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DI ME COSA NE SAI

DI HS
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Negli ultimi anni sono spariti milioni di spettatori. Inchiesta su un grande mistero italiano.

Parafrasando il refrain di un vecchio e celebre motivo della fine degli anni Settanta potremmo riassumere gran parte del senso di questo notevole lavoro documentario filmico scandendo sul flusso della musica le seguenti parole: “Video killed the (Italian) cinema stars” perché, se è vero che la cinematografia nostrana ha subito i pesanti colpi assestati dalla potente macchina spettacolar – hollywoodiana, non si può tacere che in questo inarrestabile declino abbia giocato l’affermazione progressiva dell’emittenza televisiva privata. Anzi… Nonostante le apparenza la radio gode ancora di ottima salute. Secondo Valerio Jalongo – già autore de “Sulla mia pelle” – potrebbe esistere qualche nesso fra queste forze, come vedremo più avanti…L’opera è soprattutto un atto d’amore, il riconoscimento del notevole e prezioso ruolo svolto dalla generazione ormai scomparsa di produttori italiani – dai più “piccoli” ai colossi riconosciuti – nella nostra industria culturale, spettacolare ed audiovisiva. Il nostro è, infatti, il nipote di Silvio Clementelli, produttore noto per pellicole “commerciali” fra cui l’arcinoto “Malizia” del regista Salvatore Samperi, da poco scomparso… Fa, quindi, una certa sensazione scoprire che in luogo delle numerose ma fiorenti piccole case di produzione cinematografica sorgano studi televisivi.
Lo schiaffo più doloroso, tuttavia, lo spettatore lo riceve di fronte alle immagini di una gioventù inebetita, ignorante e senza talento in attesa dei provini per gli “Amici” della De Filippi in Costanzo. Alla precisa domanda dell’intervistatore ad alcune ragazze su chi fosse Federico Fellini le risposte sono state semplicemente disarmanti. Eppure non sono trascorsi molti lustri dalla scomparsa di quello che è considerato dai più esperti in materia di celluloide come il più grande regista cinematografico italiano di tutti i tempi e uno dei più universalmente ammirati nella storia del cinema mondiale. Giustamente Jalongo ci rammenta come, prima di altri illustri e blasonati colleghi, il “director” riminese avesse compreso le insidie di una televisione commerciale che, con i suoi stacchi pubblicitari, sviliva (e ancora svilisce) l’opera creativa di un artista. Cercando di difendere la dignità estetica delle sue opere dalla invadenza degli spot della televisione commerciale che già a quel tempo – e si parla dei “ruggenti” anni Ottanta – era sinonimo di egemonia berlusconiana, Fellini prendeva sostanzialmente anche le parti dei suoi meno “agguerriti” colleghi.

Pare che dopo la prima proiezione presso il cinema Mexico di Milano il nostro Jalongo abbia rivelato che per Fellini il Cavalier Silvio Berlusconi era semplicemente il “gangster”. Non si conosce la fonte di questa curiosa notiziola che, se confermata, ci fornirebbe l’ulteriore prova di come la mancanza di scrupoli di Sua Emittenza – attuale e discusso Capo di Governo – non fosse totalmente ignota ed estranea agli ambienti dello spettacolo. In ogni caso Fellini condusse contro il Cavaliere una battaglia legale forse persa in partenza… Nell’ultima parte della sua vita e della sua carriera cinematografica ricca di riconoscimenti internazionali, Fellini si fece più cupo e pessimista. Il rumoroso, vitale e grottesco circo che accompagnava le sue pellicole era improvvisamente diventato malinconico e “lunare”. “Ginger e Fred”, ad esempio, era chiaramente una caustica satira che puntava il dito sulla società dei media e sulla televisione italiana allora divisa fra la RAI che risentiva sempre più l’impronta craxiana – il Presidente della RAI era un certo Enrico Manca, craxiano di ferro il cui nome compare nella lista conosciuta della loggia P2 – e la TV dell’emergente e rampante Berlusconi. Insomma gli albori dell’era dei “nani e della ballerine” che ormai hanno invaso lo spazio virtuale e reale imponendosi in una società che si è ormai “spettacolarizzata” nel senso più deteriore del termine.
Insomma anche questo è stato Federico Fellini…

Basterebbe questo pugno di ragioni per consigliare la visione di questo documentario ai giovani e ai giovanissimi per quanto consentito da una distribuzione inevitabilmente e prevedibilmente scarsa sul territorio. Personalmente mi ha incuriosito il manifesto della pellicola con quelle mani ingabbiate ed intrappolate nello schermo di una televisione del tipo che circolava circa trent’anni fa e la frase di lancio che accostava la decadenza della cinematografia nazionale ai “misteri d’Italia”. Affermazione tutt’altro che impegnativa ed esagerata perché, chi è abbastanza documentato o ha abbastanza anni sulle spalle da aver assistito alle cronache ed agli eventi di quaranta e cinquant’’anni fa, sa benissimo che il cinema italiano costituiva la seconda grande industria di celluloide del pianeta senza temere la concorrenza danarosa e già allora spietata degli americani. Cinecittà era una seconda Hollywood, una sorta di Mecca degli amanti del cinema. Oggi sembra quasi incredibile solo pensarlo, ma nel passato il cinema rappresentava forse la voce più importante della nostra industria culturale e dello spettacolo realizzando fatturati da capogiro. I nostri film erano invidiati da tutti potendo contare su maestri ed autentici inventori di nuovi linguaggi come Fellini o Antonioni, sugli immortali mostri sacri del neorealismo come De Sica (padre ovviamente !), Rossellini e Visconti e più avanti su una nuova generazione fervida generazione di autori come Bellocchio, Bertolucci e Pasolini per citare solo i più famosi e anche scandalosi. Naturalmente tale industria doveva molto al cosiddetto cinema popolare grazie al quale probabilemtne molti capolavori non avrebbero potuto essere concretamente realizzati. Penso all’invenzione della “commedia all’italiana” che, grazie a un gruppo affiatato e divertito di registi, mirabili attori e sceneggiatori, ha saputo raccontare smarrimenti, nevrosi e vizi di un paese in costante movimento e cambiamento sia pure nel suo antico e non scalfibile retaggio culturale senza indulgere sul riso “grasso e facile”, ma non solo… Rispettando la sua tradizione artistica e creativa il paese ha partorito genietti e meticolosi artigiani che si sono cimentati in generi come il western, il poliziesco e l’horror con notevoli risultati. Il valore di ottimi tecnici come Freda e Bava – di cui, infatti, si sono giovati maestri più quotati – è ormai internazionalmente riconosciuto mentre Sergio Leone ha sicuramente contribuito a rinnovare un genere come quello western, appannaggio dei soli americani, nella sua ultima fase “aurea”. Mi perdonerà il lettore per la solita digressione ma vorrei che fosse chiaro quanto peso e quanto contasse per noi italiani – dal punto di vista culturale, morale, intellettuale, economico, ecc… – l’industria di celluloide per la quale avremmo avuto più di un motivo per essere orgogliosi e per la quale, fuori dai nostri confini, eravamo ammirati, invidiati e, pure vezzeggiati. Poi, come vedremo, sono arrivati i terribili anni Settanta…

La scomparsa di una meraviglia del genere non può non essere trattata alla stregua di un “mistero”, l’ennesimo “mistero d’Italia” e sappiamo benissimo come ogni “mistero” – in Italia – altro non è che un delitto su cui investigare per fare emergere moventi e per scoprire il colpevole e – più spesso – i colpevoli. Come persona interessata ai “misteri” della nostra storia ma anche come discreto amante del cinema – buono ma anche meno buono – ho deciso quindi di visionare il documentario di Valerio Jalongo nell’unica sala milanese disponibile, il cinema Mexico celebre per aver contribuito qui in Italia a rendere cult un piccolo gioiello musicale underground come il “The Rocky Horror Picture Show” con una giovanissima Sarandon. Periodicamente l’esercente Sancassani fa proiettare il “The Rocky” per la gioia di fan incalliti che si vestono, cantano e ballano come i protagonisti sullo schermo. Il Mexico, però, è molto altro…
Cinema d’essai e piccolo luogo di resistenza all’invasione americanizzante, hollywoodianizante e berlusconizzante delle multisale ha tenuto in cartellone per circa un anno e mezzo il piccolo capolavoro d’esordio di Giorgio Diritti “Il vento fa il suo giro”.

Sancassani dimostra tutto il suo coraggio anche concedendo – unico a Milano – la sala per la proiezione di un documentario senz’altro scomodo come quello di Jalongo. In effetti, avendo il sottoscritto assistito anche alla proiezione del più noto “Videocracy” e azzardando un confronto fra i due docu-film, l’impressione che ne ho ricavato è che tutto sommato, malgrado la promessa di illustrare gli ultimi trent’anni di storia della televisione italiana, l’opera di Erik Gandini si sia limitata a fotografare l’esistente in maniera piuttosto scontata e con un labile tentativo di approfondimento. I reality, le vicende e le vicissitudini di personaggi come Lele Mora e Corona in qualche modo essi stessi saltimbanchi del circo berlusconiano, la base sostanzialmente impolitica e apolitica del consenso al Cavaliere, molto mediatica e televisiva, invece… Si tratta di elementi, eventi, circostanze ormai note ai più – naturalmente fra coloro che hanno tempo, voglia e volontà di informarsi – mentre non si aggiunge una virgola circa le radici della nostra deriva culturale, morale ed intellettuale. Videocrazia è termine già usato e abusato ripetutamente anche in sede analitica per designare questo coinvolgimento apparente, illusorio e manipolatorio della massa nei meccanismi dello spettacolo televisivo. “Videocracy” ha potuto godere dell’indiretta pubblicità offerta dalla censura targata RAI del relativo trailer generando aspettative che, per quanto mi riguardo, sono state deluse. Alla fine l’”antiberlusconismo” di Jalongo risulta molto più saldo di quello di Gandini lasciando in ombra gli aspetti più politici del Cavaliere ed affrontando piuttosto di petto, invece, quelli (sotto)culturali. In definitiva la visione de “Di me cosa ne sai” completa ed integra ampiamente quella di “Videocracy”.

“Di me cosa ne sai” nasce soprattutto per portare alla luce l’esperienza del movimento di autori Ring creato per fronteggiare la situazione di “eterna crisi” del cinema italiano. In sintesi lo sviluppo di questo documentario procede su tre binari differenti. Il primo accompagna il povero regista Felice Farina nel suo tentativo quasi decennale di fare uscire e distribuire un suo film proprio per mostrarci quanto oggi sia arduo fare cinema. Il secondo viaggia a ritroso nel tempo per illustrare come è stato possibile smantellare sostanzialmente l’industria cinematografica italiana. Il terzo, infine, assume la prospettiva presente anche intervistando addetti ai lavori e famosi registi di caratura internazionale. L’esordio, citando i versi di Pasolini e inserendo le immagini dell’atroce “Salò” dello stesso, è indubbiamente efficace e di forte impatto. Il poeta friulano comprese in tempi non sospetti la deriva edonistica e consumistica della società postmoderna, i guasti della società dello spettacolo e la conseguente decadenza morale che avrebbe condotto ad una mentalità esclusivamente appropriativa e ad una violenza sempre più gratuita nel nostro paese. Gli anni del terrorismo sono dietro l’angolo ma non solo… Il riferimento pasoliniano ai processi di deculturazione italiana viene consapevolmente agganciato alla demolizione dell’industria cinematografica nostrana che di quella tendenza sarebbe parte o declinazione da non trascurare. E’ noto poi come Pasolini detestasse la televisione, quella che era ancora la TV in bianco e nero monopolizzata dalla RAI le cui cure pubblicitarie erano state affidate alle ingenue mani di Carosello. L’intellettuale, il poeta, lo scrittore e regista friulano esagerava o, più semplicemente, considerata la sua sensibilità e l’intuito fuori dal comune, aveva semplicemente “visto prima”, anticipato ? Quel che è certo è che i fatti si sono incaricati di dare ragione a Pasolini su molte delle cose che scriveva o rappresentava…

Ma , secondo l’autore, quali sono state le modalità con cui l’industria cinematografica italiana è stata azzerata ? Dovendo prestare attenzione all’aspetto più genuinamente produttivo, distributivo, in sostanza economico, della questione Jalongo ha “registrato” le preziose affermazioni dello storico, anziano produttore Dino De Laurentiis – oggi anche presidente del Napoli Calcio – il quale è recentemente tornato dagli USA dopo una trentennale permanenza in quel paese ed alterne fortune. Nel secondo Dopoguerra, come conseguenza della vittoria degli angloamericani, si è assistito ad un’invasione fuori controllo delle pellicole d’Oltreoceano senza che potessero essere approntate le necessarie tutele da parte della nostra giovane Repubblica appena nata e ancora troppo fragile. In qualche modo gli americani hanno sempre guardato al nostro paese come ad una terra di conquista sia pure con mezzi economici (e culturali). Nel 1949 un’imponente manifestazione degli addetti ai lavori del cinema – fra gli altri nelle immagini sono riconoscibili la grandissima Anna Magnani e Vittorio De Sica – si rivolse al governo perché prendesse provvedimenti utili a contenere l’invasione cinematografica a stelle e strisce e a rilanciare le pellicole nazionali. De Laurentiis è sferzante e netto nei suoi giudizi sui politici italiani: tutti costoro – dai democristiani ovviamente fino agli stessi comunisti i quali si sono sempre fatti un vanto di sostenere la cultura nazionale nelle sue varie forme – avrebbero detestato il cinema italiano perché generalmente critico nei confronti dei politici. Basterebbe citare quel cinema di impegno civile e politico che ha fatto la fortuna dei Rosi, dei Petri ma anche di un autore più “popolare” come Damiano Damiani più recentemente noto come regista della serie TV sulla mafia di successo “La Piovra”. Si comprende come già in queste affermazioni risieda una parte delle cause che hanno concorso a determinare il declino del cinema italiano. Tuttavia il produttore napoletano riconosce all’allora giovanissimo Giulio Andreotti, già ministro e navigato uomo politico democristiano, lungimiranza, apertura e un’ottima prospettiva assunta per quel che riguarda il problema mosso nella citata manifestazione di registi, attori, sceneggiatori, ecc… Nel 1950 si fece promotore di una legge che consentiva alle coproduzioni di usufruire degli incentivi statali e ciò aprì le porte dell’Italia e di Cinecittà a inglesi, tedeschi, spagnoli e, soprattutto, americani interessati a sfruttare le locations italiane. Cinecittà divenne meta dei divi più gettonati di Hollywood e, grazie anche alla disponibilità italiana vennero girati kolossal a sfondo storico soprattutto in coproduzione con gli americani. Si pensi solo a “Quo vadis” o a “La Bibbia”. Il resto è noto: i successivi venti anni furono gli anni d’oro del cinema italiano che giunse a concorrere alla pari con il colosso hollywoodiano. Poi arrivarono i maledetti, terribili anni Settanta…

Nel 1972 la legge Andreotti venne soppiantata dalla nuova normativa promossa da un socialista, tale Corona – l’omonimia con il “paparazzo” che ha riempito le cronache odierne è casuale e curiosa – in base alla quale avrebbero potuto accedere ai finanziamenti pubblici solo le pellicole ad intera produzione italiana. E’ l’inizio della fine perché erano proprio i capitali affluiti in Italia grazie alle coproduzioni che il cinema italiano aveva potuto prosperare ed essere ammirato nel mondo. Con qualche malizia Jalongo introduce immagini dell’astro nascente del PSI, quel Bettino Craxi che ha avviato la stagione del rampantismo e dello yuppismo più spregiudicati accogliendo sotto la sua alla protettiva imprenditori emergenti come Silvio Berlusconi.

A metà degli anni Settanta, nell’arco di appena tre anni, i tre maggiori produttori italiani lasceranno il paese per approdare ai più floridi lidi statunitensi. Secondo De Laurentiis fare cinema in Italia era diventato impossibile. I coniugi Ponti – Loren, con ottime entrature ed amicizie in ambito hollywoodiano, abbandonano l’Italia per sopravvenute questioni fiscali. Mi pare di ricordare che a suo tempo si sospettò la celebre coppia di aver chiesto aiuto a personaggi legati alla famigerata banda della Magliana per dirimere tali controversie. Più complicata la vicenda di Alberto Grimaldi, proprietario della PEA cinematografica e produttore di pellicole scandalose come il celebre “Ultimo tango a Parigi” di Bernardo Bertolucci. Nel 1975 Grimaldi aveva in cantiere ben quattro importantissime produzioni tutte destinate a far discutere: “Casanova” di Federico Fellini; il citato “Salò” di Pierpaolo Pasolini; “Cadaveri eccellenti” di Francesco Rosi – tratto da Sciascia e fortemente polemico nei confronti del Compromesso Storico -; “Novecento” di Bernardo Bertolucci – produzione quest’ultima assai impegnativa anche per la presenza di un folto e formidabile cast internazionale. Cominciano i guai… Il documentario cita l’episodio del furto delle “pizze” dell’opera di Pasolini e il relativo tentativo di ricatto ed estorsione. Questa circostanza verrà ricordata anni dopo dal regista, sceneggiatore e collaboratore di Pasolini Sergio Citti poco prima della sua morte. Proprio in quel frangente il 2 novembre 1975 verrà assassinato lo scandaloso poeta friulano quasi certamente vittima di un complotto i cui contorni hanno cominciato ad emergere solo recentemente. Per anni lo stesso Grimaldi vivrà nel terrore di essere rapito con la sua famiglia, mentre la magistratura si accanì sulle sue opere come “Ultimo tango” e “Salò”. Anche lui lascerà l’Italia per gli USA e “Novecento”- da molti ritenuto opera di propaganda comunista – verrà finanziato da due celebri major americane.
Sono anni difficili, anni convulsi per il paese che attraversa un’escalation di inusitata violenza stragista, terrorista, criminale e “diffusa”, ma ci sono anche gli interessi, le lotte per il potere e le “guerre di mercato”. De Laurentiis ipotizza che la legge Corona – che assestò il primo pesante colpo all’industria cinematografica italiana – venne concepita per venire incontro ai desiderata degli americani. Evidentemente Hollywood non poteva accettare la concorrenza italiana e si regolò di conseguenza… Si tratta di dichiarazioni provenienti da una fonte che ben conosce non solo gli ambienti dei produttori e dei distributori italiani ma anche il potente sistema delle major hollywoodiane. Ciò è molto interessante anche per poter analizzare ed “investigare” sugli eventi successivi compreso il “trasferimento” di De Laurentiis, Ponti e Grimaldi in America.
Non dimentichiamo che quelli sono anche gli anni di una paura diffusa fra certi settori dell’”alta borghesia” imprenditoriale e della classe dirigente nei confronti del Compromesso Storico fra democristiani e comunisti, paura che, nella maniera più immediata, si concretizza con la fuga di ingenti capitali all’estero.
Dal punto di vista della distribuzione e della produzione cinematografica i rubinetti dei finanziamenti cominciano a chiudersi con il conseguente calo dei fatturati…

Mi perdonerà ancora il lettore se, commentando il docu-film di Jalongo, innesterò personali riflessioni, ma il discorso portato avanti dall’autore, soffermandosi peraltro giustamente sul versante meramente cinematografico, richiede che debba essere completato allargando un pochino la prospettiva del quadro. Dalla visione del film si ricava quasi immediatamente che fra l’egemonico strapotere hollywoodiano e la progressiva affermazione dell’impero televisivo e mediatico berlusconiano qualche rapporto vi deve pur essere. Anche per questo motivo avrebbe giovato di più ad una discussione storica un’impostazione diversa di “Videocracy”, spietata ma risaputa fotografia del presente sociale, mediatico e televisivo italiano. A questo proposito vorrei fare un salto indietro nel passato, anzi… nessun salto perché, semplicemente, ci limiteremo a tornare agli anni in cui il nostro cinema cominciava ad attraversare la sua stagione più difficile.

Sarà forse un caso, ma gli anni della legge Corona sul cinema e l’esodo dei maggiori produttori cinematografici italiani coincidono con la normativa che cominciò a spezzare il monopolio televisivo della RAI. Inizialmente si concesse alle piccole emittenti televisive (ma anche radiofoniche. Chi non ricorda fra i cinquantenni la stagione delle “radio libere”) di trasmettere localmente, ma nel successivo deserto legislativo e nella giungla del mercato dei canali televisivi commerciali prosperò quel soggetto più spregiudicato e privo di scrupoli che oggi tutti ben conoscono. Dapprincipio furono forse in pochi a prevedere quegli sviluppi, tuttavia è utile dare un’occhiata a quei soggetti che si precipitarono immediatamente nell’avventuroso mondo delle emittenti commerciali. Si pensi solo a Tele Malta degli editori Rizzoli, gli stessi che assecondarono l’assalto piduista al Corriere della Sera con il concorso del banchiere piduista Roberto Calvi, quello che, per intenderci, è stato “impiccato” sotto il Ponte dei Frati Neri a Londra; a Tele Torino su cui si stagliava l’ombra dell’aristocratico piduista e golpista “bianco” Edgardo Sogno, “eroe” della resistenza “antifascista” ed “anticomunista” con intensi contatti americani ed inglesi; e ancora alla storica Antenna 3 cofondata dal presentatore Enzo Tortora a quei tempi simpatizzante della destra prima delle note avventure giudiziarie che lo hanno anche avvicinato ai radicali di Pannella. Sarà forse un caso… In quegli anni le prime emittenti televisive locali avevano budget e palinsesti modesti: piccoli spettacoli di intrattenimento, vecchi film, giochi per ragazzi, quiz, spogliarelli notturni, ecc… Sicuramente determinate forze politiche ed economiche compresero più e meglio delle sinistre le potenzialità del mezzo dal punto di vista culturale e furono altrettanto leste a cogliere il senso della cultura “popolare” o “bassa”. Prigioniera di un certo snobismo culturale ed intellettuale – almeno fra le generazioni non più giovani – la sinistra egemonizzata dal PCI, troppo occupata nei suoi distinguo fra cultura “alta” e subcultura, si mosse con estremo ritardo, mentre le nuove destre – di marca “postfascista” e neoconservatrice – si giovarono delle possibilità offerte dai nuovi media, dallo spettacolo e dall’intrattenimento “popolari” oltre che della centralità dei meccanismi pubblicitari. Questo discorso può essere esteso oltre i nostri confini: alfiere del nuovo neoliberismo e neoconservatorismo anglosassone non fu forse l’ex star di Hollywood e delatore ai tempi del maccartismo Ronald Reagan che, fra l’altro, incoraggiò il successo della propagandistica serie dei film di “Rambo” ? Quanto vi sia poco di casuale in queste tendenze è dimostrato proprio da quell’ormai celebre e citatissimo Piano di Rinascita Democratica della loggia P2 controllata dall’ineffabile Venerabile Gelli al centro di mille trame e mille misteri italiani. Accanto all’obiettivo di condizionare pesantemente l’informazione della carta stampata, Gelli & c. si proponevano di “dissolvere la RAI TV – evidentemente ritenuta troppo sbilanciata a sinistra (corsivo mio) – in nome della libertà di antenna”. Alla luce di tali intenti non stupisce l’interesse nei confronti della televisione privata e commerciale da parte degli iscritti alla P2 compreso il Cavalier Silvio Berlusconi ed è poi curioso notare come analoga attenzione nei confronti dell’informazione e dei “nuovi” media domestici è prestata dalla Trilateral di Rockfeller e soci, l’organismo messo in piedi da noti finanzieri, politici, diplomatici banchieri, imprenditori e dipendenti eccellenti delle multinazionali per diffondere il Verbo neoliberista. Tutto ciò odora molto di manipolazione tenuto conto delle note diffidenze nei confronti della democrazia e della partecipazione da parte dei soggetti summenzionati. Per converso fra gli intellettuali di “sinistra” Pasolini fu tra i pochissimi ad assumere una visione olistica e a capire la portata della cultura intesa nella sua interezza, senza trascurare gli aspetti sub culturali fino a quelli rientranti nell’ambito dell’incultura e della deculturazione.

Dai fermenti giovanili del Settantasette al cosiddetto Riflusso, quel ripiegamento nel privato che si è letteralmente “mangiato il politico” il passo è veramente breve e la nuova televisione commerciale ha assunto un indubbio ruolo in tutto questo. “Video killed the cinema stars”: inizia l’emorragia di spettatori dalle sale cinematografiche favorita progressivamente anche dal mercato dell’home video che introduce il cinema fra le mura domestiche. La nuova televisione a colori, ritenuta da molti come l’autentico spartiacque del mutamento culturale ed antropologico italiano, attira e, a non pochi, piace… Fra tante avventure catodiche di breve respiro, solo quella del giovane Cavalier Silvio Berlusconi, buon pupillo di Gelli, resiste: divenuto presto padrone incontrastato della concessioni pubblicitarie, il nostro si concentra anche sulla programmazione cinematografica in televisione facendo incetta di pacchetti di film come quelli del magazzino della Titanus di Goffredo Lombardi. Responsabile di questa linea era allora il giovane Freccero che una ventina d’anni dopo si sarebbe occupato della programmazione del canale Italia Uno, l’emittente giovanile dell’impero berlusconiano Mediaset. Fino ad allora la televisione nazionale – anche a causa delle limitare possibilità offerte dal “bianco e nero” – non aveva dato molto spazio alla trasmissione di pellicole cinematografiche, ma da un giorno all’altro gli schermi vengono letteralmente invasi da film anche piuttosto recenti. Sarebbe inutile ribadire quanto ciò abbia contribuito alla diserzione degli spettatori dai cinema. Più comodo, senz’altro meno faticoso assistere seduti in poltrona ad una proiezione…

Nel frattempo, in un contesto da selvaggio west mediatico, il Cavaliere diventa proprietario di ben tre reti televisive (Canale 5 , Italia Uno e Retequattro) imponendo il suo monopolio sulla TV commerciale grazie – come ebbe a dire l’editore Rusconi – alle “disponibilità illimitate”. Sulla televisione Berlusconi edifica un impero dell’industria mediatica, dello spettacolo e dell’intrattenimento da autentico one man showman quale è sempre stato… Non semplicemente tycoon… Televisione, editoria, musica, cinema, calcio, radio, ecc… Una corte circondata da uomini spettacolo come taluni scrittori e giornalisti, presentatori ed anchorman televisivi, showmen, cantanti, registi, attori, calciatori, deejay, vallette, veline, ecc… Il tutto condito da una spruzzatina di malizia e piccoli pruriti sessuali piuttosto caserecci piuttosto in linea con taluni dettami di certo cinema piuttosto in voga negli anni Settanta. Fra gli attori principali del “riflusso italiano”, Berlusconi contribuì a popolarizzare i “nani e le ballerine” della scuderia di Craxi, un altro protagonista della società del riflusso (e dello spettacolo). Prima ancora del Cavaliere con Forza Italia, fu proprio Bettino Craxi ad accarezzare l’idea di trasformare il PSI nel partito della “gente dello spettacolo” probabilmente influenzato dall’amico. Naturalmente Berlusconi non trascurò – dal suo punto di vista di “imprenditore” – l’industria cinematografica – e divenne socio dei Cecchi Gori – nei magnifici e rampanti anni Ottanta i maggiori produttori distributori cinematografici italiani specializzati soprattutto nelle “commedie all’italiana” interpretate dai comici più popolari di quel periodo e proprietari della Fiorentina, discreto avversario del meraviglioso Milan berlusconiano in serie A – nella Penta Cinematografica. La consueta spregiudicatezza premiò il Cavaliere che, con gli anni, impose il quasi monopolio nella produzione e nella distribuzione cinematografica condividendolo, con l’acquisto della storica Medusa, – caso strano ! – con la RAI. Il duopolio televisivo ormai sancito dalla famigerata legge del ministro repubblicano Mammì ma concertata soprattutto da Craxi ed Andreotti, si riflette sul cinema con le prevedibili conseguenze. Alla costosa realizzazione di film per il grande schermo si preferiscono – e non può essere diversamente – le fiction televisive spesso di pessima fattura.
Nel frattempo i format e i palinsesti della RAI TV cominciano ad assomigliare sempre più a quelli Mediaset mentre all’orizzonte si affaccia Sky, il nuovo concorrente riconducibile al tycoon australiano Rupert Murdoch (nella foto, sotto), uno degli uomini più potenti, influenti e ricchi del pianeta, ancora una volta di simpatie neoconservatrici.


Questo sunto della nostra storia “mediatica” non è presente nel documentario di Jalongo che, invece, concede ampio spazio alla contesa fra il regista Fellini e Berlusconi sulla questione delle interruzioni pubblicitarie durante la trasmissione di film in televisione, ma la connessione fra il declino dell’industria cinematografica e l’inarrestabile affermazione della televisione commerciale e “pubblicitaria” berlusconiana non è solamente suggerita… Anzi il regista si mostra convinto dello stretto rapporto fra lo strapotere delle major americane ed hollywoodiane in Italia e l’egemonia della televisione berlusconiana… Nello stesso pugno di anni la legge Corona, le trasferte americane più o meno indotte dei De Laurentiis, dei Ponti, dei Grimaldi, la progressiva occupazione dell’etere di canali patrocinati da determinati settori economici e politici, ecc… Sorgono domande spontanee – quantomeno a me -: gli americani e Hollywood hanno ugualmente condizionato il socialista Corona per arginare la concorrenza italiana e hanno avuto qualche ruolo nelle vicende che hanno coinvolto D Laurentiis e gli altri ? Al contempo potrebbero realmente foraggiato l’impero televisivo berlusconiano per boicottare il nostro cinema ? Domande che rimandano al vecchio leit motiv, l’antico adagio: quale è l’origine delle fortune berlusconiane da Milano 2 alla televisione ? Quali sono stati – e forse sono tuttora – i rubinetti dell’impero Mediaset/Fininvest/Publitalia/Edilnord ?

Domande non facili a cui dovranno essere fornite risposte complesse che non possono esaurirsi nella riproposizione stantia del mito dell”uomo che si è fatto da solo”. Qualche raggio di luce filtra fra le nuvole e possiamo intravedere i colori di quei capitali… Le banche sindoniane e quelle a conduzione socialista e craxiana, la loggia P2, Cosa Nostra siciliana, ecc… “Di me cosa ne sai” suggerisce l’intervento di altri soggetti: quelle potentissime major hollywoodiane che hanno imposto il loro dominio incontrastato sulla cinematografia mondiale. Non possiamo escludere a priori l’intervento di quelle lobbies che molto investono sulla macchina spettacolare hollywoodiana, probabilmente e prevalentemente italoamericane (leggi mafie italoamericane) ed ebraiche, con l’aggiunta magari di potenti organizzazioni settarie sul modello di Scientology la quale ha esercitato ed esercita un forte ascendente su alcune delle più note star e attori di Hollywood come Tom Cruise – da alcuni considerato addirittura il vero capo – e John Travolta. Domande che ancora attendono risposte… Domande attinenti all’ennesimo “mistero italiano”… Chi e perché ha ucciso il cinema italiano ?
Forse, ma non bisogna farsi eccessive e soverchie illusioni, qualche risposta verrà dall’inchiesta giudiziaria sulla compravendita dei diritti cinematografici americani da parte della Mediaset…

Da uno sguardo pasoliniano cambia il paesaggio…

Il paesaggio del mutamento antropologico del popolo italiano…

Sullo sfondo di questo quadro piuttosto desolante l’apertura di centri commerciali, grandi megasupermercati dell’audiovisivo come i Blockbuster, i multiplex, le multisale cinematografiche, ecc…

Quel panorama si divide fra il dominio globale e globalizzante del cinema a stelle e strisce e quella televisione berlusconiana molto casereccia, becera e provinciale che ha invaso la casa di ogni famiglia italiana, volente o nolente…

All’inesorabile calo di spettatori nei cinema si accompagna la progressiva affermazione delle pellicole statunitensi “più o meno hollywoodiane” a scapito di quelle italiane.
Basterebbe dare una scorsa alle classifiche degli incassi delle stagioni cinematografiche di venti, trenta e quarant’anni fa per prendere atto di questa tendenza che pare inarrestabile.
In passato le preferenze del pubblico italiano si sono indirizzate sui prodotti della nostra cinematografia piuttosto che sulla concorrenza hollywoodiana e dovrebbe fare male – a chi ha occhi, orecchie e cervello per intendere – constatare che nelle stagioni più recenti quasi esclusivamente le “squisitezze” dei vari De Sica e Boldi sono state in grado di reggere all’ondata del cinema mainstream del cinema americano. Non lamentiamoci troppo, però… Dagli USA approda in Italia ogni scarto di magazzino possibile e anche ai limiti della inguardabilità, specie se di tratta di pellicole del recente filone “demenziale” (o demente ?).
Intanto chiudono le piccole case cinematografiche del nostro paese e si moltiplicano gli studi televisivi.

“Video killed the cinema stars”…

Jalongo affronta senza reticenze il tema della “colonizzazione dell’immaginario” effettuata dagli americani attraverso il cinema hollywoodiano interpellando anche registi stranieri di caratura internazionale quali il tedesco Wenders e l’inglese Ken Loach. La suddetta operazione culturale “deculturalizzante” ha una portata globale nel suo tentativo di annullare la concorrenza di tutte le cinematografie straniere – italiana, francese, inglese, spagnola , tedesca, ecc… non importa – a vantaggio e profitto della “American way of life”. Potessimo almeno godere della visione di opere di ottima o pregevole fattura ! Invece, secondo la logica american – hollywoodiana, i film vengono realizzati secondo una logica puramente industriale e standardizzata, impacchettati e venduti come una qualsiasi merce. Siamo alla mercificazione e alla reificazione del processo artistico e creativo che, anche e soprattutto grazie agli incredibili investimenti e spese di produzione, non può non generare povertà di contenuti, miseria estetica e cattivo gusto imperante nelle sue molteplici e gratuite forma (certa rappresentazione del sesso e della violenza, i dettagli raccapriccianti, l’effettismo e il sensazionalismo, la volgarità e il turpiloquio a piene mani, ecc…).
Strumento principe della colonizzazione dell’immaginario attuata dal sistema hollywoodiano è la multisala ove sono generalmente concentrate le pellicole d’oltreoceano. Non stupisce che questi “luoghi”, questi nuovi templi dello “spettacolo mercificato” appartengano perlopiù alle major hollywoodiane, a questi colossi che si sono ormai imposti come onnipresenti multinazionali dell’audiovisivo. E, altrettanto, non stupisce l’analogo ruolo ricoperto dalla Medusa, la casa di distribuzione e produzione cinematografica berlusconiana, anch’essa proprietaria di multisale colme e ribollenti di proiezioni di film americani. In gioco è il controllo della cultura e dell’immaginario e, accanto ad essa, il monopolio dei mercati dell’audiovisivo. In tutto e per tutto gli americani partono avvantaggiati: a differenza degli altri paesi l’industria hollywoodiana può fabbricare i suoi sogni con il sostegno delle Ambasciate nei vari paesi. Molto attive nella “promozione culturale americana”, le varie sedi diplomatiche hanno aperto sezioni che si dedicano in maniera pressoché esclusiva alla promozione dei propri prodotti filmici.
A queste autentiche invasioni “culturali” gli altri paesi, come la Francia, cercano di resistere come possono… Ormai lontana dal suo glorioso passato di celluloide, l’Italia mostra invece tutta la sua fragilità non potendo andare oltre una legge che ancora una volta finisce per subordinare il sostegno e la rinascita del cinema ai consueti criteri clientelari. Tuttavia avevamo già appreso in precedenza lo scarso amore dei politici per il cinema e nulla può più ormai sorprenderci.

Dominio incontrastato di Hollywood, berlusconismo imperante nello spettacolo e nella cultura prima ancora che nella politica, diffidenza di politici, scarsi investimenti, ecc… Sono ipotesi sufficienti a spiegare il tracollo del cinema italiano ? Oppure anche gli addetti ai lavori – produttori, registi, sceneggiatori, attori in taluni casi – portano il peso di qualche responsabilità. L’autore è sufficientemente onesto e accorto da non schivare la questione affidandola soprattutto alle parole di Paolo Sorrentino, il regista del “Divo”, il quale riconosce una diffusa mancanza di coraggio negli autori italiana, quasi un’incapacità di raccontare le storie di questo paese.

Penuria di talento, scarso coraggio, incapacità di rappresentare la “realtà…
In questo contesto non si può non sentire la mancanza e la nostalgia dei Fellini, degli Antonioni, dei Visconti, dei De Sica, dei Rossellini, dei Pasolini e, ancora, dell’impegno dei Rosi e dei Petri, per citare solo alcuni celebri nomi… Un tempo film come “Il Divo” e “Gomorra” non erano merce poi così rara.
E’ comunque certo che non si può ridurre la questione al mero dato economico o a quello, pure connesso, del controllo della (sub)cultura di una nazione.

In conclusione i limiti di “Di me che ne sai” risiedono probabilmente soprattutto nel mezzo scelto per affrontare il tema, il “mistero italiano” sottaciuto. Nonostante la tesi l’opera di Jalongo è efficace soprattutto nell’avanzare talune scomode domande piuttosto che nell’approfondimento delle tesi. La forma del documentario cinematografico “a tesi” – e il discorso vale in questo caso come in quello di “Videocracy” e perfino in quelli dei docu-film di Michael Moore – finisce per “ingabbiare” l’intero percorso analitico ed investigativo. A mio giudizio la scrittura rimane la forma più adatta per “narrare” magari la storia della “cultura” nell’Italia repubblicana attraverso l’evoluzione – o involuzione a seconda dei punti di vista – nel complesso dei vari settori dell’industria mediatica, dello spettacolo, dell’intrattenimento e dell’audiovisivo e il ruolo di queste ultime nella trasformazione postmoderna del nostro paese. Si potrebbe magari abbinare un volume di approfondimento ad un documentario filmico. Ciò non sminuisce, tuttavia, il valore complessivo dell’opera che, secondo il sottoscritto, meriterebbe di essere proiettato nelle scuole italiane, ma noi non abitiamo in un paese normale… Noi attraversiamo quell’universo vagamente “concentrazionario” – un campo di concentramento soft – di cui parlava Pasolini anche se non abbiamo abbastanza coraggio per ammetterlo pubblicamente. In qualunque modo si voglia ribaltare e girate il tema si è costretti sempre a tornare alle parole e alle immagini concepite dal poeta friulano.

Il “mistero” dell’assassinio del cinema italiano non può essere svelato, ma noi sappiamo…

Intuiamo i nomi dei mandanti e degli esecutori, ma non abbiamo le prove…

Dobbiamo accontentarci – al momento – di quella Verità che non può essere espressa e che attende, come e soprattutto in altri casi, di essere pronunciata…

Torniamo ancora una volta a quei giovani che ignoravano l’esistenza, la storia e il ruolo di un grande regista come Fellini, chiudiamo gli occhi e pensiamo per una volta ancora a questo paese in cui il virtuale ha letteralmente divorato il reale, in cui il reality ha preso il posto della realtà, in cui il voto più importante è quello del “Grande Fratello” e l’Italia che conta quella “vippara” dei presentatori ed anchor man televisivi, dei cantanti, degli attori , dei calciatori, delle veline, delle pornostar, ecc… Nel preciso istante in cui “immaginiamo” un paese del genere, un mondo che ha sganciato da sé ogni residuo di realtà, cominceremmo anche ad attendere con ansia che qualcuno “racconti” quel paese, qualcuno che recuperi la realtà.

Scopriremmo che, se nulla sappiamo del glorioso cinema del nostro passato, ugualmente conosciamo del nostro presente e della nostra contemporaneità…

Sempre in attesa di un autore, un regista o un filmaker che abbia la forza, il talento e il coraggio di “scrivere il romanzo italiano”, sia pure in forma di immagini…

“Di me cosa ne sai”: visione vivamente consigliata e, se verrà pubblicato il DVD, non lasciatevi sfuggire l’occasione…

HS
Fonte: www.comedonchisciotte.org
8.11.2009

Pubblicato da Davide

  • dr34m1ng

    bellissimo articolo. Complimenti.

  • oldhunter

    Non ci si può esimere dal complimentarsi vivamente con il/i redattore/i di ComeDonChisciotte per l’intelligenza nella sapiente scelta degli articoli che appaiono nel blog. È sicuramente questo a dare al sito una indiscutibile superiorità sugli altri. Bravissimi! Ma un elogio solenne bisogna tributarlo allo sconosciuto HS e al suo magistrale affresco degli ultimi cinquant’anni della storia d’Italia visto sotto l’angolazione della cinematografia nazionale. L’argomento meriterebbe sicuramente di essere ampliato in un libro.

  • Tonguessy

    Splendido articolo.
    “secondo la logica american – hollywoodiana, i film vengono realizzati secondo una logica puramente industriale e standardizzata, impacchettati e venduti come una qualsiasi merce.”
    Beh, se è per questo non solo i film sono merce. Ci siamo dimenticati la musica? Le major fanno investimenti mirati, concedono finanziamenti proporzionali ai ricavi desunti dalle proiezioni delle statistiche. E’ tutto un diagramma a torta con previsioni di spese e relativi guadagni a seconda del genere musicale o cinematografico. Tutta merce, insomma, l’arte conta poco.

  • stefanodandrea

    Articolo splendido.
    Il limite di internet appare quando ci si trova davanti ad articoli come questo. Che non solo esprimono una idea o sollevano un interrogativo, bensì svolgono un ragionamento e dosano passaggi logici e informazioni.
    Dopo averli letti o, più spesso, dopo aver condotto la lettura fino ad un punto rilevante, si pensa qualche cosa del genere: “devo stamparlo, leggerlo per bene, e collocarlo accanto all’altro che pure parlava di Fellini e la pubblicità; ma dove avrò riposto le stampe di quell’articolo?”. E poi si volge la mente, con nostalgia, ai libri e si vorrebbe che l’articolo fosse stato pubblicato e raccolto in un volume.
    Complimenti

  • vic

    Anzitutto grazie a CDC per la recensione cinematografica qui sopra.

    Un appunto laterale in forma interlocutoria ci vuole.
    Non e’ forse il caso di affiancare ai traduttori gli stringatori?
    Non tutti hanno la voglia ne’ il tempo ne’ la pazienza di leggere paginate su paginate. A mio avviso il formato del web e’ la schermata (ciao Vezzali). Poi ognuno ha la sua opinione. Esiste la finestra infinita, si sa’, che sarebbe il rotolo in forma informatica. Ma chi la richiede piu’ la Bibbia in forma di rotolo? Nelle librerie si vendono in genere libri e non rotoli. Il formato del libro e’ la doppia pagina, che grosso modo corrisponde ad una schermata. E se ci fate caso, pure nel web ad un certo punto si passa al formato PDF, che mio nonno chiama formato libro.
    Insomma l’avrete capito sono del partito blog=schermata, ben conscio che esistono tanti altri partiti.

    C’e’ gia’ la Randazzo che fa’ una fatica boia a stringarsi un po’. Le starebbe bene un bel bustino di quelli d’antan, tutti stringhe. Barnard invece se la cava bene con la lunghezza. Ne’ troppo corto, ne’ troppo lungo. Racconta cose complesse usando relativamente poco spazio. Bisogna dire che e’ favorito essendo stato un mezzobusto, o quasi.

    Eh lo so’, anche i giornali hanno degli inserti lunghetti ogni tanto. Pero’ gli editoriali non sono rotoloni da cucina, solitamente.

    Ispiriamoci ad Ungaretti va’, che descrive l’infinito con una micro-poesia:
    M’illumino d’immenso.

    Salutino a tutti.

  • stefanodandrea

    Come sempre, Vic è almeno interesante.

    E se dopo che sia stata letta la prima schermata il lettore dovesse fare un secondo clic per passare alla seconda schermata?

    Non scherzo. Che la forma di internet sia la schermata è vero. E tuttavia, gli articoli che stanno in una schermata hanno necessariamente una loro struttura “semplice”, che è sempre la medesima: sollevano un interrogativo; descrivono un fatto; esprimono una valutazione; svolgono al più un passaggio.

    Gli editoriali stanno bene su internet e ugualmente gli elezeviri e gli articoli di cronaca. Il problema sono l’articolo centrale della pagina della cultura, gli articoli degli inserti, sovente lunghetti, appunto, ma anche gli articoli (piuttosto) brevi che si pubblicano su riviste.

    Siccome internet tende a sostituire i quotidiani e quindi in parte anche le riviste (il tempo dedicato ad internet sostituisce il tempo che prima dedicavamo a quotidiani e riviste: non si aggiunge; si sostituisce), potremmo ritrovarci, in breve tempo, con una minore capacità di seguire discorsi analitici e di concentrarci su testi impegnativi.
    Il problema mi sembra che esista.

  • egoland

    La cosa drammatica (e parlo della musica poiché mi riguarda) è che da molto tempo la gente ha cambiato la prospettiva riguardo a ció che è arte. Parlo del linguaggio, ad esempio: oggi la parola “artista” non ha più senso. Tutti si definiscono “artista”, sembrando l’unico discrimine il fatto di emettere qualche gesto di fronte a un numero di persone avendo un certo seguito. Oltre a ció, l’arte viene definita da secoli in base a chi la recepisce (il pubblico) e non in base a ció che è. Se questo è un parametro relativo, come lo sono stati tutti nel corso della storia, ora ci si abitua a pensare che se qualcosa ha successo, allora è arte. Al punto che nelle discussioni da bar, se critichi un “artista” famoso, come minimo ti senti rispondere che sei invidioso perché questi vende e arriva al cuore della gggente. Chi ha dato una fugace occhiata ai programmi della de filippi sa di cosa parlo…
    Un saluto

  • Tonguessy

    La gggente è ormai istruita a panem et circenses: tutti a fare i precari dal lunedì al sabato e la domenica allo stadio. I venerdì sera si passano nel pub ad ascoltare le tribute band, ultima degenerazione artistica partorita dall’attuale generazione di cloni: fotocopie di riassunti dei soliti deja vu.
    E giù ad applaudire ubriachi al solito motivetto, quello che le radio sottoposte alla dittatura delle chart trasmettono in continuazione.
    Nel delirio semantico attuale si confonde la trasgressione con il conformismo, la stupidità con l’innovazione, l’intelligenza con la massificazione.
    L’offerta culturale prevede solo copie sbiadite di vecchi deja vu: il melodico alla Orietta Berti ma suonato con chitarre distorte (sai che trasgressione!) oppure il melodico alla Orietta Berti suonato con chitarre distorte.
    Insomma possiamo scegliere.
    Notevoli poi i gestori: consapevoli della fame di spazi e di luoghi “di cultura” si sono nel corso degli anni tramutati in arpie imprenditorialculturali e la prima cosa che chiedono ai cosiddetti artisti non è il pedigree (anche volendo non ne saprebbero valutare il significato) ma l’incasso; l’unica cosa che preme loro è sapere quanti barili di birra avranno spillato a fine serata. La qualità della proposta musicale è un dato irrilevante. Anzi, meglio se ragazzotti di primo pelo, quelli consumano ciascuno una ricarica da 50 per avvisare tutta la tribù del grande avvenimento, e suonano anche gratis. Cercano visibilità, devono fare gavetta, vogliono la loro occasione.
    Non si potrebbe chiedere di più: musica gratis, pubblico numeroso. Ecchissenefrega se invece di musica fanno solo rumore.

  • stefanodandrea

    Cari Egoland e Tonguessy state scrivendo lo stesso articolo, esprimendo il medesimo pensiero. Quanti siamo a pensarla così? Non è un profilo secondario di un progetto politico. Che cosa si dovrebbe volere per cambiare rotta? Come si può opporre a questa realtà un’altra realtà magari minoritaria? E’ necessario, dal punto di vista logico, prendere il potere? Si può astrattamente pensare che siano sufficienti centri educativi? Gli ultimi sopravvissuti finiranno per unirsi in una nuova nobiltà e per lanciare la sfida guerriera? Ditemi come ci sottrarrà, se mai accadrà, al potere del capitale, che organizza la vita in funzione di sé medesimo, utilizza gli uomini come pedine di una scacchiera, prevede che il pedone in ottava venga “promosso” consumatore e che sia pure tutelato? Provate a ipotizzare guardando lontano e a pensare che tutte le circostanze siano favorevoli: come accadrà che almeno un popolo si liberi del dominio del capitale e si erga di esempio agli altri popoli?

  • Tonguessy

    Per quello che mi riguarda la risposta è sempre la stessa: potere come servizio alla cittadinanza. Investimenti culturali che, come magistralmente sottolineato nell’articolo di HS, forgiano la conoscenza prima e l’economia dopo. Presenza dello Stato nell’educazione in base a precisi criteri di merito culturale. Creazione di poli culturali non necessariamente asserviti alle logiche del capitale e del guadagno. Potrei continuare a lungo.
    Quello che è stato fatto negli ultimi decenni è stato dare peso al grande capitale svuotando per necessità di bilancio tutti i comparti decentrati.
    Una politica intelligente farebbe il contrario: decentralizzare il faraonismo finanziario sostenendo quei comparti multiculturali.
    L’articolo sostiene che questa politica ha funzionato egregiamente finchè è stata sostenuta.

  • Stopgun

    venduti come una qualsiasi merce.

    I film non sono una qualsiasi merce, sono lo strumento di conquista delle menti!

    I Fellini, Antonioni, Rossellini hanno concordato, dal punto di vista psicologico, i loro copioni con Hollywod.

    Per questo hanno ricevuto aiuti ed onorificenze.

    Anche Pasolini qualche piccolo peccatuccio l’ha commesso.

    John Kleeves non vi ha detto nulla?

  • egoland

    Tonguessy ha descritto perfettamente una situazione che ho vissuto per diversi anni, ma devo dire che almeno in Spagna, dove ora vivo, le cose non vanno molto meglio. Finché non inizierà lo Stato a sovvenzionare e stimolare decentemente la cultura, continueremo a raschiare il fondo del barile, e solo troveranno spazio casi eccezionali e fortuiti in mezzo al ciarpame imperante. Francamente in Italia non saprei dire chi sia in grado, fra i politici, di sostenere un progetto di questo tipo provando a nuotare controcorrente. Mi sembra da ingenui perfino pensarlo…
    La cultura in senso lato, è uno degli elementi che stimolano le persone a pensare con la propria testa, anziché farsi ‘tele’guidare. Perció sono pessimista, perché è chiaro che da anni si è intrapresa la direzione opposta e prima di intravedere la ripresa dovrà passare molto tempo.

  • Tonguessy

    Per quello che mi riguarda ho appeso le mie chitarre al chiodo. Se negli anni ottanta alle feste dell’Unità gli anziani mi chiedevano il “tango delle capinere”, oggi sono i ventenni che mi chiedono gli hit della trimurti (blasco, pelù, ligabue). L’incapacità di ascoltare proposte musicali alternative da parte degli anziani trova una qualche giustificazione, che non concedo ai giovani.
    E le interminabili e umilianti anticamere per vedere se esiste la possibilità di suonare in qualche pub, con il solito gestore che prima ti chiede il demo, poi non l’ascolta, e alla fine ti dice di andare a parlare, negli orari che decide lui (solitamente a decine di km di distanza da dove abito) per scoprire che le condizioni capestro (riempirgli i locali con gli amici, pagare niente i musicisti, nessun rimborso spese viaggio, garantito solo un panino e una birra a testa etc..) potevano essere chiarite per telefono, inventato apposta per evitare di buttare all’aria soldi e tempo.
    Ma no, Lui ti vuole vedere, vuole farti assaggiare, novella camicia bruna dell’imprenditoria del nuovo millennio, il suo potere; vuol farti capire che tutti gli anni che hai speso studiando sono niente, quello che conta sono i suoi guadagni. La tua strumentazione frutto di tanti anni di accurate selezioni sono nulla in confronto alla sua macchinetta per spillare birra.

    E ATTENZIONE! Non è che gli enti locali siano meglio. Ci ho provato anche lì: organizzare un festival. Quello che il comune mi ha concesso sono le sedie, per il resto dovevo mettermi d’accordo con degli organizzatori e specularci sopra oppure perderci. Ah, le sedie servivano a farmi pagare la tassa di occupazione di suolo pubblico, circa 1000€.
    Cultura, eh? Mi fermo qui prima che il vomito salga troppo.

  • Tonguessy

    Prima che mi dimentichi: ho un amico che è già 10 anni che per fare “gavetta” va a suonare in giro per 50€ (per tutta la band, 5 persone).
    Un gestore trentino (lui è veneto) gli chiede quanta gggente gli porta nel suo locale.
    Simpatico, no?

  • mat612000

    C’è da cavarsi gli occhi a leggerlo tutto…peccato…fin dove ho retto era interessante…

  • InsolitoEs

    La cura delle piante

    http://www.youtube.com/watch?v=rzGsHtdcSdQ

    Buona Visione