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DESTRA/SINISTRA: VERSO LA FINE DI UNA DIVISIONE ?


 

DI ALAIN DE BENOIST

Si è soliti far risalire la comparsa delle nozioni di destra e di sinistra al 28 agosto 1789, data in cui gli Stati Generali, riuniti sin dal mese di maggio e trasformati in Assemblea Costituente, intavolarono a Versailles un dibattito sul diritto di veto del re. I partigiani di questo diritto di veto vennero a posizionarsi alla destra del presidente dell’esecutivo, mentre i loro avversari si installarono alla sua sinistra. Si trattava dunque, in origine, di una distinzione puramente topografica. Questa opposizione sinistra-destra ha nondimeno conosciuto, nel corso di due secoli, la fortuna straordinaria di cui tutti sanno. Tutta la questione che si pone è di sapere se l’ asse sinistra-destra sia ancora pertinente oggi per analizzare la vita politica, o se questa divisione, nata con la modernità, non stia scomparendo insieme ad essa. Personalmente, ritengo che la seconda ipotesi sia quella buona, anche se l’opposizione sinistra-destra continua apparentemente a strutturare il campo politico, in particolare in occasione delle grandi scadenze elettorali. A questo riguardo, mi atterrò a tre categorie di osservazioni.

1) Da qualche anno, tutti i sondaggi effettuati in Europa concordano nel dimostrare che agli occhi di una maggioranza di cittadini la divisione sinistra-destra è sempre più sprovvista di significato. La sinistra e la destra sussistono, ma sussistono come delle “immagini spaziali” dal contenuto impreciso: ciò che le distingue viene percepito in misura sempre minore. In Francia, a marzo 1981, il 33% degli elettori stimavano che le nozioni di destra e di sinistra fossero superate e non permettessero più di rendere conto delle posizioni dei partiti politici. A febbraio 1986, erano già il 45% a stimarlo; a marzo 1988, il 48%; a novembre 1989, il 56%. Quest’ultima cifra si ritrova in occasione degli altri due sondaggi pubblicati a dicembre 1990 e a luglio 1993. Da allora, non sembra essere variata.

Questa evoluzione è notevole per almeno tre ragioni. Innanzitutto, perché manifesta una tendenza che si accentua regolarmente: di anno in anno, la differenza fra la sinistra e la destra perde un po’ più della sua visibilità. In secondo luogo, perché si tratta di un’evoluzione rapida: è bastata una decina di anni perché la credibilità della distinzione sinistra-destra perdesse più di 20 punti nell’opinione pubblica. Infine, perché questa evoluzione si verifica in tutti i settori dell’opinione pubblica: un sondaggio realizzato ad aprile 1988 ha anche permesso di constatare che è proprio a sinistra che questa convinzione riguardo al carattere obsoleto delle nozioni di destra e di sinistra ha progredito maggiormente dal 1981.

Una delle cause principali di questa evoluzione dipende dal “riposizionamento al centro” dei programmi dei partiti politici. L’accumularsi delle delusioni e delle disillusioni provocato dal crollo di ideologie poc’anzi egemoni, che ha toccato il suo apice con l’implosione del sistema sovietico nel 1989, ha fatto perdere ogni credibilità a modelli storico-sociali di tipo rivoluzionario o restaurazionista. L’idea che possano ancora esistere vere alternative politiche si è in ugual misura cancellata. Dal momento che il dibattito finisce sempre più col riguardare non tanto le finalità della vita sociale, quanto i mezzi migliori per raggiungere degli obiettivi sociali che quasi nessuno mette più in discussione, la vita politica sembra ridursi ad una semplice alternanza fra il centrodestra e il centrosinistra o, se si preferisce, fra il social-liberismo e il liberalismo sociale. I programmi dei partiti si distinguono quindi in misura sempre minore, il che spiega la personalizzazione sempre più accentuata dei confronti elettorali: gli uomini politici sono “lanciati” come delle marche pubblicitarie, dato che la vita politica è sempre più una questione di “immagine” e di comunicazione. Lo stesso fenomeno, del resto, è ugualmente percepibile nel mondo dei media. La stampa di opinione scompare a poco a poco, mentre il contenuto dei principali giornali o dei programmi dei diversi canali televisivi diventa intercambiabile.

La crisi della rappresentanza è una delle conseguenze dirette di questo riposizionamento al centro. Contrariamente a quanto affermano i teorici del “mercato politico” (secondo i quali l’elettore si definisce innanzitutto come un agente che cerca, in occasione degli scrutini, di massimizzare razionalmente il suo migliore interesse), il voto è in effetti prima di tutto un mezzo di rappresentanza e di affermazione di sé. Ora, quando l’elettorato ha la sensazione che nessuna alternativa gli sia offerta dai partiti che si disputano il potere, questo elettorato non può che disinteressarsi di un gioco politico che non gli permette più di esprimere attraverso il suffragio un’appartenenza o un’affiliazione. L’esito di quella che Pierre Rosanvallon ha chiamato la “democrazia di identificazione” si traduce allora nell’aumento dell’astensione. In certi paesi, non è più raro il fatto che il numero dei votanti non rappresenti che una minoranza rispetto agli iscritti.

Un’ altra conseguenza del riposizionamento al centro dei partiti politici è il notevole aumento della volatilità elettorale. Questo fenomeno, che va di pari passo con la cancellazione delle famiglie politiche tradizionali, consiste per l’elettore nel “provare” successivamente partiti diversi, cercando di prendere a destra e a sinistra tutto ciò che gli sembra buono – con un effetto di rotazione tanto più rapido quanto più regolarmente le sue speranze sono deluse. Anche qui, fornirò l’esempio della Francia. Nel 1946, François Goguel aveva calcolato che, fra il 1877 e il 1936, l’equilibrio delle forze fra l’insieme delle destre e l’insieme delle sinistre non era mai variato di più del 2%. Oggi si sa che il 17% degli elettori di estrema sinistra alle legislative del 1986 hanno votato per un partito di destra al primo turno dell’elezione presidenziale del 1988 – e che, viceversa, il 60% degli elettori di François Mitterrand nel 1988 si sono rifiutati di votare socialista nel 1993.

Tutta questa evoluzione ha come sfondo un incontestabile declino della sfera politica. Questo declino interessa varie dimensioni. Secondo l’analisi classica che ne aveva fatto Carl Schmitt negli anni Trenta, la sfera politica è sempre più privata delle sue prerogative da parte della doppia polarità della morale, rappresentata dalla voga dell’ideologia dei diritti dell’uomo, e dell’economia, rappresentata dall’onnipotenza dell’ideologia della merce e del profitto. In data più recente, la globalizzazione ha comportato una cancellazione relativa delle frontiere che, al di là della crisi generalizzata delle istituzioni alla quale assistiamo, ha colpito in pieno gli Stati-nazioni che erano stati gli attori principali della vita politica all’epoca della modernità: gli stati e le nazioni perdono ogni giorno un po’ più della loro importanza a vantaggio delle comunità e delle reti.

Ma occorre ugualmente tener conto della tecnica. Da parecchi decenni, non è più tanto dalla vita politica, quanto dallo sviluppo incontrollato (e sempre più rapido) delle tecnologie che risultano le principali trasformazioni sociali: la contraccezione, l’automobile, la televisione, la rete Internet, domani le biotecnologie, per non citare che qualche esempio, hanno cambiato la vita delle società più radicalmente di quanto non sarebbe stato capace di fare alcun atto di governo. Parallelamente, si è assistito al progresso di un pensiero tecnico che tende spontaneamente ad instaurarsi come “pensiero unico”. La sua caratteristica principale è quella di portare a credere che le scelte politiche e sociali siano un puro affare di competenza razionale, cosicché per ogni problema non possa esservi che un’unica soluzione. L’azione politica si trova così ad essere ridotta al rango di una semplice tecnica di gestione amministrativa, il che non manca di contribuire all’abbandono di ogni riflessione sulle finalità sociali, ma anche all’idea che le tendenze profonde della vita sociale rientrano oramai nel campo dell’ “ineluttabile”. Questa è, beninteso, una negazione dell’essenza della sfera politica, ma anche della vita democratica, nella misura in cui, come ha scritto Pierre Rosanvallon, per gli esperti, “il pluralismo risulta sempre o da un malinteso, o da una mancanza di intelligenza: da una parte, ci sono gli esperti che sanno, dall’altra, degli individui che non sanno. Ai secondi basta essere razionali, bene informati, per conformarsi al parere dei primi”.

2) Non toccherò in questa sede il problema di sapere se la destra e la sinistra si possano analizzare in modo retrospettivo come delle essenze, degli idealtipi, dei tipi psicologici, degli aggregati ideologici, ecc. Sono sempre esistite diverse destre e diverse sinistre, e resta ugualmente aperto il problema di sapere se alcune di queste destre ed alcune di queste sinistre non abbiano avuto, in passato, più affinità fra di loro di quanta non ne avessero con le loro presunte rispettive famiglie. Ciò che vorrei sottolineare, e questa sarà la mia seconda osservazione, è il fatto che i principali dibattiti che, nel corso di due secoli, avevano mantenuto la distinzione destra-sinistra, sono oggi essenzialmente terminati.

Il primo di questi dibattiti è quello che si riferiva alle istituzioni. E’ ovviamente cominciato con la Rivoluzione del 1789 ed ha opposto per poco meno di un secolo i fautori della Repubblica, i partigiani di una monarchia costituzionale ed i nostalgici della monarchia di diritto divino. Il secondo dibattito, a partire dagli anni 1880, riguardava la questione religiosa. Tale dibattito, che opponeva i fautori di una concezione “clericale” dell’ ordine sociale ai partigiani di una concezione puramente laica, si è tradotto per vari decenni in polemiche così violente che, per qualche tempo, è sembrato anche identificarsi interamente con la divisione destra-sinistra. Ora, questi due dibattiti oggi sono divenuti obsoleti. Le famiglie di pensiero ostili alla Repubblica sono state progressivamente respinte ai margini del ventaglio politico. Tutti oggi sono democratici, o almeno sostengono di esserlo. Le definizioni date qua e là della democrazia possono certo variare, se non opporsi, ma è già significativo il fatto che la discussione avvenga riguardo al medesimo referente democratico (ed al suo interno). Quanto al criterio religioso, esso da molto tempo non è più un criterio di identificazione che possa far prevedere dei comportamenti politici.

L’ultimo dibattito è il dibattito sociale. Intrapreso nel 1830, quando il capitalismo si impose alle forme economiche ereditate dal passato, aprendo in tal modo il fronte di una lotta di classe fra la borghesia e il proletariato, tale fronte si è accentuato con lo sviluppo della società industriale, la nascita del socialismo e lo sviluppo del movimento operaio. Interrotto per qualche tempo in occasione dell’ “unione sacra” della Prima Guerra Mondiale, dal 1917 esso si è risollevato con forza. Sul piano politico, a partire dal 1920, essere di sinistra non significa più solamente essere repubblicano (poiché tutti sono repubblicani), né essere laico (poiché vi sono dei cattolici di sinistra). Vuol dire essere socialista o comunista. Divisa fra riformisti e rivoluzionari, la sinistra si identifica allora con la pianificazione e con il controllo dell’economia da parte dello Stato, dato che il suo obiettivo è quello di assicurare l’emancipazione collettiva, per mezzo di istituzioni economiche e sociali che realizzino una sorta di contrattualismo generalizzato, attraverso la collettivizzazione dei mezzi di produzione.

Questo progetto statale e produttivistico è crollato sotto l’effetto congiunto della scomparsa del modello sovietico e dell’esaurimento dello Stato-Provvidenza, mentre la classe operaia, divenuta essa stessa sempre più riformista e fautrice del consumerismo, non cessava di evaporare quantitativamente. Un po’ dappertutto, la sinistra ha aderito in maggioranza all’economia di mercato, se non alla logica del capitale, della quale non è stata l’ultima a favorire il progresso. 

Ancora verso la metà degli anni Sessanta, più si era cattolici, più si votava a destra; e, sul piano sociale, più si era operai, più si votava a sinistra. Dieci anni più tardi, questo già non era più del tutto vero, data la progressione del voto di sinistra degli strati medi stipendiati, dei quali gli effettivi sono più che raddoppiati fra il 1954 ed il 1975 per l’espansione del settore terziario e dei servizi. Da allora, questo movimento si è ampiamente sviluppato. In Francia, il sentimento di appartenenza a una classe sociale, così come lo misurano regolarmente i sondaggi, è caduto dal 68% del 1976 al 56% del 1987 – ed è maggiormente calato presso gli operai, passando dal 74% al 50%. Quanto al voto cattolico, esso si distribuisce ormai in tutti i settori dell’opinione pubblica: fra il 1978 ed il 1988, la correlazione fra voto di destra e pratica religiosa è calata di venti punti.

A partire dagli anni 1990, la sinistra ha cominciato a perdere la sua base popolare. In Francia, il 75% degli operai avevano votato per i partiti di sinistra alle legislative del 1978. Non erano più che il 42% nel 1993. Viceversa, mentre solo il 20% dei dirigenti d’azienda, che rappresentano gli strati borghesi degli stipendiati, avevano votato a sinistra nel 1973, sono stati il 51% di loro a farlo nel 1997 (ed anche il 69% per quanto riguarda i dirigenti del settore pubblico). 

Questo fenomeno di “gentryficazion” della socialdemocrazia si osserva oggi un po’ dappertutto. In Austria, l’entrata al governo del partito di Jörg Haider ha avuto per causa principale un trasferimento di voti dell’elettorato operaio. In Italia, i partiti di sinistra non hanno smesso da qualche anno di perdere voti negli antichi bastioni industriali e operai del nord del paese. In Spagna, i sindacati dei salariati hanno aderito massicciamente al centrodestra di José Maria Aznar. Altrove, è a vantaggio di formazioni “trasversali”, atipiche o populiste, che l’antico voto di sinistra si è spostato. I conflitti sociali ovviamente non sono scomparsi, ma non possono più essere ricondotti meccanicamente a una dimensione di classe: il fenomeno dell’esclusione, generato dalla comparsa di una disoccupazione non più congiunturale, ma strutturale, attraversa le antiche frontiere sociali.

(Jörg Haider)

Uno dopo l’altro, i criteri che si supponeva fossero costitutivi della divisione sinistra-destra tendono a cancellarsi. Di fronte a una destra spesso tacciata di conservatorismo, la sinistra ha a lungo asserito di rappresentare il partito del movimento del progresso. Oggi, è il “turbocapitalismo” liberale ad essere all’avanguardia del progresso tecnologico e della globalizzazione finanziaria, mentre le critiche più significative, e a volte le più pertinenti, nei confronti di questo progresso tecnologico e di questa globalizzazione provengono dai partiti “verdi”, che in genere sono classificati nella parte sinistra del ventaglio politico.

Anche la nozione di uguaglianza, della quale Norberto Bobbio persisteva di recente a fare il discriminante essenziale della divisione destra-sinistra, ha perso della sua importanza. Nell’analisi classica di sinistra, la disuguaglianza era posta come oppressiva a priori, tanto che la libertà era in qualche modo votata a negare se stessa, nella misura in cui, permettendo le disuguaglianze, portava a creare oppressione. Oggi, numerosi uomini della sinistra hanno rinunciato a credere che l’uguaglianza delle condizioni sia possibile, se non auspicabile. Molti distinguono ancora fra disuguaglianze “giuste” e “ingiuste”, si preoccupano di uguaglianza delle possibilità più che di uguaglianza dei risultati – e, piuttosto che di uguaglianza astratta, preferiscono parlare di equità (il che implica il fatto di tenere conto delle situazioni particolari degli individui e dei gruppi). Viceversa, a destra la nozione di disuguaglianza, nel senso politico del termine, è stata oggetto di una rivalutazione positiva – uguaglianza sostanziale che risulta non tanto dall’affermazione di un diritto, quanto dal riconoscimento di uno statuto: i cittadini di un paese democratico debbono godere di diritti politici uguali, non perché la loro natura o le loro capacità sono identiche, ma perché sono ugualmente cittadini di questo paese.

3) La mia ultima osservazione sarà più breve. Essa consiste in questa constatazione del fatto che la divisione sinistra-destra semplicemente non permette più di comprendere, di analizzare, né soprattutto di prevedere le prese di posizione suscitate dagli avvenimenti ai quali assistiamo. Che si tratti della Guerra del Golfo o dell’intervento della NATO in Kosovo, della riunificazione della Germania e delle sue conseguenze, dei negoziati in seno all’Organizzazione Mondiale del Commercio (OMC), delle controversie a proposito delle identità culturali e del multiculturalismo, del centralismo e del federalismo, della parte di autonomia attribuibile alle regioni, della globalizzazione, delle biotecnologie, ecc., tutti i grandi dibattiti che hanno avuto luogo in questi ultimi anni hanno prodotto delle distinzioni che non possono essere ridotte alle divisioni tradizionali. Le linee di frattura sono oramai trasversali: passano all’interno della destra come all’interno della sinistra, che dividono e ricompongono in maniera inedita. Sapere di qualcuno che è “di destra” o “di sinistra” non permette dunque in nessun modo di sapere ciò che pensa concretamente delle principali questioni con le quali questo inizio del XXI secolo si confronta. La divisione destra-sinistra non è più operativa come griglia di lettura

dell’avvenimento.

*
“La forma politica della modernità, ha scritto Serge Latouche, è allo stremo perché ha finito la sua corsa. La destra e la sinistra hanno realizzato il loro programma nei suoi aspetti essenziali. La destra illuminata e la sinistra rivendicavano l’eredità dei Lumi, ma né l’una né l’altra la rivendicavano interamente. Ciascuno ha visto realizzarsi la sua parte di programma. La sinistra, il cui immaginario si ricollega al versante radicale dei Lumi, adorava il progresso, la scienza e la tecnica; da Condorcet a Saint-Simon, si ritrovano i medesimi temi. La destra liberale ed illuminata, da Montesquieu a Tocqueville, esaltava la libertà individuale e la concorrenza economica. La sinistra reclamava il benessere per tutti, e la destra la crescita e il diritto di godere del frutto delle proprie imprese. Non senza sussulti e crisi, lo Stato moderno ha realizzato tutto ciò”.

Si avrebbe torto a concludere che le tesi sulla “fine della storia” o sulla “fine delle ideologie” sono giustificate. Stiamo assistendo piuttosto all’inizio di una nuova fase storica e alla creazione di nuove concrezioni ideologiche. Il fatto che, nel corso degli ultimi due secoli, il contenuto della divisione sinistra-destra sia cambiato costantemente mostra che non esistono né “destra metafisica” né ” sinistra assoluta”, ma solo delle posizioni relative e dei sistemi di relazioni, che si compongono e si ricompongono continuamente; se li si vuole comprendere, non li si può astrarre dal loro contesto. In ogni epoca, certe opposizioni scompaiono o perdono della loro importanza, mentre altre, che sembravano secondarie, vengono improvvisamente ad occupare il primo piano.

La crisi attuale della divisione destra-sinistra non significa dunque che non ci saranno mai più destra né sinistra, ma vuol dire che nell’epoca della tarda modernità – o della postmodernità nascente – questa divisione ha perso l’essenziale di ciò che prima costituiva la sua giustificazione. L’avvenire vedrà la creazione di nuove divisioni, poiché la vita politica implica malgrado tutto il mantenimento del pluralismo e della diversità, ma queste nuove divisioni non potranno essere ridotte a quelle che abbiamo conosciuto fino ad ora. Il dibattito fra i fautori del federalismo e quelli dello Stato-nazione, quello che oppone i liberali ai comunitari, per non prendere in considerazione che due esempi, non hanno evidentemente più niente a che vedere con la distinzione sinistra-destra. Riflesso di un’epoca che si conclude, quest’ultima ha fatto il suo tempo. E’ un cambiamento di paradigma quello al quale assisteremo.

Alain De Benoist
Fonte:www.opifice.it/
Link:http://www.opifice.it/bendes.htm
settembre/ottobre 2005
 

Pubblicato da Davide

  • marko

    Scusate, Tony Blair è di sinistra? E il Movimento Sociale Italiano, al di là dei gagliardetti e dei saluti fascisti, non era forse più “di sinistra”, più vicino alle esigenze degli operai, di quanto non lo sia oggi un Rutelli? Anche la Lega, quando nacque, per certi aspetti, poteva essere vista “di sinistra”.

    L’articolo è interessante, ma secondo me si rischia di pensare che, se non esiste più la distinzione tra destra e sinistra, non esistono più nemmeno i problemi che l’hanno originata. Invece non è per niente così. Esiste ancora una bella fetta popolazione che avrebbe bisogno di più eguaglianza sociale; se fossi un lavoratore co.co.co., non potrei far altro che votare Bertinotti. La vera distinzione la fa, oggi come allora, il Capitale: chi ce l’ha e chi non ce l’ha. I politici ormai sono delle farse, pagate da chi il capitale ce l’ha. E fanno la scenetta del buono e del cattivo, ma tanto poi, la guerra di Clinton in Kosovo l’ha appoggiata D’Alema come Berlusconi quelle di Bush, la “flessibilità” è una creatura di Prodi, ecc. ecc. Guardate il mondo quanto trema qunado Zapatero osa fare qualcosa di veramente di sinistra.
    Il fatto è è che sono tutti pagati dagli stessi datori di lavoro: l’Fmi e le grandi multinazionali. Queste sì che sono la vera destra, che si oppongono al progresso e all’eguaglianza, e financo al concetto di repubblica, visto come calpestano la sovranità nazionale con idee tipo WTO.

    Insomma, forse la mancanza di separazione tra sinistra e destra è solo una manovra del Capitale (guarda caso, il concetto di Marx calza acora alla perfezione) per limitare ancora di più il potere “del popolo sovrano”.

  • Raskiy

    Questo articolo e’ sicuramente una provocazione e niente di piu’. Comunque il fotomontaggio fa arrabbiare. Mettere sullo stesso piano rivoluzione e controrivoluzione e’ teoricamente e storicamente inaccettabile. Non puo esistere un “progressismo di destra” e neanche una “destra rivoluzionaria”, questi concetti sono semplicemente non affiancabili. Nessuno ha mai sentito parlare di un movimento reazionario e di consequenza di “destra” abbattere una classe politica e sociale reazionaria. Comunque i reviosionisti, rinnegati, traditori, e agenti di potenze straniere, che si considerano di sinistra sono forse veramente di sinistra?
    La differenza fondamentale non e’ tra destra e sinista ma tra rivoluzionari e controrivoluzionari, tra coloro che vogliono mummificare un sistema economico, politico e sociale gia in decomposizione, e coloro che vogliono seppellire questa salma.

  • Zret

    Che cos’è la destra? Che cos’è la sinistra? Cantava Giorgio Gaber: l’Unione è di sinistra? Ne dubito. Anche Bertinotti: la rivoluzione nei salotti.

  • nicola

    Complimenti! Bei commenti! E’ tutto quello che sapete dire?
    Quando la smetterete di avere reazione isteriche e comincerete a ragionare?
    L’articolo di de Benoist mi sembra molto interessante. Anche da un punto di vista operativo. Sull’esistenza dei fenomeni che analizza sfido chiunque a contestare. ANch’essi devono essere tenuti in considerazione da chi vuole essere veramente consapevole di cosa sta succedendo nel mondo. E’ facile rifiutare certe analisi solo perché contraddicono la nostra visione delle cose (e magari attaccano delle idee a cui siamo morbosamente ed acriticamente abbarbicati) invece che fare uno sforzo di acquisire nuovi elementi sulla realtà circostante, di accogliere nuovi spunti intelligenti ed integrarli colla propria visione del mondo arricchendola.
    Le indicazioni di De Benoist sono interessanti perché derivano non tanto da un’analisi della realtà politica, bensì da quella della percezione di essa. Questo aspetto è di grande importanza per chi, come quelli che frequentano questo sito, è profondamente scontento della direzione che sta prendendo la storia dell’umanità. L’unica strada percorribile è acquisire a questa causa il maggior numero di persone possibile risvegliando la loro capacità critica, stimolando le loro coscienze. Ma per fare ciò bisogna avere una teoria dei meccanismi che agiscono nella testa delle persone, avere un’idea abbastanza precisa dei contenuti che la abitano ed essere consapevoli di come questi due elementi interagiscano. Altrimenti si agisce in modo del tutto casuale e si risulta delle campane che suonano a vuoto. Smettetela di lamentarvi se le persone attorno a voi non accolgono il verbo. Se ciò accade è un problema vostro che non sapete confezionare in maniera adeguata il messaggio.
    L’articolo in questione da un contributo su come le popolazioni dei paesi industrialmente avanzati – europei, direi – nel loro complesso hanno cominciato a reagire di fronte agli innegabili cambiamenti epocali sul piano del comportamento politico. Non da poi molti elementi ma può esser un buono spunto per crearsi degli schemi interpretativi nuovi e più efficaci per capire meglio chi ci sta attorno.
    Quindi abbassate la cresta e mettevi nell’ottica che per svolgere un ruolo positivo per voi e per il vostro prossimo dovete ancora imparare parecchio, specialmente sul piano della qualità dei vostri strumenti concettuali – lo si capisce con estrema chiarezza dalle vostre parole.