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DAL LOW COST ALLA DECRESCITA COME VIVREMO COL PETROLIO OLTRE I 200 DOLLARI

DI GIAMPAOLO FABRIS
La Repubblica

Il greggio a 200 dollari. Il greggio a 300 dollari. Cosa significherebbero scenari tanto devastanti per i consumi? Apocalittici ma non impossibili, almeno il primo. Per il secondo ricordo soltanto che era comunque fra le provocazioni del World Economic Forum di quest’anno. Con il greggio a 200 dollari lo scenario non è difficile da prevedere: basta estrapolare i meccanismi che i consumatori hanno messo a punto in questi anni per confrontarsi con una congiuntura così sfavorevole. Il punto di partenza non può che essere il precipitare di una parte consistente di famiglie al di sotto della soglia di povertà. Ma anche difficoltà generalizzate di accesso ad una molteplicità di consumi da parte di vasti settori dei ceti medi.
Il primo acquisto a contrarsi è quello più esplicitamente chiamato in causa dal caro greggio ed anche quello che pesa di più sul budget familiare: l’auto non si sostituisce, si usa sempre meno, i nuovi acquisti privilegiano modelli a consumi ridotti. L’epoca dei Suv mangia benzina si è per sempre conclusa. Il nomadismo – uno dei trend più significativi degli ultimi decenni – tende a ridursi a livelli fisiologici. Perché accanto all’auto diverranno generi improponibili anche i lunghi viaggi che non saranno più low cost mentre la bici e gli scooter, ma non la moto, registreranno una seconda giovinezza. Le case saranno sempre più fredde d’inverno e l’aria condizionata d’estate, laddove gli impianti esistono, ridotta alle giornate torride. Gli acquisti alimentari invertiranno la tendenza degli ultimi anni a una minore incidenza sul budget e riprenderanno a presidiare una quota importante della spesa. Fenomeni oggi di nicchia come i farmers market, i kilometro zero con cibi locali e di stagione che abbattendo l’intermediazione consentono di contenere fortemente i prezzi ma anche la ripresa dell’autoproduzione agricola e più in generale dell’agricoltura coinvolgeranno segmenti crescenti della popolazione. L’inquietante fenomeno dello spreco (sino ad un quinto della spesa alimentare) scomparirà radicalmente. L’hard discount – che non pesa adesso su più del 10% degli acquisti – tenderà ad approssimarsi a quel 50% esistente in Germania che non cessa di turbare i sonni dell’industria di marca. Ed accanto all’hard discount si potenzieranno tutte quelle formule – dagli outlet ai mercati rionali, dagli spacci aziendali ai negozi dell’usato ma anche forme inedite di baratto – che già adesso stanno divenendo familiari agli italiani. Si ridurranno le quantità acquistate, le frequenze di consumo, tutti i beni di sostituzione – in primis l’abbigliamento – subiranno un forte rallentamento. Il macro fenomeno sarà verso versioni di marche/prodotti meno costosi e vedrà un forte ritorno dell’unbranded. Presumibilmente non si contrarrà la frequentazione di Internet, alleato prezioso nell’individuare soluzioni o opportunità che possano consentire di gestire una situazione tanto difficile.

Lo scenario 300 dollari appare, a chi scrive, incompatibile con un’economia capitalistica così come oggi la conosciamo. Per cui o verrà fronteggiata con azioni adesso imprevedibili ma sempre possibili come il controllo manu militari delle zone dei pozzi da parte di consorzi di nazioni (quelle del G8?) oppure i grandi totem che il capitalismo ha sempre considerato come irrinunciabili dovranno venire profondamente rivisitati. In primis il concetto di crescita. Potrebbe allora trovare spazio e legittimazione, sia pure in maniera surrettizia ma che importa, quell’inevitabile decrescita di cui da tempo si parla. Intesa non come dramma o catastrofe ma come scelta doverosa e opportuna a fronte della limitatezza delle risorse, non solo di carburanti, del pianeta. Decrescita non come parola d’ordine di pochi intellettuali disadattati. Forse, invece, la nascita di un grande movimento di massa che smonti i concetti di felicità e di benessere, di telos e di futuro costruiti sino ad oggi per sostituirli con altri. Facendo cioè di necessità virtù. Un processo non all’insegna della depressione o del regresso ma come consapevole e condiviso superamento di un periodo storico – quello attuale che verrà ricordato non come un eden perduto ma come affetto da bulimia economica e dei consumi. Come patologia quindi.

Giampaolo Fabris
Fonte: www.repubblica.it
Link: http://www.repubblica.it/supplementi/af/2008/07/21/economiaitaliana/016consumo.html
21.07.08

Pubblicato da Davide

  • GiuseppeManeggio

    “Decrescita non come parola d’ordine di pochi intellettuali disadattati”…
    a me sembra che il disadattato sia proprio il giornalista di Repubblica drogato dal dogma della crescita infinita. Forse preoccupato che il Gruppo l’Espresso possa non ricevere più i contributi annuali dallo stato? E lui non possa godere di tutti gli attuali benefici che la casta giornalistica attualmente possiede?
    A me sembra che Giampaolo Fabris parli di Decrescita senza aver letto una sola pagina di Latouche, altrimenti capirebbe che non si tratterebbe di una bulimia economica e dei consumi ma di una ricollocazione degli scambi mercantili che avrebbero carattere locale e fuoriuscirebbero dal controllo della mistica del PIL e ovviamente di una ridefinizione delle risorse energetiche non più basata sulla speculazione a favore di pochi ma su di una base di logica scientifica più umana.

  • vraie

    la decrescita è parte fondamentale del costituendo GovernoUnicoMondiale,
    non è una sciagura meteorologica