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COSA POSSIAMO IMPARARE DALLA TRANSILVANIA (VERAMENTE!)

DI JAY WALLJASPER
energybulletin.net

La parola “comune” risale all’epoca medioevale e originariamente stava ad indicare un territorio condiviso da una comunità, secondo regole ben definite. Ai contadini era spesso concesso il diritto di cacciare e pescare in quelle terre, raccogliere erbe medicinali e andare in cerca di bacche o paglia per i propri tetti.

Quando, successivamente, questi privilegi furono revocati (dando la terra, che fino a quel momento era della comunità, ad uso esclusivo dei proprietari o dei nobili, in un processo chiamato “enclosure”) molti contadini cominciarono ad avere serie difficoltà a provvedere a se stessi. Alcuni furono costretti ad abbandonare le campagne e ad affrontare lunghe ore di duro lavoro nelle insalubri fabbriche che cominciavano a comparire in giro per il continente.

La tradizione di condivisione della proprietà esiste ancora nelle culture indigene e contadine del mondo in via di sviluppo, ma è sparito in tutto il resto d’ Europa ad eccezione di un angolo della Transilvania, dove alcune usanze tipiche dei comuni ancora resistono.
“E’ l’unico posto in Europa dove ancora si può trovare la vita che esisteva nel XIII secolo,” fa notare Krusche. “Sono le radici dell’ideale moderno di uno stile di vita biologico” – agricoltura e allevamento sostenibili, cibo locale, metodi di costruzione naturali ed una comunità molto compatta.

Con i loro appunti, le foto e i loro stessi vivi ricordi, gli studenti raccontano di uno stile di vita che è miracolosamente sopravvissuto all’avvento dei tempi moderni. Gli abitanti dei villaggi abitano splendide case antiche, dipinte di azzurro chiaro, verde e ocra – disseminate lungo tortuose strade di ciottoli, bordate di alberi di pere. Le case sono molto vicine l’una all’altra, dando la possibilità di piacevoli passeggiate tra di esse, ma allo stesso tempo ogni famiglia può godere di uno spazio non trascurabile e un giardino privato nel retro delle propria casa, limitato da un fienile dalla struttura in legno in stile tedesco. Sul lato opposto al fienile ci sono orti, frutteti, alberi di noci e piccoli appezzamenti coltivabili. Al di là si trova l’area condivisa, sotto forma di campi e pascoli, usati in maniera cooperativa dagli abitanti per far pascolare gli animali e produrre fieno. I campi sono ricoperti di fiori selvatici, incluse alcune varietà che sembra non crescano altrove in Europa. In fine si arriva ai boschi di querce e faggi che ricoprono i fianchi di ripide colline, dove i cittadini raccolgono collettivamente legna da ardere e materiale da costruzione.

Oggi questi villaggi sono la casa di Rumeni e Rom (zingari) e di un ristretto numero di persone di lingua tedesca, conosciute come “Sassoni”, i cui antenati furono raccolti qui nel XIII secolo dal re di Ungheria, per riceverne aiuto nel difendere quelli che erano allora i confini del paese. La maggior parte dei Sassoni, che un tempo dominavano l’area, accettarono l’offerta del governo tedesco di emigrare dopo la caduta del muro di Berlino.

Questo esempio unico, di vita tradizionale della Romania rurale è però minacciato dall’avanzare della modernizzazione, dall’abbandono di quei posti da parte dei giovani, che si spostano in cerca di migliori opportunità di realizzazione economica, e di molte delle persone di madrelingua tedesca che decidono di emigrare verso la Germania.

Gli studenti hanno documentato gli stili architettonici e le abitudini di vita, abbozzando dei progetti che possano permettere alle famiglie di rinnovare le proprie case, introducendovi comodità moderne senza alterare le pratiche di vita sostenibili. Questo è stato più di un semplice progetto accademico. Krusche sta mettendo insieme le ricerche degli studenti in un libro di modelli, in collaborazione con la Technical University di Dresda – ad uso degli abitanti di quei luoghi, per il restauro delle proprie case, e dei funzionari della UE per la definizione dei piani turistici e di conservazione. La professoressa crede inoltre che l’interesse manifestato dagli studenti per i villaggi, abbia convinto la popolazione locale che le proprie tradizioni non sono superate, ma rappresentano realmente un esempio del grande valore di uno stile di vita verde.

“Inizialmente queste persone mi hanno colpito per l’estrema povertà in cui vivono, ma poi siamo arrivati a capire che sono ricchi in molti altri modi”, ricorda Alejandra Guttzeit, studente di architettura. “C’era una tale armonia nel loro rapporto con la terra, gli animali e tra loro stessi.”

Un’altra studentessa, Ashley Vaughan, fu colpita da come gli abitanti le offrissero vino fatto in casa, caffè e dolci mentre effettuava le misurazioni e analizzava le caratteristiche architettoniche delle loro case. Riguardo all’abbondante cibo contadino preparato in gran parte con ingredienti prodotti localmente, dice con entusiasmo “ è stato tra il cibo migliore che io abbia mai mangiato.”

A catturare l’immaginazione di quasi tutti gli studenti del gruppo di Notre Dame furono comunque le mucche. Dopo aver pascolato per tutto il giorno fuori dal villaggio nei pascoli comuni, al tramonto se ne tornavano da sole a passo tranquillo verso i rispettivi fienili, per essere munte. Chi immaginava che le mucche potessero fare una cosa del genere? Tutto ciò sembra simboleggiare le sconosciute possibilità che la società moderna perde nel non guardare con più attenzione i cicli della natura.

Marcela K. Perett, laureata in studi medievali che si unì al gruppo per studiare le fortificazioni delle chiese sassoni, tornò a casa con una più profonda conoscenza della cultura medievale, ma anche con il senso di come la vita sarebbe difficile in quei villaggi, oggi come allora. “Fui colpita da come era primitiva. Queste sono persone che vivono al limite della sussistenza; io non vorrei mai vivere in questo modo. Ma d’altra parte, c’era una enorme bellezza della natura, un paesaggio veramente splendido. Non mi sembrava che le persone non vivessero con l’ansia di possedere molte delle cose moderne.”

La Professoressa Krushche – specialista nella conservazione storica, che ha condotto studi estesi sull’architettura sacra dell’India, suo paese natale, per l’uscita prossima di un libro, e che ha passato un’ estate a Roma analizzando le rovine con uno scanner laser tridimensionale – sostiene che gli studenti hanno scorto la possibilità di un equilibrio fra antico e moderno.”

Mentre era studentessa alla Technical University di Dresda, Krusche visitò per la prima volta quei villaggi prendendo parte ad un progetto sponsorizzato dal Prince’s Trust—la fondazione del Principe Carlo che finanzia il Mihai Eminescu Trust, altra fondazione locale che si occupa di reperire fondi per il mantenimento della peculiarità culturale dei villaggi. Questa organizzazione rumena si oppose molto coraggiosamente ai piani del dittatore Nicolae Ceausescu per il livellamento “culturale” dei villaggi e in epoca recente ha contribuito a ristrutturare 300 edifici, educare 100 abitanti ad usare le conoscenze tradizionali per migliorare il proprio stile di vita e ha incoraggiato 1000 sassoni a tornare nella regione. Il loro lavoro include iniziative di turismo eco-sostenibile come la creazione di bed & breakfasts, sentieri per passeggiate a piedi e a cavallo, gruppi di danze folcloristiche, un frutteto biologico adibito alla vendita e la trasformazione di attività artigianali come la tessitura, la produzione di ceramiche, marmellate, formaggi, miele e prodotti dell’orto, in vere e proprie attività commerciali. Sono riusciti inoltre a sventare la costruzione nell’area di un parco tematico su Dracula.

La missione degli studenti di Notre Dame si spinge oltre, con la offerta di idee su come poter accogliere centri per turisti, caffè, guesthouse, laboratori artigiani e negozi, negli edifici preesistenti, per portare i servizi necessari ai cittadini assicurando contemporaneamente il rispetto di uno stile di vita autentico.

”Forse non vogliamo vivere come queste persone,” fa notare la prof. Krusche, “ma oggi c’è un enorme interesse nella conoscenza di ciò che c’è in quei villaggi.”

Jay Walljasper- Il cui libro “All That We Share: A Field Guide to the Commons (Tutto ciò che condividiamo: guida ai comuni;ndt)”, uscirà questo inverno – è co-editore di On The Commons.org e collaboratore del National Geographic Traveler. Questo articolo è stato tratto e adattato dalla rivista Notre Dame. Il suo sito: JayWalljasper.com.

Fonte:www.energybulletin.net
Link: http://www.energybulletin.net/stories/2010-11-29/what-we-can-learn-transylvania-really
24.10.2010

Traduzione per www.comedonchgisciotte.org a cura di CLAUDIA FILIPPI

Pubblicato da Davide

  • Rossa_primavera

    Un pizzico di gratitudine in piu’ non guasterebbe:questa comunita’ si e’
    opposta alla creazione di un parco tematico dedicato al conte Vlad ,piu’
    noto in occidente col nome Dracula,se non ci fosse stato il quale gli
    antenati di coloro che compongono questa comunita’ sarebbero stati
    spazzati via dall’inesorabile avanzata delle orde ottomane.

  • tres1219

    Infatti non si sono opposti al vampiro, ne alle sue passate gesta, ma ai gonzi occidentali che quando scoprono un luogo di villeggiatura/vacanza lo trasformano in uno scempio dando sfogo a tutta la follia umana.

  • Tonguessy

    “Inizialmente queste persone mi hanno colpito per l’estrema povertà in cui vivono, ma poi siamo arrivati a capire che sono ricchi in molti altri modi”

    Quella ricchezza non conta nella modernità. Senza l’ipod sei uno stronzo qualunque. E l’avverbio “inizialmente” la dice lunga sull’indottrinamento cui siamo assoggettati.
    O Ipod o morte!
    Chi emigra da quelle ricchezze ben lo sa.

  • TN

    Che c’entra la supposta gratitudine con lo sfruttamento commerciale di un’immagine stereotipata e lontana anni luce dalla figura originale? Sarebbe stata l’ennesima disneyland, hanno fatto più che bene ad opporsi. Anche se è una vittoria di Pirro…

  • wilcoyote

    Per noi popoli “evoluti” ci vuole coraggio, o fortuna, per imparare a vivere in questo modo.
    Molti anni fa un mio amico alpinista e geologo partecipò ad una spedizione sulle Ande Boliviane. Durante la marcia di avvicinamento fu colpito dalla dissenteria e lo dovettero lasciare in un villaggio, dove rimase in attesa che la spedizione tornasse a riprenderlo al ritorno dal ghiacciaio che avevano intenzione di studiare.
    Invece la spedizine fu costretta dal maltempo a ridiscendere lungo un’altra via ed una serie di fortuiti (e fortunati) contrattempi ritardarono l’arrivo dei soccorsi per mesi: come risultato lo “sfortunato” individuo rimase per quasi un anno in quel villaggio. Era gente poverissima, che aveva come unica concessione alla modernità una radio ad onde lunghe per chiamare i soccorsi in caso di necessità. Tornato alla civiltà, dopo qualche tempo piantò baracca e burattini e se ne tornò sulle Ande. Non aveva mai conosciuto persone così povere eppure così felici. Ma erano veramente povere, o siamo poveri noi in realtà?

  • sfruc

    Ho visitato anni fa questi luoghi: suggestive le antiche chiese sassoni fortificate, toccante la semplicità affettuosa delle persone. Per visitare la chiesa, normalmente si chiedeva a qualche abitante; costui andava nei campi a chiamare il sindaco (o qualcosa di simile) che aveva le chiavi e il “sassone”, interrompendo il suo lavoro agricolo, veniva ad aprirci la chiesa, con grande disponibilità e SENZA MAI NULLA CHIEDERCI IN CAMBIO, neppure una mancia per l’ora di lavoro perduta o per la manutenzione della chiesa (affidata al lavoro volontario della comunità). Ci ha colpito come questa fiera comunità germanofona – che, sostanzialmente bilingue, ha sempre intrattenuto rapporti eccellenti con quella di etnia rumena – abbia resistito a tutto, dagli invasori turchi alle smanie normalizzatrici di Ceaucescu, ma non alla sirena dell’Occidente. Non appena il governo tedesco, alla caduta del dittatore, ha loro offerto di poter tornare in Germania – dopo ben 7 secoli! – da cittadini tedeschi con passaporto europeo, i villaggi si sono svuotati degli originari abitanti. Ora ci sono 4 o 5 “sassoni” residuali per ogni villaggio, una o due famiglie che ancora si esprimono nell’antico tedesco e vivono secondo gli ancestrali modelli naturali. Gli altri sono partiti col miraggio di una vita migliore e adesso vagheranno smarriti in un mondo che non appartiene loro e che, probabilmente, non li riconosce se non come “primitivi da rieducare”. Errore inqualificabile del governo tedesco di allora… Avrebbero, invece, dovuto promuovere un’assistenza a quei sassoni nei luoghi ove sono vissuti per 7 secoli. Fare allora, e a livello governativo, ciò che adesso sta tentando di fare una brava professoressa universitaria, per di più indiana… Le nostre chimere fallaci hanno un grande potere seduttivo. Dovremmo esser noi a non abusarne. Peccato! Una cultura perduta. E i luoghi sono connessi alla cultura che li ha plasmati. Forse qualcuno tornerà o sarnno tutti corrotti dagli ineludibili i-pod e i-pad?

  • Tonguessy

    Senza ipod, che schifo di vita è? 😉
    Prendi Checco Zalone con il bluetooth all’orecchio che si rimira davanti allo specchio: quella sì che è felicità.

  • vic

    “La tradizione di condivisione della proprietà esiste ancora nelle culture indigene e contadine del mondo in via di sviluppo, ma è sparito in tutto il resto d’ Europa ad eccezione di un angolo della Transilvania, dove alcune usanze tipiche dei comuni ancora resistono.”

    E’ vero in parte. Nella Svizzera italiana sopravvive tutt’ora l’istituzione del patriziato, in parallelo a quella del comune. Del patriziato fanno parte le famiglie patrizie, cioe’ essenzialmente stabilitesi in loco da generazioni. I patriziati sono generalmente proprietari collettivi di ampi appezzamenti boschivi e di pascoli. Ogni patrizio gode dei diritti di pascolo, di fienagione, di raccolta delle castagne, di strame e di taglio del bosco. Era l’unico modo per sopravvivere quando la globalizzazione non si sapeva nemmeno cosa fosse: la condivisione, con regole precise, dei beni comuni, che davano letteralmente da mangiare, in zone non proprio generose di risorse. E’ uno stile di vita che si puo’ definire medievale, pero’ ha molto da insegnare, specialmente in caso di catastrofe, economica o d’altro tipo. Rimette insomma il sacro principio della solidarieta’ al centro.

    Molti ridono di queste cose, ritenute istituzioni da museo. Poi salta fuori che sono quelli che guadagnano stipendi stratosferici, in istituzioni dove l’avidita’ e’ regina. Ma guarda un po’, quando vengono pescati con le mani nel sacco ad infrangere il codice penale, chiedono piagnucolando allo stato che li salvi, per solidarieta’. E’ quanto hanno fatto quelle facce di tolla di manager dell’UBS. Gli stessi che poi rifiutano scon un sorrisetto sdegnoso un misero prestito al contadino di montagna che vuol rifare la stalla.

    E’ questa gente che andrebbe inviata a vivere in Transilvania. non fosse che per motivi didattici e liberatori.

    Sarei curioso anche di sapere cosa ne pensano i Sassoni di Bruxelles!

    Suvvia, lo sanno tutti che il signor Mario Monti ed il signor van Rompuy della Transilvania se ne fottono altamente. Certi club non s’abbassano a parlar di mucche intelligenti, che s’arrangiano senza regolamenti e dimensioni standard di questo e quello. E magari se ne sbattono pure dell’ora estiva.

  • Frigo

    Cosa non dobbiamo dimenticarci piuttosto…

    Che esistano comunità anche in Italia dove insistono regole millenarie per il prelievo della legna nel bosco, per l’ utilizzo dei pascoli e via dicendo. Mi viene in mente alle pendici del Gran Sasso fino al Cadore.
    Sembra che il paradiso sia sempre da qualche altra parte quando invence dipende dalle persone mantenere quello che si ha già. Certo che se poi la gente si dimentica di questo andando all’ Ipermercato per comprarsi i cubetti di legno da bruciare nella stufa siamo propio a posto. Infatti…

    Comunque è vero c’è una grande differenza nel senso delle cose comunitarie già tra Germania e Italia. Esperienza diretta. Sì, in Italia abbiamo da riimparare di più forse.

    A propostio qualcuno sa darmi qualche link diretto utile su quelle comunità in Transilvania? Anche in privato eventualmente. Grazie.

  • Frigo

    Vai a Mirabilandia caro Rossa dove prima c’era una delle ultime zone lacustri di interesse naturalistico e ornitologico, la Standiana, della Costa Romagnola. Non è che non ci piacessero i luna park…

    Ti sei mai chiesto perchè scelgono sempre zone verdi vergine per impattarle con “cemento e tondino”? A parte la scusa di farci sopra qualcosa?

  • rasna-zal

    L’articolo sembra scritto da gente che crede che facendo un taglio a forma di quadrato nell’asfalto, poi ci nasca un albero.

    “A catturare l’immaginazione di quasi tutti gli studenti del gruppo di Notre Dame furono comunque le mucche. Dopo aver pascolato per tutto il giorno fuori dal villaggio nei pascoli comuni, al tramonto se ne tornavano da sole a passo tranquillo verso i rispettivi fienili, per essere munte. Chi immaginava che le mucche potessero fare una cosa del genere? Tutto ciò sembra simboleggiare le sconosciute possibilità che la società moderna perde nel non guardare con più attenzione i cicli della natura.”


    Non ho mucche, ma vi giuro che non c’è nulla di cui sorprendersi per questo atteggiamento tipico di tutti gli anamali allevati…


    Sai le risate che si sono fatti i rom guardando questi studenti e immaginandoli come future speranze del nuovo mondo.
  • rasna-zal

    … che concezione di gratitudine ineccepibile…

  • nettuno

    Noi abbiamo i Trulli in Puglia e un pò di cemento attorno..
    La distruzione del territorio ulteriore andrebbe fermata. Peccato che la mia vita sia si breve da non vedere se si torna indietro..

  • tres1219

    Purtroppo chi vive fuori dal concetto di progresso non riesce a capire che non appena si avvicina qualcuno che ne fa parte, l’accoglienza giusta è con archi e frecce e via a sfamare i maiali, in modo che nessuna professoressina possa testimoniare della loro esistenza e nessun balordo possa vederci del business legato al turismo o ancora peggio al concetto di ecologismo alla tedesca.

    Ahhh se l’avessero fatto anche in passato …

  • Rossa_primavera

    Ma loro non sono italiani sono rumeni e magari avrebbero potuto
    creare un parco rispettando l’ambiente,non credo si alludesse a nulla
    di simile a Miabilandia.Non devi supporre che tutto il mondo sia incivile
    e irrispettoso dell’ambiente solo perche’ lo sono gli italiani.

  • Rossa_primavera

    Io non mi opporrei,ad esempio,alla costruzione nella mia zona di un parco tematico dedicato al padre della nostra patria,se mai ne avessimo uno e se avessimo una patria.

  • Rossa_primavera

    Il progetto del parco era ben diverso:prevedeva ad esempio la creazione di un grande museo storico all’interno del castello con
    armi e armature dell’epoca,la qual cosa non avrebbe di certo nuociuto
    agli indigeni,anzi.Del resto il vero conte Vlad,non il Dracula della nostra
    letteratura,fu un personaggio storico di grandissima importanza cui
    noi tutti europei dovremmo essere grati per averci salvati dai feroci
    saladini.

  • Nauseato

    Capisco il valore simbolico dell’iPod … ma ci sarebbero ben altre cose da poter considerare. Se non hai l’auto sei uno stronzo, se non hai il televisore da 46pollici, se non hai il cellulare (o l’iPhone, o l’iPad, o sa che altro).
    Detto questo mi pare perfino banale dire che da tempo valiamo SOLO per quel che “consumiamo” …

  • Tonguessy

    Sono così ignorante in materia che ho fatto citazioni ignoranti. Non so manco cos’è l’ipod, ne sento solo parlare come oggetto di culto, sicuramente ci sono “must” più blasonati. Abbiate pazienza…..ho un’auto vecchia di 15 anni, un cellulare antidiluviano che fa solo telefonate, un vecchio tv a raggi catodici che non guardo mai. E mangio quello che i miei figli lasciano nel piatto. Perchè rispetto il cibo, e detesto il consumismo. Quindi “valgo” poco, no?

  • rasna-zal

    secondo me non c’è bisogno di “padri”, nè di patrie nè tanto meno di “parchi”… 🙂

  • rasna-zal

    No, vali semplicemente ciò che sei e non ciò che hai…


    sarebbe meglio aspirare ad essere considerati per ciò che si fa, esempio:

    … se si spandesse la voce sulla qualità del “radicchio Tongessy” diventeresti subito “cool” tra i tuoi amici vegani… 😛 (ah, ah, ah)
  • rasna-zal

    … il problema è stato sempre che chi si muoveva, solitamente aveva più tecnologia dalla sua parte…


    sarebbe certamente bello immaginare le americhe come il naturale territorio dei suoi nativi, in realtà la tecnologia e l’arroganza degli spagnoli, portoghesi, degli anglofoni e dei francesi hanno avuto la meglio.


    Noi stessi non siamo più fortunati se consideriamo quanta influenza subiamo, senza opporre praticamente alcuna resistenza, da parte della macchina espansionistica americana.


    Il colonialismo esiste ancora, si chiama globalizzazione è quella cosa che fa si che in US e Canada venga pagata con fondi statali la sovraproduzione del grano (cibo), al fine di consentire una esportazione a basso prezzo, in modo che ciò faccia ritenere più conveniente acquistare cibo, piuttosto che produrlo.


    La stessa cosa che ha fatto l’ammistrazione Clinton con il riso, nei confronti del mercato interno di Haiti nel momento che era loro interesse creare del sottolavoro modello cinese per la loro industria del base-ball.


    Siamo trattati alla stregua degli Haitiani e ancora non ci rendiamo conto, domani qualcuno invierà sms da qualche cellulare anche per noi, peccato che poi transitino sempre attraverso le ONG americane o filo…


    Chissà quando il nostro ruolo da misericordiosi elargitori di elemosine sarà finito e per fedeltà alla globalizzazione entreremo a far parte del businness della nuova “corte dei miracoli”.
  • Tonguessy

    Non me ne parlare: un’intera porzione di orto zeppa di radicchietto invernale (quello che viene 7-8€/kg) selvaggiamente calpestata dai muratori che stanno ristrutturando casa. Ahi, che dolore!

  • Rossa_primavera

    A me invece piacerebbe avere una patria ed appartenere ad un popolo,
    ma ahime’ avrei dovuto nascere in francia o in germania.

  • rasna-zal

    … una persona nasce con un “imprinting” per poi crescere e formarsi in base alle sue scelte.

    Sulla tua carta di identità, già esiste un luogo che identifica la tua “patria” e una cittadinanza che identifica il tuo “popolo”, nulla vieta di poter cambiare almeno la cittadinanza…

    Quindi cosa c’entra dove sei nata se sei libera di scegliere di stare dove ti pare?

    E’ la nascita che sancisce l’appartenenza ad un luogo?


    Comunque, per me, sono tutte emerite minchiate… consentimi il francesismo tanto per restare il tema.