COSA CI INSEGNA LA CRISI DI HAITI SULLA NATURA UMANA

DI JEREMY RIFKIN
commondreams.org

Il terremoto ha innescato una risposta globale empatica

Frenetiche twittate e video sono stati diffusi da Haiti, supplicando aiuto da parte della razza umana in seguito al devastante terremoto che ha raso al suolo uno dei paesi più poveri del pianeta, diffondendo distruzione e morte.

La risposta della gente da tutte le parti del mondo è stata immediata. Governi, ONG, e singoli individui si sono mobilitati in missioni di soccorso, e vari siti web pubblici stanno portando luce sull’argomento per far sì che la grande famiglia umana possa tendere un abbraccio solidale ai suoi vicini di una piccola nazione caraibica. Abbiamo visto una risposta globale simile in conseguenza dell’uragano Katrina, che aveva devastato New Orleans e la costa del golfo degli Stati Uniti, e nel caso dell’immenso tsunami che aveva colpito le coste dell’Asia e dell’Africa all’inizio di questa decade.Negli utlimi anni, nonappena un disastro naturale si è abbattuto su quello che ormai sta sempre più diventando un mondo connesso e interdipendente a livello mondiale, gli esseri umani si sono riconciliati come una grande famiglia in uno slancio di compassione e preoccupazione. Per quei brevi periodi di tempo abbiamo lasciato da parte le molte divergenze che ci separano per comportarci come un’unica specie. Siamo diventati l’Homo empaticus.

Eppure, se messi di fronte a tragedie analoghe che siano il risultato di comportamenti provocati dall’uomo, anziché prodotte da calamità naturali, siamo spesso incapaci di raccogliere lo stesso tipo di risposta collettiva.

Ad esempio, ricordate quando il prezzo del petrolio ha raggiunto il valore record di 147$ al barile sui mercati mondiali, nel Luglio del 2008. I prezzi sono schizzati e le necessità di base, dal cibo al combustibile per il riscaldamento, sono diventati proibitivamente costosi, mettendo a repentaglio le vite di milioni di esseri umani. Sono scoppiati disordini per l’approvvigionamento di cibo in più di 30 paesi. Nonostante ciò, la risposta collettiva da parte della razza umana è stata appena percettibile. Analogamente, sebbene siamo afflitti dagli effetti – già visibili – del cambiamento climatico indotto dall’uomo che sta devastando interi ecosistemi in vari paesi del mondo e creando milioni di rifugiati “ambientali”, la risposta globale è stata debole.

La domanda è: perché?

È vero che una calamità naturale inaspettata cattura facilmente la nostra attenzione. Ma il mio sospetto è che questa non sia l’unica ragione per cui non siamo in grado di rispondere alle sofferenze indotte dall’essere umano con la stessa intensità emotiva e cognitiva. Il problema si trova più in profondità. Quando un comportamento indotto dall’uomo si conclude con la sofferenza di altri uomini su larga scala, tendiamo a fare spallucce, come a dire: “è la natura umana, e quindi non c’è molto da farci”. Questo perché siamo abituati a pensare alla natura umana come se fosse necessariamente egoista. Le nostre convinzioni sono diventate una profezia che si auto-avvera – anche se si sono rivelate incorrette.

All’alba della moderna economia di mercato e dell’era dello stato-nazione, i filosofi dell’Illuminismo hanno sostenuto che gli esseri umani fossero agenti autonomi, che fossero distaccati, razionali, spinti da interessi personali di tipo materialistico e desideri utilitaristici.

Ma è davvero questo quello che siamo?

Se fosse così, come potremmo spiegare la reazione empatica alle calamità naturali come quella che ha avuto luigo ad Haiti nella scorsa settimana? Forse le nostre opinioni sulla natura mana rispecchiano semplicemente le assunzioni dell’attuale economia e offrono a chi detiene il potere una maniera facile per giustificare e spiegare la sofferenza inflitta agli altri, spacciandola per una conseguenza del comportamento aggressivo, avido ed egoista tipico della nostra specie.

E se queste assunzioni fossero false? Negli ultimi 15 anni, scienziati provenienti da una vasta gamma di campi del sapere, dalla biologia evolutiva alla ricerca neurocognitiva fino alla pedagogia, hanno fatto scoperte mozzafiato, che ci obbligano a rivedere i nostri punti di vista. Alcuni ricercatori stanno individuando neuroni-specchio – i cosiddetti neuroni della “partecipazione empatica” – che permettono all’uomo e ad altre speci di provare su se stessi la condizione in cui si trova un altro essere vivente. A quanto pare siamo gli animali più socievoli, e andiamo alla ricerca di complicità e compagnia da parte dei nostri simili.

È solo quando il nostro naturale impulso al contatto empatico viene represso o negato che vengono in superficie pulsioni secondarie come l’aggressività, l’avidità e i comportamenti di tipo egoistico.

Ne emerge che la nostra coscienza collettiva è cresciuta in modo regolare nel corso della storia. I nostri antenati saccheggiatori/cacciatori manifestavano le loro preoccupazioni empatiche primarie soltanto ai propri parenti stretti e alla famiglia in senso ampio. Con l’arrivo delle grandi religioni, questo è diventato vero anche tra coloro che condividevano lo stesso credo religioso. Gli ebrei empatizzavano con gli ebrei, i cristiani con i cristiani, i musulmani con i musulmani, etc. Nel mondo moderno, dominato dall’economia e dagli stati-nazione, il contatto empatico si è esteso alle persone che condividono la stessa identità nazionale. Gli americani empatizzano con gli americani, i tedeschi con i tedeschi, i giapponesi con i giapponesi, etc.

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Al giorno d’oggi, la diffusione di informazioni e di tecnologie di comunicazione sta avvicinando l’intera razza umana in una grande famiglia allargata. È dunque così difficile immaginare un salto della consapevolezza umana con l’estensione della solidarietà alla nostra intera specie e alle altre creature che abitano questo pianeta insieme a noi? Pensate per un momento alla risposta globale che si è avuta quando hanno sparato ad una giovane studentessa universitaria durante una manifestazione di protesta, in seguito all’invalidamento delle elezioni iraniane. Nell’arco di pochi minuti, milioni di studenti universitari in tutto il mondo stavano vedendo attraverso il proprio cellulare il video dell’omicidio, ed empatizzavano con i giovani dell’Iran. Oppure considerate la diffusione del video in cui si mostravano un orso polare e il suo cucciolo arenati su un lastrone di ghiaccio galleggiante a causa del riscaldamento globale. Milioni di ragazzi in tutto il mondo si sono immedesimati istantaneamente nella situazione della madre e del suo piccolo.

Studenti di tutto il mondo stanno imparando che il loro comportamento di tutti i giorni – il cibo che mangiano, l’elettricità che consumano, l’automobile di famiglia in cui viaggiano, e una miriade di altre abitudini consumistiche influenzano profondamente lo stato di benessere di ogni altro essere umano e creatura vivente sulla Terra. Questa è la testimonianza dell’apparizione di una coscienza collettiva e il punto di partenza per il prossimo stadio del nostro viaggio evolutivo come creatura solidale.

Ora abbiamo bisogno di porre le basi per una civiltà empatica che sia compatibile con la nostra natura profonda. Questo esigerà una riesamina dei metodi educativi, una riforma del nostro sistema di istruzione, dovremo reinventare i modelli economici e trasformare le nostre istituzioni governative in modo tale da sintonizzarli sul nostro stile di vita, e far sì che siano in armonia con la nostra natura essenzialmente empatica.

Per evitare di pensare che questo sia un obiettivo impossibile, considerate di nuovo la reazione globale che si è vista per le vittime del terremoto di Haiti. Poi chiedevevi: perché non dovremmo poterci attrezzare dello stesso slancio quando si tratta di salvare vittime di calamità naturali e quando dobbiamo educare generazioni di cittadini del mondo, che potrebbero vivere insieme in un mondo globale, in condizioni di relativa pace ed armonia?

Jeremy Rifkin è l’autore di The Empathic Civilization: The Race to Global Consciousness in a World in Crisis, pubblicato da Tarcher Penguin nel Gennaio 2010.

Fonte: www.commondreams.org
Link: http://www.commondreams.org/view/2010/01/19
19.01.2010

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di ELISA NICHELLI

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