Home / ComeDonChisciotte / DOVE CADONO LE MACERIE DELL’11 SETTEMBRE DEL CALCIO ITALIANO

DOVE CADONO LE MACERIE DELL’11 SETTEMBRE DEL CALCIO ITALIANO

DI MCS
Senza soste

Chiunque ricordi i più recenti fatti riguardanti gli episodi di turbativa dell’ordine pubblico
provenienti dal mondo del calcio dagli incidenti di Avellino del 2003, provocati dalla reazione alla
morte di un giovane napoletano, non può non rimanere impressionato da alcuni caratteri di guerriglia
urbana presenti in questi fenomeni. Aggressioni di massa alle forze dell’ordine, blocchi stradali,
ferroviari, navali, c0rtei notturni con incidenti programmati e questo per parlare solamente degli
episodi di rilievo che da Avellino a Catania, passando per Firenze o Genova o Messina, sono circolati
impetuosamente sui circuiti delle notizie.
E si tratta di episodi che non hanno riguardato solamente l’area dello stadio, come a Catania ed Avellino,
ma si sono diffusi esportando disordini su diversi canali del territorio urbano.

Questo fenomeno, legato sia a dinamiche conflittuali tra gruppi, quando esplode allo stadio, che, negli altri casi, alla
necessità di far valere il peso simbolico della tifoseria in vicende amministrative e disciplinari
della squadra, ha caratteri permanenti. Nel senso che ha fasi culminanti, spettacolari e visibili il cui
ritorno nel cono d’ombra prefigura una riemersione: magari con nuovi attori, organizzati
diversamente o attorno ad un simbolico nuovo o con altre pratiche ma sempre con la caratteristica della
convergenza tra gruppi che trovano un momento fusionale nella rottura dell’ordine pubblico.

Se si guarda con occhio storiografico a queste vicende si vede, a partire dal ritrovamento di una bomba allo
stadio di Verona nel ’77 e alla morte di Vincenzo Paparelli nel ’79, che fasi culminanti e coni d’ombra
hanno di fatto costituito questa trentennale continuità nella produzione di continui momenti di
rottura, anche spettacolare, delle dinamiche di ordine pubblico.
E’ un qualcosa al quale si può applicare grosso modo lo schema lotte/ristrutturazione/ lotte che la
storiografia operaista applicava sul proprio oggetto di studio: a un periodo di rottura delle dinamiche
dell’ordine pubblico corrisponde uno di ristrutturazione sociale e normativa che sfocia in un nuovo
periodo di rottura. In questo senso finchè lo schema tiene, e fino ad adesso ha tenuto, possiamo parlare
di un fenomeno permanente.

Non si deve però avere un’idea del fenomeno come quella di uno sciame che cresce, nonostante le
ristrutturazioni, magari fino al collasso di un mondo come avviene per il pulviscolo di alieni in Ghost of
Mars di Carpenter. Rispetto alla lunga storia di incidenti legati al mondo del calcio dell’epoca
industriale la rottura dell’ordine pubblico nelle nostre società post-industriali del continente
avviene su un terreno urbanisticamente contenuto, perimetrato ed in episodi quantitativamente più
ridotti nel numero di persone coinvolte e nella tipologia di gravità degli episodi. Con la differenza
che la spettacolarizzazione del gesto della rottura dell’ordine pubblico tramite la pluralità di
piani mediali pone questi episodi non tanto al centro dell’immaginario delle tifoserie ma di quello del
cervello sociale.

Queste affermazioni potranno risuonare strane a chi si trova investito da sequenze di piani immagine
riguardanti gli scontri come quelli di Catania, montate con un commento ansiogeno o partecipativo del
lutto di chi è rimasto vittima degli incidenti: l’impressione che se ne ricava è che la “violenza”
sia dappertutto. Ma tra le modalità di diffusione degli incidenti provocati da tifoserie nell’epoca
industriale e quelle del post-industriale la differenza è enorme: nel primo caso sul piano urbanistico
veniva investito fisicamente il territorio anche nella sua interezza e in una parte significativa della
sua popolazione, nel secondo ad essere investiti sono, anche in caso di incidenti al di fuori dello
stadio, settori “specializzati” di popolazione e operatori professionali dell’ordine pubblico,
in canali in qualche modo dedicati a queste pratiche in un territorio perimetrato, compartimentato
dalle varie funzioni d’uso sociale o da pratiche di controllo. Il rimando ai circuiti delle immagini nel
momento degli incidenti è sia l’altra grande differenza rispetto all’epoca industriale che
l’aspetto profondamente delegittimatorio del sistema sociale attraverso il quale circolano queste
immagini. Infatti, per quanto possa sembrare paradossale gli incidenti tra tifoserie dell’epoca
industriale che potevano investire, agli albori del ‘900, intere città ma non l’immaginario di una
nazione. Oggi investono, oltre allo stadio, zone “dedicate” del tessuto urbano ma, grazie alla
produzione di immagini su una molteplicità di canali ad impatto capillare, finiscono per circolare
dritto nel cervello sociale. E questo avviene nel momento in cui la produzione di simbolico a causa questi
eventi è quanto mai delegittimante per una società di controllo: là dove il consenso lo si ottiene
tramite le politiche securitarie, la diffusione spettacolare dell’impotenza degli operatori
dell’ordine pubblico diviene un problema che riguarda la stessa messa in crisi della legittimazione
della forza dello stato che altri non è che la fonte in ultima istanza del giuridico e del politico.

Ecco quindi che gruppi di ultras impolitici, o di gruppi politicizzati in modo ideologicamente
minoritario rispetto al corpo della società, finiscono per produrre eventi che mettono in discussione
la legittimazione stessa degli apparati amministrativi e istituzionali proprio perché oggi questa si
dà prevalentemente in quanto capacità di erogazione di “sicurezza” e non di diritti o di servizi sociali.
In questo contesto gli gli stadi, in quanto zone di produzione di grandi eventi nelle quali convergono
quote significative di popolazione, sono zone di massimo controllo e di diffusa elusione del controllo,
zone dove si cerca di esercitare le tecnologie della pacificazione e dove si pratica un livello di
scontro. E non deve neanche deve stupire il fatto che l’ottica del potere, che oggi si concretizza nelle
tecnologie televisive sia a circuito chiuso (per l’esercizio di pratiche di polizia) che in chiaro o
criptato (per la riproduzione delle pratiche mediali di legittimazione) si focalizzi su dettagli
microfisici o insignificanti. Quando sulle prime pagine dei giornali e nelle edizioni dei tg finiscono
per essere rappresentate come un pericolo anche isolate scritte sui muri, e provenienti da città
medio-piccole, riguardanti le vicende di Catania significa che l’ottica del potere si fa microfisica
ben oltre la mera necessità del controllo: perché quando un potere non è più in grado di erogare
diritti e servizi ma solo “sicurezza” non resta che l’ossessione della vigilanza ben oltre il suo
concreto significato.

Stiamo parlando quindi di un contesto dove convergono anche convulsamente le necessità di
rappresentazione degli incidenti sui circuiti mediali, gli effetti della messa in discussione
simbolica della forza legittimante dello stato, e le esigenze di espansione dell’ottica del potere
fino all’inutilmente microfisico. Sono tutti fenomeni che egualmente appartengono alle dinamiche di
comportamento dei poteri amministrativi e statuali, quando non dello stato come soggetto politico, di
fronte alle dinamiche di rottura dell’ordine pubblico negli stadi o grazie alle tifoserie. L’ansia da
parte dello stato nell’erogazione, quasi sempre solo simbolica, di “sicurezza” fa parte sia delle
risposte istituzionali a questi fenomeni che dei tentativi di sostituzione di una politica dei diritti e
dei servizi di fatto inerogabile in una società neoliberista.

Viene inoltre da dire che se qualcuno in queste dinamiche da stadio di rottura dell’ordine pubblico, vi
cerca le banlieue italiane le trova. Le trova sicuramente sul piano della morfologia sociale, ogni
periferia è la spina dorsale di una curva in una città italiana, e su un piano della capacità di attrarre
nelle proprie pratiche ampi strati “centristi” della società cosa che alla banlieue francese non
riesce più di tanto in quanto perimetrata fisicamente nella struttura delle città. Quello che
diversifica le dinamiche da stadio italiane dalla banlieue francese è l’armamentario culturale:
innestato nella società dei consumi o spoliticizzato, o politicizzato prevalentemente dentro un
vuoto simbolico di destra, quello italiano e pienamente immerso nelle dinamiche della autoproduzione
delle culture musicali quello francese. In questo modo la stessa contrapposizione italiana tra
periferie e istituzioni, che si gioca negli scontri sul piano concreto come su quello simbolico, non ha la
forza di farsi riconoscere né la qualità necessaria per essere ancora effettivamente riconosciuta
come tale. Per quando si giochi concretamente la contrapposizione con la polizia, che è ben più di una
“banda” sul territorio rappresentando simbolicamente lo stato, per quanto sia evidente l’uso della
cultura dello spettacolo, nel caso italiano il calcio in quello francese la musica, come veicolo di un
confronto che va oltre lo spettacolo nello specifico italiano i significati di questa contrapposizione
con l’autorità non hanno ancora raggiunto quello possibile di “una generazione di esclusi contro il
potere” come in Francia.
E questo avviene prima di tutto perché il livello di autoproduzione della cultura calcistica italiana,
condizionata dai grandi stili di consumo, non è ancora paragonabile in termini di qualità, che genera
intensità di comportamenti e riconoscimento dall’esterno, con la scena musicale francese.
Ma ci sono anche altri due fenomeni che spiegano lo specifico culturale delle curve e introducono al
rischio che queste vicende della rottura dell’ordine pubblico da stadio rimangano entro dinamiche
esclusivamente repressive con una profonda ricaduta sull’intera società.

Questi due fenomeni sono la pluridecennale spoliticizzazione e riduzione ad enclave di consumo delle periferie italiane,
quelle complessive non solo quelle da stadio, e il netto spostamento della sinistra italiana verso il
linguaggio, i temi culturali e politici dei ceti medi e medio-alti “civilizzati”. Le profonde
mutazioni del politico in Italia, proprio a partire dall’avvento della società post-industriale,
hanno talmente allontanato la sinistra, di tutti i generi, dalle periferie che se questa decidesse di
penetrarci di nuovo avrebbe di fronte a sé un lavoro politico di mappatura, di acquisizione dei
linguaggi, di metabolizzazione dei comportamenti che non potrebbe dare frutti che nel prossimo
trentennio. In questo modo pur producendo fenomeni di scontro che riguardano la sfera politica, sul
piano della delegittimazione simbolica dello stato, le periferie non solo non sono neanche in grado di
capire effettivamente cosa stiano facendo mentre la sinistra, di ogni genere, temendo di perdere
contatto con i ceti medi e medio-alti impauriti dal comportamento delle periferie si mantiene ben
lontana dal delegittimare le pratiche securitarie.

Insomma, in vicende come quella di Catania si riflette la deriva delle periferie italiane: impoverite
economicamente e cognitivamente, lontane da un linguaggio collettivo, anche nello scontro simbolico
con lo stato che avviene su terreni generati dallo spettacolo, abbandonate dalla stessa sinistra che ha
altri livelli strategici di rappresentanza, l’opinione pubblica come sostituzione del radicamento
sociale in epoca mediale, si ritrovano avvolte da dinamiche sempre più securitarie e tecnologiche nel
silenzio e nella mancanza di concettualizzazione di questo problema da parte delle sinistre. Il
problema sta tutto nel fatto che la società di controllo, il disciplinamento e la privazione
tecnologica delle libertà complessive sul piano universale della norma, alimenta la propria presa
sull’intera morfologia sociale proprio a partire da scontri simbolici, e mediatici, come quelli
aperti a Catania. E che quindi la sinistra non è attualmente in grado, proprio perché segue le
evoluzioni di una opinione pubblica impaurita dall’ossessione dalla “sicurezza” prodotta da un
piano mediale che oltretutto non governa, di produrre efficaci anticorpi e zone di resistenza
all’evoluzione della società di controllo.

Eppure se la vicenda del poliziotto ucciso a Catania è una sorta di 11 settembre del calcio italiano, di un
crollo improvviso di un’architettura dell’organizzazione dello spettacolo e del rapporto sociale,
la tifoseria del Catania rappresenta è una sorta di Al-Qaeda. Non tanto in una qualche fantascientifica
idea di sfida allo stato intrapresa da qualche tifoseria. Ma in quello che vuole la tifoseria catanese in
un rapporto contrattuale e di cooperazione con istituzioni e ceti politici del suo territorio. Insomma
la tifoseria catanese sarebbe, in questo senso, una sorta di Al-Qaeda sfuggita di mano agli stessi
referenti politici ed istituzionali che comunque o l’anno coltivata o ne hanno riconosciuta la
presenza. Lontana dall’idea dell’essere una scheggia impazzita del mondo giovanile aliena dal
territorio e dal rapporto con partiti ed istituzioni la tifoseria catanese, e su questo facciamo fede a
numerose fonti empiriche anche di tipo scientifico, sarebbe piuttosto un elemento regolatore dei
rapporti di potere in quella città e sul territorio sfuggito nel giorno del derby allo stesso ambiente di regolazione.

Allo stesso tempo non è da sottovalutare il clima politico, e l’idea che il ceto politico ha della
società in questo contesto. Le affermazioni del presidente del consiglio sul “paese impazzito”, in
quanto refrattario alla ristrutturazione finanziaria, non possono non trovare uno sbocco sul piano
delle politiche sociali. E lo sbocco lo trovano nella animalizzazione di alcuni settori di società,
praticata nella rappresentazione mediale, alla quale corrisponde l’erogazione di pratiche e di
normative d’emergenza.
E si tratta di politiche di emergenza che quanto più provengono da settori amministrativi e politici in
crisi, la federcalcio commissariata e il governo sul filo del consenso, tanto più cercano di mostrarsi
radicali come strumento di risoluzione della crisi delle istituzioni che le promuovono.
Al momento i tentativi di promozione di politiche di emergenza, che finiscono per valere sul piano
normativo e delle politiche concrete su tutta la società, si appoggiano molto sul mito inglese.
Sull’idea cioè che una profonda ristrutturazione urbanistica degli stadi e un pacchetto di leggi
d’emergenza finisca per stroncare il fenomeno. A parte il rischio per la vita di tutti di una impetuosa
crescita delle tecnologie e delle normative di controllo, il caso inglese è differente dall’attuale
italiano. Le tifoserie britanniche hanno subito un processo di adattamento di pratiche nate durante
l’epoca industriale poi scontratesi con i processi di ristrutturazione securitaria
dell’Inghilterra post-industriale della Thatcher. L’Italia, anche per la differente
organizzazione interna delle forze securitarie, sembra essere un caso differente molto di più di
quanto la retorica sul caso inglese faccia pensare.

In una situazione come questa, ove si chieda che fare, la risposta non può che essere: neutralizzare le
funzioni del controllo ovunque ci si trovi e cooperare per questo scopo e lavorare per intrecciare quel
tessuto di anticorpi al controllo fatto di intreccio tra culture “alte” sul piano critico e culture
underground. Si tratta di produrre dal piano linguistico a quello politico, ogni dispositivo simbolico
che non permetta di funzionare ai dispositivi di potere e, soprattutto, alle loro evoluzioni
tecnologiche. Chi sa guardare oltre l’apparenza dei fenomeni, senza cedere alle retoriche del dolore e
a quelle dei barbari alle porte può intraprendere questa strada. Ne va delle garanzie reali alle nostre
libertà collettive.

Mcs
Fonte: http://www.senzasoste.it
Link
05.02.2007

Pubblicato da Davide

  • Tao

    Un calcio al calcio, a noi il pallone

    La partita non è persa Più gioco e più passione, meno business e polizia nello stadio. Il «compito a casa» per i tifosi

    Adoro chiacchierare di calcio. Con gli amici, coi baristi, con gli sconosciuti. Ieri, dopo che i telefonini avevano diffuso la notizia del povero poliziotto morto a Catania, non ho fatto eccezioni. Verso le due di notte, con altri amici, abbiamo concluso che l’unico modo per uscirne fuori è fondare una squadretta e tifare soltanto quella. Però ho dormito male. E ieri mattina, il barista sotto casa me lo ha detto a brutto muso, col fischio della macchina del caffè: «Bisogna fare come in Inghilterra. Galere dentro gli stadi. E se quelli continuano a picchiare, bisogna picchiarli più forte». Brr. Per fortuna che dopo un po’ è entrato un tizio (mi trovo a Milano): «Andrà a finire che fermeranno tutto, e anche quest’anno l’Inter perderà un altro scudetto!». Sorrideva.
    La chiacchiera ha le sue regole. Intanto dopo ogni evento straordinario e tragico come quello del morto in diretta tv bisogna aspettarsi frasi spicce, pensieri grossi, incazzature a buon mercato. È il controcanto dello sdegno e della retorica che affliggono contemporaneamente le parole della tv e dei giornali. Comprese queste. Ma poi: il calcio in mezzo mondo Italia compresa, resta (ancora, ma per quanto?) ben più che uno sport. È una cultura, un linguaggio condiviso, una narrazione collettiva i cui protagonisti non sono soltanto gli ultras, i giornalisti-opinionisti, quelli della tribuna vip, e nemmeno solo dirigenti e calciatori i quali (da Calciopoli alle bombe di mercato) molto hanno fatto per romperlo, il famoso giocattolo, invece che raccattarne con pazienza i pezzi per trasmetterlo alla prossima generazione.

    Modestamente, protagonisti di questa narrazione saremmo anche noi, opinionisti da cappuccino, appassionati da salotto abbonati a Sky, eterni giocatori dilettanti, nostalgici della propria infanzia e di Novantesimo minuto, raffinati esteti delle trame del rettangolo verde. Siamo un bel po’, non c’è dubbio. Che facciamo adesso? Siamo disposti a inventarci qualcosa perché il calcio come-l’abbiamo-conosciuto non scompaia definitivamente (nulla è eterno), oppure ci mettiamo a giocare alla playstation? Non è una domanda retorica, spero.
    È capitato in altre situazioni – altri morti, altre tragedie idiote – che il pallone non si fermasse neppure un po’. Questa domenica, per fortuna di noi eterni indignati e apocalittici, capita il contrario. Il calcio è fermo e non si sa per quanto. La sfida è lanciata. Di modello inglese si discute da parecchio. Ti sintonizzi al sabato sulla Premier League e vedi stadi pieni, pubblico a ridosso del campo, tifo rumoroso ma non uno striscione né un fumogeno. Sai anche che in Inghiterra i biglietti costano un sacco di soldi, che i vecchi hooligans con le buone o le cattive sono stati allontanati dagli stadi (adesso scrivono libri di memorie, la nostalgia nel calcio fa sempre cassetta), che gli stadi sono storicamente proprietà dei club e hanno tutto l’interesse a farli funzionare nel modo più ordinato (ce ne sono alcuni dov’è addirittura vietato alzarsi in piedi!), eccetera.

    Certamente l’Inghilterra non è l’inferno di certe nostre tribune brutte e mezze vuote dove praticamente sono rimasti soltanto gli ultras e le telecamere. Non è neanche il paradiso. È business, spettacolo. Ma non solo. Il modello inglese è che da quelle parti il calcio – commercializzato al massimo livello da tv, sponsor e miliardari multinazionali – è frequentato da gente che non si chiude soltanto in salotto, ma cerca di far sopravvivere in ogni modo una cultura, una funzione sociale. Penso a un libro come Febbre a Novanta di Nick Hornby, uscito proprio negli anni in cui il calcio inglese avrebbe potuto scomparire tra le botte degli hooligans. Penso al giornalismo appassionato, di sinistra e mai scontato di riviste come When Saturday comes e 4-4-2 (che esistono un po dovunque in Europa, ma da noi no. Vorrà dire qualcosa?). Mi vengono in mente certi film sui tifosi inglesi che raccolgono soldi per diventare azionisti della loro squadra del cuore, o che difendono il piccolo stadio di quartiere dalla speculazione edilizia, e che – quando il Manchester United è stato comprato da un signore con pochi scrupoli – hanno fondato un’altra squadra e adesso tifano quella.
    Se penso a come in Italia stiamo svendendo e svillaneggiando la nostra cultura calcistica – tifosi, media, dirigenti, calciatori – non vedo grandi speranze di risolvere il problema in fretta. Una è cosa certa: a parte le leggi ordinarie, non c’è una bacchetta magica per far sparire ora e subito gli ultras dagli stadi. Saremo gli ultimi su questo giornale che spesso dà loro un po’ di voce, a volte persino stonata, a pretendere soluzioni spicce. Con o senza ultras, chissenefrega di andare a vedere una partita in uno stadio trasformato in una galera? «Contro il calcio moderno», «contro Sky-fo», recitano i loro striscioni (quelli appena potabili, perché sul neonazismo delle curve non c’è proprio nulla da discutere). In realtà, niente è più tristemente «calcio moderno» di un fenomeno così. La società vuole trasformarci in spettatori assoluti – rifletteva Baudrillard dopo la tragedia dell’Heysel già vent’anni fa – e perciò quando le telecamere illuminano uno stadio, la violenza è il tentativo di fermare la deriva del nostro destino postmoderno, inghiottiti come siamo dalla fine della politica, atomizzati dall’eclisse di ogni dimensione collettiva. Lo so, la sociologia sugli ultras a volte è anche peggio di tutto il resto, fumogeni compresi. E gli ultras non sono una soluzione, sono parte del problema. Stop. Può bastare? Eppure, se vogliamo salvare quel che resta del calcio dobbiamo rispondere anche ai loro striscioni. E si dovrà trovare il modo perché ci sia più democrazia nel calcio, e non più polizia negli stadi. Perché tutti (tifosi semplici, calciatori, addetti ai lavori) possano avere voce in capitolo dentro un fenomeno popolare, che ci riguarda. Il calcio ha senso se non è soltanto uno spettacolo, un business; se ridiventa un luogo di passione collettiva e non un brutto reality show.

    Ecco il compito a casa per questo (e i prossimi) fine settimana senza campionato: i tifosi (tutti i tifosi) devono ritrovare la loro voce. Ma come? Non siamo stati capaci di pretendere che i dirigenti del calcio italiano sparissero dopo Calciopoli. Non siamo capaci di indignarci ogni volta che i nostri eroi della domenica (da Totti fino all’ultimo terzino di provincia) vanno a rendere omaggio alla curva tappezzata di bandierine nere e simboli truci. Sugli scambi di favori tra dirigenti e tifo organizzato, poi, c’è una lunga letteratura, che tralascio. Allo stesso tempo i club di calcio devono trovare il modo di aprirsi, di essere nuovamente vissuti dai tifosi (da tutti i tifosi) come propri, per restituire qualcosa a una città dell’investimento di emozioni, storie collettive (e perché no, denari) che ogni squadra rappresenta. Altrimenti, calcio addio. O quasi. Al limite ce la giocheremo da soli la partitella, fosse anche soltanto per sentirci un po’ bambini. Chi porta il pallone?

    P.s. Uscendo dal bar, nel giardinetto sotto casa c’era un gruppetto di ragazzini che giocava. Non ho resistito. Ho dato due calci al pallone. Fino a ieri avrei scritto: mi sono sentito scemo e felice come un personaggio di Nick Hornby. Invece, chissà perché, mi sentivo un mezzo marziano. Io e cinque bambini, uno con la maglietta di Dida, e le giacche a vento a segnare la porta.

    Alberto Piccinini
    Fonte: http://www.ilmanifesto.it
    4.02.07