all’attuale sistema economico. Se non si capisce questo punto, l’adesione alla crescita appare unicamente come un errore intellettuale e morale, che si può quindi correggere con le argomentazioni e con l’esempio. Ora, la “religione della crescita” è sicuramente anche un errore inteIlettuale e morale, per combattere il quale occorrono tutte le argomentazioni teoriche elaborate dai pensatori della decrescita, e occorrono tutti i possibili esempi e iniziative pratiche prodotte dalle persone impegnate nella decrescita. Ma non si comprende la forza e la persistenza di questo errore intellettuale e morale se non si capisce che esso si incardina entro il rapporto sociale capitalistico e ne rappresenta l’espressione appunto intellettuale e morale. Perdendo di vista questa connessione le persone impegnate nella decrescita non arrivano a inquadrare la realtà del potere e della politica contemporanee, e in questo modo sembrano ridursi a sperare che dal sistema emergano prima o poi politici sensibili ai temi della decrescita, e che si possano convincere i ceti dirigenti della convenienza economica della decrescita. Queste sono illusioni che paralizzano l’azione politica. I politici attuali sono vincolati ad un sistema di potere che ha fatto della crescita la sua base vitale, né si può sperare di dimostrare la convenienza economica della decrescita, perché in effetti all’interno del capitalismo essa non è conveniente in termini macroeconomici.

In sostnaza, non si può pensare ad un mutamento radicale dell’organizzazione sociale senza che questo mutamento, se per caso si avviasse nella realtà, susciti l’opposizione di tutte le forze che hanno interesse al mantenimento dell’attuale organizzazione sociale. I marxisti hanno sempre saputo questa ovvietà, il movimento della decrescita non può sperare di rimuoverla.

C’è poi un altro punto importante. I teorici della decrescita sembrano ritenere che il dogma dello sviluppo, e il potere politico-economico ad esso collegato, sia una specie di “ostacolo” tolto il quale la società potrà progredire “serenamente” e “felicemente” secondo linee più umane e sensate. Non è così, purtroppo, e il problema sta nel fatto che il capitale è un rapporto sociale che si riproduce e allarga continuamente la sua sfera, e quindi incide sull’insieme dei rapporti sociali. Nei paesi occidentali esso si è instaurato da secoli ed ha ormai modificato in profondità la natura dei rapporti sociali, informando di sé l’intera compagine sociale. Oggi il capitalismo, come abbiamo detto non “domina” la società, ma la informa, la struttura. Se è così, è chiaro che la proposta della decrescita è destrutturante. Nel momento in cui il processo di accumulazione del plusvalore modella tutte le relazioni umane, tutte le sfere sociali, metterlo in questione significa disarticolare l’intera società, e generare quindi una crisi radicale dell’intera organizzazione sociale. Se si vuole realmente avviare le nostre società sulla strada della decrescita, occorre essere preparati a sconquassi sociali di grandi dimensioni. La decrescita non può pensarsi come un processo di sostituzione indolore dell’attuale società dissennata con una società più razionale, senza scosse né traumi. Non si può seriamente pensare ad una decrescita che sia solo “felice” o “serena”. Le nostre società saranno spinte sulla strada della decrescita, se mai lo saranno, certo anche dall’aspirazione ad una “serenità” e “felicità” che l’attuale sistema sociale non può dare, ma soprattutto dal rifiuto del continuo peggioramento della vita che la crescita capitalistica comporta, dallo spettacolo di degrado materiale e spirituale che il nostro mondo mostra con evidenza a chiunque voglia vedere. Lungo questa strada occorrerà affrontare da una parte la violenza dei poteri che si nutrono della degradazione prodotta dallo sviluppo, dall’altra le crisi e gli sconquassi prodotti sia dalla degradazione capitalistica stessa sia dai tentativi di sostituire alla logica necrofila dell’attuale sistema una logica di vita. Nessun risultato è garantito, l’unica certezza è quella della profonda crisi di civiltà e cultura alla quale l’attuale sistema ci sta portando.

Marino Badiale, Massimo Bontempelli
Fonte: www.cometa-online.it
Link: http://www.cometa-online.it/index.php?option=com_content&view=article&id=446:due-vie-per-la-decrescita&catid=59&Itemid=59
Genova-Pisa, marzo 2010

[1] Ne abbiamo parlato in altri nostri testi: M.Badiale, M.Bontempelli, Civiltà occidentale, Il Canneto, Genova 2009; Id., La sinistra rivelata, Massari, Bolsena 2007; Id., Il mistero della sinistra, Graphos, Genova 2005.

[2] M.Badiale, M.Bontempelli, Marx e la decrescita, reperibile in rete per esempio all’indirizzo: http://www.megachipdue.info/component/content/article/3078-marx-e-la-decrescita-per-un-buon-uso-del-pensiero-di-marx.html

Pubblicato da Davide

  • Tonguessy

    Articolo molto interessante che mi sento di condividere parzialmente.
    Una frase mi ha atterrito: “la famiglia premoderna era insieme luogo di protezione e luogo di repressione, e che la famiglia moderna ha avuto successo perché le persone l’hanno scelta, e l’hanno scelta per sfuggire alle costrizioni della famiglia premoderna”
    Siamo davvero convinti che la scelta di lavorare per le fabbriche del Nord sia stata una scelta liberatoria per gli immigrati del Sud? O non è piuttosto che la scelta fosse stata pilotata da una serie di motivazioni di matrice economica? Mi spiego meglio: fu vera libera scelta andarsene con la valigia di cartone verso Torino (piuttosto che verso Marcinelle o NewYork) per sfuggire alle costrizioni della famiglia premoderna oppure non fu anche questa una non-scelta determinata dalla situazione economica creatasi? Se fame e misera sono associate strutturalmente a certe famiglie (o società) premoderne viene facile dire che si è cercato il distacco dalla premodernità, mentre è solo una questione di gestione delle risorse (programmazione politico-economica). Una volta fatti fuggire a causa della fame, ecco apparire la modernità in tutto il suo splendore: se si sono sistemati così bene con le loro pizzerie comprate a caro prezzo e non sono tornati indietro vuol dire che in fin dei conti la premodernità stava loro stretta e la modernità piace di più. Errore grossolano ed imperdonabile di cui è intriso tutto l’articolo.
    La Modernità, che libera gli individui dal vincolo delle tradizioni accettate come dati naturali, rappresenta il tentativo di una società dove il legame sociale sia fondato sulla scelta razionale e responsabile di ciascuno.

    In questa frase appare come nelle società premoderne l’individuo non facesse scelte razionali nè responsabili. L’altissimo tasso di inquinamento del nostro ambiente moderno sarebbe forse la prova che la modernità porta l’individuo a operare scelte razionali e responsabili? O non è l’ulteriore prova che l’individuo viene assoggettato a leggi che non compila ma può solo rispettare ed eseguire, esattamente come nel caso delle valigie di cartone? Portella della Ginestra è una delle tante testimonianze interessanti di quello che succede quando gruppi di cittadini si ribellano a tali leggi.
    Se sono quindi vere certe obiezioni nei riguardi del pensiero di Pallante (ma vorrei anche sentire il suo parere al riguardo, non vorrei che fosse tutta una lettura erronea del suo pensiero) sono anche convinto che l’assioma su cui si basano queste critiche sia ben peggiore delle presunte colpe delle Decrescita di Pallante.
    A voi la palla…..

  • Rasna

    Questo sistema di decrescita senza mercato né stato mi ricorda molto il tentativo di realizzare l’utopia marxista nei kibbutz in Israele. Ben lungi dal voler fare considerazioni politiche , riporto però la mia esperienza di qualche anno fa proprio in quelle strutture come volontatio.
    I kibbutz(im) sono dei raggruppamenti di persone in cui le attività necessarie al sostentamento della comunità sono demandate ai membri in base alle capacità personali, alle attitudini e ai desideri laddove possibile.
    Le strutture comuni sono, appunto, condivise: le automobili, gli spazi, le attività sociali. Alle persone rimangono l’alloggio e qualche soldo derivante dall’attività lavorativa, sufficiente per gli sfizi e, risparmiando, per viaggi e desideri personali.
    A sentirlo descrivere in questi termini ogni persona con aspirazioni vagamenti marxiste non può che sussultare desideroso.
    La realtà, purtroppo, è ben altra: rancori, malumori, frustrazioni, imposizioni delle personalità dominanti, voglia di primeggiare… Insomma, alla fine il sogno di realizzare l’utopia socialista è fallito dinanzi all’uomo che sembra essere incompatibile con l’arminia necessaria a realizzare un sogno.
    Tornando all’articolo, che succederebbe se un litigio all’interno del condominio causasse rancori tali da far scemare la fiducia nel vicino, specie per ciò che riguarda la gestione dei bambini?
    Io sosterrei un tentativo di realizzazione di un sogno come quello descritto solo a patto che l’uomo cambiasse, che le priorità nella vita non fossero il primeggiare o il desiderio di beni.
    Alla fine di questi sogni ci si sveglia sempre con un gusto amaro in bocca, quello di una vita che esiste solo pochi metri oltre la portata delle nostre braccia tese tra le barre della gabbia che ci siamo creati.

  • Tonguessy

    Ho la convinzione che le barre della gabbia non ce le siamo create noi, nel qual caso si spiegherebbe perchè la Modernità (il Progresso, la Civiltà etc..) viene vista così tanto positivamente: è il sogno che dice che senza staremmo peggio.
    Gli elefanti vengono abituati alla cattività da piccoli, con grosse catene alle zampe, catene che non possono spezzare. Quando diventano adulti le potrebbero spezzare senza nessuna difficoltà, ma sono ancora convinti di non poterlo fare. Questa è la nostra gabbia: o usiamo il potere inteso come servizio reso alla comunità oppure pratichiamo l’abuso. Secondo te quale insegnamento ci viene dato? E per quali ragioni? Chi ha interesse a farci credere in gabbia e a rendere prioritari “rancori, malumori, frustrazioni, imposizioni delle personalità dominanti, voglia di primeggiare” rispetto alla cooperazione? Il primeggiare è un abuso che viene però continuamente premiato. Tutt’altra cosa rispetto al potere. Questa è la modernità.

  • DaniB

    mi hai tolto le parole di bocca… spiegare il passaggio “premoderno/moderno” come una questione esclusivamente di scelta o emancipazione è una mossa mooolto ingenua (dato che gli stessi autori attribuiscono ingenuità agli argomenti decrescisti)… Tra l’altro sembrano in contraddizione quando, nell’ultima parte dell’articolo, descrivono l’economia capitalistica (che di Modernità ne sa qualcosa) come “struttura” imposta (implicito) che informa e orienta i rapporti sociali… insomma, credo che sia un po’ precipitoso credere che siamo stati premoderni per 10000 anni e poi “puff” abbiamo “scelto” di entrare nella modernità…

  • GioCo

    Interessante tentativo di portare sul polemico un discorso che usa le parole per difenderesi dai fatti.
    Ciò che qui è definita “utopia” e “reazionaria” non è un idea utopica ne un idea reazionaria, almeno nel senso che è una realtà già in essere che non si contrappone a una libertà della dialettica (Pallante non si pone come un anarchico, ne come un comunista). Quando leggo articoli di questo tipo, scritti ritengo in buona fede da persone che come “telline” rimangono agganciate allo scoglio della modernità, immagino persone che non hanno alcun vissuto sociale e per ciò conservano una profondità umana pari alla superficie su cui sono aggrappati. Il problema è riconoscere nell’individualismo la radice del fallimento e il recupero della convivenza la liberà che l’industria ci ha tolto.
    Non la convivenza dei nostri nonni ma nemmeno quella dei condomini moderni. Il problema pià grave dei nostri tempi non è un fare ma un modello di pensiero che manca, esorcizzato come satana dalla TV e da altri mezzi inibitori delle capacità naturali umane. Le persone (non tutte per fortuna) sono abituate come zombie alle soluzioni da supermercato e hanno del tutto perduto la coscienza sociale nel suo significato, così da trasformare ogni rapporto sociale in un legame parassitario. Da qui i nostri autori traggono la critica a Pallante: ma è chiaro (per chi cerca di mettere in pratica i suggerimenti di persone come Pallante) che esprimono nient’altro che un umanità malata, che non vuole ne vedere ne considerare le alternative ma si limita a portare nella dialettica realtà che non vive, perchè teme di doverle sostituire alla comoda realtà che conosce.

  • redme

    …l’ottimo è nemico del buono….magari un sistema politico/economico potesse risolvere i problemi esistenziali….se già bastasse ad abbattere le vergognose disegualianze capitaliste ci metterei la firma…del resto se la donna/uomo che ami ti preferisce uno/una che odi non c’è sistema che tenga….la felicità è un tema spinoso: “We hold these truths to be self-evident, that all men are created equal, that they are endowed by their Creator with certain unalienable Rights, that among these are Life, Liberty and the pursuit of Happiness.” (Dichiarazione di Indipendenza Americana del 4 Luglio 1776)….belle parole!

  • Zret

    Prima di cambiare l'”esterno”, occorre mutare l’interno.

  • fm

    Sante parole

  • dana74

    Pallante scrive nell’articolo che ha dato origine a questo:

    “12. Se le varianti liberal-liberiste, di destra, della crescita possono essere contraddistinte dallo slogan “più Mercato e meno Stato”, e le varianti socialiste-socialdemocratiche, di sinistra, dallo slogan “meno Mercato e più Stato”, il paradigma culturale della decrescita, perché di un paradigma culturale si tratta e non solo di una teoria economica, si contraddistingue con lo slogan “meno Stato e meno Mercato”.

    e mi pare ci sia poco da fraintendere, la decrescita non ha niente a che fare con questo modello di sviluppo, che piaccia o no il welfare state è complementare a modello produci compra consuma crepa.

    La decrescita si discosta completamente da questa visione, per fortuna e da tutti gli elementi che la compongono.

  • dana74

    “Ma per proporre seriamente il ritorno alle forme di regolazione sociale tipiche del premoderno (la famiglia allargata, la comunità e le tradizioni locali) occorre cancellare la complessa dialettica della Modernità. La Modernità, come è stato messo in luce da due secoli di pensiero, è una promessa di emancipazione che reca in sé il suo limite dialettico e quindi non viene realizzata se non in parte. La Modernità è il luogo della libera individualità autodeterminantesi secondo coscienza e ragione, e il suo svincolarsi dai limiti delle forme sociali premoderne, sopra indicate, è condizione necessaria al pieno sviluppo dell’individuo.”

    è inutile filosofeggiare su quale incanto sia la modernità, non mi pare ci sia gra che da salvare di questa splendida modernità, ma quale emancipazione per favore che non c’è mai stata nella storia umana tanta disuguaglianza e sopraffazione, se poi si vuol far finta di nulla perché si ha a cuore questo splendido sistema che evidentemente paga bene è un’altro discorso

  • dana74

    condivido tonguessy

  • Ricky

    Sta a vedere che avevano ragione certi anarchici del secolo scorso.
    E anche gli ebrei dei kibbutz…

  • ROE

    La decrescita non dovrebbe essere una strategia ma un effetto della eliminazione dei consumi inutili e quindi negativi, intendendo per tali quelli che non soddisfano bisogni naturali ma corrispondono ad eccessi indotti dalla pubblicità, dalla disinformazione e spesso anche dalla repressione e dalla frustrazione. Il consumismo, fin dalle origini, non è una soluzione a problemi materiali ma una risposta apparente, indotta artificialmente, a pulsioni che la struttura del sistema impedisce di risolvere in modo naturale. Sembra paradossale ma, eliminando gli eccessi della minoranza dell’umanità si possono soddisfare i bisogni essenziali della maggioranza e nello stesso tempo riequilibrare il rapporto fra l’umanità e la natura di cui fa parte.

    http://holos.unigov.org/holosbank.com/unigov/Anthro-It.pdf

    http://holos.unigov.org/holosbank.com/unigov/Asmad-Dhana-It.pdf

    http://holos.unigov.org/parse.cgi?f=2&l=ita

  • Terence

    Credo che si debba guardare ad un futuro neo-tribale.
    Ancora non ce ne rendiamo conto, ma le moderne tecnologie consentono oggi alchimie un tempo neppure immaginabili. Un esempio sono i gruppi spontanei che si stanno creando in questi anni su internet. Al momento questi gruppi si formano su esigenze diverse, spesso è l’informazione ad aggregare, altre volte il puro intrattenimento, il volontariato, l’associazionismo in genere.
    Immaginiamo invece gruppi (le nuove tribù) che si formino invece su questioni sostanziali della vita di tutti i giorni, come creare capitale e impresa (capitalismo popolare), in modo da influire nell’economia a tutti i livelli, nella creazione di nuovi posti di lavoro e nel dettare le linee etiche a cui tutti aspiriamo.
    Se vogliamo del cibo sano fresco e nutriente, dobbiamo produrcelo da soli, in gruppo appunto.
    Se vogliamo lavori gratificanti, ben pagati e utili, ebbene dobbiamo crearli noi questi posti di lavoro.
    Vogliamo una casa eco-compatibile, macchine a energia pulita, etc. etc., dobbiamo farcele da noi.
    Il capitalismo può essere ancora la giusta risposta, a patto che diventiamo tutti capitalisti, in gruppi organizzati.

  • Tonguessy

    Il capitalismo può essere ancora la giusta risposta, a patto che diventiamo tutti capitalisti, in gruppi organizzati.

    Delle due l’una: o SIAMO già tutti capitalisti (primo mondo) e allora mi spieghi perchè la povertà è in costante aumento, oppure DOBBIAMO diventare tutti capitalisti, e allora mi spieghi dove si trovano le risorse per farmi diventare miliardario e vivere di rendita senza pesare sulle spalle degli operai come fanno da qualche tempo i capitalisti.

  • Terence

    Forse non mi sono spiegato bene, gruppi organizzati, unendo le proprie miserie, possono creare capitali ingenti da investire in progetti che tengano conto del profitto, della qualità del lavoro e anche di questioni etiche legate a ciò che si produce.
    Io immagino un futuro fatto da migliaia di gruppi di migliaia di persone, protagonisti nell’economia. In questo modo non ci sarebbero più dipendenti e padroni, bensì soci con mansioni diverse nell’organigramma dell’azienda.

  • fm

    Se l’economia che intendi mira al profitto dei singoli (siano essi persone fisiche o gruppi ristretti) dio ce ne liberi!

    Se l’economia che intendi mira al bene degli altri (il profitto e` profitto se lo e` anche per tutte le persone anche all’esterno del gruppo) allora posso essere anche d’accordo. Ma questo probabilmente va contro i principi stessi del capitalismo credo.

  • Terence

    Mi riferisco al profitto dei singoli in gruppi molto larghi, almeno mille persone.
    Singoli che potranno far parte di più gruppi, a seconda delle opportunità.
    E’ da molto che penso a questo progetto, ho creato anche un sito per farlo conoscere.
    Ora per proseguire sto pensando ad un programma informatico, non c’è altro modo di interagire, in maniera democratica, tra moltitudini di soci investitori. In modo che almeno il capitale non sia gestito in maniera piramidale.

  • Biribissi

    “Pensare ad una ritirata simultanea di Stato e Mercato, nella modernità, significa pensare in sostanza ad una società che si autoregola in maniera spontanea. Ma questo non è nient’altro che l’utopia anarchica o comunista, una utopia che è priva di ogni aggancio con la realtà attuale. Se la decrescita abbraccia questo tipo di utopie si condanna all’impotenza.”
    Io credo che sia il perfetto contrario, se i così detti “pensatori” della decrescita escludono una variante rivoluzionaria come quella o anarchica o comunista, sono destinati ad essere risucchiati dalle varie green economy e compagnia catantate, processo detto anche nuova verginità del capitalismo.
    Domanda utopica e priva di ogni aggancio con la realtà ma se da domani mattina tutto il denaro del mondo sparisse dalla faccia della terra, le zucchine continuerebbero a crescere nei campi e gli economisti se ne andrebbero a spasso? Oppure sarebbero le zucchine ad andare a spasso?? Cioè il mondo puo’ fare anche a meno delle zucchine o degli economisti e dell’economia??

  • anonimomatremendo

    “Il capitalismo può essere ancora la giusta risposta, a patto che diventiamo tutti capitalisti, in gruppi organizzati.”

    Riusciranno i nostri eroi a battere la concorrenza?

  • Terence

    “Sembrerebbe” che nella città di Mingulay ci siano riusciti:

    “Quando sei anni fa iniziammo con l’attività , la cosa destò molto interesse in città. Un po’ per l’alto numero di persone coinvolte e un po’ per la modalità con cui avevamo iniziato, tutta la città parlava di noi. Presto altri hanno voluto partecipare a questa nuova idea. Così abbiamo creato altri gruppi di mille persone e poi altri e altri ancora. Ora questa città appartiene ai suoi cittadini, il pub dove siamo seduti, così come la maggior parte di negozi, fabbriche, persino banche e assicurazioni, allevamenti, aziende agricole e ogni giorno qualcosa di nuovo si aggiunge.” Si guardò intorno e con entusiasmo mi disse: “Qui non abbiamo praticamente disoccupazione e chi non lavora vive di rendita. Abbiamo all’incirca ottanta gruppi in città e la cosa si sta propagandando in altre parti del paese.”

    “Gli imprenditori all’inizio ci deridevano, ci chiamavano quelli della colletta, poi tutto è cambiato in fretta, a lavorare a pieno regime erano solo le attività messe su dall’associazione di cittadini. Ci accusarono di boicottarli illegalmente e ci misero le istituzioni locali contro. Ogni nostra impresa veniva passata al vaglio scrupoloso delle autorità competenti. Ma ormai la città era con noi, quando è arrivato il momento delle elezioni abbiamo votato un nuovo consiglio comunale. Gli imprenditori che non hanno chiuso o venduto le loro attività ora collaborano con noi.”