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COSA SAPETE DELLA PRODUTTIVITA’ ?

DI ALBERTO BAGNAI
Goofynomics

Volevo ripartire da un’osservazione di contessaelvira: “grazie alle lezioni di Goofy ora è estremamente chiaro il modo in cui la competitività del mercato tedesco, che è forse il più importante per noi, sia stata esiziale per l’Italia.” Elvira è gentile e posso solo sperare che abbia ragione. Spero cioè di essere riuscito a far capire quanto centrale sia la dinamica dell’inflazione nella spiegazione di quello che ci sta succedendo. Dell’inflazione non si parlava da un decennio, convinti come si era che il problema fosse risolto, visto che finalmente l’inflazione era bassa, e quindi la convergenza “nominale” si fosse realizzata. Sì, molti erano convinti che moneta unica significasse di per sé inflazione unica. Una convinzione totalmente idiota, fondata su una teoria economica ampiamente screditata, la teoria quantitativa della moneta, secondo la quale è la moneta a “causare” l’inflazione. Quindi se la moneta è una, l’inflazione deve essere una. E allora perché in Italia, dove la moneta è una da 150 anni ancora non c’è ancora stata piena convergenza dei prezzi?La “teoria” quantitativa è un parto di Irving Fisher, un economista americano degli anni ’20. Un genio dell’economia, pare, visto che 90 anni dopo ancora dobbiamo spiegare le sue teorie agli studenti. Ma non esattamente un genio della finanza, a giudicare da quello che racconta John Kenneth Galbraith in The Great Crash. Traduco passim la sua descrizione della parabola di Fisher dall’edizione francese (due euro spesi molto bene dal bouquiniste della place du Vieux Marché):

Il 15 ottobre 1929 il professor Irving Fisher di Yale (che era consulente di una importante finanziaria del Michigan) pronunciò il suo giudizio immortale: ‘il prezzo delle azioni ha raggiunto quello che sembra essere un altopiano permanente’ e aggiunse: ‘conto di vedere fra qualche mese il mercato ben più in alto di quanto non sia oggi’. In effetti, la sola cosa inquietante, in quelle giornate d’ottobre, era la discesa abbastanza regolare del mercato…. Prima della fine dell’anno il professore diede prova di sé in un libro, The Stock Market Crashand After. Affermava, e a ragione dati i tempi, che i prezzi delle azioni, per quanto scesi rispetto a prima, erano ancora ai massimi, che la catastrofe era un serio incidente, ma che il mercato era cresciuto ‘soprattutto a causa di solide e giustificate aspettative di guadagno’. Concludeva che ‘almeno per l’avvenire immediato le prospettive sono brillanti’. Questo libro ebbe poco eco. Il problema dei profeti è che quando hanno torto si trovano privi di pubblico, proprio nel momento in cui ne avrebbero il massimo bisogno per potersi giustificare. Irving Fisher era il più originale fra gli economisti americani. Per fortuna ha fatto cose migliori (la sua teoria monetaria), per le quali ci ricorderemo di lui.”

Bello, no? C’è tutto: la hybris, la cecità a fronte dell’evidenza più palmare, la capacità di spiegare perfettamente domani perché quello che si era previsto ieri non si è verificato oggi. Il tutto espresso in una prosa (quella di Galbraith, voglio dire) efficace e piacevole. Mi permetto di aggiungere solo un avverbio in fondo all’ultima frase: “ci ricorderemo di lui, purtroppo”. Perché l’idea formalizzata da Fisher che la moneta “causi” i prezzi è alla base della fallimentare costruzione ideologica dell’eurozona (quindi sarebbe stato meglio dimenticarselo, il geniale Fisher), ed è anche alla base dell’abbaglio ideologico che ha portato a trascurare il fatto che i differenziali di inflazione fra i paesi dell’eurozona non si erano annullati, tutt’altro! E il motivo è che l’inflazione non è “causata” semplicisticamente dalla moneta, ma dipende in modo molto più cogente dalle condizioni del mercato del lavoro, profondamente segmentato fra i paesi dell’eurozona (perché nulla è stato fatto per renderlo omogeneo).

Abbiamo visto in questo post cosa c’è “a valle” dei persistenti differenziali di inflazione della periferia a vantaggio della Germania: squilibri commerciali e indebitamento estero. Abbiamo anche visto quello che non c’è, ma ci dovrebbe normalmente essere: una dinamica dei prezzi che riequilibra naturalmente gli sbilanci. Nel paese i cui beni sono più domandati (il paese esportatore netto, quindi la Germania) i prezzi dovrebbero salire, per ovvi motivi (legge della domanda e dell’offerta), e questo dovrebbe ristabilire un equilibrio. Ma in Germania ciò non accade per un complesso di cause interrelate: una politica di crescita che comprime la domanda interna, una politica dei redditi fortemente punitiva verso i salariati (con buona pace di chi pensa il contrario), e un bel po’ di disoccupazione nascosta. La Germania, come abbiamo più volte mostrato, interferisce così con le leggi del mercato, in un modo che, per quanto lecito (io non sono contro la sovranità nazionale!), è ovviamente non cooperativo rispetto ai propri partner europei. Di questo atteggiamento non cooperativo la Storia le chiederà prima o poi il conto, come ha già fatto due volte nello scorso secolo.

Sed de hoc satis

Cerchiamo ora, come mi avete chiesto più volte, di risalire la catena delle cause. Cosa c’è “a monte” del differenziale di inflazione?

Be’, in parte l’ho già detto: “a monte” c’è quello che non c’è “a valle”, ovvero il fatto che la dinamica riequilibrante dei prezzi è inibita in vario modo. Basterebbe questo…

Ma nel discorso sullo stato dell’unione (monetaria) tornano, con la tediosa regolarità di una stagione poco amata, due argomenti. Perché vedete, se il problema è che siamo poco competitivi (in termini di competitività di prezzo), allora bisognerà pur trovare delle soluzioni. E le soluzioni delle quali si parla sono essenzialmente due. Oggi ne affronteremo una.

Prima di dirvi quale, però, cioè prima di dire di cosa parleremo, vorrei attirare l’attenzione sul come se ne parla di solito. Una precisazione, vi assicuro, molto importante.

Io mi chiedo: possibile mai che l’intellettuale standard di sinistra (intendo sinistra per bene e decotta), uso ad ostentare una “pastrufaziana latitudine di visuali”, un sovrano disprezzo per ogni retaggio moralistico, in campi disparati che vanno dai comportamenti sessuali, all’espressione artistica, alla bioetica, al colore della pelle, alle scelte religiose, e chi più ne ha più ne metta, quando si arriva a parlare di economia tira fuori una pruderie da far invidia a una pensionata del beghinaggio di Gand nel XVII secolo?

Io vorrei dire a questi amici (vostri): “Miei cari, vedete, quando si parla di sesso, di morte, di arte, certo, sono d’accordo, il moralismo è fuori posto, ma chi lo applica ha per lo meno la scusa di avere alle spalle secoli e secoli di condizionamenti religiosi! Ora, possibile mai che voi, mentre sfottete giustamente chi applica preconcetti moralistici a queste categorie, non vi rendiate conto di far di peggio, cioè di applicarli a categorie dove essi hanno ancor minore diritto di cittadinanza, cioè le fredde categorie economiche?”. Va anche detto che questa contraddizione in realtà è più apparente che reale. L’intellettuale di sinistra ostenta, certo, ma poi, alla prova dei fatti… Come dire: con le figlie degli altri tutti sono sessualmente liberi! La larghezza di vedute di certi personaggi spesso è solo patetica ipocrisia buonista, da dispensare manibus plenis nelle conversazioni salottiere. Ma quando si passa a parlare di cose serie (cioè di soldi, o della propria famiglia, o dei soldi della propria famiglia) questa vernice politicamente corretta si scrosta subito, e riaffiora il più gretto, miope, unilaterale moralismo borghese ottocentesco.

E quindi, siccome la domanda crea l’offerta, nei media è molto ma molto difficile sentir parlare in termini limpidamente fattuali di svalutazione e di produttività. Scatta subito il giudizio di valore. La svalutazione? È immorale! La produttività? È virtuosa. Il tutto condito con dati di fantasia. E naturalmente, in virtù di questa antinomia morale, l’amico intellettuale della sinistra per bene e decotta (sto cercando di non usare una certa parola, altrimenti Marco Basilisco, rockapasso, Santarelli e togarossa mi mettono giustamente in croce), il nostro amico, dicevo, in virtù di questo suo manicheismo, non riesce a vedere alcuna relazione fra un concetto profondamente immorale (svalutazione) e uno profondamente morale (produttività), non più di quanta ne veda fra la sua bambina e la signora che incontra di notte sui viali.

E allora, perdonatemi, dopo questa lunga premessa, per reagire allo sbrodolamento moralistico del quale i media non sono avari, nel resto di questo post sarò piattamente tecnico. Anche qui sarò rimproverato dal quartetto di cui sopra: “se sei troppo te stesso perdi consenso! Se sei troppo tecnico perdi lettori!”.

Giusto (questa è arte, quindi siate di late visuali).

Oggi parliamo di produttività.

Quale produttività?

Intanto vi ricordo che in economia il termine “produttività” ha tante accezioni, e che la produttività della quale si parla nel dibattito corrente è precisamente la produttività media del lavoro, definita come valore aggiunto per addetto, cioè:

L’idea è quella di misurare quale sia il “rendimento” medio, in termini di produzione, dell’input di lavoro, con l’idea di per sé condivisibile che più è e meglio è.

Gia qui, vi rendete conto, sorgono problemi di tutti i tipi. Esempio: quale misura utilizzare per l’input di lavoro? Dobbiamo utilizzare le posizioni lavorative (il numero di persone assunte)? Non sarebbe meglio utilizzare le unità di lavoro (i full time equivalent, cioè una misura dell’occupazione costruita in modo che due impiegati che fanno un part-time al 50% figurano come un unico occupato)? E non sarebbe ancora meglio utilizzare direttamente le ore lavorate, che poi in definitiva sono la misura più accurata dell’effettivo input?

Certo, naturalmente. Una caratteristica degli amatori è che sanno sempre cosa è “meglio”. Tutto giusto e tutto vero, solo che il meglio spesso è nemico del bene: il dato più “raffinato” spesso non è disponibile per periodi di tempo sufficientemente lunghi, non è direttamente confrontabile con quello di altri paesi (che magari non lo calcolano), e si basa su indagini campionarie più sofisticate, e quindi, ahimè, potenzialmente più fragili. E allora in quel che segue mi atterrò alla definizione della contabilità nazionale: (valore aggiunto)/(occupati totali). Del resto, questa è la definizione che ci interessa, per il motivo che passo a spiegarvi.

Perché ci interessa la produttività?

La produttività media del lavoro ci interessa perché da essa dipende il famoso “costo del lavoro”. Anche qui bisogna che ci capiamo. Cosa è il “costo del lavoro”? Nel dibattito giornalistico di solito si chiama “costo del lavoro” quello che gli economisti chiamano più correttamente “costo del lavoro per unità di prodotto” (CLUP, in inglese ULC: Unit Labour Cost). Come è costruito? Come rapporto fra i redditi unitari da lavoro dipendente (il costo del lavoro per addetto) e la produttività media (il prodotto per addetto):

Se la produttività aumenta, il CLUP a parità di altre condizioni (cioè se il reddito medio da lavoro dipendente rimane fisso) diminuisce: lo stesso costo del lavoro per addetto si ripartisce su un numero più ampio di prodotti. Nelle condizioni di mercato oligopolistico (pochi produttori) oggi prevalenti, il prezzo del prodotto viene determinato come margine sui costi medi variabili (principio del costo pieno). Quindi, in linea di principio, quando la produttività aumenta e il CLUP diminuisce diminuiscono anche i prezzi (alla produzione): l’impresa diventa più competitiva.

Va da sé che questo ragionamento è semplicistico. Ad esempio, esso presuppone che la riduzione del costo del lavoro venga traslata interamente sui prezzi, ma questo potrebbe anche non accadere: semplicemente, il produttore potrebbe lasciare inalterato il prezzo, cioè aumentare il proprio margine di profitto. L’idea che mercati con tre o quattro (o anche dieci o venti) big player mondiali possano funzionare come funziona la concorrenza perfetta nei libri di scuola è un po’ rozza. I produttori possono mettersi d’accordo, e lo fanno (è sui giornali ogni giorno), per cui, come dire, il legame fra aumento della produttività e diminuzione del prezzo finale non è così meccanico. Diciamo però che a grandi linee il meccanismo funziona, e che quindi in effetti la dinamica della produttività si ripercuote nel lungo periodo su quella dei prezzi.

La dinamica

Quello che conta in effetti è la dinamica, come ho cercato di spiegare in questo post. Il problema non è tanto se la produttività è “alta” o “bassa”, quanto se aumenta o diminuisce, esattamente per lo stesso motivo per il quale, quando ragioniamo in termini di prezzi, il problema non è se il paese X ha prezzi bassi o alti, ma se essi calano o crescono rispetto ai prezzi del paese Y.

Ora, normalmente ci aspettiamo che la produttività media di un paese aumenti, e questo per diversi motivi. Il primo è il progresso tecnico: gli stessi occupati con macchine migliori producono di più. Il secondo è il capitale umano: gli stessi occupati con le stesse macchine producono di più quando diventano più esperti o se hanno ricevuto un’istruzione migliore. Il terzo è il cambiamento strutturale. Supponiamo che nell’anno t vada in pensione un agricoltore e venga assunto un informatico: gli occupati sono gli stessi, ma il valore aggiunto è aumentato (un software costa più di una patata), quindi la produttività del paese è aumentata. Vedete che il quadro è lievemente più complesso di quello che potrebbe avere in mente un ingegnere (with all due respect: io apprezzo molto gli ingegneri, soprattutto quando scrivono romanzi).

Poi ci sono i trucchi. Se la produttività è misurata rispetto agli occupati anziché rispetto alle ore, o se le ore di straordinario sono riportate infedelmente (ad esempio perché il precario le fa senza registrarle, in modo del tutto “spintaneo”, perché gli si fa capire che così verrà strutturato), allora per “aumentare” la produttività basta far lavorare più ore (possibilmente con lo stesso stipendio) gli stessi operai: il prodotto aumenta, gli occupati sono (apparentemente) gli stessi, e così si risolvono i problemi.

Va da sé che quest’ultima soluzione è di breve periodo. Il motivo è molto semplice. Mentre il genio umano è illimitato, e ne ha dato prova nel bene e nel male, la rotazione della Terra sul proprio asse (o, per quelli che dicono che svalutare è immorale, la rotazione del Sole intorno alla Terra) avviene sempre in circa 24 ore. Al massimo quindi puoi portare l’orario di lavoro a 168 ore a settimana, poi ti devi fermare. Non è così che siamo passati dal produrre amigdale al produrre F14 (tanto per ricordare a cosa serve produrre, e soprattutto come si fa a vendere quello che si è prodotto).

La débâcle

La Fig. 1 riporta l’indice della produttività media del lavoro in Italia e Germania dal 1970 a oggi, costruito con base 1970=100.

Si tratta del Labour productivity index del sito OCSE (base 2005=100), ribasato sul 1970 per comodità espositiva. Vorrei chiarire come si interpretano gli indici. Quello che conta, in un indice, è la dinamica, non il valore. Quando pongo uguale a 100 la produttività media di Germania e Italia nel 1970, non sto dicendo che in quell’anno un operaio tedesco e un operaio italiano producevano entrambi 100 chiodi. Quanti chiodi, o quanto valore aggiunto, producessero si può ricavare dalle statistiche, ma non interessa più di tanto. Quello che interessa, e che l’indice ci dice, è come si è sviluppata la produttività nel tempo. Verosimilmente il tedesco già nel 1970 produceva qualche chiodo in più dell’italiano, ma magari i chiodi italiani costavano di meno ecc. Di questo parliamo un’altra volta. Quello che la figura ci dice è che la produttività tedesca è raddoppiata (da 100 a 200) in 23 anni (dal 1970 al 1993), quella italiana in poco di più (dal 1970 al 1997), dopo di che quella tedesca ha continuato a crescere, e quella italiana si è sostanzialmente appiattita.

Il trionfo dell’intelletto (di sinistra)

E qui siamo al trionfo dell’intellettuale di sinistra, il quale può finalmente “dimostrare” i suoi due assiomi:

(1) i tedeschi sono migliori (detto anche “assioma di Tafazzi”. Conseguenza: la loro minore inflazione è dovuta a una crescita più rapida della produttività), e

(2) la colpa è di Berlusconi (visto che l’appiattimento della produttività italiana, a spanna, si verifica prima intorno al 1995, e poi manifesta un paio di recrudescenze intorno al 2001, e al 2008).

Ecco, vedi, Bagnai, te lo avevo detto! Ma tu non ci volevi credere, animato come sei da odio ideologico verso l’euro…

Dunque. Intanto vorrei sapere se Craxi era meglio di Berlusconi. Non era lui il demonio, una volta? Lui, il corrotto corruttore, l’uomo che ha zavorrato la nostra economia con il debito pubblico che tuttora uccide la nostra produttività (dicono), ecc. Ma allora perché dal 1983 al 1987 la produttività italiana era esattissimamente allineata a quella tedesca? Erano meno bravi i tedeschi? A parte che questo contraddice l’assioma di Tafazzi (l’italiano è sempre e comunque peggiore degli altri), va anche detto che dal grafico non sembra.

A me pare più probabile che l’argomento Berlusconi, puramente ideologico, da rotocalco, valga meno della carta su cui ci viene propinato. Non sto dicendo che Berlusconi è bravo. Penso anch’io che sia piuttosto cattivo, non lo vorrei per genero e lui non mi vorrebbe per suocero, ma mi pare che il lungo elenco delle sue qualità negative non abbia molta più relazione con la Fig. 1 di quanta ne abbia con lo tsunami di Fukushima o con il terremoto dell’Aquila. Non tutti i cattivi sono responsabili di tutte le catastrofi. Chi vede una relazione fra Berlusconi e la catastrofe della produttività italiana è invitato a dimostrarla, possibilmente non con aneddoti, e ricordando che quella che i grafici mostrano è una tendenza di lungo periodo (un fenomeno che va avanti da quasi venti anni, durante i quali non ha governato solo Belzebù) e riferita all’intera economia. Le favolette sono buone per il popolino. Il popolino vuole un cattivo (vuole anche un buono): basta darglielo, e poi lui fa quello che vuoi tu (esempio: entra nell’euro). Ma fra il fenomeno (arresto della produttività media dell’intera economia) e la favoletta (dove Berlusconi è il cattivo) non c’è un gran legame, e allora dobbiamo andare alla ricerca di altre spiegazioni

I dettagli

Come sempre, sono i dettagli a deliziare l’intenditore. Dal 1970 ad oggi Italia e Germania si sono rincorse. La rincorsa italiana è stata più o meno efficace. Andiamo a vedere nel dettaglio (mettete gli occhiali). Si parte nel 1970.

L’Italia passa in testa (Fig. 2). La recessione del 1975 è pesantissima e la riporta sotto il livello tedesco, ma l’Italia riparte e passa nuovamente in testa nel 1979. Ma a partire da quell’anno il suo slancio si attenua, la produttività si appiattisce una prima volta, fino al 1983, anno in cui la Germania sorpassa nuovamente l’Italia (Fig. 3).

Dal 1984 la corsa della produttività italiana riprende e nel 1989 siamo di nuovo al sorpasso, ma… che succede? L’Italia perde colpi: la produttività si appiattisce di nuovo, per circa 3 anni, e poi dal 1993 la corsa riprende, ma ormai il distacco è visibile. Fra 1995 e 1996 la produttività diminuisce (non succedeva dal 1982), poi si rialza, ma entra in un’altalena di aumenti e diminuzioni, registrando fra 1996 e 2010 una crescita media annua dello 0% (per i precisini, 0.2%). Nello stesso periodo la crescita media della produttività tedesca è stata dell’1.3%.

Cronologia

Per chi non lo sapesse: il Sistema Monetario Europeo (SME) era un accordo di cambio fra paesi europei in virtù del quale questi si impegnavano a mantenere il proprio tasso di cambio fisso rispetto a una valuta di riferimento, l’ECU (European Currency Unit). Il valore dell’ECU era calcolato come media dei valori delle valute dei partecipanti (ponderata con i rispettivi pesi economici). L’impegno era quello di evitare che le valute si scostassero di ±2.5% dalla parità centrale in termini di ECU. Questo significa che se una valuta veniva spinta al limite superiore della banda e un’altra al limite inferiore, di fatto la prima aveva rivalutato del 5% (e la seconda svalutato del 5%). L’Italia aveva negoziato una speciale “banda larga” di ±6%.

13 marzo 1979: l’Italia entra nel SME.

14 giugno 1982 riallineamento dello Sme: la Germania rivaluta del 4.25%, la lira svaluta del 2.75% (totale: 7%).

21 marzo 1983

5 gennaio 1990: la lira adotta la banda di oscillazione ristretta del ± 2.5%.

17 settembre 1992: la lira abbandona lo SME e comincia a fluttuare liberamente, perdendo circa il 20% in un anno.

24 novembre 1996: l’Italia rientra nello SME.

E il resto lo sapete, o dovreste saperlo. Per inciso, avete letto bene: la Germania, nello SME, poteva rivalutare. Nell’euro no. Capito?

Coincidenze

E ora, però, parliamone. Perché vedete, la cosa divertente nel “dibattito” sulla produttività, è che chi ne sostiene le virtù la propone per lo più come un dato ingegneristico (migliori macchine, migliore organizzazione), sociologico, o addirittura biologico (cioè, diciamolo pure, razziale), ma comunque indipendente dal quadro macroeconomico. Chiaro: il problema dell’ingegnere è quello di costruire macchine più efficienti, che producano di più. A lui questo sembra bene, ed è giusto che sia così: ci mancherebbe altro che le macchine producessero di meno (magari inquinando di più)! Ma l’imprenditore, caro ingegnere, caro sociologo e caro razzista, ha anche un altro problema, che è quello di vendere ciò che produce. Se per qualche motivo i suoi prodotti non hanno mercato, lo stimolo a produrre di più in qualche modo viene a cadere. Dice: be’, però tu puoi fare innovazione, ricerca, sviluppo (mantra su mantra) e così ridiventi competitivo. Certo: ma i soldi per fare tutte queste belle cose chi te li dà? Come compri una macchina migliore o un progetto migliore se sei soffocato da un quadro macroeconomico che ti chiude i mercati di sbocco? Ci state arrivando?

Quello che la cronologia ci dice è una cosa molto semplice: tutte le volte che l’Italia ha, in qualche modo, irrigidito la propria politica valutaria, e quindi compromesso le proprie esportazioni, prima entrando nello SME, poi entrando nella banda di oscillazione ristretta, poi rientrando nello SME, poi entrando nell’euro, la sua produttività si è appiattita. E l’appiattimento è stato irreversibile quando la decisione di “irrigidirsi” lo è stata, ovvero con l’euro.

Odio ideologico

E qui, naturalmente, apriti cielo! “Franti, tu uccidi tua madre!” O, come mi dice l’amico (spero) Nuti: “non capisco il tuo odio ideologico verso l’euro”. Eppure posso spiegarlo in modo molto semplice. Non è odio, è fastidio. Lo stesso fastidio che Gadda provava per la catenella del cesso che si strappa quando la tiri (Alex, aiutami tu a ritrovare la citazione). Il fastidio per le cose mal congegnate e mal eseguite, che procurano inutile disagio.

Certo, qualcuno adesso penserà: “guarda questo Bagnai, accecato dall’odio verso i tedeschi! Se lo stiamo a sentire è in grado di spiegare con l’entrata nell’euro anche Caporetto o il terremoto di Messina! Lasciamo perdere…”. Ecco, bravi: voi lasciate perdere. Tanto quando questa tragica farsa finirà come deve finire, voi tornerete, dicendoci che lo avevate detto. Aspettiamo fiduciosi. Nel frattempo cerco di spiegare agli altri che il ragionamento che sto sviluppando non si fonda su un non meglio identificato “odio” ideologico.

La produttività non è esogena

Osserviamo la Fig. 4, che rappresenta il tasso di crescita di produttività (in blu) e esportazioni (in rosso) in Italia dal 1971 al 2009. La spezzata blu è il tasso di crescita della spezzata verde in Fig.1 (la produttività media del lavoro in Italia).

Si percepisce, credo, che entrambe le serie tendono a decrescere nel tempo: per la produttività lo abbiamo già visto, la sua crescita si arresta più o meno dal 1996, e da allora in effetti il suo tasso di crescita (spezzata blu in Fig. 4) oscilla attorno allo zero (asse orizzontale). Le due serie in effetti decrescono insieme: la loro correlazione, per chi non si accontenta del colpo d’occhio, è 0.67, positiva e significativa. Dice: ma le serie scendono, perché la loro correlazione è positiva? Perché la correlazione è un numero compreso fra -1 e +1 che esprime come si muovono due variabili: è positiva se salgono insieme, positiva se scendono insieme, negativa se una sale e una scende, e nulla se ognuna fa come gli pare. In questo caso è positiva perché sia la crescita della produttività che quella delle esportazioni col tempo diminuiscono.

(Per i sofisticati: l’outlier delle esportazioni, -20% nel 2009, non influenza la correlazione. Se lo eliminiamo la correlazione passa da 0.67 a 0.65).

Bene, direte voi, o forse lo dirà un altro: il quadro è chiaro. Noi italiani, feccia dell’umanità, siamo diventati meno produttivi, quindi il nostro CLUP è cresciuto, quindi i nostri prezzi sono aumentati, quindi siamo diventati meno competitivi, quindi le esportazioni sono diminuite. Che orgia di “quindi”! La parola preferita dall’intellettuale di sinistra… Un economista direbbe che la causazione è unidirezionale: dalla produttività alle esportazioni. Che poi, se volete, ha anche la sua logica: una logica neoclassica: dato che per esportare prima devi produrre, è chiaro (?) che più produci più esporti.

Ma è proprio così chiaro?

È nato prima l’uovo o la gallina? (paragrafo tecnico)

La Fig. 4 ci dice che produttività e esportazioni vanno insieme, ma la storia dell’economia è fatta di centinaia di cose che vanno insieme. Quando insegnavo Econometria alla Sapienza mi divertivo molto a illustrare agli studenti una fantastica equazione che spiegava benissimo i consumi delle famiglie italiane. Poi cominciavo a usarla per fare delle previsioni, e veniva fuori una catastrofe. Tutto quello che avevo spiegato fino a quel giorno non funzionava: le variabili, dentro il campione, erano correlate perfettamente, ma fuori succedeva di tutto. Dov’era l’errore? Semplice: stavo spiegando i consumi italiani con i redditi della Nuova Zelanda. La correlazione dentro il campione c’era: qualsiasi variabile che cresce è correlata con qualsiasi altra variabile che cresce. Ma fuori dal campione qualche problema c’era… Chi l’ha studiata così la cointegrazione rischia anche di averla capita.

Cosa voglio dire? Semplice. La Fig. 4 mostra una correlazione, cioè il fatto che due variabili si muovono insieme. Da qui a stabilire una causazione (cioè il fatto che l’una causi l’altra, e in particolare che sia la produttività a causare le esportazioni) ce ne passa.

Intanto, stabiliamo un principio: non sempre quello che viene prima causa quello che viene dopo: è il famoso sofisma post hoc ergo propter hoc, dal quale sappiamo che occorre diffidare. Tuttavia è abbastanza difficile (e qui ovviamente aspettiamo Schneider) che quello che viene dopo abbia causato quello che viene prima. Questo principio è stato messo in pratica da un premio Nobel recentemente scomparso, Clive Granger, per elaborare un test di non causalità.

Non causalità?

Sì, perché l’idea non è dimostrare che A abbia causato B (compito impegnativo), ma solo quella di escludere che A preceda B, sia un suo antecedente. Se A non precede B, non può averlo causato, e questa è l’ipotesi che il test vuole accertare. Poco, ma meglio di niente.

Lo so, già avete il mal di testa. E il peggio deve venire. Ma volete continuare a sentirvi dire che la colpa è vostra perché non lavorate abbastanza? E allora lavorate!

Intanto, la cosa interessante è che nel periodo dal 1970 al 1995, prima della débâcle, le variazioni delle esportazioni precedono quelle della produttività, e non viceversa (e lo si vede anche dalla Fig. 4). Insomma, in quel periodo sembra di poter escludere che la produttività causi le esportazioni. Per i non tecnici, guardate ad esempio cosa succede fra 1979 e 1983: il punto di minimo della crescita delle esportazioni (-8% nel 1980) anticipa di due anni il minimo della crescita della produttività (-0.4% nel 1982).

Per i tecnici, questo è il correlogramma incrociato:

dal quale si vede che la produttività è (debolmente) correlata con i valori passati delle esportazioni, ma per niente correlata con quelli futuri, e questo è il test di non causalità di Granger:

dal quale si vede che l’ipotesi che la produttività non causi le esportazioni è accettata, mentre quella che le esportazioni non causino la produttività è respinta (al 10%). Nulla di granitico, ma un indizio questi risultati lo danno. Questo tipo di correlazione evapora se estendiamo l’analisi a tutto il campione. Il fatto è che i dati annuali sono pochi per un’indagine statistica di questo tipo. Se però passiamo ai dati trimestrali, il quadro si fa più chiaro (per i tecnici):

Adesso l’ipotesi che le esportazioni non causino la produttività viene respinta recisamente, mentre quella che la produttività non causi le esportazioni viene accettata. In parole povere, i dati ci dicono che sono le esportazioni a causare la produttività, non il contrario.

Non è poi così strano, se torniamo all’inizio del discorso. In fondo la Fig. 1 che storia ci raccontava? Una storia molto semplice: ogni volta che l’Italia ingessava la propria valuta, penalizzando le proprie esportazioni, la produttività cominciava a declinare. Quando i cambi si riallineavano si ripartiva. Che poi è proprio quello che ci dice questa analisi: cambio ingessato, meno esportazioni, meno produttività, e viceversa.

Perché?

Ma è così strano? No. Non è strano per niente. Anzi, è esattamente quello che viene previsto dal modello di crescita post-keynesiano di Kaldor-Thirlwall, un modello che ha ricevuto un discreto supporto empirico (diverse centinaia di verifiche pubblicate nella letteratura scientifica internazionale), e del quale perfino Pierre-Richard Agénor (dottore alla Sorbona, carriera in Banca Mondiale fino alla posizione di lead economist, poi a Yale, ora a Manchester, economista non sospettabile di eterodossia) ha dovuto ammettere la fondatezza.

Gli omodossi (anche detti prekeynesiani) tendono a vedere la crescita economica in un’ottica ingegneristica: ci sono le macchine e i lavoratori, più macchine compri e più lavoratori assumi, più produci. La crescita economica, loro, la spiegano esclusivamente dal lato della produzione, ovvero, come dicono gli economisti, dell’offerta. Loro, gli omodossi, non si preoccupano di sapere chi comprerà quello che viene prodotto, perché partono dal presupposto (detto legge di Say) che l’offerta crei la propria domanda. Un presupposto già dubbio in teoria, e abbastanza screditato in pratica. Se l’offerta crea la propria domanda, perché la Thyssen-Krupp ha dovuto pagare 150 milioni di euro di mazzette per farsi comprare i propri sommergibili dalla Grecia? Il sommergibile basta produrlo, poi lo porti al mercato (in un cestino) e qualcuno lo comprerà, perché siccome per produrlo hai distribuito redditi, e chiunque ha soldi in tasca li spende subito (altra intuizione di quel geniaccio di un Fisher), ecco che tornerai a casa col cestino vuoto e le tasche piene.

O no?

No.

L’esperienza mostra che la domanda può effettivamente porre un vincolo alla crescita economica e la storia economica fornisce decine di conferme: le grandi potenze economiche nella fase del proprio decollo hanno regolarmente praticato politiche mercantilistiche, fondate sull’essere liberiste a casa altrui e protezioniste a casa propria, semplicemente perché per promuovere la crescita del proprio prodotto e quindi della propria produttività era indispensabile dotarsi di mercati di sbocco di taglia adeguata.

Questa intuizione è formalizzata nel modello kaldoriano di crescita, che ha due componenti essenziali: la prima è la cosiddetta “legge di Thirlwall”, che stabilisce che la crescita di un’economia è direttamente proporzionale a quella delle sue esportazioni (da Anthony Thirlwall, 1979, “The balance of payments constraint as an explanation of international growth rate differences”, Banca Nazionale del Lavoro Quarterly Review). La seconda è la “legge di Verdoorn”, che stabilisce che la crescita della produttività è proporzionale alla crescita dell’economia (da Petrus Verdoorn, 1949, “Fattori che regolano lo sviluppo della produttività del lavoro”, L’Industria, n. 1). Queste due leggi interagiscono in un meccanismo di causazione circolare e cumulativa di questo tipo: se un paese riesce (ad esempio adottando un tasso di cambio sostenibile) a promuovere le proprie esportazioni, il suo prodotto cresce, il che determina un incremento della produttività, il che determina una riduzione del CLUP, il che determina un aumento della competitività, il che determina un ulteriore aumento delle esportazioni, e si ricomincia (il modello è esposto in dettaglio da Anthony Thirlwall, 2002, The Nature of Economic Growth, Cheltenham: Edward Elgar).

Insomma: il presupposto del “decollo” di un sistema economico è che si riesca ad allentare il vincolo della domanda. Politiche di “vincolo esterno” basate su un cambio sopravvalutato ovviamente vanno nella direzione opposta, e del resto l’imposizione (o la “calda raccomandazione”) di adottare un cambio sopravvalutato alle economie “periferiche” è sempre il primo imprescindibile passo della strategia di conquista messa in pratica dalle potenze mercantiliste (come ampiamente descritto da Roberto Frenkel e Martin Rapetti, 2009, “A developing country view of the current global crisis”, Cambridge Journal of Economics).

Tutti “economisti”.

Sintesi

Non sto dicendo che viale Parioli debba svalutare rispetto a via dei Monti Parioli: sto solo dicendo che il dimensionamento di un’area valutaria deve essere fondato su criteri razionali, e il primo di questi criteri, da Mundell in giù, è l’omogeneità del mercato del lavoro, che è quello dal quale dipende il tasso di inflazione, e quindi la sostenibilità di tutta la baracca (questo è per l’amico del tornese, che ho trovato nello spam. Lui sa chi è, e lo so anch’io. Poi torniamo sul discorso).

Non sto dicendo che gli italiani sono una razza eletta e che in quanto tali non debbano alterare i propri comportamenti e le proprie istituzioni: sto solo dicendo che non sono delle merde come la “loro” attuale leadership vorrebbe far credere loro: se qualche italiano non è d’accordo, lo esorto ad applicare a se stesso le ovvie conseguenze del suo pensiero (sperando che la catenella tenga allo strappo).

Non sto dicendo che i tedeschi sono la feccia dell’umanità e che in quanto tali meritano di essere consegnati alla pattumiera della Storia: sto solo dicendo che il modello non cooperativo praticato dalla loro leadership sta chiaramente mostrando la corda, e che il futuro dell’Europa è nella valorizzazione della sua ricchezza e quindi diversità culturale, non nell’appiattimento di tutti su un modello fallimentare a medio (e forse ormai a breve) termine.

Non sto dicendo che la rivalutazione della Germania risolverebbe tutti i problemi. Certo, essere entrati in un sistema che, a differenza dello SME, la esclude, ha creato degli ovvi problemi accessori, che si sarebbero potuti evitare. Ma è altrettanto certo che in Italia ci sono molte cose da migliorare. Solo che è suicida farlo in un contesto nel quale istituzioni macroeconomiche palesemente fallimentari ci tolgono risorse e prospettive.

Sto dicendo che ragionare esclusivamente in termini di offerta (l’importante è produrre!) è, come dire, lievemente amatoriale. La domanda conta, conta nel breve, e conta anche nel lungo, come sanno tutte le potenze che hanno costruito il proprio futuro aggredendo i propri mercati di sbocco. La produttività dipende certo dai mille e mille fattori di cui si è parlato anche in questo blog, dipende dalla sociologia, dal clima, dalla religione, da quello che vi pare, ma dipende anche e soprattutto dal quadro macroeconomico, come l’esperienza italiana riassunta in questo post dimostra. Non capirlo significa pretendere di andare da Roma a Fiumicino nuotando controcorrente, semplicemente perché nuotare controcorrente è più faticoso, quindi più virtuoso. Peccato che Fiumicino sia a valle di Roma. E comunque alla fine a Fiumicino ci arrivi perché tanto il fiume ti ci porta: ma preferisci arrivarci prima vivo, o dopo morto?

Di questo moralismo da poveracci (si può dire?) forse dovremmo veramente liberarci. Ma dopo svariati decenni di disinformazione mi rendo conto che il compito è superiore alle forze di ognuno di noi.

Per i precisini

I lags del test di Granger sono stati selezionati applicando il test sequenziale del rapporto delle varianze modificato secondo Helmut Lütkepohl (1991), Introduction to multiple time series analysis (New York: Springer), corretto per i gradi di libertà secondo Chris Sims (1980), “Macroeconomics and reality”, Econometrica, così come viene implementato da EViews 5, partendo da un ordine massimo di 20. I dati trimestrali di valore aggiunto, occupati totali e esportazioni provengono dal sito dell’I.Stat, rispettivamente dal 1992, 1980 e 1991. I dati precedenti, fino al 1975, sono stati retropolati con i tassi di variazione delle serie corrispondenti, provenienti dalla release 1996:03 della contabilità nazionale trimestrale, la più recente fra quelle trovate nelle tasche di Eta Beta. Occorre altro?

Alberto Bagnai

Fonte: http://goofynomics.blogspot.it
Link: http://goofynomics.blogspot.it/2012/03/cosa-sapete-della-produttivita.html
19.03.2012

Pubblicato da Davide

  • ericvonmaan

    Articolo non facile, ma che spiega, in pratica, che la stessa moneta va usata su aree geografiche che siano simili. Non certo quello che è stato fatto con l’Euro. E che soprattutto la moneta (fisica o virtuale, includo ovviamente anche la moneta elettronica creata dal nulla dalle banche commerciali con la riserva frazionaria) deve essere gestita da istituzioni pubbliche che possano modularne rivalutazione e svalutazione, con finalità di benessere sociale (=lavoro). Non certo da una elites di banchieri privati che ne fanno quello che vogliono. Ancora una volta, e spero che il professor Bagnai sia d’accordo con me, bisogna parlare anche di SCELTE POLITICHE e una volta per tutte decidere DI CHI E’ la moneta, CHI la deve gestire e CON QUALI FINALITA’, IN CHE MODO essa vada emessa (secondo me deve essere SENZA DEBITO). Finchè non scriviamo le regole di base non possiamo fare nulla: parlare di argomenti tecnici è solo, purtroppo, inutile salotto tra intellettuali.

  • sheridan

    Ma come? L’autore cerca di spiegarti con tanto impegno come e’ evoluta negli anni la produttivita’ portandoti per mano come si fa con gli studenti un po’ somari e tu te ne esci con le solite fesserie quali la moneta sovrana, il denaro creato dal nulla etc…? Purtroppo l’autore sembra affetto anche lui da una specie di sindrome Barnard. Il buon Paolo Barnard appena inizia un ragionamento ecco che tira dentro Travaglio, Santoro e Grillo, Bagnai invece con la stessa puntualita’ tira dentro la sinistra e meno male ce non se la prende con i Comunisti o l’Unione Sovietica (bonta’ sua). Che l’euro, cosi’ come i rapporti di cambio imposti in passato dallo sme abbiano nuociuto all’Italia e’ fuor di dubbio (i paesi un po’ cialtroni hanno bisogno di svalutazioni periodiche) pero’ dai dati riportati si nota che la produttivita’ ha smesso di salire sopratutto nell’ultimo decennio in cui l’Italia e’ caduta sotto il dominio forza-fascio-padanaro con la moltiplicazioone della corruzione e delle ruberie su larga scala. Anche questo non puo’ essere casuale senza nulla togliere alle argomentazioni dell’ottimo autore dell’articolo.

  • xl_alfo_lx

    Ma come? Rimproveri le cazzate sparate dagli altri rifilando altre cazzate? Ovviamente a sostegno non produci nulla, dati, tabelle, nulla!

  • ericvonmaan

    Mi sembra di avere posto dei quesiti ben precisi ai quali, purtroppo, tutti coloro che scrivono di moneta non rispondono mai. E nemmeno tu, gran intelligentone, se è per questo. Io voglio solo sapere chi tiene in tasca il borsellino coi miei soldi e come lo usa.

  • sheridan

    I tuoi soldi sono stati per anni nelle mani di ladri e mignotte, se guardi i grafici di Bagnai lo capisci con precisione. Adesso il danno e’ irreparabile, dovremo uscire dall’euro provocando un disastro nell’intera economia e finanza mondiale, ci saranno migliaia di morti (anche per fame), nessuno sa cosa potra’ succedere ma una cosa e’ certa, ci ritroveremo tutti col cul per terra e non certo per colpa dei banchieri cattivi, del signoraggio o della moneta poco sovrana. E’ il popolo che paga le sue scelte scellerate e, a ben guardare, ben gli sta!

  • ericvonmaan

    E’ qui che dimostri di avere capito veramente poco, caro Sheridan. I ladri e le mignotte ci sono state (e tutt’ora ci sono, più che mai), a vari livelli, purtroppo la tua vista miope ti consente di guardare solo ai livelli più bassi. Comprarsi degli occhiali???

  • Giovina

    Non ho capito bene quella che a me risulta essere, almeno apparentemente, una contraddizione, cito Bagnai:

    “sto solo dicendo che il dimensionamento di un’area valutaria deve essere fondato su criteri razionali, e il primo di questi criteri, da Mundell in giù, è l’omogeneità del mercato del lavoro, che è quello dal quale dipende il tasso di inflazione, e quindi la sostenibilità di tutta la baracca”

    ” Non sto dicendo che i tedeschi sono la feccia dell’umanità e che in quanto tali meritano di essere consegnati alla pattumiera della Storia: sto solo dicendo che il modello non cooperativo praticato dalla loro leadership sta chiaramente mostrando la corda, e che il futuro dell’Europa è nella valorizzazione della sua ricchezza e quindi diversità culturale, non nell’appiattimento di tutti su un modello fallimentare a medio (e forse ormai a breve) termine.”

    Michiedo cioe’ cosa intenda Bagnai per “omogeneita’ del mercato del lavoro”. Perche’ se intende rispetto e dignita’ dei lavoratori da tutelare, valori dai quali non si puo’ prescindere per raggiungere determinati scopi globali, non credo che sia stato tanto originale.
    (Che poi dignificare un lavoratore, perche’ uomo, significa eliminare la sua suscettibilita’ di essere considerato risorsa umana, e quindi prezzabile come un fattore economico. L’uomo non ha prezzo, bensi’ ha un Valore, prezzo e’ quello che puo’ avere invece il prodotto del lavoro umano, e sebbene qualcuno, molti, considerino l’economia una alta scienza, il fatto che il termine di valore sia ambiguamente e sordidamente usato per definire qualitativamente e quantitativamente indifferentemente l’uomo e qualsiasi altra merce e fattore economico che da lui si differenzia e’ la causa prima del fallimento di questa scienza, errore di cui nemmeno Marx mai si e’ accorto, pur mettendo in primo piano, deificandolo, il proletario: la piu’ grande astrazione e il piu’ grande condizionamento che dell’uomo siano mai stati fatti)

    Per quanto riguarda la sua critica alla ipocrisia della sinistra, anche qui, nulla da eccepire su quel meccanismo generale che vuole, una volta che ci si schiavizza nei confronti di una codifica ideologica, religiosa, sociale che dir si voglia, farci tradire da noi stessi medesimi quando andiamo a mettere in secondo piano l’essere dell’uomo in se’ rispetto all’astrazione di quest’ultimo, innescando il pericoloso boomerang continuo generato dal fine che giustifica i mezzi. L’ideale che diventa ideologia e’ il virus piu’ pericoloso e comune che ci sia.

    Direi che demonizzare questo o quel partito politico, questo o quel sistema economico, e’ aleatorio e infantile nella stessa misura in cui vogliamo incolpare o difendere Berlusconi, Prodi, Craxi e company dello sfacelo attuale.

    Se la massa deve capire qualcosa, questo significa che attualmente e’ confusa e soffre di qualche malattia, sicuramente come soffre di una malattia simile anche la parte dell’umanita’ che e’ deputata a schiavizzare la restante, se quest’ultima fosse SANA non sfrutterebbe ne’ desidererebbe di schiavizzare il suo prossimo.

    Quindi ben vengano tutti i lumi che da piu’ parti si accendono per aiutare l’espansione della visione, ma costringere in qualche categoria sociale, o politica, o economica, o di razza, una qualche responsabilita’ dimenticando la responsabilita’ e potenzialita’ di crescita evolutiva umana personale di ognuno, significa fare lo stesso gioco di quella ignoranza che vuole dare al concetto astratto di globalizzazione attualmente perorato dai poteri in auge, piu’ realta’ e consistenza di quante ne abbia l’uomo stesso in primis, e peggio ancora, significa tarparsi da soli le ali perche’ si affida sempre a qualcosa e a qualcun altro la responsabilita’ di fatti avvenuti e di azioni future, implicitamente decretando la propria incapacita’ e non competenza ovverosia: impotenza.

    In parole povere, questa dittatura che si appresta a diventare globale, non e’ tale, essa e’ nel nostro piu’ profondo e inconsapevole volere, da noi stessi votata a maggioranza assoluta.

  • xl_alfo_lx

    Hai dimostrato una lettura troppo affrettata. Ma come? E pure Il prof. Bagnai dopo aver esposto i dati, si aspettava analisi come le tue e si è rivolto proprio a te. Aridaje! E’ proprio una malattia cronica. Ah beh! Certo è tutta colpa de Berluscò e del dominio fascio-padanaro.

  • Truman

    @giovina: la prima frase si riferisce al fatto che nell’area considerata un lavoratore, a parità di prestazione svolta, viene pagato in modo diverso (tipicamente mi risulta che in Germania gli stipendi siano più alti).
    Il modello fallimentare a cui fa riferimento nella seconda frase è (cito) “una teoria economica ampiamente screditata, la teoria quantitativa della moneta, secondo la quale è la moneta a “causare” l’inflazione. Quindi se la moneta è una, l’inflazione deve essere una.

    E allora si ritorna sempre a discorsi noti: una moneta unica avrebbe potuto funzionare se ci fosse stata un’omogeneità nel mercato del lavoro, cioè se le condizioni lavorative fossero state uguali in tutta l’area, e qui entrano anche tasse, servizi e norme, perchè se l’Italia è meno efficiente l’azienda non può pagare gli stessi stipendi della Germania.
    A parte questo, l’idea di appiattire tutti su un modello unico, che non è stata realizzata, sarebbe comunque stata uno spreco, perchè si sarebbero persa la ricchezza della diversità.
    A me sembra che il discorso sia strettamente economico, prescindendo da concetti come la dignità dei lavoratori, ma un’economia onesta mostra come le scelte praticate dai nostri governanti all’interno dell’Europa siano state balorde e disastrose dal punto di vista economico.
    Comunque puoi provare a chiedere direttamente a Bagnai sul suo blog, però fai attenzione che spesso è caustico nei suoi commenti e la sua risposta può bruciare.

  • RicBo

    tutto questo pippone illeggibile per dire che quella che stiamo vivendo è una crisi di sovraproduzione e che l’euro è una moneta criminogena perchè favorisce gli interessi mercantilisti di pochi schiavizzando molti.
    come dice Barnard: urlatelo per le strade e mettete la vostra firma su un manifesto che chiede l’incriminazione di Draghi poi ne riparliamo. Ma a professori come Bagnai gli manca il coraggio, preferiscono elucubrare sui grafici al sicuro delle loro aule universitarie. Bagnai, ormai l’euro ce lo dobbiamo tenere, perchè non proviamo a cambiarlo, magari insieme alla UE?
    come dice un commentatore qui sopra:

    Finchè non scriviamo le regole di base non possiamo fare nulla: parlare di argomenti tecnici è solo, purtroppo, inutile salotto tra intellettuali.

    Straquoto

  • pippo74

    senti, sai che ti dico: l’euro tienitelo tu, se prorpio insisti, io ne faccio volentieri a meno. fin quando non usciamo dall’euro, come evidenziato in maniera chiara dal prof. Bagnai in diversi post nel suo blog, non risolveremo i nostri problemi di mancata crescita, vero spauracchio a cui ci stiamo condannando; e il calo della ricchezza nazionale comporterà, inevitabilmente un forte aumento della disoccupazione, avvitandoci in una spirale deflattiva devastante.

    questo come premessa, giusto per chiarire qual è il mio pensiero in merito. dopo di che, devo purtroppo anche aggiungere che sei un gran maleducato, per il modo con il quale ti sei rivolto ad uno dei pochi professori universitari che si sta spendendo veramente tanto per far capire, anche ai non economisti (certo ci vuole un minimo di disponibiltà, di umiltà e una grande voglia di comprendere, cose che a te purtoppo difettano, mi dispiace), i meccanismi macroeconomici che stanno alla base della crisi economica in atto.

    Bagnai ha aperto un blog con lo scopo di mettere a disposizione di tutti un’opera di divulgazione dal basso, che cerca di rendere accessibili ai più alcuni concetti fondamentali di macroeconomia; questo percorso non inizia certo con questo articolo, oh scusa con questo pippone, ci sono molti altri pipponi che precedono questo, te ne consiglio la luttura. molto istruttiva ti assicuro.

    poi posso capire che uno non abbia voglia di leggere un articolo lungo e faticoso, che presuppone di aver assimilato altri concetti discussi in post precedenti, lo accetto; ma che tu ti possa permettere di esprimere giudizi senza aver capito un h, e senza fare una critica di merito, mi sembra molto superficiale e presuntuoso, per non dire altro.

    il percorso scelto da Bagnai, per attaccare questo sistema economico e monetario che ci sta distruggendo come sistema paese, è quello dell’uso di spiegazioni razionali, lui le chiama ortodosse, cioè main stream, senza bisogno di complotti (e perciò molto più pericolose per il potere di certi metodi usati da personaggi del tutto screditati).

    infine, al contrario di quello che scrivi, credo che stia rischiando molto, anche per la sua futura carriera professionale; all’interno di un mondo accademico dominato dal pensiero unico ultraliberista, esporsi come lui sta facendo non depone a favore di una folgorante carriera.

    spendersi in qualche modo per gli altri, scegliendo la propria strada, in un mondo plasmato dall’egoismo credo non sia poco, sicuramente non è mancanza di coraggio.

    p.s.: un consiglio spassionato: studia
  • ericvonmaan

    Con tutto il rispetto per un accademico come il prof. Bagnai, quello che manca in queste analisi e disquisizioni tecniche è una posizione politica, un corpo di regole di base dalle quali iniziare a “scrivere i trattati”. Perchè slogan come “stare nell’euro” o “uscire dall’euro” non significano nulla se poi le regole non cambiano! Chi deve emettere il denaro, fisico e virtuale, e con quali meccanismi? A debito o non a debito? Chi deve gestirlo? Gestione segreta o sottoposta a pubblico giudizio? Finalità delle poltiche monetarie? Indipendenza dal governo o collaborazione? Io ho le mie idee precise. Mi sembra chiaro che se non si chiariscono, una volta per tutte, queste regole, parlare e analizzare quello che è successo non porta a nessun cambiamento. Perchè a quelli che hanno in mano il monopolio della moneta ADESSO, delle analisi di Bagnai non gliene frega nulla! LORO fanno quello che vogliono.

  • pippo74

    Gentile ericvonmaan capisco il tuo punto di vista, vorrei però invitarti a ragionare. Prima di tutto nella vita bisogna tenere presente il contesto in cui si opera e agire per priorità rispetto alle condizioni date.

    Detto questo ti domando: ammesso e non concesso che i tuoi ragionamenti in merito alla questione monetaria siano corretti (emissione di moneta senza debito di esclusiva competenza dello stato, giusto?), ha senso porsi oggi le domandi che tu giustamenti ti poni, oppure come io credo (e come giustamente fa notare Bagnai) è prioritario allargare la base di conoscenze in merito all’assurdità dell’euro? Il terreno di una messa in discussione dell’euro è a mio avviso già fecondo, perchè a livello epidermico molti milioni di Italiani avvertono la sensazione di essere stati fregati. Solo che per avere successo, tale strategia necessita di una massa critica di persone che abbiano compreso i meccanismi macroeconomici che stanno alla base del fallimento dell’euro e del perchè la sua introduzione ci ha resi più poveri.

    Tu stesso asserisci “Perchè a quelli che hanno in mano il monopolio della moneta ADESSO, delle analisi di Bagnai non gliene frega nulla!”; bene, su questo siamo d’accordo; quindi credo che sarai d’accordo con me che se non glie ne frega niente delle analisi di Bagnai, figurarsi come saranno preoccupati dai discorsi della moneta debito.

    Io rimango dell’avviso che la priorità in questo momento sia quella di aprire un dibattito sull’euro, perchè per arrivare a mettere seriamente in discussione la moneta unica bisognerà pur iniziare a dibatterne, e in Italia, a differenza della Francia per esempio, questo argomento è tabù. Dopo tutto prima dell’introduzione dell’euro (e ancora di più prima dell’entrata nello SME) l’Italia era un paese che cresceva economicamente al pari o quasi degli altri paesi europei; il debito pubblico, seppure enorme, non era a rischio default, eppure già all’epoca la moneta veniva emessa “a debito”, come dici tu.

    Vorrei concludere con una metafora: poniamo che un uomo ceco ad un occhio dalla nascita sia costretto ad indossare una benda che gli copre anche l’occhio sano (l’euro), benda di cui non avrebbe assolutamente bisogno; quale sarebbe la priorità di quest’uomo non appena ne avesse la possiblità (raggiungimento di una massa critica per la messa in discussione dell’euro) se non quella di togliersi la benda il prima possibile per ricominciare a vedere la luce? Dopo e solo dopo essersi tolto questa zavorra inutile potrà tornare ad occuparsi del suo problema di cecità con cui ha convissuto dalla nascita. Saluti.
  • ericvonmaan

    Mi devi spiegare con quali poteri e con quali leggi hai intenzione di far fare a questi signori quello che vorresti. Se non sbaglio è da più di 20 anni che in silenzio il nostro parlamento mette firme su contratti che regalano la sovranità a poteri privati, non eletti e non cotrollabili,, incluso ovviamente quello monetario. Allora? Pensi che basti sedersi attorno a un tavolo e parlare? Non hai capito che se non nasce un movimento politico che RISCRIVA DA ZERO LE REGOLE non si può fare nulla?

  • pippo74

    Ti rispondo, anche se non posso dire tu abbia fatto altrettanto; anch’io ti ho fatto una domanda, a cui non hai risposto, se non con tre domande; ma sei sempre in tempo se vuoi.

    Ad ogni modo, non voglio sfuggire. Ovviamente non ho una ricetta miracolosa, forse nemmeno un Leonardo Da Vinci del 21° secolo ce l’avrebbe. Tuttavia, quello che farei, anzi sto già facendo, l’ho spiegato nel commento precedente che ti invito a rileggere.

    Voglio qui semplicemente aggiungere che quando provo a parlare di queste cose nell’ambito lavorativo, familiare e nella cerchia di amicizie, sorprendentemente le persone sono disposte ad ascoltare, e quando usi argomenti marcoeconomici all’apparenza complicati, quali il tasso di cambio reale e nominale, differenziale d’inflazione, defalzione salariale, bilancia dei pagamenti, bilancia commerciale, debito pubblico e sua relazione con il debito privato estero di uno stato ecc. con degli esempi concreti, bhè, vedo che i miei interlocutori dopo alcuni momenti di smarrimento (sai, non è semplice a livello psicologico vedersi smontare l’ideale di grande Germania bella e brava, in contrapposizione all’Italietta brutta e incapace, inculcata quotidianamente, dai megafoni di regime tanto di destra che di sinistra, nei cervelli degli italiani), dicevo dopo alcuni momenti di smarrimento iniziano a porsi dubbi, farsi domande, riflettere e infine a capire. E alla fine capiscono perchè si rendono conto sulla propria pelle che l’euro ci sta rovinando e ci rovinerà definitivamente.

    Che fare? Fosse per me farei la rivoluzione!!!! Ma realisticamente io credo che il cambiamento per avvenire veramente deve avvenire attraverso la consapevolezza collettiva delle persone. Potrà sembrarti un pò retorico, ma non lo è affatto, perchè altre strade non ci sono, non esistono scorciatoie praticabili che possano aggirare la necessità di crescere collettivamente per ottenere risultati. Questo non significa che non vivremo abbastanza per vedere dei risultati positivi, come qualcuno ci ha ottimisticamente anticipato, salvo poi aver trovato la ricetta magica per la risoluzione immediata di tutti i problemi, sic!.

    Pensa al movimento per l’acqua pubblica, nato al di fuori dei partiti, tra lo scetticismo generale, cosa è stato capace di fare. Perchè tale movimento civile non dovrebbe poter essere replicato per il diritto sacrosanto alla sovranità monetaria? E’ un argomento trasversale, di enorme impatto psicologico. Il problema potenziale di un simile movimento civile, cioè di essere tacciato come nazionalista, antieuropeista, complottista, che guarda al passato, e altre peggio cose, dovrebbe poter essere neutralizzato dalla solidità degli argomenti che si usano per spiegare alla gente comune tutta la fallacità della costruzione dell’euro.

    Ad ognuno la sua parte; non vedo perchè un prof. universitario debba porsi alla testa di un movimento politico o essere attaccato perchè non lo fa. Io veramente questo non lo capisco.
  • pippo74

    OT, ma ricbo non ha nulla da dire?