Home / ComeDonChisciotte / DUE O TRE COSUCCE SUL CASO DEL MARTIRE SALLUSTI. E PERCHE' NON E' IL CASO DI PIANGERE

DUE O TRE COSUCCE SUL CASO DEL MARTIRE SALLUSTI. E PERCHE' NON E' IL CASO DI PIANGERE

DI ALESSANDRO ROBECCHI
blog-micromega.

Va bene, pare che tutto il mondo “intellettuale” italiano, con tutto il milieu giornalistico in prima fila, compatto e granitico, sia in grandi ambasce per il rischio che Alessandro Sallusti, oggi direttore de Il Giornale e al tempo dei fatti di Libero, finisca in galera a seguito di una condanna per diffamazione. E’ confortante assistere a una così poderosa levata di scudi contro la restrizione della libertà personale, e dispiace semmai che tanta compattezza non si veda in altre occasioni. Tanta gente va in galera per leggi assurde e ingiuste – come circa tremila persone accusate del bizzarro reato di “clandestinità” – eppure la notizia è Sallusti.Bene, allora vediamola bene, questa notizia, al di là delle sentenze, delle polemiche, dei meccanismi della giustizia. Proviamo insomma ad applicare il vecchio caro concetto del “vero o falso?”

Il fatto. Nel febbraio del 2007 una ragazzina di Torino (13 anni) si accorge di essere incinta. I genitori sono separati. La ragazzina (che tra l’altro ha problemi di alcol ed ecstasy) vuole abortire, ha il consenso della madre, ma non vorrebbe dirlo al padre (i genitori sono separati). Per questo si rivolge alla magistratura. E’ quanto prevede la legge: mancando il consenso del padre si è dovuto chiedere a un giudice tutelare, che ha dato alla ragazzina (e alla madre, ovviamente) il permesso di prendere una decisione in totale autonomia. Come del resto precisato in seguito, a polemica scoppiata, da una nota dettata alle agenzie dal Tribunale di Torino: “Non c’è stata alcuna imposizione da parte della magistratura”.

L’articolo querelato. Strano che, in tutto il bailamme suscitato dal rischio che Sallusti finisca in carcere, nessuno si sia preso la briga di ripubblicare l’articolo incriminato. Anche in rete si fatica a trovare la versione completa, anche se basta scartabellare un po’ nella rassegna stampa della Camera dei Deputati per trovarlo (andate qui e leggetevelo: http://rassegna.camera.it/chiosco_new/pagweb/getPDFarticolo.asp?currentArticle=DHQW1). L’articolo (Libero, 18 febbraio 2007) è firmato con lo pseudonimo di Dreyfus (quando si dice la modestia) e racconta la vicenda in altri termini. La prosa maleodorante e vergognosa – un cocktail di mistica ultracattolica e retorica fascista – non è suscettibile di querela e quindi ognuno la valuti come vuole. Ma veniamo ai fatti. La vulgata corrente di questi giorni insiste molto su una frase, questa:

“… ci fosse la pena di morte, e se mai fosse applicabile in una circostanza, questo sarebbe il caso. Per i genitori, il ginecologo e il giudice”

E’ vero. Si tratta di un’opinione. Scema, ma un’opinione. Disgustosa, ma un’opinione.

Vediamo invece le frasi che non contengono opinioni ma fatti. Falsi.

Il titolo, per esempio: “Il giudice ordina l’aborto / La legge più forte della vita”.

Falso. Nessun giudice ha ordinato di abortire.

Altra frase: “Un magistrato allora ha ascoltato le parti in causa e ha applicato il diritto – il diritto! – decretando l’aborto coattivo”.

Falso. Il giudice ha dato libertà di scelta alla ragazzina e alla madre.

Ancora: “Si sentiva mamma. Era una mamma. Niente. Kaput. Per ordine di padre, madre, medico e giudice, per una volta alleati e concordi”.

Falso. Il padre non sapeva (proprio per questo ci si è rivolti al giudice) e le firme del consenso all’aborto sono due, quella della figlia e quella della madre.

E poi: “Che la medicina e la magistratura siano complici ci lascia sgomenti”.

Falso. Complici di cosa? Di aver lasciato libera decisione alla ragazza e a sua madre?

Ora, sarebbe bello chiedere lumi anche a Dreyfus, l’autore dell’articolo. Si dice (illazione giornalistica) che si tratti di Renato Farina, il famoso agente Betulla stipendiato dai Servizi Segreti che – radiato dall’Ordine dei Giornalisti – non avrebbe nemmeno potuto scrivere su un giornale il suo pezzo pieno di falsità.

Non c’è dubbio che il caso della ragazzina torinese sia servito al misterioso Dreyfus, a Libero e al suo direttore Sallusti per soffiare quel vento mefitico di scandalo che preme costantemente per restringere le maglie della legge 194, per attaccare un diritto acquisito, per gettare fango in un ingranaggio già delicatissimo. Ma questo è, diciamo così, lo sporco lavoro della malafede, non condannabile per legge.

Condannabile per legge è, invece, scrivere e stampare notizie false. Di questo si sta parlando (anzi, purtroppo non se ne sta parlando), mentre si blatera di “reato d’opinione”.

Il reato d’opinione non c’entra niente. C’entra, invece, e molto, un giornalismo sciatto, fatto male, truffaldino, che dà notizie false per sostenere una sua tesi.

Per questo la galera vi sembra troppo? Può essere. Ma per favore, ci vengano risparmiati ulteriori piagnistei sul povero giornalista Sallusti che non può dire la sua.

PS) Un mio vecchio maestro di giornalismo, all’Unità (sono passati secoli, ma io gli voglio ancora bene), scrutava i pezzi scritti da noi ragazzini con maniacale attenzione. Quando trovava qualcosa di querelabile ci chiamava e ci diceva: “Vuoi che ci portino via le rotative? Vuoi che ci facciano chiudere il giornale dei lavoratori?”.

Nel fondo di oggi su Il Giornale, Sallusti lamenta con toni da dissidente minacciato di Gulag, che non intende trattare per il ritiro della querela, che ha già pagato 30.000 euro e non vuole pagarne altri 30.000. Spiccioli. Ecco. Forse “portargli via le rotative”, come diceva il mio vecchio compagno sarebbe meglio. Meglio anche della galera. Di molte cose abbiamo bisogno, ma non di un martire della libertà con la faccia di Sallusti.

Alessandro Robecchi
Fonte: http://blog-micromega.blogautore.espresso.repubblica.it/
Link: http://blog-micromega.blogautore.espresso.repubblica.it/2012/09/26/alessandro-robecchi-due-o-tre-cosucce-sul-caso-del-martire-sallusti-e-perche-non-e-il-caso-di-piangere/
27.09.2012

Pubblicato da Davide

  • siletti86

    Indubbialmente “ci vengano risparmiati ulteriori piagnistei sul povero giornalista Sallusti che non può dire la sua”, ma dall’altro lato aggiungo, “ci vengano risparmiati anche i piagnistei dei “poveri” magistrati vittime di stato (?) e martiri della giustizia (?)”, molti dei quali hanno la “union jack” nascosta nei cassetti delle loro scrivanie con tanto di “squadra e compasso”!!!

  • cardisem

    Non sono al corrente del caso specifico per il quale Sallusti dovrebbe scontare la galera. Mi ha pero’ indispettito sentire Enrico Mentana parlare di “reati di opinione”, sotto cui rientrerebbe Sallusti. Ebbene, in Germania pare siano oltre 200.000 i casi di reati di opinione effettivamente perseguiti. Ormai non conosciamo tutti il Francia il caso Faurisson? Ed abbiamo dimenticato, subito dopo Piombo Fuso, la campagna diffamatoria mondiale contro il vescovo Williamson, poi assolto in appello, senza che pero’ nessuno ne abbia parlato? E che dire delle periodiche e ricorrenti caccia alle streghe, a cui anche il Giornale diretto da Sallusti si associa? Ed il buon Massimo Fini che spezza la sua lancia a favore del collega Sallusti non aveva lui stesso, Fini, tacciato di “cialtroni” (se non ricordo male, proprio in un articolo pubblicato da CDC) quanti mettevano in discussione l’Olocausto? Insomma, io sono del fermo parere che la liberta’ di pensiero sia una cosa sacra e che con il pensiero non si possano commettere reati, ma la mia impressione e’ che questo diritto lo si faccia valere per gli amici e lo si neghi ai nemici… Vi e’ molta ipocrisia e incoerenza al riguardo e mi auguro che i casi recenti (Sallusti) e soprattutto quelli legati agli oltraggi programmati e deliberati agli islamici, facciano riflettere seriamente i piu’ su questa delicata materia….

  • yakoviev

    http://www.dagospia.com/rubrica-2/media_e_tv/1-farina-confessa-ho-scritto-io-larticolo-che-ha-fatto-condannare-sallusti2-bel-coraggio-44541.htm

    FARINA CONFESSA: ‘’HO SCRITTO IO L’ARTICOLO CHE HA FATTO CONDANNARE SALLUSTI’’ – 2- BEL CORAGGIO. LO RIVELA SOLO DOPO CHE VITTORIO FELTRI IERI SERA A “PORTA A PORTA” L’HA SMERDATO: “L’AUTORE DELL’ARTICOLO INCRIMINATO È FARINA. È UN VIGLIACCO, L’HO DIFESO TUTTA LA VITA MA È UN PEZZO DI MERDA CHE NON SI È PRESO LE SUE RESPONSABILITÀ E ORA SALLUSTI CON UN GRANDISSIMO CORAGGIO PAGA UNA COLPA NON SUA” – 3- FARINA, COME DEPUTATO PDL, AVREBBE POTUTO GODERE DELL’IMMUNITÀ PARLAMENTARE – 4- BETULLA FARINA ORA FRIGNA. “CHIEDO UMILMENTE SCUSA AL MAGISTRATO COCILOVO, NON AVEVA COSTRETTO AD ABORTIRE NESSUNO”. MA COCILOVO NON MOLLA: “NON HANNO PUBBLICATO UNA RETTIFICA O UNA LETTERA DI SCUSE, NÉ ACCETTATO LA TRANSAZIONE” –

    1- CAMERA; FARINA, SCRISSI IO L’ARTICOLO INCRIMINATO – DEPUTATO CHIEDE GRAZIA O REVISIONE PROCESSO
    (ANSA) – Renato Farina “confessa” nell’Aula della Camera di essere l’autore dell’articolo, a firma ‘Dreyfus’ per il quale il direttore de ‘Il Giornale’ Alessandro Sallusti é stato condannato dalla Cassazione. Per questo il deputato del Pdl chiede la grazia per il giornalista o la revisione del processo a suo carico.
    Sallusti “Intervengo per un obbligo di coscienza e per ragione di giustizia. Se Sallusti conferma la sua intenzione di rendere esecutiva la sentenza accadrà un duplice abominio: sarebbe sancito con il carcere l’esercizio del diritto di opinione e Sallusti finirebbe in prigione per errore giudiziario conclamato.
    Quel testo a firma ‘Dreyfus’ – dice – lo ho scritto io e me ne assumo la piena responsabilità morale e giuridica. Chiedo umilmente scusa al magistrato Cocilovo: le notizie su cui si basa quel mio commento sono sbagliate. Egli non aveva invitato nessuna ragazza ad abortire: la ha autorizzata, ma non è la stessa cosa. Chiedo umilmente per Sallusti la grazia al Capo dello Stato o che si dia spazio alla revisione del processo. Se qualcuno deve pagare per quell’articolo, quel qualcuno sono io”, ha concluso.

    2-SCOPPIA L’IRA DI FELTRI: «DREYFUS È FARINA, È UN VIGLIACCO»
    http://pubblicogiornale.it/politica/scoppia-lira-di-feltri-dreyfrus-e-farina-e-un-vigliacco/

    Colpo di scena all’ultimo minuto di Porta a Porta, registrato a Roma e in onda in serata su Rai Uno.
    Stanno già correndo i titoli di coda. Si è parlato del Lazio, dell’Ilva, finché Vespa introduce l’argomento della condanna di Sallusti.
    Vespa chiede un’opinione a Vittorio Feltri che critica «tutti i politici di destra e di sinistra che, in sessant’anni, non hanno abrogato una liberticida legge fascista».
    Ma subito dopo, la principale firma del Giornale rivela l’identità del giornalista che si cela dietro quello pseudonimo, Dreyfus, che con un suo articolo ha portato alla condanna del collega Sallusti: «Bene, avevo sperato che avesse lui il coraggio di farsi avanti. Adesso questo nome voglio farlo io, lo fanno molti. Ma è bene che sia conosciuto da tutti: si tratta di Renato Farina».
    Non è una rivelazione da poco, visto che il giudice della corte di Cassazione, che ha spalancanto di fronte al direttore del Giornale le porte del carcere, è stato pesantemente influenzato dall’irreferibilità dell’autore del pezzo incriminato.
    Si spengono le telecamere. Vespa si avvicina a Feltri chiedendogli come mai solo adesso abbia scelto di rivelare quell’identità. A questo punto Feltri si arrabbia: «L’ho difeso tutta la vita, speravo che avesse un minimo di coraggio, invece è un vigliacco. Speravo si prendesse le sua responsabilità. Non si è verificata né una cosa né un’altra. È semplicemente un pezzo di merda e Alessandro [Sallusti, ndr] sta pagando con un grandissimo coraggio per una colpa che non è sua»
    Il paradosso vuole che Farina sia parlamentare eletto nelle liste del Pdl e che probabilmente avrebbe potuto godere, al contrario di Sallusti, dell’immunità parlamentare di fronte alla richiesta di arresto.
    Feltri se ne va, scuotendo il capo: «Ci sono giornalisti, e poi ci sono gli uomini. Ho difeso per tanto tempo Renato. Ho parlato con lui per un’ora al telefono dicendogliene di tutti i colori. E’ una delle più grandi delusioni umane della mia vita».
    Renato Farina per anni ha firmato con uno pseudonimo anche perché è stato radiato dall’Ordine in seguito all’inchiesta Abu Omar, in quanto è risultato essere uno dei giornalisti che ricevevano soldi dal dirigente dei servizi segreti Pio Pompa.

    3- “ORMAI L’ITALIA È COME LA SIRIA MA ANDRÒ IN CELLA, NON HO PAURA”
    RABBIA, POLEMICHE E DIMISSIONI: IL GIORNO PIÙ LUNGO DEL DIRETTORE
    Paolo Berizzi per “la Repubblica”

    «Andrò in carcere, la cosa non mi fa minimamente paura». Il nodo della cravatta “Regimental” allentato, tirato in volto, la voce arrancante come gli capita soltanto nei ruvidi confronti televisivi. Alle 6 e 10 di sera le parole di Alessandro Sallusti tagliano il silenzio al terzo piano della redazione del “Giornale”. Sono passati 24 minuti dal primo lancio di agenzia; la conferma della condanna a 14 mesi di reclusione per diffamazione adesso è un fatto, e il direttore – come era stato deciso in caso di sentenza negativa («aberrante», dice il caporedattore centrale Riccardo Pelliccetti) – convoca l’assemblea più sofferta nella storia del quotidiano fondato nel 1974 da Indro Montanelli. Sallusti è in piedi, emozionato. Ha di fronte i suoi vice e i capiredattori.
    «Era doveroso dirlo prima a voi…». Inizia così l’atto finale della giornata più lunga, un discorso che si chiuderà cinque minuti dopo con un commosso «vi ringrazio e niente… finisce qui». È il sipario da calare o da aprire su una storia storta che negli ultimi giorni aveva visto Sallusti nel ruolo di «globetrotter televisivo »: ospitate, interviste, telefonate a raffica. Per perorare la sua causa e cercare di allontanare il fantasma del carcere. «Ma alla fine non sono riuscito a suscitare nulla, e adesso mi fermo».
    In via Negri chi gli ha parlato nelle ultime ore dice che era sicuro che sarebbe finita così: «come in Siria», «come in Corea del Nord», come in un «paese schifoso», come riferiscono i suoi difensori più accesi. Infatti si era preparato Sallusti. «Dobbiamo farne una battaglia di libertà: per il nostro giornale, per tutti quelli che fanno il nostro mestiere. Perché questa è una sentenza politica…».
    Ribadisce il concetto durante il discorso – ripreso dalla telecamera – alla redazione. Un “video esclusivo” sparato sul sito del “Giornale”. Una liturgia non improvvisata per rispondere a viso aperto, e in tempo reale, a quei magistrati di cui – consiglia – «dovreste andarvi a vedere le storie politiche». Sono le 18.06. Il direttore convoca i suoi in riunione straordinaria.
    L’orario è quello che precede il momento in cui il Capo e i suoi vice, al solito, si riuniscono per impostare la “griglia” della prima pagina. Il titolo è già fatto. Lo annuncia Sallusti alle telecamere di Barbara D’Urso, «amica di lunga data» e conduttrice di Pomeriggio Cinque. «”Sallusti va in galera”, è il titolo più semplice della mia vita». Sull’home page del sito del “Giornale”, appena la sentenza è ufficiale, campeggia la scritta “Vergogna”, a caratteri cubitali.
    Lui inizia a parlare. Poi riassumerà intervenendo alla pomeridiana di Canale 5. «Finita questa assemblea andrò dall’editore a dimettermi. Il giornale non può avere un direttore non libero, sarebbe imbarazzante per chi fa della libertà un baluardo». Oltretutto, spiega, «non sarò libero neanche di fatto, non potrei fare il mio lavoro nemmeno da un punto di vista materiale. Vado in carcere… ».
    Il carcere e la giustizia politicizzata sono il perno intorno al quale ruota il discorso: un po’ commiato e un po’ intemerata. «Rifiuterò l’affido ai servizi sociali – una roba da Pol Pot – , non lo chiederò perché avendo commesso un reato intellettuale non mi va di farmi redimere o rieducare. Le uniche persone alle quali ho permesso di educarmi sono i miei genitori». Sallusti, nel giorno del giudizio, tira dritto e tiene il punto. Prima di decidere le sue mosse si è consultato a lungo, tra gli altri, con Daniela Santanchè, anche compagna nella vita, e con Silvio Berlusconi, suo editore attraverso il fratello Paolo. Gli ultimi contatti, in mattinata. E fa niente se Vittorio Feltri se la prende anche con il Cavaliere («la diffamazione è una legge fascista, nemmeno lui ha fatto niente per cambiarla»).
    «Non ho nessuna intenzione di chiedere la grazia a Napolitano – va in affondo Sallusti – perché in quanto capo della magistratura italiana ha grosse responsabilità. In questi sette anni non ha difeso i cittadini a sufficienza dall’invadenza e da una giustizia veramente politicizzata ». La tesi del direttore del “Giornale” è che la sentenza della Cassazione sia stata emessa da magistrati a lui politicamente avversi. «Sono il primo direttore condannato per una banalissima causa di diffamazione».
    L’hanno paragonato a Giovannino Guareschi ma lui dice che non vuole «fare la vittima». «Il problema di questo Paese – si sfoga con Barbara D’Urso – non è che mancano gli euro, ma che mancano le palle. Non sono un politico, non sono attaccato alla sedia, guadagno molto bene certo ma per difendere la mia dignità sono pronto a perdere anche lo stipendio». La storia di questa condanna forse è solo all’inizio.

    4- COCILOVO “CAMPAGNA SUL NULLA VOLEVO SOLO LA RETTIFICA DI UNA NOTIZIA FALSA”
    Raphaël Zanotti per “la Stampa”

    «Sarebbe bastata una lettera di scuse. Non a me, per carità, quanto ai lettori, per la notizia errata pubblicata dal giornale. E invece nulla, in sei anni quella lettera non è mai arrivata». Quando lo si raggiunge a casa, a Torino, il giudice Giuseppe Cocilovo non vorrebbe rilasciare dichiarazioni. Un operatore del diritto difficilmente fa commenti su una sentenza di cui non si conoscono ancora le motivazioni.
    Ma sulla condanna, sul carcere per un giornalista, qualche parola il giudice la spende. E sono parole di amarezza: «Non immaginavo neanch’io si sarebbe arrivati a questo punto. Si figuri, da giudice di sorveglianza non auguro ad alcuno di finire in galera». Ma poi, riflettendo, una domanda la pone lui: «Però, mi dica: cosa dovrebbe fare una persona quando è diffamata e un giornale non corregge i propri errori?».
    Il fragore mediatico di questi giorni ha travolto anche lui, il giudice Cocilovo, che ritrova nella sequenza dei fatti il senso di una sentenza. «Libero pubblicò una notizia sbagliata – racconta – Lo fecero anche altri, all’epoca. Un infortunio giornalistico, lo capisco: la fretta di scrivere una notizia, le fonti non sempre affidabili, può capitare. Ma poi quello stesso giorno c’erano stati un comunicato ufficiale, lanci Ansa. Tutti gli altri hanno riparato a quell’errore, hanno informato correttamente i loro lettori. “Libero” non l’ha mai fatto, nemmeno quando l’ho richiesto. Hanno detto che quando uscivano i lanci Ansa erano in auto e non li avevano visti, e negli anni successivi?».
    Ci sono due parole che ricorrono spesso durante la telefonata: «intenzionale» e «deliberata». Il giudice si riferisce alla diffamazione subita. Perché un conto è sbagliare, un altro è insistere nell’errore anche dopo.
    Qualcuno ha detto che andare contro un giudice è impossibile per vie legali. La casta si chiude, fa quadrato. Cocilovo nega: «Casta? Ci sono voluti 6 anni per arrivare a una sentenza per una diffamazione. E non si trattava di un maxiprocesso per mafia. Piuttosto sono altre le caste, quelle che parlano di libertà di stampa, di tutela della categoria dei giornalisti: cosa c’entra, mi chiedo. Qui si tratta di libertà di diffamare deliberatamente».
    Fino a qualche giorno fa, tra i legali del direttore Alessandro Sallusti e l’avvocato del giudice Cocilovo, sembrava si potesse arrivare a una soluzione extragiudiziale. Poi tutto è saltato. Perché? Sallusti dice perché «quel signore pretendeva da me altri soldi».
    La versione del giudice Cocilovo è diversa: «Abbiamo fatto una proposta transattiva: avrei ritirato la querela dietro il pagamento di 20.000 euro da devolvere a Save the Children. Invece il giorno dopo mi trovo un editoriale di Sallusti in cui sembra che io voglia quei soldi per me, si chiama a raccolta l’intera categoria nel nome della libertà di stampa, s’incassa la solidarietà del Capo dello Stato e si cerca la sponda del ministro della Giustizia. Una campagna stampa allucinante. E allora le domando: qual è la casta?».
    L’episodio in sé e il dibattito che ne è scaturito non è detto che vadano a braccetto. È evidente che colpisce il fatto che un direttore di giornale possa finire dietro le sbarre perché non ha controllato la veridicità di quanto scritto da uno dei suoi cronisti, ma il giudice Cocilovo in questo dibattito – non vuole entrare: «Non è compito di una delle parti stabilire se una norma è giusta o sbagliata. E nemmeno nella mia veste di giudice sarebbe istituzionalmente corretto. Mi limito a riaffermare, da parte in causa, che tutto questo si sarebbe potuto evitare con una semplice rettifica».

  • felixoro

    E noi non abbiamo bisogno di un “giornalista”comunista come te,che difende a furore la legge 194 e non l’articolo 18 dei lavoratori.

  • Tetris1917

    Volano stracci nelle stanze dei giornali PDL. Mi ricordo ancora gli articoli di un certo Betulla, nel 2001 a Genova, anche subito dopo la morte di CGiuliani…punkabbestia, tossico, drogato. Vi ricordate pure le cose scritte sul caso Englaro? Abomini, su abomini….

  • Tetris1917

    leggilo meglio il manifesto soprattutto dove ci sta la firma Loris Campetti…..tutto puoi dire, tranne quello che hai appena scritto: e’ manifestamente falso.

  • illupodeicieli

    Penso si debba essere d’accordo con ciò che ,mi pare ieri e mi pare si tratti di Massimo Fini, che diceva dei giornalisti (e quindi anche di lui stesso) che sono una casta. Detto ciò mi dispiace che non abbiano fatto così tanto casino per i blog oscurati e fatti chiudere, per i blogger denunciati mentre, altrove si leggono inviti a valutare la propria maestria nello scrivere quasi accusando i blogger di aver messo in crisi la professione di giornalista che, Sallusti Feltri Mentana ecc. a parte, pare non renda che pochi euro ad articolo pubblicato. Per i blogger ci sarebbe lo scudo offerto nel blog di Grillo, ma se ti capitano avvocati come quelli di Sallusti o che ho avuto io come dfensori, conviene chiedere di andare subito a scontare la pena, così finisce prima. Se invece si vuole allargare il discorso al reato d’opinione, che comprende quindi anche coloro che all’estero sono in carcere con l’accusa di negazionismo (riferito alla shoah), mi pare che sempre Massimo Fini fosse contrario a che in Italia venissero introdotte (e mi pare che già ci sono) e applicate (mi pare ancora no ) leggi simili, punitive,appunto del libero pensiero. Da qui e poi arrivare agli striscioni che devono essere approvati preventivamente, ai cori razzisti che fanno terminare le partite, multare la squadra dei tifosi in questione,squalificare il campo, o nelle vicende tra giocatori arrivare a squalificare il giocatore razzista e insultante, ce ne passa.Ma nei fatti la realtà, purtroppo, è questa. Ognuno tira l’acqua al suo mulino, e che gli altri si impicchino.

  • Noumeno

    Qualche mese fa a Matrix Sallusti disse che i carabinieri fecero bene ad ammazzare Carlo Giuliani durante il G8 di Genova, la liberta’ di opinione se consoni al sistema sono ampiamente garantite in italia.

  • dana74

    Robecchi sta mettendo sotto accusa l’opinione di Sallusti spostando abilmente il problema dalla non condivisione dello stesso parere alla LEGITTIMAZIONE della magistratura di operare la censura. Se fosse stato uno di repubblica ed al gov ci fosse stato il silvio ne avremmo visti di stracciamenti di vesti ed anche di manifestazioni in piazza.

    Premettendo che in ogni caso, sia di un robecchi quanto di un sallusti si potrebbe benissimo fare a meno anzi.

    Ricordiamocelo poi quando il manifesto lancerà l’ennesimo allarme raccatta soldi per evitare l’imminente chiusura del giornale, se sarà il caso di piangere

  • Tanita

    E pensare che i banchieri continuano a saccheggiare Stati e popoli del tutto liberamente senza tante polemiche. Qualche giudice diligente con la Costituzione non c’é??? Sallusti o Farina che sia, d’altro canto, ben viene la condanna per le menzogne e quant’altro, ma i malaffari che rovinano tutti continuano a perdersi nelle pagine dei giornalli tra tanto circo e cosí poco pane…

  • Georgejefferson

    Distrazioni di massa.2.5 mld elargiti dal governo dei banchieri ai buchi del Mps…2.5 mld elargiti dal gov.degli usurai per l’operazione derivati”top secret” alla morgan stanley…Manovre di soppressione della domanda interna con conseguente impoverimento di milioni di persone…triplicato il mes,fondo salva banche da scontare lacrime e sangue in “comode”rate(dissanguamento lento)fiscal compact e pareggio di bilancio per la capitolazione finale della societa civile verso i rentiers…L’europa a ferro e fuoco.Ma alla gente danno in pasto distrazioni ad hoc,sallusti/scandali lazio/penati/lusi/minetti..insieme a calcio e circenses.Le ore d’aria prima della tragedia.

  • siletti86

    Complimenti! Ottimo intervento!

  • castigo

    sentenza della cassazione, quindi esperiti i tre gradi di giudizio, quindi definitiva senza ulteriore possibilità di appello, quindi colpevole oltre ogni ragionevole dubbio.
    se si fosse trattato di uno qualunque sarebbe già in galera.
    vedrete che l’indulto (o qualche altro accrocchio) per questo “galantuomo” funzionerà alla grande……….

  • rebel69

    Come mai,un topo d’archivio,così lo chiama Barnard,come Travaglio,ha preso le difese di Sallusti?

  • mozart2006

    Insomma, libertà di stampa = libera volpe in libero pollaio???

    A parte che bisognerebbe distinguere il concetto di “giornalisti” e “giornalai”, visto che al giorno d’ oggi sembra che tutti possano scrivere di tutto ed essere pure considerati intellettualmente rilevanti, mi ricordo un articolo di Feltri sulla lebbra a Messina, tanto per citarne uno.

    E adesso passiamo alle cose serie, che a sentir parlare di libertà di informazione da garantire ai servi del pornonano vien da ridere amaro.

  • Ernst

    Il Sallusti cerca il martirio in carcere ma sciaguratamente non viene accontentato.
    La casta dei giornalisti – una delle peggiori, il cui “ordine professionale” andrebbe disciolto qui e adesso – si è quasi unanimente levata in sua difesa contro i “reati di opinione”. Mistificazione e infamia. Infamia, perché quando è un quisque de populo e non un compare di penna a trovarsi perseguito per un autentico “reato di opinione”, il giornalistume mainstream non si scompone punto, e a volte plaude. Mistificazione, perché il Sallusti non fu perseguito per una “opinione”, posto che ne abbia, ma per una menzogna diffamatoria pubblicata sotto pseudonimo da un quotidiano che egli dirigeva, avendo omesso il controllo di cui la Legge gli fa obbligo.
    Ma il peggio non ha limite. Mi vien difficile immaginare elementi al di là del Sallusti, e non solo fisiognomicamente parlando, invece uno è saltato fuori: l’autore, col nomignolo di Dreyfus (!), dell’articolo bugiardo. Trattasi di Farina Renato, lo spione betulla, costretto a confessare, nel parlamento dove degnamente siede ben al riparo delle note guarentigie, ma soltanto dopo che un altro notevole soggetto, il Feltri, l’aveva pubblicamente denunciato come vigliacco.
    Trovo sgradevole trovarmi a respirare la stessa aria di gente siffatta.
    Per intanto, tra una menata e l’altra, zio Tibia rimane a piede libero. Scommetterei che ci resterà, ma in caso contrario lo spumante sarà già in fresco.