DALLE URNE SPUNTA UNA TEOCRAZIA

DI MASSIMO FINI

Non è ancora finito lo spoglio delle schede che gli sciiti, forti di un suffragio vicino, se non superiore, al 70%, che li porterà ad avere nel nuovo parlamento iracheno 150 seggi su 275, cioè la maggioranza assoluta, presentano già il conto: chiedono che la prossima Costituzione e, di conseguenza, la legislazione sia fondata sulla Sharià, la legge coranica, e che quindi l’Iraq diventi una Repubblica teocratica sul modello iraniano.Tutti i saggi religiosi, gli iman e la maggioranza del popolo domandano all’Assemblea nazionale che l’Islam sia nella prossima Costituzione permanente e la fonte della legislazione. Occorre rifiutare qualsiasi norma contraria all’Islam» si legge in un proclama reso noto nella città santa di Najaf dallo sceicco Ibrahim Ibrahimi rappresentante del grande ayatollah Mohammed Ishaq al-Fayad che è uno dei cinque componenti del “Consiglio supremo dei dotti”, di cui fa parte anche l’ayatollah Al Sistani, e che rappresenta in pratica il gruppo dirigente di quell’Alleanza irachena unita, che ha stravinto le elezioni. Una sorta di campana a morto per gli americani che avevano molto pompato in questi mesi il “grande ayatollah” Alì Al Sistani considerandolo un “moderato”.Ora, Al Sistani era un “moderato” nel senso che capiva bene che non c’era alcun bisogno di essere un estremista, armi in pugno, alla Moqtada Al Sadr, dal momento che gli sciiti avrebbero vinto a redini basse le elezioni. Adesso che le elezioni sono alle spalle la “moderazione” di Al Sistani diventa molto più problematica.

Anche volesse essere ligio alle promesse fatte a suo tempo agli americani, avrebbe molte difficoltà a mantenerle senza rischiare grosso, politicamente e personalmente, perché effettivamente la volontà della maggioranza dei religiosi e della popolazione sciita, cioè di coloro che fra poco avranno in mano, almeno formalmente, il legittimo potere in Iraq, è per una Repubblica teocratica di tipo iraniano (del resto sciiti iracheni e sciiti iraniani sono la stessa gente, sono della medesima pasta).

Ora, se si pensa che nelle more della prima Guerra del Golfo gli americani fecero di tutto per scongiurare questa ipotesi, mantennero addirittura in sella Saddam Hussein, che pur, col suo attacco al Kuwait, era stato il principale responsabile del conflitto, dandogli anzi licenza di “gasare” sciiti e curdi iracheni con quelle “armi di distruzione di massa” che a suo tempo gli avevano fornito per combattere l’Iran khomeinista, si capisce in quale cul de sac gli Stati Uniti siano andati a cacciarsi.

Se si oppongono all’ipotesi teocratica, contro la volontà della maggioranza degli sciiti, trionfatori al vaglio del voto, dimostrano nel modo più plateale che le elezioni del 30 gennaio erano solo una farsa che non aveva lo scopo di portare una vera democrazia (in cui la volontà della maggioranza, per quanto sgradita, dovrebbe essere legge), ma solo quello di legittimare l’invasione e l’occupazione. Se non si oppongono avranno in Iraq una teocrazia molto vicina politicamente proprio a quell’Iran che oggi è da loro considerato il primo della lista dei Paesi dell'”asse del male” perché, circondato da Stati che ce l’hanno, vuole anch’esso munirsi di armi atomiche (mentre l’Iraq di Saddam Hussein era nemico giurato dell’Iran khomeinista e postkhomeinista). In quanto ai sunniti l’idea di avere sulla testa gli odiati avversari sciiti non li convincerà certamente ad abbandonare la guerriglia, al contrario. Ma c’è di più e di peggio. Una Repubblica teocratica irachena può andare ancor meno bene ai curdi che sono musulmani all’acqua di rose e sono innanzitutto curdi. Se sinora sono stati buoni e alleati leali degli americani è perché si illudevano di ritagliarsi all’interno del nuovo governo iracheno una fetta di potere sufficiente a fare del proprio territorio una sorta di “zona franca” semiindipendente. Una Repubblica teocratica esclude questa ipotesi e scatenerà le loro mai sopite, e sacrosante, voglie secessioniste. E il secessionismo curdo provocherà, a sua volta, la reazione armata della Turchia che teme il contagio ai milioni di curdi che vivono nel suo territorio e sotto il suo tallone di ferro (per decenni fra l’Iraq di Saddam Hussein e i vari governi turchi c’è stato un patto leonino per bastonare, insieme, i curdi, le truppe dei due Paesi avevano licenza di invadere i confini altrui per inseguire e massacrare gli indipendentisti curdi, iracheni o turchi che fossero). Gli americani, a questo punto, non potranno che intervenire a favore della Turchia, il loro vero, grande, alleato nella regione, cercando di tagliar le unghie ai curdi iracheni che si andranno così ad unire alla guerriglia sunnita e a quella internazionale sotto il comando di Al Zarqawi.

Se le cose dovessero andare davvero così – ed è molto probabile – gli americani col loro intervento in Iraq avrebbero raggiunto questi formidabili risultati: 1) creare in Iraq una zona franca in cui accorre tutto il terrorismo internazionale; 2) mettere al posto di una dittatura una teocrazia, il che, dal punto di vista democratico, non è il massimo; 3) avvicinare l’Iraq all’Iran cioè al Paese che considerano attualmente il loro nemico principale o, peggio, porre le basi per l’unificazione, in un vicino futuro, fra l’Iran e l’Iraq sciita; 4) scatenare l’indipendentismo curdo che può mandare a fuoco non solo la Turchia ma l’intera regione. E tutto questo al prezzo, per ora, di 120 mila morti iracheni, di più di 1500 soldati americani uccisi e di un discredito e di un isolamento internazionale, per aver aggredito uno Stato sovrano senza nessuna credibile giustificazione, che nessuna propaganda può occultare.

Massimo Fini
Fonte:www.gazzettino.it/
8.02.05

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