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COS’E’ IL COLLASSO, IN FIN DEI CONTI ?

DI SHARON ASTYK
energybulletin.net

In ogni blog trovate discussioni in corso, spesso aperte da molto tempo, con numerosi commenti e con gente che invece vi si affaccia per la prima volta. Talvolta i lettori hanno un punto di vista contrario al vostro, oppure sono incuriositi o preoccupati per quel che trovano, o magari sono poco interessati; a volte partecipano attivamente, altre volte gettano uno sguardo distratto e se ne vanno. Riuscire a mantenere un giusto equilibrio tra quello che scrivete per i lettori regolari e quello che scrivete per i lettori saltuari è un esercizio sempre molto interessante, che ho dovuto recentemente affrontare: da alcuni mesi mi occupo infatti di blog scientifici e sono entrato in contatto con un mucchio di gente nuova. È un fatto positivo, che richiede però un’attenta calibrazione: che livello di conoscenza devo presupporre? Quanti concetti di base devo spiegare a quelli che non sono esperti, tornando a ripetere cose già note a molti di coloro che invece mi seguono regolarmente?
PalMD
ha di recente indicato, e gliene sono sinceramente grato, uno dei siti in cui evidentemente non sto facendo abbastanza per illustrare le mie idee ai lettori. Ha scritto infatti:

E per finire adoro Sharon Astyk su Casaubon’s Book…anche se non condivido alcuni punti fondamentali. Mi piace il suo esperimento IRL (In Real Life. NdT) per una vita (illusoriamente) sostenibile, ma la sua concezione di vita sostenibile mi sembra veramente antisociale. È un progetto per sopravvivere da soli a un disastro che distrugga il tessuto sociale. Il post di oggi parla di come far sopravvivere la famiglia creando una riserva di alimenti indispensabili, e quello di ieri parlava di come far in modo che possa profittare di tutto il cibo accantonato. Molto interessante, ma apparentemente poco utile quando si arriva a fine corsa nel mondo reale: prima di cominciare a sbranarsi a vicenda, i componenti di una qualche milizia per la supremazia bianca vi avrà sterminato per il vostro cibo.

Evidentemente sto commettendo qualche errore; tra l’altro quello di dare per scontato che la gente sappia perché dovrebbe fare scorta di alimenti, o mangiare tutto l’anno prodotti locali. PalMD ritiene che mettere da parte alimenti sia roba da apocalisse, e che in ogni caso una decisione di questo tipo sia un fatto personale e non sociale. Entro certi limiti è un principio corretto; ho scritto parecchio sull’apocalisse, un termine che è accompagnato immancabilmente da idee quali “zombie, supremazia bianca, e sciacallaggio per mangiare”.

È irritante scrivere un articolo accattivante e ben presentato e ritrovarsi con qualcuno che risponde formulando una lunga e serissima analisi, e mi dispiace doverlo fare. Nel mio caso è proprio quello che mi ha “fatto staccare” il cervello, e gli sono profondamente grato per avermi offerto l’occasione di smetterla con la critica di cui mi stavo occupando e passare a qualcosa di più interessante!

In effetti, il termine “collasso” non presuppone alcuna forma di cannibalismo nella maggior parte delle società civili, che sono ovviamente contrarie al modello “bambino allo spiedo”. I taboo contro una simile pratica sono talmente radicati che la maggior parte degli esseri umani preferirebbe morire di fame piuttosto che violarli, come vediamo nelle società con alti tassi di denutrizione (cfr il libro di Margaret Visser: The Rituals of Dinner) in cui il cannibalismo non viene mai considerato una soluzione alla penuria di cibo ma piuttosto una pratica estremamente ritualizzata e attentamente strutturata, spesso associata a una guerra formale. E non deve necessariamente far pensare a Mad Max. Ne ho già parlato nella mia risposta a Zuska , ma ho pensato di usare adesso un approccio più pragmatico: nel nostro secolo, che cosa è veramente successo quando le società sono arrivate al collasso? Ci sono mezzi per ridurre questa follia? Gli eventi storici non possono fornirci una risposta sufficientemente accurata, ma possono almeno offrirci un punto di partenza.

Da questo punto di vista, il “collasso” è in effetti un fenomeno molto comune: le società arrivano a uno specifico livello funzionale, si scontrano con limiti invalicabili (spesso ecologici, come hanno documentato tra gli altri Jared Diamond in “Collapse: How Societies Choose to Succeed or Fail” e Joseph Tainter in “The Collapse of Complex Systems”), e ricadono a un livello funzionale più basso. Quanto più basso, dipende dal modo in cui la società reagisce. Pensiamo per esempio all’Isola di Pasqua. E più di recente Ruanda e Burundi sono ripetutamente piombati in una violenza insostenibile e in guerre civili senza sbocchi, con conseguenze umane terribili e non molto dissimili da quelle di Mad Max.

D’altro canto pensiamo all’ultima società in ordine di tempo ad aver collassato: l’Islanda. Nel 2008 e 2009 l’isola, che era diventata estremamente ricca e prospera, ha conosciuto un crollo economico i cui effetti si fanno ancora sentire. Quello bancario è stato il più grave, se si rapporta alle dimensioni del paese, mai registrato nella storia economica.

Gli avvenimenti islandesi rassicureranno certamente la gente che si preoccupa all’idea di un collasso: la situazione era diventata molto sgradevole, ma in confronto al Ruanda si è trattato di poca cosa. Ci sono state manifestazioni violente, suicidi, emigrazione, e il governo è stato esautorato. Per affrontare la crisi è stato pagato un costo enorme: disoccupazione generalizzata, forte aumento dei tassi d’interesse, crollo delle importazioni, esplosione del numero di pignoramenti, necessità per molti professionisti ben pagati di riciclarsi nell’industria della pesca (e le riserve ittiche sono rapidamente calate), costi proibitivi dei beni importati, rapido impoverimento della popolazione. Ma d’altro canto i beni essenziali sono stati in buona misura preservati.

In conclusione, la prima cosa che possiamo dire del collasso è che si tratta di un evento estremamente variabile (economico, energetico, politico, o tale da sfociare in una guerra civile) e che alcuni casi sono meno gravi di altri. In effetti, Dmitry Orlov, autore di “Reinventing Collapse”, in cui paragona quello che succederà, secondo lui, negli USA con quello che è successo nell’Unione Sovietica (evento parzialmente vissuto in prima persona), ha scritto un ponderato e interessante saggio, “The Five Stages of Collapse”, , in cui si sofferma in particolare su un punto:

Anche se molti vedono il collasso come una specie di ascensore che scende al livello delle cantine (il nostro Stato 5), indipendentemente dal pulsante che abbiamo premuto, in realtà non si vede nessun meccanismo automatico di questo tipo. Passare allo Stadio 5 richiede invece uno sforzo concertato a ogni livello. Il fatto che tutti sembrino pronti a farlo può dare al collasso l’apparenza di una tragedia classica, una marcia consapevole ma inesorabile verso la perdizione, piuttosto che di una farsa (Perbacco! Eccoci allo Stadio 5. Chi ci mangiamo per primo? Cominciate con me. Sono prelibato!).

Lo ammetto, trovo estremamente difficile immaginare uno scenario in cui gli USA non collassino almeno in parte; in qualunque modo lo si veda, il paese sta correndo proprio questo pericolo. Continuiamo a proclamare che il crollo economico è stato evitato, ma in realtà lo abbiamo solo rimandato di qualche anno; cosicché l’enorme carico economico ricadrà quasi sicuramente sulle spalle di quelli che oggi hanno meno di 50 anni e delle future generazioni. Si può dire lo stesso della crisi energetica, e a maggior ragione di quella climatica. Nessuno oserà negare, penso, che le nostre politiche in queste tre aree sono a corto termine e pensate per evitare di farci subito carico del peso, non certo per sfuggire alla crisi.

Che cosa mi fa credere che le crisi saranno talmente dure da portare al collasso? Le previsioni di analisti degni di fiducia e imparziali. Ad esempio, nel 2005 l’US DOE (Department of Energy, il ministero statunitense per l’energia. NdT) aveva commissionato uno studio, l’ Hirsch Report , per capire se il picco petrolifero rappresentasse un vero pericolo. Robert Hirsch, il ricercatore responsabile del rapporto, ne è oggi un convinto assertore, ma all’inizio la pensava diversamente. Il rapporto per il DOE era arrivato alla conclusione che avremmo potuto evitare il collasso investendo a un livello paragonabile a quello della II guerra per almeno 20 anni (un periodo più breve avrebbe indotto una grave crisi). È la conclusione del DOE, non la mia: dato che non stiamo destinando alle energie rinnovabili somme paragonabili a quelle della II guerra mondiale, e dato che anche l’USGS (United States Geological Survey. NdT) prevede il picco petrolifero entro il 2023, un semplice calcolo suggerisce che ci dobbiamo aspettare seri problemi. L ‘ Army ha preparato un rapporto simile.

E a proposito del cambio climatico? Beh, guardate The Stern Review di Sir Nicholas Stern sulle conseguenze economiche del fenomeno. Tra le altre conclusioni (i presupposti sugli obiettivi climatici sono oramai superati; riteneva infatti che 550 ppm avrebbero potuto evitare più guai di quanto potranno in realtà fare), c’era quella secondo cui cambiamenti climatici non controllati potrebbero indurre costi superiori al 20% del PIB mondiale, un peso che nessuna economia potrebbe sopportare senza, appunto, collassare. Poiché niente lascia pensare a una nostra capacità di stabilizzare l’ecologia a livelli inferiori, sembra ragionevole presupporre che ci troveremo ad affrontare elevati costi, con gravi conseguenze economiche.

E ciò vale anche per le mie idee sulle conseguenze pratiche e materiali del cambiamento climatico: le previsioni dell’IPCC e di altri studi suggeriscono, tra gli altri effetti inevitabili del fenomeno, l’afflusso di un alto numero di rifugiati, conflitti per le scarse risorse, siccità, ridotti tassi di produzione alimentare, maggiori malattie infettive, tempeste più violente e disastri naturali più numerosi… Questo eventi implicano elevati costi, non solo economici ma anche materiali, che porteranno inevitabilmente al collasso delle società. Si può ragionevolmente affermare, ad esempio, che New Orleans è destinata a restare a un livello funzionale molto più basso per un lungo periodo; anzi, non è chiaro se riuscirà mai a venirne fuori.

A questo punto, non penso di dover spiegare perché secondo me avremo un crollo economico; può sopravvenire in qualsiasi momento, e anzi sappiamo che ci siamo andati vicino nell’autunno 2008.

Sappiamo che possiamo aspettarci un collasso energetico, magari assieme a uno economico: l’ex primo ministro sovietico Yegor Gaider ha scritto un libro in cui afferma che, secondo lui, l’Unione sovietica collassò per la sua dipendenza dalle esportazioni energetiche e per lo spostamento della popolazione dalla campagna alle città. Il paese aveva fatto a lungo affidamento sulle esportazioni energetiche per comprare prodotti alimentari sui mercati esteri, ma dopo il crollo dei prezzi nel settore il numero di contadini risultò insufficiente per aumentare la produzione agricola, e il governo non fu capace di gestire la situazione.

Sappiamo anche che l’evento provocò ulteriori cedimenti: Cuba crollò perché l’Unione sovietica era collassata e aveva sospeso le spedizioni di petrolio. L’isola perse 1/5 delle sue importazioni energetiche e le strutture sociali si disgregarono in parte: la gente cominciò a soffrire la fame e a nutrirsi di scorze di agrumi dato che non c’era più energia per mandare avanti il suo sistema agricolo altamente tecnologico.

L’esempio di Cuba è interessante perché è una ulteriore dimostrazione del fatto che anche piccole alterazioni delle risorse energetiche possono dar luogo a conseguenze disastrose: 1/5 di petrolio in meno non avrebbe dovuto ridurre la gente alla fame. Molti potrebbero ragionevolmente pensare che il contraccolpo avrebbe potuto essere assorbito eliminando gli sprechi del sistema e distribuendo meglio le risorse, o magari che la responsabilità ricada sul governo cubano. Quest’ultimo punto è probabilmente in parte vero, ma non dimentichiamo che anche negli USA abbiamo casi che dimostrano come piccoli cambi nelle forniture energetiche portano a conseguenze estremamente distruttive: lo shock petrolifero degli anni ’70 e la susseguente recessione furono dovute a una contrazione delle importazioni petrolifere di poco più del 5%.

In conclusione, ritengo che ci stiamo avviando a una qualche forma di collasso (senza necessariamente collegarla a cannibalismo o bande criminali in difesa della razza bianca) che mi piacerebbe allontanare al più presto: ho anche altre cose da fare! Quando cominciai a scrivere sul tema, nel 2003, mi sembrava probabile che il cambiamento climatico si sarebbe manifestato molto più lentamente e che saremmo stati in grado di affrontare una crisi alla volta.

Mi pare oramai evidente che ci avviamo verso una crisi al tempo stesso economica, energetica e climatica, e non vedo come superarla con successo. Impossibile? Forse no, ma di sicuro improbabile; la ristrutturazione sociale sarebbe enorme e coinvolgerebbe tutti i fattori cui ho prima accennato. Quasi tutti quelli che si occupano del tema fanno paragoni con la II Guerra mondiale e con il clima di guerra (Niels Bohr affermò che sarebbe stato impossibile sviluppare la bomba atomica senza trasformare l’intera nazione in una fabbrica, e nel 1944 osservò che ci eravamo riusciti). Dover rifare la stessa cosa affrontando al tempo stesso una crisi poliedrica sembra ancora più difficile.

In ogni caso, dovremmo comunque prospettarci la possibilità di un fallimento. E questo è un problema in una società che sembra credere a un’alternativa dicotomica: non potete preparavi all’insuccesso e mettere a punto un piano di riserva in caso di fallimento. Psicologicamente ci convinciamo che se pensiamo seriamente alla possibilità di fallire, allora falliremo; e quindi non lo facciamo perché ci sembra morboso. Non ci prepariamo per il disastro, anche quando ci sembra imminente: non creiamo una riserva alimentare, anche se la FEMA (Federal Emergency Management Agency, l’agenzia federale per la gestione delle emergenze. NdT) e la Croce rossa ci mettono in guardia, e anche se recentemente il responsabile della FEMA ha ricordato che la prima linea di difesa è la preparazione individuale. Tendiamo a un approccio dicotomico, mentre in realtà abbiamo bisogno delle due alternative: volontà “e” attenzione nell’attraversare la strada, preparare gli strumenti “e” avere un piano di evacuazione, stipare cibo nella dispensa “e” perseguire una maggiore coesione sociale.

Inoltre, buona parte di quel che raccomando va bene per gente che non è coinvolta in un crollo dichiarato, ma la cui vita sta per collassare: senza lavoro, in procinto di perdere la casa, con possibilità alimentari insufficienti, gravati da problemi medici e privi di assicurazione sanitaria… in gran parte quello che incoraggio la gente a fare, compresa la creazione di una scorta di alimenti e un maggior sostegno sociale funziona con la “gente” che sta per cedere, anche se la società non li ha ancora etichettati come falliti.

Quali sono i punti comuni delle varie società in collasso? Potrei risalire a Roma, ovviamente, ma non mi sembra necessario. Eccone alcuni:

1.La gente, estremamente irritata col governo, arriva di solito a qualche forma di resistenza civile e spesso il governo cambia; talvolta è una buona cosa, talvolta invece no. In certi casi, come ben sappiamo, il governo trova dei capi espiatori, il che è veramente negativo. La migliore soluzione è quando il governo va incontro alle richieste del popolo, o quando si toglie di mezzo e lascia che sia il popolo stesso a decidere.

2. Il tasso di criminalità aumenta; servizi come la protezione cittadina sono meno raggiungibili o vengono privatizzati, e, fattore comune alle società in crisi, sono più violenti. Ma ciò non significa che i signori della guerra uccidano tutti quelli che si trovano sul loro cammino. Significa invece più violenza, furti, stupri e delitti nelle strade, e qualche volta lucrosi rapimenti. Significa anche che la gente è vulnerabile e terrorizzata, e che spesso non ha fiducia nelle autorità; è un po’ come essere afroamericani e vivere in una periferia degradata, o magari a Bagdad. In generale non vi fa piacere che i vostri figli escano spesso, anzi tendete a non uscire troppo nemmeno voi, e la sicurezza diventa un problema importante.

3. La popolazione s’impoverisce rapidamente; questa è forse la caratteristica più comune. Quando le società collassano, la percentuale di poveri aumenta; in Argentina, ad esempio, la crisi del 2001 distrusse in pratica la classe media e fece aumentare il tasso di povertà dal 20% a quasi il 57%. A mio parere è un tratto comune a tutti i collassi, ed è proprio quello che sta succedendo.

4. Costo e disponibilità degli alimenti diventano un serio problema. Il caso dell’Argentina, un paese prima stabile e agiato, mostra che molti alimenti ricercati, in particolare quelli importati, sono spesso introvabili e, cosa più importante, il forte impatto economico rende meno facile comprarli. Crisi sanitaria (in particolare la mancanza di cure), depressione, ricorso all’alcol e alle droghe, aumentano sensibilmente.

5. Servizi e strutture si degradano perché, e il caso è frequente tra gli americani poveri, la gente non è in grado di far fronte ai pagamenti (ad esempio, decine di migliaia di capofamiglia si vedranno tagliare i servizi dal 1° aprile, data prima della quale non è legalmente permesso togliere ai privati i servizi essenziali) o perché le infrastrutture sono fatiscenti e la coesione sociale viene meno. Sempre più spesso l’energia non verrà erogata, i rifiuti non verranno prelevati, il gas mancherà e i camion di riapprovvigionamento non si faranno vedere…

6. La gente si riavvicinerà: che vivano ammassati nei ghetti o che abbiano perso la casa, le famiglie cominceranno ad aiutarsi a vicenda. E lo stesso faranno intere comunità e quartieri: chi ha cibo lo divide con voi, chi ha spazio lo cede ai bisognosi. Nasce una cultura di condivisione.

Si tratta di situazioni praticamente universali e quasi inevitabili nelle società collassate. In alcuni casi, invece, i vostri vicini cercheranno di uccidervi e bande organizzate cominceranno a terrorizzare il quartiere; ma non si tratta di situazioni inevitabili.

Il problema è: se il collasso incombe, su cosa concetrare gli sforzi? Cercate di prevenirlo, anche se è sempre più difficile, o vi preoccupate, come suggerisce Orlov, dei bisogni di base? Secondo me, la risposta è che bisogna operare su entrambi i fronti, concentrandosi su azioni a doppio effetto; le strategie vincenti sono quelle che, quando vi trovate di fronte a un crollo importante dei sistemi, riducono gl’impatti e aumentano la resistenza. Credo che la maggior parte dei miei suggerimenti, se non tutti, vadano in questa direzione.

In caso di collasso, quale che sia, cosa può meglio aiutare? Sappiamo ad esempio che il sostegno sociale fa una grossa differenza. “Reinventing Collapse” sottolinea che il sistema di assistenza sociale è stato fondamentale per la sopravvivenza dei russi. Aver messo a portata del popolo cure mediche, cibo e un luogo in cui vivere ha permesso di evitare che la crisi diventasse troppo dura. A Cuba, con tutti i suoi limiti, il governo ha fatto qualcosa di veramente notevole, l’esatto contrario del governo USA: ha salvaguardato il sostegno sociale, a spese della crescita potenziale. In altre parole, per affrontare la “contingenza particolare”, ha diffuso i programmi educativi nelle università più piccole, aumentato il numero di ospedali nelle aree rurali, rafforzato i programmi alimentari. Come sostengo in “Depletion and Abundance”, è proprio quello di cui abbiamo bisogno qui da noi: le nostre massime priorità dovrebbero essere l’assistenza medica, la sicurezza alimentare, l’insegnamento e i programmi per gli anziani, i disabili e i bambini. Il bello di questa strategia politica è che le cose che contano sono proprio quelle cui la gente dice di tenere di più.

Disgraziatamente non è questa la cultura in cui viviamo: gli Stati Uniti rispondono alla crisi economica e sociale aumentando regolarmente i programmi governativi e militari, e tagliando i fondi per l’assistenza sociale. Sta già avvenendo, ed è per questo che mi affido alle reti locali e private (per tutti quelli che vivono nelle comunità) e alle altre risorse minimali più che ai grandi programmi; servono infatti da ultimo ricorso per coloro che sono precipitati ma che riescono a sopravvivere, anche in assenza di aiuti federali o statali, perché possono operare a scala sufficientemente locale. Questo non significa che io sia favorevole alla frantumazione dei programmi sociali, sicuramente no; e negli ultimi anni ho scritto spesso sull’importanza di finanziare il servizio sanitario universale, il LiHeap (Low Income Home Energy Assistance Program, NdT), i buoni pasto, il WIC (Special Supplemental Nutrition Program for Women, Infants and Children. NdT) e i programmi per disabili e anziani. Ho speso molte energie per difendere tutte queste azioni, ma al tempo stesso ritengo che sia urgente creare reti di emergenza più localizzate.

Per fermare la discesa verso il basso sono utili anche le strategie di autosoccorso. A Cuba, per esempio, l’agricoltura a piccola scala nei centri urbani ha fatto molto (non tutto, anche i beni importati hanno svolto un ruolo importante) per alleviare la fame e le carenze nutrizionali. In Russia, tutte le analisi economiche affermavano che ci sarebbe stata una carestia generalizzata; non c’è stata, in buona parte grazie allo sviluppo di un’economia locale che ha surrogato le carenze di quella a grande scala. In Argentina, raccogliere cartoni ha aiutato 40.000 persone. Durante la Grande depressione americana, un buon esempio secondo me di un quasi collasso, il numero di lavori informali si moltiplicò: il New York Times osservò che nel 1932 in città c’erano 7.000 persone, in gran parte adulte, che lucidavano scarpe, mentre nel 1928 ce ne erano meno di 200, quasi tutti bambini.

Le strategie individuali di sopravvivenza e le reti di sostegno sociale non entrano in conflitto: sono entrambe necessarie, in particolare quando i programmi di accompagnamento sociale sono criticati o accantonati, come oggi negli USA. Da soli non possono dar sollievo alla popolazione o ridurre la portata del disastro, ma insieme possono permettere alla gente di sopravvive, alimentarsi e sentirsi ragionevolmente al sicuro.

In un certo qual senso può sembrare stupido accontentarsi di questo. Ognuno vuole il meglio per se, gli amici, il mondo, i figli: anche io. Disgraziatamente è assai poco probabile che ci sia offerta la possibilità di ottenere molto di più; mi rendo conto che è deprimente dirlo, ed è il genere di affermazione che sconvolge la gente. In un certo senso sarebbe meglio se potessi convincermi che il collasso sarà un fatto positivo; ma non posso. Ci sono esempi di persone capaci di cavarsela meglio se la società è crollata e poi è risorta, ma è lecito dire che a nessuno piace una tale situazione. Il progetto, dunque, mira a evitare che sia troppo dura o mortale.

PalMD pensa che il mio tentativo di condurre una vita sostenibile sia illusorio, e in un certo qual modo ha ragione. Posso documentare con precisione le risorse che uso, perché le ho registrate negli ultimi quattro anni: rispetto alla quantità media statunitense, i sei componenti della mia famiglia producono il 15% delle emissioni casalinghe e il 20% dei rifiuti, usano il 40% di acqua e spendono il 10% in nuovi beni di consumo. La famiglia media americana è composta da 2,6 persone e il nostro uso reale è inferiore al loro, perché siamo sei membri; siccome siamo comunque una grande famiglia il meno che possiamo fare è tagliare al massimo.

Ma tutto poggia su una base di risorse importate, senza le quali le nostre vite sarebbero veramente difficili. La mia speranza è che anche altri si decidano a eliminare gli sprechi energetici (noi ci siamo riusciti, senza grandi investimenti, coi pannelli solari, e altri membri di Riot for Austerity hanno dimostrato che il risultato può essere raggiunto in città e in campagna, da parte di singoli o di famiglie numerose: dunque sappiamo che è fattibile). Ma non m’illudo che la tendenza diventi una moda in grado di salvare il mondo, perché in ogni caso sarà troppo tardi; dovremmo allora ancora dimezzare, più o meno, i nostri consumi energetici.

Oltre alle giustificazioni morali – è la cosa giusta da fare, sappiamo che le nostre emissioni sono una minaccia e dobbiamo quindi ridurle al minimo – a mio parere c’è un’altra ragione per adottare una posizione simile: vi permette di agire sul piano individuale e collettivo allo stesso tempo, di stipare riserve di cibo indipendentemente e di organizzare la vostra comunità in modo da essere sicuri che i vicini possano sfamarsi e che i vostri figli non muoiano di fame. Vi permette di eliminare in parte la pressione quando perdete il lavoro, ma anche di riempire la dispensa quando potete farlo. Migliora la situazione sia durante che dopo il collasso.

Non funziona invece molto bene nelle situazioni estreme, se cominciamo a trattarci come hanno fatto Tutsi e Hutu dagli anni ’70 in poi. Se diamo il potere a un governo fascista che condanna ebrei, intellettuali, atei, immigranti… siamo fregati. Le migliori strategie richiedono di frenare ogni volta che è possibile, e mi piacerebbe se fosse possibile farlo prima di collassare, ma mi pare poco probabile. Ritengo invece che la strategia vincente consista nell’agire in modo da avvicinarci il più possibile all’Islanda e il meno possibile al Ruanda.

Sharon Astyk
Fonte: www.energybulletin.net
Link: www.energybulletin.net/node/51589
17.02.2010

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di CARLO PAPPALARDO

Pubblicato da Davide

  • Rossa_primavera

    Due piccole osservazioni signor Astyk:il collasso dell’ex Unione Sovietica
    non fu tanto di carattere economico,quanto piuttosto il collasso di un’ideologia che ha sostituito una tirannia con una tirannia ancora piu’ feroce e reazionaria di quella degli Zar,che ha ridotto interi popoli in scvhiavitu’ e che ha generato un imperialismo militarista peggiore di quello degli Yankee senza apportare vantaggio alcuno al popolo di cui si diceva paladina.L’ex unione sovietica e’ crollata sotto il peso di una rivolta del popolo che ha avuto il merito,come spesso accade,di sovvertire un regime ingiusto e sanguinario.
    Seconda cosa,non e’ assolutamente vero che gli Stati Uniti rispondono alle crisi economico finanziarie tagliando il sociale,quella era la ricetta
    proposta dagli ottusi seguaci della Reaganomics:oggi mentre gli States sentono ancora sulla loro pelle i morsi della crisi peraltro da loro stessi
    causata,il sottovalutato e troppo colpevolizzato presidente Obama e’ riuscito a varare quello che si puo’ tranquillamente definire il piu’ grande
    traguardo sociale dalla nascita di questa nazione,cioe’ la riforma sanitaria che e’ il primo mattone su cui va costruito quel grandissimo e insuperabile edificio che e’ lo stato sociale.Questo e’ il nuovo modello di sogno americano,non piu’ il materialistico desiderio di una bella casa di proprieta’,ma cure gratuite e all’avanguardia anche per gli umili e i poveri.E scusate se e’ poco.

  • Tonguessy

    “i cambiamenti climatici non controllati potrebbero indurre costi superiori al 20% del PIB mondiale, un peso che nessuna economia potrebbe sopportare senza, appunto, collassare.”
    Sono arrivato fino a qui. Non ho ritenuto fosse il caso di proseguire. Credere che ci sarà un collasso di proporzioni epiche a causa di qualcosa che sia global warming o global cooling, indifferentemente, va oltre la mia capacità di sopportazione, oltre che comprensione.
    http://friendsofscience.org/assets/documents/FOS%20Essay/GlobalTroposphereTemperaturesAverage.jpg

  • lucamartinelli

    tralascio di commentare, gentile signora, quello che afferma sull’Unione Sovietica. sono 60 anni che ci raccontano le sue stesse cose. Il dott. Gobbels si frega le mani nella tomba, lui era un genio della propaganda. mentre lei è libera di avere le sue opinioni. Quello che invece non si puo’ far passare riguarda la riforma sanitaria negli Usa. Lei ha capito male ( o è semplicemente schierata). NON C’E’ NESSUNA SANITA’ GRATUITA!!!! Si tratta solo di contributi federali ai cittadini che dovranno obbligatoriamente stipulare polizze con le solite compagnie private. Non è cambiato nulla, solo un altro regalo ai profitti dei soliti. buone cose.

  • duca

    Perdonami, ma mi pare che l’andazzo della serie di cui hai postato il link, se presa dall’inizio, parla di un tendenziale aumento della temperatura a fronte di un constante ed evidente aumento di CO2.
    E’ vero che nell’ultimo periodo evidenziato si vede una tendenziale stabilizzazione/decrescita della temperatura, ma selezionando periodi opportuni sulla serie, le si può far dire di tutto.
    Detto questo non sto sostenendo che i cambiamenti climatici porteranno ad un riscaldamento globale piuttosto che a un raffreddamento, nè che questi cambiamenti siano sicuramente generati dall’uomo. Mi pare però inngabile che i cambiamenti siano in atto e che impattino grandemente anche sulla sfera economica.

  • Tonguessy

    Quoto. Ho deciso che certi utenti non meritano commenti…..

  • Jack-Ben

    io seguo a ruota….

  • Tonguessy

    La tendenza iniziale sembra sia dovuta a fluttuazioni del tutto naturali, come l’attività solare. Adesso che si è ridotta ci stiamo raffreddando.
    http://sidc.oma.be/images/wolfmms.png
    Invece guarda un po’ qui com’è l’andamento delle temperature registrate dal più antico centro mondiale (l’inglese CET):
    http://carbon-sense.com/2009/10/01/british-record/
    in due secoli di dati, che trend si nota?
    Ci sono, è vero, delle anomalie, come l’inverno del 1725 o l’estate del 1975, ma vedi forse delle tendenze in atto?
    Che poi i cambiamenti (qualsiasi siano) abbiano un qualche impatto sull’economia che non sia limitato all’uso di condizionatori o caldaie e stufe, lascialo dire a quegli “esperti” dell’Hadley Center cui fa riferimento la Stern Review dell’articolo.
    Giova ricordare che l’Hadley Center collabora con l’IPCC del (molto) discutibile Pachauri (Nobel per la Pace al 50% con Al Gore…), si posiziona come uno dei più accreditati centri mondiali sul cambiamento climatico, annovera prestigiosi scienziati che usano il peer-review (sì, quello dello scandalo del Climategate) e si pone come “policy advisor” che, tradotto in SOLDONI significa: pilotare i finanziamenti.
    http://www.metoffice.gov.uk/climatechange/science/hadleycentre/

    Non deve quindi meravigliare che questi signori facciano leva su dati inventati al fine di creare attenzione attorno a problemi inesistenti: lo scopo rimane quello di far arrivare tanti soldi.
    Se credi leggi qui, c’è scritto (quasi) tutto
    http://www.appelloalpopolo.it/?p=838

  • Tetris1917

    Su tale argomento, ho trovato interessante la teoria del collasso espressa da Jared Diamond nel “Collasso” e del perche’ le societa’ decidono di morire o di sopravvivere. Anche l’autore americano, individua 5 cause fondamentali. Lo consiglio…..

  • Simulacres

    Quoto la seconda che hai detto!
    Quanto alla prima vorrei solo aggiungere che il dottor Stalin in qualità di “raffinato chirurgo” fu non meno meritevole del dott. Gobbels, anzi, direi che fu l’archetipo… Ad ogni modo due luminari che si equivalgono, da mettere sullo spesso piedistallo (sui cui provo allo stesso modo: lo stesso disgusto, lo stesso orrore!!!).

  • astabada

    Io posso lasciar cadere tutto di questo commento, perche’ quale tirannia e quale militarismo siano peggiori sono problemi che non si possono discutere senza tenere conto anche dei valori (dei veri valori intendo) di ciascun sistema

    Pero’ dire che l’unione sovietica e’ crollata sotto il peso di una rivolta del popolo significa non conoscere niente in proposito. Ti/le consiglio quanto meno “Il secolo breve” e “Buonanotte, Signor Lenin!”, per avere quanto meno una vaga idea in merito.

    Dall’alto della mia cultura,

    😉
    astabada

  • astabada

    Quoto.

    Anche il libro di Tainter e’ da leggere, se si vuole avere una base per affrontare le discussioni in proposito.

    Cheers,

    astabada

  • cirano60

    Sono articoli come questi propalati da sedicenti esperti in economia di risorse energetiche etc che provocano ansia e paura in lettori poco avvertiti del fatto che questi sono dalla parte di giocatori nascosti e prodigano tutte le loro capacità comunicative per fare terrorismo psicologico. Tra questi annovererei quel tale Al Gore che in questi giorni ha dato la sua benedizione allo show mediatico di Santoro un’altro che sembra combattere il “sistema” ma se non vado errando becca dalla odiata rai 5000 euro al mese .

  • fusillo

    Ho letto diverse cose…dai fratelli Grimm passando per Andersen finendo con Collodi: non ho mai trovato nulla di paragonabile.
    Il crollo U.R.S.S. ?
    La sanità U.S.A. ?
    Tanto per cominciare Astyk, Sharon è una donna!
    Per il discorso sui massimi sistemi, che è troppo lungo, non mi sento adeguato nel fornire supplementi di opinioni a chi si nutre di certezze.
    Semplicemente direi di attrezzarsi per capire come abbiamo “perso il treno”…..
    le date?………..:

    1964 in U.R.S.S. e
    1971 in U.S.A.

    Buon viaggio.

  • grilmi

    SANTORO 5000 EURO AL MESE???? AD OCCHIO TI SEI DIMENTICATO UN ZERO…

    http://iltempo.ilsole24ore.com/2009/04/15/1013339-michele_santoro_compagno.shtml

    Qui c’è scritto che ne prende 700.000 all’anno.

  • Rossa_primavera

    Ma sembra tuttavia che dire che il comunismo sovietico ha fallito clamorosamente tradendo le aspettative del popolo susciti le ire di qualche nostalgico di ideologie vetuste.

  • Rossa_primavera

    E’ quantomeno un passo nella direzione giusta e a giudicare dall’entusiasmo popolare che ha accompagnato la riforma milioni di cittadini americani non condividono le sue perplessita’:sono tutti idioti o forse c’e’ la remota possibilita’ che siano piu’ informati di lei?Ai posteri la non ardua sentenza

  • Rossa_primavera

    Dall’alto della tua cultura,quali sono i valori che il regime comunista sovietico ha trasmesso in tanti anni di feroce oppressione?Basta che me ne citi un paio,ma che la risposta sia sincera se possibile.Per contraccambiare il tuo consiglio editoriale che ho apprezzato,ti consiglio uno a tua scelta dei libri del grande scrittore Alexandr Solzenicyn.

  • Rossa_primavera

    Me ne faro’ una ragione ahime’.

  • Rossa_primavera

    Alle favole a volta non credono solo i bambini:Goebbels,da qualcuno sopra tirato in causa,diceva sempre piu’ grande sara’ la menzogna e tanto piu’ facilmente il popolo la berra’.Verissimo.

  • cirano60

    Non è che abbia certe simpatie, ma per verità storica bisogna dire che non era gobbels,durante i suoi discorsi antiebraici, che faceva questa affernazione sulle bufale ma riportava nei suoi discorsi tale detto talmudico.

  • Rossa_primavera

    Faccio presente che nel 1939,alla vigilia dell’invasione della polonia,la democratica unione sovietica di cui lei sembra un estimatore,si alleo’ col regime del dottor Goebbels avvallando dunque cosi’ l’inizio delle ostilita’.
    Due regimi si alleano per invadere e spartirsi un paese neutrale e lei ci vuole far credere che uno fosse un regime di demoni l’altro un’illuminata democrazia nel senso etimologico del termine.In realta’ erano entrambi regimi sanguinari e imperialisti allo stesso modo,uno crollato sotto la sconfitta militare,l’altro crollato per implosione,il che e’ forse ancora peggio.

  • ventosa

    Salve, Tong. Sul fatto che ci sia una mutazione, diciamo macro, mi ci fa pensare il cambiamento della risposta in frequenza del nostro pianeta rilevato come risonanza di Shumann, che sicuramente conosci. A meno che i dati che circolano non siano falsi, sembra che i cicli, stabili per decenni intorno ai 7,8 siano arrivati gradatamente intorno agli 11.
    Su quanto poi questo incida sui fenomeni a cui assistiamo soprattutto da un decennio circa, ci sono in giro diverse teorie e speculazioni, su cui non mi sento di dare un parere convinto.
    Saluti.

  • Rossa_primavera

    Un vero peccato non leggere piu’ i tuoi commenti sagaci ed arguti
    da rivoluzionario da tastiera.

  • Tonguessy

    Credo che poniamo l’attenzione lì dove abbiamo necessità. Sono convinto siano necessità vere ciò che riguarda tutte le alterazioni dell’ambiente in cui viviamo.
    Molto semplicemente: abbiamo la coscienza sporca perchè sappiamo che l’abbiamo combinata grossa. Ci aspettiamo quindi una punizione; è questo che ci hanno insegnato millenni di religioni e società stratificate.
    Che ci sia effettivamente una variazione non lo nego, ma tale variazione riguarda molto da vicino tutto ciò che rimane nei miei ricordi. Cavallucci marini spiaggiati dopo una mareggiata negli anni ’60, ad esempio. Per tutto il resto, giocando sulla nostra debolezza psicologica, i padroni del vapore se la stanno giocando alla grande. Ci instillano paure che sfruttano la nostra insicurezza, e hanno quindi gioco facile nel pilotare il consenso.
    Nello specifico: ci sono studi che dimostrano come quel famoso 7,8 non si sia in realtà mai mosso molto.
    “Alla luce di quanto rilevato tramite le misurazioni effettuate,ne consegue che a tutt’oggi la frequenza della Risonanza di Schumann non è aumentata e il suo valore è sempre attorno ai 7,86Hz, quindi alla stessa non è neanche imputabile l’aumento del riscaldamento del pianeta.”
    http://www.stazioneceleste.it/articoli/Misurazione_Risonanza_Shumman.pdf
    Così come ci sono autorevoli studi secondo cui non esiste l’Anthropogenic Global Warming, e neanche il Global Warming.
    Lo ripeto: sono sicuro che tanta fuffa trovi facile appiglio nel senso di colpa che pervade la nostra “civiltà”. Un sano scetticismo (per carità: niente cicap, eh?) fa valutare le cose diversamente, senza quel bias psicologico che falsa tanto ragionamenti che conclusioni. Ma per arrivare a quel sano scetticismo bisogna prima fare i conti con la nostra coscienza.

  • astabada

    Ehi era una battuta! Per il momento non posso leggere Solzenicyn, perche’ la mia copia si trova nelle grinfie di mia sorella… (a dire la verita’ sarebbe la SUA copia)

    Per pura combinazione circa un paio di settimane fa ho cominciato a leggere “I racconti di Kolyma” ed ho subito avuto l’impressione di trovarmi di fronte ad un capolavoro. Per altro Shalamov, se uno si basa sulla sola biografia, sembra molto (ma moooolto) piu’ equilibrato di Solzenicyn (hai presente le sue dichiarazioni sulla storia imperiale russa?)

    Tornando on topic il punto non e’ tanto quali valori il regime comunista abbia trasmesso o meno, discussione che rientra tra quelle che non e’ il caso di affrontare in questa sede, quanto il fatto che l’URSS non fu abbattuta da un “movimento popolare”, come tu avevi detto.

    Cheers,

    astabada

  • Simulacres

    Intendi i paladini del “politicamente corretto”? Conosci la metafora della pagliuzza e della trave? Uguale!… 😉