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DA DANIEL DEFOE A MARX

L’individuo e la collettività

DI EGDAR BOLANOS MARIN

Tacnacomunitaria

Daniel Defoe scrisse la sua opera principale: Robinson Crusoe, ispirato dalla volontà d’isolamento di un marinaio, Alexander Selkirk. Il successo lo spinse a pubblicare una seconda parte, Ulteriori avventure di Robinson Crusoe, con le quali si diluisce la sostanza dell’opera maestra. Si è dovuto attendere l’Emilio di Rousseau per tornare a prestare attenzione al mito robinsoniano. Defoe costruisce –nella solitudine del suo eroe – una società ideale totalmente al margine del mondo. Una “collettività” di un solo membro. Cosciente che sopravvivrà solo stabilendo relazioni sociali, Robinson si obbliga ogni giorno a parlare con se stesso, rappresentando vari personaggi per non diventare pazzo. Robinson sa che dal monologo interiore a quello esteriore, dalla riflessione a sproposito, dall’uomo sensato al pazzo da legare, lo separa soltanto il sottile filo di circostanze che spezzano la sensatezza del più sensato. Il soliloquio fa parte dei sintomi della pazzia. Dato che l’uomo non viene al mondo provvisto di uno specchio, egli si vede riflesso solo negli altri uomini. È attraverso l’altro che si percepisce la propria corporeità, la forma che riveste il genere umano. Da lì ne consegue che la personalità è materia impossibile nell’uomo isolato.

Nella società contemporanea, il vortice dei mercati e delle nuove tecnologie (per esempio internet), accentuano la solitudine dell’uomo sociale. L’ autostima, come problema sociale, è diventato un vero e proprio flagello del XXI secolo. L’impotenza sociale e politica dell’individuo genera impotenza personale, che si esprime sotto forma di perdita dell’autostima, di confusione sessuale e di inversione della rabbia verso se stessi, la quale dà luogo a un comportamento autodistruttivo. Questo si verifica perché la personalità è il risultato di una specifica cultura strutturata per il tramite di relazioni sociali: i tratti genetici e le attitudini individuali si sviluppano e diventano significativi solo attraverso l’esperienza in un mezzo sociale e culturale. La spersonalizzazione dell’uomo attuale è un sottoprodotto dell’uomo di pezza che il regime economico e l’educazione borghese promuovono come standard per il mercato globalizzato.

A partire dal XVII secolo i filosofi prestarono un’attenzione via via crescente alla “libertà individuale” nella stessa misura in cui il capitalismo si trasformava nell’economia dominante. Prima di ciò, il concetto aristotelico “l’uomo è per natura un animale sociale (zoon politikon)” aveva acquisito la santità di un dogma, perché le condizioni sociali di vita conducevano verso quella direzione.
Fino al termine del medioevo, l’opinione predominante era l’idea aristotelica, come sottolinea Burckhart: “L’uomo era cosciente di se stesso solo come membro di una razza, popolo, partito, famiglia o corporazione; solo attraverso una categoria generale”. (1) Quando questo dogma ha perso platealmente la propria forza nei secoli XIX e XX, esso è stato sostituito con la credenza che la libertà fosse intrinseca all’individuo isolato, come se fosse un “diritto naturale”. La libertà individuale diviene un dogma conforme allo sviluppo delle relazioni capitaliste di produzione. Ogni individuo può mantenere relazioni contrattuali libere con altri individui al fine di comprare o vendere tutto quanto gli appartiene, includendo la sua forza lavoro.

Scrive a tal proposito Johann Goethe in Gli anni di apprendistato di Wilhelm Meister: “Non isolato e solitario, ma insieme ai suoi simili fa fronte al mondo” (2). L’individuo che lotta solo per se stesso esiste esclusivamente nell’immaginario di economisti o registi di film, nel “soffio ispiratore” di filosofi borghesi o nelle vittime innocenti delle loro pazzie. L’individuo isolato è una finzione filosofica, segnala categorico il sociologo Ely Chinoy. L’antitesi fra l’ individuo e il gruppo è un’antitesi falsa, aggiungono Rumney e Maier. Per questo Marx ironizza “la produzione realizzata fuori della società da un individuo isolato è qualcosa di tanto assurdo come lo sarebbe lo sviluppo del linguaggio senza la presenza di individui vivi che parlino assieme”. (3) Gli uomini producono solo collettivamente. La vita produttiva è una vita generica. È la vita che crea vita. La vita stessa appare soltanto come mezzo di vita.

L’individualismo contro tutte le credenze è meno individuale di quello che si pensi nel sentire comune dell’uomo medio. Perciò non è per niente strano che la lente del tempo (la scienza storica) scopra che la produzione sociale sia il punto di partenza per rappresentare l’avventura umana. Non invano con Marx si è scoperta la chiave per comprendere tutta la storia della società attraverso la storia dell’evoluzione del lavoro. La vita produttiva senza lavoro è un controsenso, come assurda è la fantasia umana dell’uomo solitario. La vita dell’uomo è il lavoro. Senza il lavoro gli esseri umani non sono niente, si sentono sminuiti, si sentono molto meno del guardiano di casa che abbaia (ovvero del cane, NDT). Non potrebbe essere altrimenti perché il lavoro crea l’uomo, lo fa sentire parte di una collettività e, per ciò, un essere importante come fattore produttivo.

Da lì nasce la morale dei produttori che Mariátegui stimava tanto. Il concetto dell’uomo solo s’intende vincolato all’insieme di uomini. Questo è il senso della visione leninista: “L’individuale esiste solo nella connessione che conduce all’universale. L’universale esiste solo nell’individuale e attraverso l’individuale.” (4) In qualche modo, com’è noto, il fattore individuale permette di per sé di spiegare lo sviluppo collettivo. Però l’economia politica borghese, a cui piace tanto Robinson, pretende spiegare la società a partire dal soggetto individuale disdegnando il complesso sociale, motore di tutte le trasformazioni storico- sociali.
Marx non si sbaglia nel dire che “il cacciatore e il pescatore individuali e isolati, da cui sono partiti Smith e Ricardo, formano parte delle finzioni del secolo XVIII”. (5) Un modo di vedere semplificato e frammentario considera l’evoluzione a partire da individui isolati, non individualizzandosi nel processo storico, dove la merce e il commercio sono fattori essenziali nel processo di individualizzazione.
Il processo di individualizzazione dell’umanità ha il suo punto di partenza nell’emancipazione dell’uomo rispetto alle sue condizioni naturali e primitive di produzione. Gli antichi organismi sociali di produzione si fondavano sull’immaturità dell’uomo individuale, ancora non liberato dal cordone ombelicale che lo legava ad altri esseri della stessa specie.
Gli uomini entrano nella storia – dice Marx- così come primitivamente escono dal regno animale nel senso stretto ancora semi-animali. L’economia di sussistenza sostiene il collettivismo, il suo carattere gregario nella dipendenza degli uni dagli altri. Lo scambio di mercanzia inizia lì dove termina la comunità e l’esistenza dei mercati ha come precondizione lo sviluppo della divisione sociale del lavoro. L’economia di sussistenza le segue come un’economia di abbondanza, un’epoca di abbondanza crescente, però miserabile e egoista. La civiltà ci porta il progresso. Superabbondanza per alcuni e miseria per la maggioranza.
Marx aveva ragione segnalando che man mano che si sarebbe incrementata la produttività, la valorizzazione del mondo umano sarebbe cresciuta in ragione diretta alla valorizzazione del mondo delle cose. Il lavoratore diventa una merce tanto più economica quanto più produce. In questa epoca gli corrisponde la scissione dal prodotto del lavoro in cosa utile e cosa di valore. (6)

Cioè, quando un oggetto utile oltrepassa le necessità immediate del proprietario potenzialmente si sdoppia o si converte in valore di cambio. Questo sdoppiamento si materializza soltanto nello scambio dove si realizza come mercanzia.
Con l’aumento della produttività del lavoro si propaga la proprietà privata e il cambio, la differenza di fortuna, la possibilità di impiegare forza lavoro straniera e, con ciò, la base degli antagonisti di classe. La proprietà privata della terra, i greggi, gli oggetti di lusso, portano all’interscambio ( dal baratto alla compra-vendita), alla trasformazione dei prodotti in merce. È abitudine di guerra che le conquiste includano all’appropriazione di terre i loro componenti, cioè gli uomini che la portano a frutto e i loro beni. Inventato il commercio appaiono le merci e gli uomini come oggetti. (7)

Nei manoscritti parigini del 1844 Marx commenta l’abisso che c’è fra genere e individuo: “Il lavoro alienante trasforma la natura in qualcosa di estraneo all’uomo, lo fa diventare estraneo a se stesso, alla propria funzione attiva, alla sua attività vitale. Fa della merce qualcosa di estraneo all’uomo, fa che per lui la vita generica si converta in vita individuale (…) fa diventare opposte fra loro la vita individuale e quella collettiva. (…) La vita produttiva però è la vita della specie. È la vita generatrice di vita.” (8)

La società umana ha dovuto raggiungere un alto grado di sviluppo per percepire il conflitto alle sue origini. L’uomo oggetto appare nella storia vari millenni fa. Da schiavo e padrone si arriva a signore e servo, fino a padrone e operaio, che chiude il ciclo del processo di individualizzazione dell’uomo sociale. L’uomo oggetto moderno può essere superato nella vita collettiva solo come essere generico, la merce umana è superata da un essere umano socialmente naturale nella vita produttiva basata sulla cooperazione di individui distinti ma universali.

Tacna, 28 settembre 2010

Edgar Bolaños Marín
Fonte:http://tacnacomunitaria.blogspot.com
Link: http://tacnacomunitaria.blogspot.com/2010/10/de-daniel-defoe-karl-marx.html
15.10.2010

Traduzione a cura di ANTONIETTA BANDELLONI per www.comedonchisciotte.org

Note:

[1] Jacob Burckhart, The Civilization of the Renaissance in Italy, Editorial Phaidon Press, Londra, 1965, p. 81
[2] Johann Wolfgang von Goethe, citato nella Teoria de la enajenación de Marx (La teoria dell’alienazione in Marx), de István Mészáros, Ediciones Era, 1978, México, Pag. 297.
[3] Karl Marx, Contributo alla critica dell’economia politica, edizioni Estudio, Bs.As., 1973, Pag.194
[4] V. I. Lenin, Cuadernos filosóficos, Ob. Comp., Tomo XLII, editorial Cartago, Bs. As., 1972, Segunda edición, Pag. 329
[5] Karl Marx, Contributo alla critica dell’economia politica, edizioni Estudio, Bs.As., 1973, Pag. 193. In una lettera di Engels a Marx del 19/11/1869 gli scrive: “…tutto ciò si può scusare fino ad un certo punto fra gli antichi economisti, incluso Ricardo: loro non vogliono saper niente di storia. In tutta la loro concezione, non tengono più in conto della storia degli autori del secolo dei lumi. La digressione suppostamente storica non è altro che un modo di parlare o un artificio letterario che permettono di rappresentare in modo razionale la nascita di questa o quella nozione.”
[6] La merce appare quando l’uomo supera produttivamente le tre necessità: lavoro, tempo e prodotto dando origine ai tre complementari: lavoro, tempo e prodotto che rendono possibile la scissione del risultato lavorativo. Vedere la Crescita, lo sviluppo e il progresso di Ramón García Rodríguez, edizione elettronica, 12 novembre 2006.
[7] La guerra è antica quanto l’esistenza simultanea di vari gruppi sociali in contatto. Fino ad allora non si sapeva che fare con i prigionieri di guerra; semplicemente si uccidevano e prima ancora erano mangiati. Si inventò la schiavitù. La forma più semplice e spontanea di questa gran divisione del lavoro è stata proprio la schiavitù. Anche per lo schiavo si è trattato di un progresso: i prigionieri di guerra divenuti schiavi conservavano almeno la vita mentre precedentemente venivano uccisi o arrostiti. Senza dubbio, l’antropofagia, vecchia abitudine di mangiarsi i prigionieri, non scompare all’arrivo dell’Homo economicus. Durante la barbarie erano utili ai vincitori come pasto. Nella civiltà si sostituisce la legge economica: il pesce grande divora quello piccolo, legge naturale che giustifica “uccidere il mondo”, assassini affinché alcuni vivano meglio di altri: “Forse non sbagliava Linguet, nella sua Teoria delle leggi civili, quando afferma che la caccia è la prima forma della cooperazione e la caccia di uomini (la guerra) è una delle prime forme di caccia.” (Marx)

[8] Karl Marx, Manuscritos económico-filosóficos, 1844, en Escritos económicos varios, Editorial Grijalbo, S.A., México, 1962, Pág. 67.
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Pubblicato da Truman

  • Tonguessy

    L’ autostima, come problema sociale, è diventato un vero e proprio flagello del XXI secolo.
    Questo grazie all’etica protestante, che vuole l’individuo responsabile delle sorti della società. “Non chiedetevi cosa la società possa fare per voi, ma cosa potete fare VOI per la società”-JFK. Anche una mente brillante come Kennedy vuole precisare che le reti sociali non esistono più, inghiottite dalla necessità di lasciare spazio ai “migliori” (quelli che sgomitano meglio) dimenticando che solo una minima percentuale potrà emergere (secondo tali criteri) mentre la grande maggioranza sarà costretta ad ammettere il proprio diverso status sociale. Che non viene percepito come accettazione del proprio ruolo ma come palese fallimento. La società non farà nulla per noi: siamo orfani e dobbiamo provvedere all’oneroso funerale dei nostri genitori. Questo dice Kennedy, erede di quei pionieri che così allegramente hanno sterminato i Nativi invece di percorrere la strada della coesistenza pacifica.


    La vita dell’uomo è il lavoro. Senza il lavoro gli esseri umani non sono niente, si sentono sminuiti

    Balle colossali! Questa Verità è del tutto funzionale all’etica protestante Kennediana. Non a caso è proprio nella patria di tale etica che nascono gli Hobo, gente che fa del non-lavoro il motivo della propria esistenza. E che vengono continuamente cacciati dai vari vigilantes perchè esempio nefando di una società che potrebbe altrimenti imparare un certo distacco da quell’Arbeit Mach Frei affisso sul cancello principale di Auschwitz.

  • AlbertoConti

    Io ho vissuto un anno a Tacna, e ti assicuro che lì la “logica protestante” non c’entra un tubo. Certo c’è l’influenza USA, soprattutto nella nuova borghesia che rappresenta la vera classe dominante e rampante. Ma prevale pur sempre un senso della vita diametralmente opposto al nostro, nel quale l’influsso delle civiltà precolombiane si respira ancora palesemente. Semmai il cristianesimo imposto è di stampo cattolico, opposto anch’esso, in tutt’altro modo, alla “logica protestante”.

  • Tonguessy

    Mai detto che non esistano luoghi dove l’etica protestante ha scarso rilievo.
    La globalizzazione però tende a spianarle la strada. Vedi come siamo ridotti qui da noi, distanti molti anni-luce da com’eravamo solo 30 anni fa. Il processo passa attraverso l’uso massiccio di media zeppi di pubblicità. Macchine lussuose, ragazze scosciate, luoghi esotici, tutto parla di poca modestia e troppa voglia di emergere. Corona docet. Quelli come lui hanno costante bisogno di circondarsi di oggetti per riempire il proprio vuoto esistenziale. Si comprano l’autostima nelle boutique o nel salone di lusso. Se non ce la fanno cadono in depressione. Il che, tutto sommato, è pur meglio che trovarseli sempre nei media.

  • Tetris1917

    Con questi temi, riportati con bravura e correttezza da Bolaños, si potrebbe citare pure:
    “Also sprach Zarathustra. Ein Buch für Alle und Keinen” Nietzsche.
    E’ in questa ottica, di scontro tra individuo isolato ma iperformato dalla sua esperienza, quasi ascetica, quasi piena di illuminazione ultraterrena. E un individuo iper-sociale, incastrato nei rapporti di produzione e di lavoro produttivo di Marx e di tutti i materialisti; che si e’ sviluppata la dialettica del novecento. Se vogliamo, ancora una derivazione Hegeliana della tesi-antitesi. E’ la terza via che manca oggi, e soprattutto una lettura della realta’ che defenestri completamente questi due mostri sacri del pensiero moderno.

  • Truman

    @Tonguessy: il lavoro esisteva anche prima dell’etica protestante, che comunque è sparita da tempo. Maurizio Pallante in I monasteri del terzo millennio invitava a ritrovare l’ora et labora dei benedettini.

  • Tonguessy

    Sì, vero. Ma ben prima dei Benedettini e fino all’introduzione dell’agricoltura e relative società stratificate esistevano i cacciatori-raccoglitori . E’ alle società stratificate e alle relative caste che si deve l’introduzione del lavoro, quell’attività umana che genera il plusvalore che rende possibile l’esistenza delle elites.
    Dice J. Diamond che l’introduzione dell’agricoltura (non me ne vogliano i vegani) è la radice dei mali delle nostre esistenze: sessismo, creazioni delle caste, divisione di ruoli, discriminazioni etc…Se l’esistenza dell’uomo la fissiamo nelle 24 ore, l’ora et labora inizia poco prima di mezzanotte. Nelle precedenti ore e minuti non esisteva, si viveva solamente senza concetti da cancellate di campi di sterminio (oops! concentramento, pardon).
    Il salto di qualità che l’etica protestante ha immesso nelle nostre vite è renderci RESPONSABILI della felicità delle elites. E scusa se è poco.

  • stefanodandrea

    Tonguessy scrive: La vita dell’uomo è il lavoro. Senza il lavoro gli esseri umani non sono niente, si sentono sminuiti
    Balle colossali! Questa Verità è del tutto funzionale all’etica protestante Kennediana. Non a caso è proprio nella patria di tale etica che nascono gli Hobo, gente che fa del non-lavoro il motivo della propria esistenza. E che vengono continuamente cacciati dai vari vigilantes perchè esempio nefando di una società che potrebbe altrimenti imparare un certo distacco da quell’Arbeit Mach Frei affisso sul cancello principale di Auschwitz.

    Il lavoro non può essere giudicato in astratto.
    C’è un lavoro che piace che è la passione di un uomo. Intendo il lavoro come spendita di energie psico-fisiche per raggiungere un risultato. Dobbiamo ipotizzare che il ritmo di lavoro ce lo diamo noi; che il risultato perseguito lo stabiliamo noi; che gli orari li scegliamo noi, compatibilmente con i limiti “estreni” che condizionano ogni nostra decisione. Il lavoro è anche questo. Se muoviamo dal lavoro alienato, con obiettivi definiti da altri, ritmi e orari definiti da altri, allora accogliamo un concetto particolare di lavotro: il lavoro subordinato. E rischiamo di qualificare il lavoro in base allae caratteristiche della subordinazione. Insomma predichiamo qualcosa del “genere” avendo presente soltanto la “specie”.

  • Tonguessy

    Caro Stefano,
    Il lavoro subordinato è l’unico che vada considerato vero lavoro. Il lavoro autonomo è ormai una forma di lavoro subordinato (dal tipo di pagamento, dalle consegne, dalla necessità di mantenere ed aumentare la clientela e così via). Tutto ciò che si pone al di la di quest’ottica dubito si possa ancora chiamare “lavoro”. Credi si chiami vivere. Mi piacerebbe conoscere le lingue africane per capire cosa significhi la parola “lavoro” per un Boscimane del Kalahari, o un Masai. Semmai esista tale lemma, s’intende. So ad esempio che in molte lingue africane la parola “miseria” non esiste, perchè la mancanza di merci non rappresenta un deficit sociale, come nel caso della nostra etica protestante di importazione.

  • stefanodandrea

    Non concordo. La “Repubblica promuove l’artigianato” cioè il lavoro. E a cnora esistono antiche regole che tutelano uno o altro lavoro. Che i post comunisti vogliano attuare il pensiero di Marx e quindi si sianoi dati da fare per realizzare riforme che Marx aveva previsto che si sarewbbero verificate è vero. Però così la cosa è un pò facile. Destra e sinistra legiferano perché il lavoro sia sempre più suburdinato e non autonomo. Ma l’obiettivo qual è? Il non lavoro? O ilnon lavoro subordinato? E il lavoro pubblico, d’altra parte, è lavoro subordinato? Andiamo? C’è un abisso tra le due forme di lavoro! Dunque c’è il lavoro pubblico, il lavoro subordinato alle dipendenze di privati, il lavoro autonomo, e la cooperazione, in cooperative vere e proprie e in società. CINQUE SONO LE FORME DI LAVORO.

  • Tonguessy

    E’ il lavoro (di quante categorie preferisci) che sancisce la distanza tra lavoratori e padroni o elites. Nel medioevo i nobili avevano orrore a solo pronunciare a parola “lavoro”. Oggi non va molto diversamente, pare. I padroni di ieri ostentavano ville a carrozze, quelli di oggi ville e SUV. I lavoratori di ieri come quelli di oggi possono al massimo vantarsi di possedere una casa, frutto di una vita di risparmi (o debiti) e sacrifici. L’articolo 1 della nostra Costituzione ha il coraggio di ammettere che questa è un Repubblica fondata sulla divisione sociale: padroni da una parte e lavoratori dall’altra. Certamente l’intenzione era ben diversa, nell’immediato dopoguerra. Trovare, organizzare il lavoro (e poi il diritto alla casa, alla libertà di parola e così via) era una priorità assoluta. Ma vedi un po’ come è andata a finire: siamo al punto di partenza (o quasi) con numeri sempre maggiori di persone che il lavoro lo vorrebbero, visto quel famoso articolo 1. Chiediti perchè……

  • Affus

    “” La vita produttiva però è la vita della specie. È la vita generatrice di vita.” (8) “”

    balla colossale !!
    Il marxismo è davvero la droga delle menti malate culturalmente !!
    Una societa, un qualsiasi nucleo sociale è fondato sulla famiglia i cui membri, generalmente i capi famiglia una volta , si radunano per fare delle attivita produttive dove è necessario il concorso di piu persone . Lo fanno per far sopravivvere il proprio nucleo familiare innanzitutto .
    Quindi non c’è piu prossimo di chi ci ti sta piu vicino fisicamente !

  • Affus

    “” La vita produttiva però è la vita della specie. È la vita generatrice di vita.” (8) “”

    balla colossale !!
    Il marxismo è davvero la droga delle menti malate culturalmente !!
    Una societa, un qualsiasi nucleo sociale è fondato sulla famiglia i cui membri, generalmente i capi famiglia una volta , si radunano per fare delle attivita produttive dove è necessario il concorso di piu persone . Lo fanno per far sopravivvere il proprio nucleo familiare innanzitutto .
    Quindi non c’è piu prossimo di chi ci ti sta piu vicino fisicamente !