Diario di una quarantena, giorno 27

Riccardo Donat-Cattin

Comedonchisciotte.org

 

Quarantena, giorno 27

 

Oggi ho visto un drone, sopra la mia testa, mentre stavo in cortile.

Mi ha dato fastidio. Non so se era un drone di controllo o il giocattolo di un ragazzino, ma non importa. Mi sono sentito controllato.

Una sensazione sufficiente per sostenere che tenere droni a controllare il territorio non è una misura necessaria. Volete riprendere il cratere di un vulcano? Va bene. Fare un filmato della vostra bella città? Fatelo. Volete controllare che nessuno esca di casa per poterlo punire in caso non obbedisca ai vostri ordini? Andate a fare in culo. Mi devo sentire un criminale anche a fare le passeggiate in campagna? Hanno minacciato di multa un mio amico ieri, perchè passeggiava su colline deserte. Ma voi siete pazzi. O forse i pazzi siamo noi che vi continuiamo ad ascoltare.

Ciò che non è bello della quarantena è la completa assenza di coinvolgimento nel processo che porta alla decisione di chiudersi in casa. Il tuo compito qui e ora è avere fiducia nelle istituzioni che stanno lavorando per te fuori di casa, non c’è nulla d’altro che puoi fare.

Assenza di partecipazione al processo decisionale, questo non mi piace della quarantena. Io dico che è sbagliato.

‘Sarà sbagliato, ma è necessario’, risponderebbe qualcuno, se esistesse un parlamento popolare e io potessi andarci perché ancora non è stata applicata la quarantena. Se esistesse un tale posto e tali condizioni, risponderei così: ‘Beh secondo me non lo è’.

Vorrei, in tali ipotetiche condizioni, innanzitutto ringraziare per avermi dato l’opportunità di esprimere il mio disappunto.

Il problema dell’obbligo di stare a casa non è lo stare a casa, ma l’obbligo. E se vuoi che io arrivi a condividere l’idea dell’obbligo di fare qualcosa mi devi coinvolgere nel potere decisionale. La democrazia rappresentativa di milioni di persone è una cosa ridicola. Il processo decisionale non può essere delegato in toto ai rappresentanti. Perché son troppo pochi per rappresentare. Tutti devono avere il diritto di sedere in un parlamento. Il numero dei parlamentari non è troppo alto. È troppo basso. Ma di molto. Tutti dovrebbero avere il diritto di passare due o tre giorni a settimana in parlamento, retribuiti. Poi chi non vuole partecipare non partecipa, ognuno sia libero di scegliere. Ma il posto per parlare dovrebbe essere il diritto di ogni cittadino di una repubblica democratica. Perché questa è l’essenza della democrazia stessa.

65 milioni sono sicuramente troppi. Figurarsi 500 milioni, o 7 miliardi, o quanti siamo.

Meno potere alla rappresentanza, più diritto di parlare, incontrarci, domandare e rispondere, decidere. Sto parlando di un parlamento ogni cinquemila persone, o ordini di grandezza simili, in cui tutti abbiano il diritto a presenziare, almeno periodicamente. Il diritto ad esprimere la propria opinione fa bene a tutti. Che il sistema si sottometta a questa, di condizione. Era un’utopia lavorare otto ore al giorno, avere un servizio sanitario nazionale. È un’utopia gestire questa crisi. È un’utopia avere dei parlamenti popolari che ci rendano la partecipazione possibile, facile, vera.

O prendiamo questa direzione o niente, ci ritroveremo sempre più spesso chiusi in casa.

O così, o niente.

Pubblicato da Riccardo Donat-Cattin

Sociologo e media analyst. Consiglia Kropotkin e Malatesta.
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