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COSA SAREBBE POTUTO ACCADERE IN SPAGNA

DI VICENTE NAVARRO
counterpunch.org

Se solo la sinistra avesse fegato…

In ampi settori della comunità progressista statunitense circolano idee inesatte sulla Spagna. Ciò deriva in parte dal fatto che la stampa statunitense si occupa molto poco dell’Europa in generale e della Spagna in particolare. Per le notizie economiche relative alla Spagna la maggior parte degli economisti negli Stati Uniti fa riferimento al Financial Times e, in misura minore, all’Economist. Negli ultimi giorni vari eventi hanno rivelato tale limitatezza di informazione. Per esempio, il Presidente Obama si è congratulato con la Cancelliera Angela Merkel per la sua leadership in Europa e allo stesso tempo ha accolto positivamente le politiche del nuovo governo conservatore spagnolo, guidato da Rajoy, per le riforme introdotte nel Paese. Premesso che definire Obama progressista richiede un certo sforzo e che la sua capacità di deludere i progressisti è illimitata, qualcuno dovrebbe informarlo che la Cancelliera Merkel è stata uno dei leader più reazionari che l’Europa abbia mai avuto in epoca democratica e che sta imponendo un’austerità estrema in quello che si configura come il più diretto attacco che il welfare abbia mai subìto in tutti i Paesi dell’Eurozona. Gli effetti devastanti di tali politiche sono evidenti in Grecia, Irlanda, Portogallo e Spagna.

Per quanto riguarda il governo Rajoy, il suo partito è erede della nomenklatura della dittatura fascista. Il fondatore del partito, Manuel Fraga, è stato una figura di spicco di quel regime e uno dei più strenui difensori della repressione perpetrata dalla dittatura franchista (120.000 persone risultano ancora ‘scomparse’). Il partito di Rajoy è sempre stato lo strumento politico delle più reazionarie forze spagnole, comprese banche e grandi società. L’attuale ministro dell’economia era responsabile per la Spagna di Lehman Brothers quando è crollata. Le riforme alle quali il Presidente Obama plaude sono il più diretto attacco che la classe operaia abbia mai subìto dalla nascita della democrazia in Spagna. A tali “riforme” si deve lo smantellamento del già povero welfare spagnolo.

Ancora più preoccupante è il recente articolo di Paul Krugman, apparso il 7 marzo sul New York Times, in cui si esprime approvazione per la dichiarazione di Rajoy di non poter ridurre ulteriormente il deficit secondo le indicazioni date dalla sua amica, la Cancelliera Merkel. Considero Paul Krugman una delle menti più brillanti nel panorama statunitense, ma questa volta ha preso una cantonata. Rajoy e il suo governo hanno nettamente aumentato i tagli avviati dal precedente governo socialista guidato da Zapatero. Rajoy ha peggiorato le cose e la situazione tra i giovani è devastante. Il fatto che Rajoy fosse disposto ad attuare i tagli più lentamente rispetto a Merkel non lo rende meritevole di nessuna lode da parte di nessun progressista. Inutile dirlo, i media di destra stanno usando le affermazioni di Krugman per sostenere politicamente le scelte del governo. Ma Krugman sottolinea anche che la Spagna non può fare nulla, se non uscire dall’Euro. Tale alternativa meriterebbe una seria considerazione, ma l’assunto di base va messo in discussione.

Offrirò qui di seguito una versione modificata di un mio articolo pubblicato sul Social Europe Journal che affronta la questione. Mi auguro che possa avere ampia diffusione negli Stati Uniti.

Un concetto ampiamente diffuso negli ambienti politici di sinistra è che un Paese come la Spagna non può perseguire politiche di crescita da solo. Si continua a ripetere che se l’intera Ue, o almeno l’Eurozona, non cresce, un Paese non può farlo da solo. Infatti questa è stata la posizione del governo Zapatero in questi tre anni di crisi. L’unica cosa che il governo poteva fare, secondo Zapatero, era ridurre il deficit tagliando la spesa pubblica, compresa la previdenza sociale, nella speranza che i tagli rassicurassero i mercati finanziari e li convincessero che il governo spagnolo seguisse la strada della responsabilità finanziaria, dove “responsabilità” sta per “austerità”. Il suo governo ha continuato ad attuare tagli portando il Paese alla recessione. La principale giustificazione che Zapatero ha addotto, quando ha lasciato il suo incarico qualche settimana fa, è stata di aver evitato l’intervento diretto della troika (Banca centrale europea, Commissione europea e FMI), mentre il Portogallo era stato costretto ad accettarlo. Zapatero è stato sconfitto essenzialmente per una riduzione senza precedenti della base elettorale del Partito socialista. In un brevissimo periodo di tempo, quattro anni, il Partito socialista ha perso, oltre al governo del Paese, la maggior parte dei governi regionali e le principali città. Questo spiega perché il partito conservatore (PP) ha riportato una netta vittoria alle elezioni politiche, sebbene il suo sostegno elettorale sia aumentato di poco.

Non si è trattato di una vittoria del PP, piuttosto di una spettacolare sconfitta del Partito socialista. Le politiche economiche del governo a guida PP continuano a concentrarsi sull’austerità. Di conseguenza la recessione somiglia sempre più alla Grande Depressione (il 48% dei giovani è disoccupato) e Rajoy, il nuovo premier del PP, ha reso noto che applicherà le stesse misure che il Portogallo è stato costretto ad accettare quando la troika è intervenuta. Dopotutto, sembra che le politiche di austerità di Zapatero non abbiano evitato alla Spagna di subire l’intervento della troika. E’ logico, quindi, che la gente chieda: perché tanti tagli? E’ la domanda che sempre più persone pongono.

Nessuna alternativa?

I dati mostrano che le alternative ci sono, ma purtroppo il Partito socialista non le ha prese in considerazione, neanche dopo il recente congresso in cui l’assenza di autocritica è risultata l’aspetto più deludente. E’ ovvio che il partito dovrebbe affrontare la più profonda fase di autocritica della sua storia. Sembra che le uniche alternative prese in considerazione si basino su come effettuare i tagli in modo meno rapido e netto rispetto al governo del PP. Ma nessun altro prende in considerazione un’inversione di 180 gradi che preveda politiche di crescita.
Questo ci riporta al punto di partenza del mio articolo. Il ragionamento seguito dalla leadership del partito è che, a meno che non appaia sulla scena europea un nuovo Franklin Roosevelt con un nuovo New Deal, la Spagna non potrà farcela da sola.

E’ indubbio che un nuovo Franklin Roosevelt aiuterebbe molto, ma questo non significa che la Spagna non potrebbe adottare politiche di crescita, se il suo governo lo volesse. I dati servono a dimostrarlo. Questi dati mostrano che ci sono alternative.

Zapatero ha tagliato le pensioni nel tentativo di risparmiare 1,2 miliardi di euro. Ma avrebbe potuto aumentare ulteriormente le entrate dello Stato (2,1 miliardi di euro) reintroducendo le imposte sul patrimonio, che ha eliminato durante il suo primo mandato (2004-2008), o annullando gli sgravi fiscali sulle successioni introdotti nello stesso periodo. Questo gli avrebbe assicurato altri 2 miliardi e 552 milioni di euro. Avrebbe potuto annullare gli sgravi fiscali concessi a soggetti che guadagnano più di 120.000 euro all’anno, recuperando 2,5 miliardi di euro. I dati sono sotto gli occhi di tutti. E gli spagnoli li hanno visti. Le classi popolari (operaia e media), che costituivano l’elettorato socialista, hanno chiesto perché le pensioni dovevano essere ridotte, mentre venivano mantenuti gli sgravi fiscali per i ricchi. Per questo hanno abbandonato il Partito socialista alle ultime elezioni.
L’elenco delle alternative non finisce qui. Zapatero ha cercato di risparmiare 6 miliardi di euro riducendo la spesa del sistema sanitario nazionale (che è già la più bassa pro capite nell’Europa dei 15). Lo ha fatto indirettamente, spingendo i governi regionali, che gestiscono le sedi regionali del sistema sanitario nazionale, a ridurre le spese. Allo stesso tempo, Zapatero non ha annullato gli sgravi fiscali concessi alle grandi società che fatturano più di 150 milioni di euro all’anno (che rappresentano meno dello 0.1% delle aziende in Spagna). Se lo avesse fatto, lo Stato spagnolo avrebbe incassato altri 5,3 miliardi di euro.

Zapatero ha provato anche a fare tagli all’istruzione e alla previdenza sociale. Questi tagli, sommati a quelli alla sanità, dovevano portare a un risparmio di 25 miliardi di euro, ma il premier avrebbe potuto incassare di più (44 miliardi di euro) intervenendo sulle frodi fiscali ad opera di possessori di grandi patrimoni, grandi società e banche che, secondo il Fisco spagnolo, ammontano al 70% del fenomeno.
Zapatero ha anche cercato di risparmiare 600 milioni di euro riducendo il popolarissimo servizio di assistenza domiciliare, un programma nazionale attuato in collaborazione con i governi regionali, che aveva introdotto durante il suo primo mandato. Invece di intervenire su questo servizio, però, avrebbe potuto incassare di più (800 milioni di euro) eliminando le sovvenzioni statali alla Chiesa Cattolica per l’insegnamento della religione nelle scuole pubbliche (che, per inciso, è incostituzionale in Spagna). Avrebbe anche potuto decurtare dalle spese della Difesa alcune nuove apparecchiature militari (elicotteri Tiger e altri apparecchi). Insieme ai miei colleghi Juan Torres, Professore di Economia a Siviglia, e Alberto Garzon, economista, ho scritto un libro che è andato a ruba nelle librerie spagnole. Si intitola Hay alternativas (“Le alternative ci sono”, ndt) e le banche hanno cercato di eliminarlo esercitando pressioni sulla principale casa editrice spagnola, Aguilar, affinché ritirasse la pubblicazione del libro. Alla fine è stato pubblicato da un editore più piccolo.

L’aspetto scandaloso delle politiche attuate è che, secondo i sondaggi, se gli spagnoli avessero avuto la possibilità di scegliere tra i tagli alla spesa pubblica e alla previdenza sociale e l’annullamento degli sgravi fiscali di cui parliamo nel nostro libro, la schiacciante maggioranza avrebbe preferito la seconda opzione alla prima. Ciononostante, le politiche attuate dal governo socialista si sono basate sulla prima alternativa, piuttosto che sulla seconda. Non è quindi una sorpresa il fatto che il governo Zapatero abbia ricevuto il minimo dei consensi nella storia del Partito socialista. Non solo la gente è arrabbiata (attualmente la Spagna è seconda solo alla Grecia in Europa per numero di giornate lavorative perse per ragioni di sciopero), ma è anche profondamente delusa dal Partito socialista perché non accetta il messaggio “non ci sono alternative”. Le alternative ci sono.
Le radici del problema erano già evidenti nella filosofia che Zapatero e i suoi colleghi espressero chiaramente subito dopo la sua elezione a presidente del Consiglio nel 2004. Zapatero affermò che ridurre le tasse era una politica di sinistra. Il suo consigliere economico, Jordi Sevilla, aveva scritto un libro sul Nuovo Socialismo nel quale sconsigliava di aumentare le tasse e di espandere la spesa pubblica (in un Paese dell’Europa dei 15 che ha bassi livelli di tassazione e di spesa). Lo zapaterismo è stato la versione spagnola della Terza Via. Purtroppo, non è stato un caso isolato in Europa. E’ diventato la forma dominante di democrazia sociale in Europa ed è per questo che la democrazia sociale ha seri problemi. Purtroppo, non noto nessun profondo cambiamento di mentalità.

Sono possibili politiche di crescita?

Se la Spagna avesse adottato le stesse politiche fiscali della Svezia e avesse investito per colmare le enormi carenze delle sue infrastrutture sociali negli ultimi 10 anni, promuovendo, tra le altre cose, l’integrazione delle donne nel mercato del lavoro, le casse dello Stato spagnolo potrebbero contare oggi su 200 miliardi di euro in più. Con questi 200 miliardi di euro lo Stato avrebbe potuto creare 5 milioni di posti di lavoro, cifra che corrisponde al numero di disoccupati in Spagna. La creazione di quei posti di lavoro avrebbe eliminato la disoccupazione e stimolato l’economia. Se il sottosviluppato sistema di welfare spagnolo occupasse 1 adulto su 4 come in Svezia, invece che 1 su 10, la Spagna creerebbe abbastanza posti di lavoro da eliminare la disoccupazione.

Le risorse si sarebbero potute ricavare dalla tassazione di tutti i gruppi che maggiormente hanno beneficiato delle politiche di sgravi fiscali perseguite nel periodo precedente alla crisi. L’aumento delle tasse non avrebbe compresso i consumi se le risorse ottenute fossero state investite nella creazione di posti di lavoro, soprattutto posti a bassa e media retribuzione.

Tutto questo sarebbe stato possibile se ci fosse stata una volontà politica in tal senso. Il problema è che i socialisti non hanno avuto il coraggio, tra le altre cose, di attuare le riforme fiscali che avrebbero reso ostili forze potenti in Spagna. E’ questo, come sempre, il vero problema.

VIcente Navarro è Professore di Public Policy alla Johns Hopkins University. Ha contribuito a Hopeless: Barack Obama and the Politics of Illusion, in uscita presso AK Press.

Fonte: www.counterpunch.org
Link: http://www.counterpunch.org/2012/03/08/what-could-have-happened-in-spain/
8.03.2012

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di SERENA SCALDAFERRI

Pubblicato da Davide